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LIBERALIZZAZIONI O SINISTRA. APPUNTI CONTRO L’IDEA COMPETITIVA DELL’ES

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di Fabrizio Forte

[...] Il secondo blocco di provvedimenti «cresci Italia» [...] comprende invece una serie di misure che prevedono l'apertura alla concorrenza di settori in cui l'offerta - e quindi il relativo accesso, in termini di esercizio di determinate professioni, prestazione di servizi o vendita di beni - è attualmente contingentata dalla legge, attraverso la riserva alla pubblica amministrazione, a livello statale, regionale o locale, di un sistema di autorizzazioni, concessioni, licenze o abilitazioni che ne regolano e limitano il libero espletamento.

[...] le ricette di cui qui s'intende discutere e che sono, in effetti, al centro di un vivo interesse nel Paese ma che meriterebbero, forse, un'analisi un po più accorta all'interno della sinistra sono quelle che hanno ad oggetto l'esercizio delle attività di alcune categorie professionali (tra gli altri, taxisti, farmacisti, notai, avvocati ed altri professionisti, gestori della distribuzione di carburanti, edicolanti e commercianti) che verrebbero notevolmente incisi dagli interventi di liberalizzazione.

Non è un mistero, del resto, che tale tipo di intervento fosse da tempo invocato, da un certo filone di pensiero che ha tra i suoi massimi esponenti l'economista ed editorialista del Corriere della Sera Francesco Giavazzi (e che ha goduto di un certo successo all'epoca dell'ultimo governo di centrosinistra), come il nucleo di quelle riforme a costo zero cui sarebbe demandato l'arduo compito di rilanciare la crescita del nostro Paese, eliminando al contempo le incrostazioni di un sistema -rappresentato sempre in chiave di anomalia rispetto al resto del mondo occidentale - che sarebbe caratterizzato da un'eccessiva rigidità sociale e da una logica di casta.

Il Partito democratico è vero e proprio brodo di coltura dell'ideologia che sostiene le liberalizzazioni (si può dire senz'altro, anzi, che esso sia il partito delle liberalizzazioni par exellence); dalle ben note lenzuolate di Bersani al ddl Lanzillotta sui servizi pubblici locali, esso ha da tempo - sin dalla sua nascita - sposato un linguaggio di tipo mercatistico e consumieristico ed abbracciato la bandiera dell'apertura al mercato e alla libera concorrenza di settori ampi della vita economica. Oggi, le adottande misure di liberalizzazione costituiscono per il PD un indubbio successo politico (comunque la si pensi sugli effetti dell'appoggio incondizionato che esso ha offerto al governo dei tecnici), che esso non tarderà a rivendicare, a mo di contropartita, presso la sua base, per farle mandare giù l'indigesto rospo della riforma del mercato del lavoro, che sosterranno, a questo punto (e per restare in metafora), senza troppi mal di pancia.

Tuttavia anche a sinistra del PD, in quella parte politica, s'intende, che da anni va denunciando i disastri della globalizzazione neoliberista, che ha animato in questi mesi i movimenti di indignazione di massa contro la gestione politica della crisi da parte delle élites finanzcapitaliste e che, a partire dallo straordinario risultato delle amministrative e dei referendum di giugno, si propone come alternativa politica concreta, fondata su un diverso modello di sviluppo e su una maggiore giustizia sociale, non si nasconde una certa simpatia, sempre più diffusa, per alcune di queste misure, quantomeno per quelle che andrebbero a colpire categorie sociali di benestanti, la classe media o medio-alta di questo Paese, beneficiaria si sostiene da sempre, di rendite di posizione. Spesso con la consapevolezza che non possa certo costituire, questa, il punto di partenza di una seria politica anticiclica che sostenga la domanda aggregata e che colpisca il cuore dei poteri forti responsabili della crisi economica (che la vera ciccia, in parole povere, sia altrove), e tuttavia con la convinzione che, dal punto di vista anche meramente simbolico, della equità nella distribuzione dei sacrifici, promuovere lo sviluppo della concorrenza in taluni settori sia qualcosa di (socialmente) giusto e di auspicabile.

