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LEGATO IN SOSTITUZIONE DI LEGITTIMA

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 secondo voi l'istituzione universale basta a configurare un legato come in sostituzione di legittima?

Mi spiego meglio: Nomino erede universale Tizio lego a Caio l'automobile. Il legato per Genghini (testo successioni pag. 666) è un legato in conto, mentre per la giurisprudenza è un legato in sostituzione

Cosa ne pensate? Ci sono diverse sentenze come questa, tranne una nega la natura di legato in sostituzione e spiga che "universale" serve solo a precisare che eventuali beni che dovessero pervenire non cadranno in successione legittima, ma andranno sempre a quello stesso erede per successione testamentaria.

Mi date elementi validi per sostenere che si tratta di legato in conto?

Cassazione civile sez. II - 18/04/2000, n. 4971

Intestazione

                   LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
                        SEZIONE SECONDA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. Gaetano         GAROFALO           - Presidente -
Dott. Antonio         VELLA              - Consigliere -
Dott. Antonino        ELEFANTE           - Consigliere -
Dott. Roberto Michele TRIOLA             - Rel. Consigliere -
Dott. Lucio           MAZZIOTTI DI CELSO - Consigliere -
ha pronunciato la seguente
                              SENTENZA
sul ricorso proposto da:
GROSSI CATERINA, GROSSI ANNAMARIA, elettivamente domiciliati in  ROMA
VIA F.S.NITTI 11, presso lo studio dell'avvocato BERTUCCI BRUNO,  che
li difende unitamente all'avvocato IVANCICH GIANFRANCO, giusta delega
in atti;
                                                       - ricorrenti -
                                contro
GROSSI ENRICO, elettivamente domiciliato in ROMA V.LE  DELLE  MILIZIE
9, presso lo studio dell'avvocato MASSARONI SIMONETTA, che lo difende
unitamente all'avvocato CARPONI SCHITTAR DOMENICO, giusta  delega  in
atti;
                                                 - controricorrente -
avverso la sentenza n. 1084-96  della  Corte  d'Appello  di  VENEZIA,
depositata il 29-07-96;
udita la relazione della causa  svolta  nella  pubblica  udienza  del
07-01-00 dal Consigliere Dott. Roberto Michele TRIOLA;
udito l'Avvocato Paolo CARLONI, per  delega  dell'Avv.  B.  BERTUCCI,
dep.  in  udienza   difensore   del   ricorrente   che   ha   chiesto
l'accoglimento del ricorso;
udito l'Avvocato Domenico CARPONI SCHITTAR, difensore del  resistente
che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il P.M. in persona del  Sostituto  Procuratore  Generale  Dott.
Fulvio UCCELLA che ha concluso per il rigetto del ricorso.
 
Svolgimento del processo

Con atto notificato il 16 maggio 1985 Annamaria Grossi e Caterina Grossi convenivano davanti al Tribunale di Venezia il fratello Enrico Grossi ed esponevano:

- che il 23 settembre 1984 era deceduto il loro comune genitore Ugo Grossi, il quale, con testamento olografo in data 7 marzo 1984, aveva nominato erede universale Enrico Grossi, disponendo un legato (avente ad oggetto un appartamento) in favore di esse attrici;

- che, tenuto conto dell'entità dell'asse ereditario (nel quale doveva essere inserita anche una azienda che risultava venduta dal de cuius ad Enrico Grossi, ma in realtà era stata donata allo stesso con atto nullo per difetto di forma), era stato leso il loro diritto alla legittima; tanto premesso, le attrici chiedevano che si procedesse alla integrazione della loro quota di legittima.

Il convenuto, costituitosi, contestava che la cessione della azienda dissimulasse una donazione, non opponendosi per il resto alla riduzione delle disposizioni testamentarie, in quanto ve ne fosse materia, da attuarsi mediante eventuali corresponsioni in denaro tra le parti.

Con sentenza del 13 luglio 1993 il Tribunale di Venezia dichiarava che la cessione di azienda dissimulava una donazione nulla per difetto di forma ed accoglieva la domanda delle attrici di riduzione delle disposizioni testamentarie, condannando il convenuto a pagare alle stesse, ad integrazione della loro quota di legittima, la somma di lire 194.885.600.

Enrico Grossi proponeva appello, che veniva accolto dalla Corte di appello di Venezia, con sentenza del 29 luglio 1996.

