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trasferimento immobile in verbale di separazione e nullità urbanistica

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Caso tipico (lo so che ci sono già discussioni uguali, le ho lette al tempo ma non riesco a trovarle, quindi mi accontento anche di un semplice link...). Nel verbale di separazione Tizio cede a Tizia la casa coniugale fregandosene bellamente delle menzioni urbanistiche.

Il trasferimento sarebbe nullo ai sensi dell'articolo 46 DPR 380/2001 anche se vi sono teorie per le quali non sarebbe propriamente un atto inter vivos. Quindi in caso di rivendita che si fa? E' possibile procedere ad un atto di convalida oppure bisogna far integrare dall'autorità giudiziaria il precedente provvedimento?

Grazie mille.

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  • La questione prospettata è stata in parte analizzata in una precedente nota di questo Ufficio (Quesito n. 4106 del 25 novembre 2002, Cessazione degli effetti civili del matrimonio e legge n. 47 del 1985, in Studi e materiali, 2/2003, 734, est. FABIANI – RUOTOLO) (1), la quale, nell’esaminare, in relazione ad una fattispecie analoga a quella prospettata, se una sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio possa costituire un valido titolo di provenienza, individua fondamentalmente due aspetti problematici, concernenti da un lato l’applicabilità della legislazione urbanistica ad una sentenza di divorzio, dall’altro la legittimità della sentenza stessa nella parte in cui viene a recepire accordi divorzili relativi ad assegnazioni divisionali e, più in generale, ad attribuzioni di beni patrimoniali.

     

    Rinviando alla nota citata per una più ampia trattazione di tali questioni, ai fini della risposta al quesito sottoposto - concernente la confermabilità da parte del notaio della sentenza priva delle menzioni richieste dalla normativa urbanistica - ci si limita a rilevare - conformemente a quanto osservato in quella sede - che le disposizioni del T.U. dell’edilizia, nonostante siano specificatamente riferite agli “atti tra vivi” (espressione in cui non sono normalmente ricompresi gli atti giudiziari), trovano applicazione anche in relazione alle pronunzie sostitutive di accordi negoziali, nel cui novero appare potersi ricomprendere la sentenza in esame.

Questo è lo stralcio di uno studio cnn che da risposta affermativa al problema della confermabilità.

Lo studio è il 216 2009/C

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UFFICIO STUDI

 

Quesito n. 216-2009/C

 

SENTENZA DI DIVORZIO, NORMATIVA URBANISTICA E CONFERMA

 

 

Si espone la seguente fattispecie:

 

“il Tribunale civile dichiarando con sentenza la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto tra due soggetti, ha dato atto altresì del fatto che i coniugi hanno concordato il trasferimento a titolo oneroso dal marito alla moglie della casa di abitazione e relativi terreni, ordinando la trascrizione della relativa sentenza contenente la cessione delle quote degli immobili sopra indicati. A detta sentenza del Tribunale non è stato allegato il Certificato di destinazione urbanistica.”

 

Si chiede, pertanto, se la sentenza in oggetto possa essere confermata dal notaio ai sensi dell’art. 30, comma 4 bis, del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, introdotto dalla Legge 28 novembre 2005, n. 246, al fine di poter stipulare successivo atto di mutuo ipotecario da parte del coniuge divenuto proprietario per intero dei beni in oggetto in forza della citata sentenza di provenienza.

 

La questione prospettata è stata in parte analizzata in una precedente nota di questo Ufficio (Quesito n. 4106 del 25 novembre 2002, Cessazione degli effetti civili del matrimonio e legge n. 47 del 1985, in Studi e materiali, 2/2003, 734, est. FABIANI – RUOTOLO) (1), la quale, nell’esaminare, in relazione ad una fattispecie analoga a quella prospettata, se una sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio possa costituire un valido titolo di provenienza, individua fondamentalmente due aspetti problematici, concernenti da un lato l’applicabilità della legislazione urbanistica ad una sentenza di divorzio, dall’altro la legittimità della sentenza stessa nella parte in cui viene a recepire accordi divorzili relativi ad assegnazioni divisionali e, più in generale, ad attribuzioni di beni patrimoniali.