In effetti, a risultare particolarmente persuasivi anche a tali latitudini politiche non sono tanto le argomentazioni di principio sulla intrinseca bontà di un mercato in libera concorrenza (sia pure limitatamente ai settori presi in esame da questi interventi) o sulle presunte opportunità che si schiuderebbero all'universo dei consumatori in termini di costi minori dei servizi o di maggiore qualità degli stessi - le pregresse esperienze di liberalizzazione hanno reso più avveduto in merito chiunque non vi si accosti con approccio fideistico -, quanto la percezione diffusa di una ingiustizia di fondo: tale ingiustizia deriverebbe dall'essere, in Italia, la mobilità sociale impedita dalla presenza di queste caste impermeabili all'imposizione di sacrifici di qualsiasi tipo, che puntualmente si muoverebbero come lobby, in modo compatto, per frenare le spinte di rinnovamento e di svecchiamento del sistema, bloccando l'emersione dei giovani talenti e funzionando come una possente forza di conservazione, secondo una logica di status, di tipo corporativistico/medioevale, di odiosi privilegi e ricchezze.

A tali categorie, la spendibilità di tipo economico della professionalità acquisita sarebbe garantita in regime di oligopolio dal suindicato sistema di contingentamento all'ingresso e non rimessa, come avviene per altre categorie, alla selezione ex post, da parte del mercato - secondo la legge del libero incontro fra domanda e offerta, e attraverso lo strumento apparentemente neutro e simmetrico del contratto - in termini di efficienza, che fa fuori chi non riesce a rendersi sufficientemente competitivo. Peraltro, si aggiunga, si tratta allo stato di spazi sottratti, per legge o per il modo in cui è concepita e strutturata la relativa attività, all'ingresso di società di capitali sul modello dell'impresa capitalistica.

Ora, qui si intende sostenere esattamente che tra la riforma del mercato del lavoro e le proposte di liberalizzazione in discussione intercorra un rapporto di complementarietà e di perfetta omogeneità culturale e politica, inscrivendosi esse nel solco di un medesimo impianto ideologico e tutelando entrambe, in definitiva, gli interessi dei medesimi centri di potere, ben determinati e che determineremo, espressione della realtà capitalista e finanziaria, i quali si gioveranno dell'apertura di spazi vergini per nuove pratiche di accumulazione originaria; e che peraltro ciò avrà effetti devastanti, in termini di proletarizzazione in senso marxiano di una larga fascia del ceto medio del nostro Paese, di ulteriore precarizzazione delle esistenze e di peggioramento della qualità della vita, di tutti.

Non è un caso che il mantra della mobilità sociale nasca dalla stessa fucina di linguaggi e di immaginario che ha partorito la flexsecurity (sono state le parole d'ordine di molti maître à penser del centrosinistra degli ultimi anni), nutrendosi delle stesse menzogne, delle stesse approssimazioni, degli stessi luoghi comuni fatti circolare ad arte nei salotti televisivi e nella stampa mainstream, per la costruzione di un senso comune addomesticato e la veicolazione - con il metodo del capro espiatorio - della riprovazione sociale verso certe categorie, al fine di far calare la soglia di attenzione nei confronti dei poteri veramente forti ed egemoni, responsabili della crisi economica, lì dove si annidano le reali disuguaglianze ed ingiustizie.

Quando il ministro del Welfare Elsa Fornero parla di «riforma del ciclo di vita» per descrivere, enfaticamente, le misure che il governo avrebbe di lì a poco presentato per dare avvio alla Fase 2 - e nella cui espressione Ida Dominijanni, in un articolo apparso sul manifesto del 21.12.2011, coglie quella «pretesa di governo delle vite che è il cuore del biopotere contemporaneo» - si colloca, schiettamente, proprio allinterno di questo paradigma linguistico, comunicandoci che saranno proprio i nostri stili di vita, nel rapporto con lo spazio e con il tempo dell'esistenza, a dover cambiare radicalmente.