I giudici di secondo grado ritenevano, innanzitutto, fondata l'eccezione secondo la quale le attrici, non avendo rinunciato al legato in sostituzione di legittima disposto in loro favore, non avrebbero potuto esperire l'azione di riduzione.

Nessuna rilevanza aveva, al riguardo, il fatto che Enrico Grossi, nel precedente grado di giudizio, avesse aderito alla domanda di riduzione, trattandosi di condizione dell'azione da verificarsi anche di ufficio da parte del giudice.

Contro tale decisione hanno proposto ricorso per cassazione, con tre motivi, Annamaria e Caterina Grossi.

Resiste con controricorso Enrico Grossi.

 
Motivi della decisione

Con il terzo motivo del ricorso, che da un punto di vista logico va esaminato per primo, le ricorrenti sostengono che i giudici di merito hanno apoditticamente affermato che con il testamento olografo del 7 marzo 1984 (del seguente testuale tenore: "..dichiaro di nominare erede di tutte le mie sostanze mio figlio Enrico, avuto riguardo al fatto che mi ha sempre curato ed assistito, alle figlie Caterina e Annamaria lascio la casa sita in Venezia Giudecca 844, sempre goduta da quest'ultima senza mai aver pagato il fitto..") era stato disposto in loro favore un legato in sostituzione di legittima.

La doglianza è infondata.

La sentenza impugnata ha così testualmente motivato sul punto:

In tal senso, infatti, depone la volontà del de cuius quale desumibile, dalla scheda testamentaria nel suo complesso considerata, essendo evidente l'intenzione di Grossi Ugo di nominare erede universale il solo figlio Manlio Enrico, in considerazione della dichiarata ragione che era il solo che l'aveva sempre curato ed assistito, lasciando, quindi, in netta contrapposizione con questa prima e sola disposizione a titolo universale, alle figlie Caterina e Annamaria il solo legato della casa sempre occupata e goduta (senza curarsi di lui), a tacitazione di ogni altra loro ragione, censurandone il comportamento anche per non aver mai pagato alcunché per l'affitto. In altri termini, dalla lettura della scheda testamentaria trova piena conferma l'assunto dell'odierno appellante, giusta il quale la attribuzione a titolo particolare a favore delle figlie predette del bene specificato nell'atto di ultima volontà è stata fatta e voluta dal de cuius, con la precisa intenzione di lasciare unico erede di tutte le sue sostanze il figlio Enrico e, quindi, in sostituzione della quota di legittima che sarebbe spettata alle stesse (figlie), con conseguente preclusione per esse di mantenere il legato e di attaccare le altre disposizioni per far valere la riserva.

A ciò si aggiunga, peraltro, che, a fronte di un tanto, le odierne appellate non sono state in grado di fornire la prova di elementi obiettivi, beninteso desumibili dal testamento di che trattasi, che possano giustificare il ricorso al ben diverso istituto del C.D. legato in conto di legittima, adombrato invece dalle stesse con il riguardo al solo fatto che deve darsi la preferenza al medesimo nel caso, qui però non ricorrente per quanto già ampiamente detto, che residuino dubbi sull'effettiva volontà del testatore, quale espressa con l'atto di ultima volontà, sul tipo di disposizione a titolo particolare, cui abbia voluto fare ricorso.

I giudici di merito, pertanto, hanno desunto la ricorrenza di un legato in sostituzione di legittima dall'esame complessivo della disposizione testamentaria, dalla contrapposizione tra la nomina ad erede universale del solo Enrico Grossi e la disposizione a titolo particolare in favore delle sorelle, dalla menzione da parte del testatore del motivo che lo aveva indotto a favorire il figlio maschio rispetto alle figlie femmine.

Tale valutazione di merito, effettuata senza incorrere in vizi logici o giuridici, è insindacabile in sede di legittimità.

Con il primo motivo le ricorrenti, premesso che la questione relativa alla rinuncia al legato in sostituzione di legittima, contrariamente a quanto affermato dai giudici di merito, non costituisce una condizione dell'azione rilevabile di ufficio, ma, come affermato da questa S.C. (cfr. sent. 6 dicembre 1978 n. 5775), attiene alla esistenza del diritto, ne traggono la conseguenza che la stessa, nella specie, non poteva più essere sollevata da Enrico Grossi, dopo che questi, nel costituirsi nel giudizio di primo grado, aveva concluso per l'accoglimento dell'azione di riduzione, rinunciando a far valere il difetto di rinuncia al legato. L'appello, pertanto, avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile, per difetto di interesse ad impugnare una decisione emessa in conformità alle conclusioni del convenuto.