 

Rinviando alla nota citata per una più ampia trattazione di tali questioni, ai fini della risposta al quesito sottoposto - concernente la confermabilità da parte del notaio della sentenza priva delle menzioni richieste dalla normativa urbanistica - ci si limita a rilevare - conformemente a quanto osservato in quella sede - che le disposizioni del T.U. dell’edilizia, nonostante siano specificatamente riferite agli “atti tra vivi” (espressione in cui non sono normalmente ricompresi gli atti giudiziari), trovano applicazione anche in relazione alle pronunzie sostitutive di accordi negoziali, nel cui novero appare potersi ricomprendere la sentenza in esame.

 

Tale pronuncia, infatti, recepisce un accordo divorzile, avente ad oggetto il trasferimento di beni immobili, la cui sede propria è quella di un atto negoziale da sottoporsi all’omologazione del giudice.

 

Sembrano pertanto, potersi estendere a questa fattispecie le considerazioni svolte in dottrina e giurisprudenza circa la sentenza resa ex art. 2932 c.c. (al cui proposito si rinvia a due precedenti di questo Consiglio: RUOTOLO, Esecuzione in forma specifica dell’obbligo a contrarre e condono edilizio, in Studi e materiali, 6.2/1998-2000, 794; FABIANI, Esecuzione specifica dell’obbligo di concludere un contratto e legge 47/85 sul condono edilizio, ibidem, 1115).

 

Ciò posto, il vizio relativo alla mancata produzione del certificato di destinazione urbanistica, come chiarito nella nota richiamata, costituisce motivo di nullità della sentenza che, ai sensi della previsione di cui all’art. 161, comma 1, c.p.c., si converte, secondo l’opinione preferibile, in motivo di impugnazione, con conseguente sanatoria della nullità ove lo stesso non sia fatto valere con i mezzi di impugnazione e nei termini previsti dalla legge.

 

La possibilità che le menzioni e le dichiarazioni richieste dalla normativa urbanistica siano rese, anche unilateralmente, in un momento successivo alla sentenza, seppure astrattamente configurabile, è stata, tuttavia, esclusa dalla giurisprudenza di legittimità, che ha ritenuto l’istituto della conferma incompatibile con le peculiari caratteristiche del provvedimento giudiziale e con l’autorità del giudicato che lo stesso è destinato ad acquisire (Cass. 8 febbraio 1997, n. 1199, in Giust. civ., 1997, I, 1550, con nota di ANNUNZIATA, Inosservanza della legge sul condono edilizio e contratto preliminare di vendita di costruzione; in Giur. it., 1998, I, 31, con nota di ROSELLI; in Nuova rass. Civ. e comm., 1998, I, 7, con nota di FICI, Abusivismo edilizio, invalidità negoziale e contratto preliminare; in Riv. not., 1998, 266, con nota di MIGLIORI, Contratto preliminare, esecuzione in forma specifica e l. 47/85; Cass. 4 gennaio 2002, n. 59, in Contratti, 2002, 660, con nota di TAGLIAFERRI; in Giur. it., 2002, 1134; in Giust. civ., 2002, I, 1261; in Riv. not., 2002, 1027).

 

Deve, pertanto, concludersi che, non potendosi applicare alla fattispecie in esame l’istituto della conferma di cui all’art. 30, comma 4 bis, del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, in considerazione dello specifico regime a cui sono sottoposti i provvedimenti giudiziali, si potrà procedere alla costituzione dell’ipoteca da parte del coniuge che sarebbe divenuto proprietario per intero degli immobili in oggetto in forza del citato atto di provenienza solo in seguito alla sanatoria dei vizi della sentenza, attraverso il passaggio in giudicato della stessa.

 

A fini di completezza, infine, è appena il caso di aggiungere che la fattispecie prospettata deve essere nettamente distinta dal caso, sopra accennato, in cui le determinazioni relative all’attribuzione di beni patrimoniali tra coniugi siano contenute, come normalmente avviene, in un accordo inserito nel verbale di udienza nel corso del giudizio relativo alla cessazione degli effetti civili del matrimonio e sottoposto all’omologazione del giudice.

 

In tal caso, infatti, l’effetto traslativo deve indubbiamente essere ricondotto all’accordo delle parti e non all’omologazione, la quale non interferisce in nessun modo (così TRAPANI, Il trasferimento dei beni in esecuzione degli accordi di separazione e divorzio, in Riv. not., 2007, 1417).

 

In relazione agli accordi stipulati in sede di divorzio e sottoposti all’omologazione del giudice deve, infatti, rilevarsi - così come osservato in precedenti note di questo Ufficio sugli accordi di separazione contenenti attribuzioni patrimoniali tra coniugi (Quesito n. 76-2009/C – Revocabilità del provvedimento di assegnazione della casa familiare in sede di separazione personale tra coniugi, in CNN Notizie del 24 marzo 2009, est. MATTIA) - che gli stessi, anche a seguito del provvedimento di omologa del tribunale, non assumono la natura di provvedimenti giudiziali di contenuto decisorio, rispetto a cui la volontà dei coniugi si atteggerebbe come presupposto. Il provvedimento di omologa, pertanto, non solo non recepisce il contenuto, nel merito, dell’accordo di separazione o di divorzio, trasformandolo in qualcosa di capace di passare in giudicato (tanto è vero che le condizioni in esso previste sono suscettibili continuamente di modifica o revisione), ma si limita, come ogni omologa, a giudicare sull’astratta idoneità di quanto deciso dai coniugi a rispondere al modello previsto dall’ordinamento, ed a decidere sulla sua carenza di potenziale lesività di norme imperative o di ordine pubblico.

 

Pertanto, a differenza del caso prospettato nel quesito (in cui dell’accordo di trasferimento immobiliare si dava atto in sede di sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio), non si ravvisano difficoltà nell’ammettere la confermabilità, con un atto notarile (anche unilaterale) avente forma di atto pubblico, del verbale carente delle menzioni urbanistiche richieste dalla legge (cfr. TRAPANI, cit., cui si rinvia per ulteriori riferimenti).

 

 

 

NOTA

 

 

(1) Si precisa che i riferimenti normativi in essa citati (gli artt. 17 e 18 della legge 47/85), vanno aggiornati rispettivamente con le disposizioni di cui agli artt. 46 e 30 del T.U. in materia edilizia. Giova, peraltro, osservare che le conclusioni ivi raggiunte sono comunque attuali in quanto il contenuto degli artt. 17 e 18 l. 47/85 è stato sostanzialmente riprodotto nel T.U. sull’edilizia, con l’aggiunta della possibilità di conferma, già prevista per i fabbricati, anche in relazione agli atti aventi ad oggetto terreni, così come disposto dal comma 4-bis dell’art. 30, introdotto dalla l. n. 246 del 2005.

 

Si riproduce qui di seguito il testo integrale della nota:

 

“Si chiede se costituisca un valido titolo di provenienza una sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio emessa nel 1991 e trascritta nei competenti registri immobiliari nel 1992, a seguito di causa di divorzio promossa congiuntamente da entrambi i coniugi, con la quale venne dato atto dell’avvenuto raggiungimento dell’accordo di assegnazioni divisionali immobiliari tra i coniugi.

 

Fra le assegnazioni sono ricompresi come beni assegnati al marito un fabbricato rurale e dei terreni agricoli e per questi ultimi manca la allegazione del certificato di destinazione urbanistica; come beni assegnati alla moglie un fabbricato urbano. Per detti fabbricati sono rispettate le prescrizioni di cui all’art. 40, comma 2°, della legge 28 febbraio 1985, n. 47 e dell’ art. 3, comma 13 ter, della legge 26 giugno 1990, n. 165, pur in assenza della rituale formula dell’ammonizione ai sensi della legge 4 gennaio 1968, n. 15.

 

Su quest’ultimo punto, a prescindere dalla posizione che si prenderà riguardo alla applicabilità delle citate disposizioni alla fattispecie in esame, è sufficiente ricordare come l’opinione del Consiglio Nazionale era quella di ritenere sì necessario l’ammonimento, il quale era stabilito come obbligatorio da norma di legge, ma che di esso non ne fosse essenziale una documentazione nell’atto autenticato o nella formula dell’autentica: in altre parole, che dell’avvenuto ammonimento non ne era necessaria la menzione (C.N.N., note 26 gennaio 1996, n, 208; 29 settembre 1995, n. 2409; 26 giugno 1995, n. 1746; 23 giugno 1995, n. 1748; G. Casu, Formalità dell’autocertificazione, in Consiglio Nazionale del Notariato, Studi e materiali, VI, Milano, 2001, 121 ss.; A.. Ruotolo, Riflessi dell’abrogazione della legge 15/1968, in Consiglio Nazionale del Notariato, Studi e materiali, Quaderni semestrali, 2001, 128 ss.).