La doglianza è infondata.

Può anche concordarsi con le ricorrenti che la previa rinunzia al legato in sostituzione di legittima costituisca non condizione dell'azione di riduzione, ma elemento costitutivo del diritto alla integrazione della quota.

Non è, però, contestabile che la mancanza di tale elemento costitutivo del diritto, in linea di principio, sarebbe rilevabile di ufficio dal giudice, anche senza una eccezione di parte.

Vanamente le ricorrenti sostengono che nella specie si sarebbe verificata una preclusione derivante dal fatto che Enrico Grossi, nel costituirsi in giudizio, aveva riconosciuto la fondatezza della domanda di riduzione proposta nei suoi confronti delle sorelle.

Va, in primo luogo, rilevato che il comportamento processuale di una parte, ove nello stesso non sia ravvisabile una volontà negoziale, non sembra idoneo ad attribuire all'altra parte un diritto dalla stessa vantato, di cui non risultino gli elementi costitutivi.

Ma, a prescindere da tale considerazione, il ragionamento svolto dalle attuali ricorrenti si basa su una inesatta ricostruzione dei fatti di causa, come messo in evidenza dal resistente.

Questi, infatti, nel costituirsi in giudizio, non riconobbe senz'altro la fondatezza della azione di riduzione, ma si limitò ad aderire alla domanda di determinazione della quota disponibile e, in quanto ve ne fosse materia, alla domanda di riduzione reciproca delle disposizioni testamentarie.

Non vi è stata, quindi, una adesione incondizionata all'accoglimento della domanda di riduzione proposta dalle attrici, e, di conseguenza, mancano gli elementi costitutivi di quella preclusione alla possibilità di proporre l'eccezione di mancata rinunzia al legato in sostituzione di legittima, che viene invocata in questa sede dalle ricorrenti (a prescindere dalla fondatezza in diritto della loro tesi).

Con il secondo motivo le ricorrenti, oltre a ribadire quanto già dedotto con il precedente mezzo di impugnazione, sostengono che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte di appello, nulla si oppone a che l'erede consenta al beneficiario di un legato in sostituzione di legittima di chiedere un supplemento. Nella specie tale consenso era stato dato da Enrico Grossi con la adesione alla domanda di riduzione.

La doglianza, a prescindere dalla astratta fondatezza in diritto della sua premessa, non può trovare accoglimento, perché si basa, in fatto, su una adesione di Enrico Grossi alla domanda di riduzione proposta nei suoi confronti dalle sorelle, che, come si è visto, è inesistente.

Il ricorso va, pertanto, rigettato e le ricorrenti vanno condannate, in solido, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano come da dispositivo.

 
p.q.m.

la Corte rigetta il ricorso; condanna le ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida nella complessiva somma di lire 5.310.000.= di cui lire 5.000.000 per onorari.

Roma, 7 gennaio 2000

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Intanto non farei distinzione alcuna tra erede ed erede universale essendo entrambe le disposizioni a titolo universale. Per quanto riguarda il legato in sostituzione di legittima abbiamo il dato letterale del 551 il quale al primo comma parla di legatario "al quale è lasciato un legato in sostituzione di legittima". Da qui si può interpretare che tale legato deve essere previsto espressamente dal testatore anche perchè stiamo parlando di una vocazione a titolo particolare sottoposta alla condizione risolutiva  della rinuncia, da parte del legittimario,  della sua quota di legittima. Andare ad interpretare il testamento nella sua complessità e presumere che il testatore abbia in realtà voluto questo pur non avendolo minimamente scritto o accennato mi pare una violazione della sua volontà. Nel caso della sentenza da te citata le due legittimarie avrebbero ben potuto essere considerate semplicemente come legittimarie pretermesse, accettare il legato in conto e agire in riduzione. L'interpretazione come legato in sostituzione di legittima la vedo come molto eccessiva. Sarebbe stato divertente se al posto delle figlie ci fosse stato il coniuge, chissà come si sarebbero comportati i giudici in questo caso. Se qualcuno ha del materiale lo leggerei molto volentieri.

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