 

Più problematico l’esame dell’aspetto relativo alla applicabilità delle leggi 47/1985 e 165/1990 alla sentenza di divorzio e alla legittimità della sentenza stessa nella parte in cui viene a recepire accordi divisionali del tipo di quelli contenuti nella pronuncia del 1991.

 

Nel caso di specie, evidentemente, nel corpo della sentenza che pronuncia la cessazione degli effetti civili del matrimonio viene recepito un accordo divorzile che si colloca normalmente a monte della pronuncia ed è soggetto, al pari di quello di separazione, a omologazione del tribunale. Riguardo a tale accordo si ritiene ormai pacificamente che le disposizioni della legge 47/1985 (ed eventualmente quelle di cui alla legge 165/1990 ove si tratti di fabbricato censito al catasto edilizio urbano) trovino applicazione, a pena di nullità, anche riguardo queste sistemazioni patrimoniali.

 

Per quanto attiene all’assegno di separazione, questo può essere corrisposto in un'unica soluzione e si può sostanziare anche nel trasferimento della proprietà o di altro diritto reale su beni immobili. Secondo un orientamento (Consiglio Nazionale del Notariato, nota 15 novembre 1996, prot. 3101), il provvedimento con il quale il tribunale omologa la convenzione fra i coniugi di realizzare la corresponsione in un'unica soluzione dell'assegno di separazione mediante l'assegnazione di un bene immobile è soggetto alle prescrizioni della legge 47/1985; quando invece l'accordo omologato sia soltanto preparatorio della definitiva e concreta separazione, che necessita peraltro, ai fini del trasferimento reale dei beni stessi, di un atto successivo, le prescrizioni della legge 47/1985 non devono essere applicate.

 

In giurisprudenza si giunge alle stesse conclusioni per quel che concerne la corresponsione dell'assegno divorzile in unica soluzione mediante trasferimento della proprietà o di altro diritto reale: “la corresponsione dell'assegno di divorzio in unica soluzione, come previsto dall'art. 5, comma quarto della legge 1 dicembre 1970 n. 898, può avvenire, anche sotto l'imperio della legge n. 74/1987, con il trasferimento della proprietà o di altro diritto reale su beni determinati. Il tribunale, adito dai coniugi ai sensi dell'art. 3 n. 2 lett. b) della legge n. 898/1970, come modificato dalla novella n. 74/1987, ai fini della pronuncia del divorzio, e chiamato a ratificare la volontà delle parti di realizzare la corresponsione in unica soluzione dell'assegno divorzile mediante il trasferimento, in favore di una di esse, di un diritto reale su di un bene immobile determinato, deve farsi carico, alla stessa stregua di un pubblico ufficiale rogante, del rispetto degli adempimenti di cui alla legge sul condono edilizio (legge n. 47/1985), per cui i coniugi devono allegare la documentazione prevista dall'art. 40 della legge predetta” (Trib. Verona, 16 gennaio 1987, in Giur. merito, 1989, p. 933; Trib. Verona 12 novembre 1987, in Diritto di fam. e delle persone, 1989, p. 65 l; Trib. Verona 16 novembre 1987, in Giur. it., 1989, p. 910).

 

Sin qui si sono brevemente analizzate le ipotesi di trasferimenti attuati in virtù di una accordo negoziale che viene successivamente integrato da un successivo provvedimento giudiziale.

Il riferimento fatto all’assegno di divorzio impone di esaminare l’ipotesi in cui detto trasferimento costituisca esso stesso oggetto di pronuncia giudiziale, come accaduto nel caso di specie.

 

Preme, al riguardo, rilevare come, in linea generale, le sentenze non possano essere ricomprese nell’espressione “atti fra vivi” di cui all’art. 18 e alle altre norme sopra richiamate, dovendosi con tale terminologia individuare principalmente atti traslativi a contenuto negoziale.

 

Ciò non significa, tuttavia, che non vi sia spazio per applicare a talune pronunce la normativa in esame, allorché si tratti di pronunce sostitutive dell’accordo negoziale: ci si riferisce, in particolare, all’art. 2932 cod. civ., per la cui sentenza è necessario rispettare le prescrizioni di cui alla legge 47, ed a proposito del quale è sufficiente richiamare i due precedenti studi del Consiglio Nazionale sul punto (A. Ruotolo, Esecuzione in forma specifica dell’obbligo a contrarre e condono edilizio, in Studi e materiali, VI, Milano, 2001, 749 e ss.; E. Fabiani, Esecuzione specifica dell’obbligo di concludere un contratto e l. 47/85 sul condono edilizio, ibidem, 1115 ss.).

 

E, a tal proposito, sono state anche articolate le possibili soluzioni in ordine all’ingresso nella procedura e dello stesso certificato e della “dichiarazione di vigenza” (ancora E. Fabiani, op. cit.).

 

Non può in definitiva escludersi che, sotto questo profilo, le conclusioni cui si è giunti con riguardo all’art. 2932 non possano esser riprese anche per la “anomala” pronuncia in esame anche se non ci si nasconde che il problema appare di difficile soluzione.

 

Basti qui evidenziare, comunque, che quella “funzione sostitutiva” del contratto definitivo che viene riconosciuta alla sentenza di esecuzione in forma specifica dell’obbligo a contrarre può verosimilmente riconoscersi anche alla pronuncia emessa in sede di divorzio che recepisca quegli accordi divisionali (ma lo stesso è a dirsi per l’assegno divorzile) la cui sede propria è un atto negoziale da sottoporsi all’omologazione del giudice e per il quale, come si è detto, le prescrizioni di cui alla legge 47 vanno rispettate.

 

Sono pertanto legittimi i dubbi in ordine alla validità del trasferimento operato in detta sede, dovendosi peraltro ricordare che, se di nullità si tratta, questa, in virtù dell’art. 18 e a differenza di quanto accade per i fabbricati, non è neppure successivamente sanabile mediante atto di conferma.

Ma v’è di più perché deve rilevarsi come, nel caso di specie, la pronuncia con la quale si dà atto dell’assegnazione divisionale sia una sentenza di divorzio, per cui si pone il problema della legittimità della ricomprensione di siffatta statuizione nell’ambito di tale procedimento speciale.

 

Si deve a tal riguardo osservare come nella giurisprudenza si sia registrata una sorta di evoluzione sul punto.

E così, secondo un orientamento più risalente, ma che si colloca in tempi vicini a quelli in cui venne resa la sentenza in esame, anche i beni immobili devono ritenersi compresi nell’amplissima dizione contenuta nella legge 10 maggio 1976, n. 260 (Interpretazione autentica dell'art. 8 della tariffa, allegato A, parte prima, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 634 , in materia di imposta di registro sulle sentenze di divorzio e di separazione personale), che prevede che la sentenza di divorzio contenga condanna al pagamento di assegni o attribuzioni di cespiti patrimoniali (App. Brescia, 4 novembre 1987, in Dir. fam., 1988, 900).

 

L’art. unico di detta disposizione stabilisce che le sentenze di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e quelle di separazione personale, ancorché portanti condanne al pagamento di assegni o attribuzioni di beni patrimoniali, nonché quelle che modificano tali condanne o attribuzioni, si intendono sottoposte alla imposta di registro, prevista in misura fissa dall'articolo 8, lettera e), della tariffa allegato A, parte I, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 634.

 

Più recentemente, invece, la giurisprudenza sembrerebbe aver assunto - anche sulla base della nuova formulazione dell’art. 40 c.p.c., a seguito della sua riforma con legge 26 novembre 1990, n. 353, un atteggiamento più rigido - che si riscontra in Trib. Terni 21 agosto 1996 (in Rass. Giur. umbra, 1996, 690) secondo il quale è inammissibile, in un giudizio di divorzio, la richiesta di divisione dei beni di proprietà dei coniugi, già oggetto della disciolta comunione legale, non avendo le due domande alcun elemento oggettivo comune e non dipendendo la loro decisione dalla risoluzione di identiche questioni di diritto; o, ancora, in Trib. Bari, 4 maggio 1999, in Corti Bari, Lecce e Potenza, 2000, I, 337, per il quale nel giudizio di divorzio, ogni eventuale domanda che si collochi al di fuori del ristretto novero di quelle espressamente indicate dal legislatore per il procedimento (speciale) di divorzio, deve considerarsi inammissibile, potendo e dovendo trovare adeguata sede di trattazione in autonomo e separato giudizio (nelle specie, le parti avevano proposto, insieme alla domanda di divorzio, quella di divisione dei beni in comunione).

 

Orientamento che ha avuto, in tempi ancor più recenti, l’avallo della Suprema Corte, secondo la quale l’art. 40 cod. proc. civ. novellato dalla legge n. 353/90, consente nello stesso processo il cumulo di domande soggette a riti diversi, soltanto in presenza di ipotesi qualificate di connessione (art. 31, 32, 34, 35 e 36), così escludendo la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente ai sensi dell'art. 33 cod. proc. civ. e soggette a riti diversi.

 

Conseguentemente è esclusa la possibilità del "simultaneus processus", nell'ambito dell'azione di divorzio soggetta al rito della camera di consiglio con quella di scioglimento della comunione di beni immobili, di restituzione di beni mobili, di restituzione e pagamento di somme che sono soggette al rito ordinario trattandosi di domande non legate dal vincolo di connessione, ma in tutto autonome e distinte dalla domanda di divorzio (Cass. 15 maggio 2001, n. 6660; nello stesso senso Cass. 12 gennaio 2000, n. 266, in Fam. e diritto, 2000, 594 e ss. con nota di F. Porcari, Sono cumulabili ex art. 40 c.p.c. domanda di divorzio e domanda di divisione di beni comuni?; e ancora, Cass. 29 maggio 1996, n. 4987, in Foro it., 1998, I, 1597 ss., con nota di M.G. Civinini, Sulla cumulabilità delle domande di separazione personale e di scioglimento della comunione legale e Cass. 19 aprile 1995, n. 4395, in Giust. civ., 1995, I, 2054).

 

In sostanza la Cassazione nega che in una sentenza di divorzio possa trovare ingresso una statuizione del tipo di quella prospettata con cui si dà atto del raggiungimento dell’accordo divisionale e si dispone il conseguente trasferimento, poiché questa avrebbe dovuto svolgersi secondo le forme ed il rito previsti dagli artt. 784 e ss. c.p.c. a seguito di separata domanda, ovvero esser contenuta in apposito atto negoziale.

 

Ciò posto, mi pare peraltro che, tanto quest’ultimo tipo di vizio che quello relativo alla mancata produzione della certificazione urbanistica si traducano in motivi di nullità che, ai sensi della previsione di cui all’art. 161, 1° comma, c.p.c., si convertono in motivi di impugnazione, con conseguente sanatoria della nullità ove gli stessi non siano fatti valere con i mezzi di impugnazione.

 

E, se tale conclusione può suscitare qualche perplessità sotto il profilo della possibilità che le parti si accordino nel senso di non procedere alla produzione della certificazione urbanistica, di non fare valere il relativo vizio in corso di giudizio e di non impugnare la sentenza facendo scattare la relativa sanatoria, tali perplessità devono essere superate in considerazione:

- del fatto che ci si trovi di fronte ad una nullità rilevabile d’ufficio da parte del giudice;

- del rimedio di cui all’art. 397 n. 2 c.p.c. il quale reca “revocazione proponibile dal pubblico ministero” e prevede che: « nelle cause in cui l’intervento del pubblico ministero è obbligatorio a norma dell’art. 70 primo comma, le sentenze previste nei due articoli precedenti possono essere impugnate per revocazione dal pubblico ministero: … 2) quando la sentenza è l’effetto della collusione posta in opera dalle parti per frodare la legge”.

 

In definitiva, occorre rilevare come il formarsi del giudicato in ordine alla sentenza in esame consenta di ritenere la stessa, sia pure con qualche perplessità, quale idoneo titolo di provenienza”.

 

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