E a questo vero e proprio passaggio di civiltà un indubbio contributo politico ed ideologico, molto forte, è venuto senz'altro dall'Europa, che - dalla direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione del mercato interno dei servizi alle politiche per i consumatori, «diabolici meccanismi di pacificazione sociale» (Ugo Mattei, Europa senza rotta e senza ideologia, http://www.globalproject.info), cui consegue «passività, consumismo, isolamento e partecipazione della retorica dominante» - priva di una direzione politica, ha pagato la mancanza di una visione forte del mondo con la subalternità più totale agli interessi dei grossi centri del potere capitalistico.

Di qui la definizione (persino in manuali di diritto!) dei Paesi che per primi si sono avviati sulla strada delle liberalizzazioni (e delle privatizzazioni) di ampi settori della vita economica come Paesi «virtuosi», per questo sol fatto e senza alcun riscontro effettivo degli eventuali benefici sulle vite delle persone, foss'anche in meri termini di minori costi relativi di medio-lungo periodo per il consumatore, legati all'opzione liberalizzatrice. In ossequio ad un modello che nasce esplicitamente per neutralizzare la gestione politica della vita economica - di qui anche la nascita di nuovi moduli organizzativi per la pubblica amministrazione e la creazione di Authorities che dovrebbero garantire la parità delle armi in un mercato in libera concorrenza - e che si è tradotto quindi in una convergenza generale dei sistemi giuridici per l'efficienza, ossia lo scarso o nullo controllo degli attori forti del mercato che fanno il loro ingresso nei settori liberalizzati.

Proprio questi attori forti, autentici oligopoli transnazionali e laboratori della cultura e della retorica dominante nel nome dei cui principi si attuano queste politiche, saranno coloro che più si avvantaggeranno, con ogni probabilità, anche dei provvedimenti di liberalizzazione che il governo Monti sta per presentare (ad onta dei pur notevoli ridimensionamenti che pare vi saranno rispetto alle proposte originarie): si tratta infatti degli unici soggetti in grado di sostenere i costi, i ritmi, gli investimenti e i modelli organizzativi necessari per reggere, con limpiego di lavoro dipendente precario e sottopagato che verrebbe messo in concorrenza con il lavoro autonomo finendo per inglobarlo, la sfida della competitività più totale.

Chi altri, infatti, se non la grande distribuzione ed il centro commerciale, aperto al limite 24 ore su 24 grazie al maggior numero di dipendenti disposti ad una modulazione assai flessibile dell'orario di lavoro, si gioverebbe della liberalizzazione degli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali (nonché della possibilità di praticare sconti ed offrire la propria merce ribassata tutto l'anno)? Come si fa a sostenere seriamente che si tratterebbe di un'opportunità in più, di una libera opzione rimessa alla volontà del singolo negoziante contro assurde imposizioni stataliste (senza contare, poi, che si tratterebbe di una materia di competenza esclusiva delle regioni), laddove è evidente che a quest'ultimo resterebbe ben poca scelta, che vedrà peggiorata notevolmente la sua qualità di vita per non rischiare di risultarne letteralmente spazzato via?

Ma la battaglia in nome dei presunti diritti e della libera soddisfazione dei bisogni del cittadino-consumatore non si cura delle wasted lives che essa finisce per creare, né dell'inevitabile effetto di immiserimento culturale e desertificazione dei quartieri e delle piazze, con l'ulteriore corollario dello sfibramento del tessuto dei legami sociali e delle stesse relazioni interpersonali.

Ancora la grande distribuzione trarrebbe, più di chiunque altro, un indubbio vantaggio dalla liberalizzazione di un numero sempre maggiore di farmaci (aprendo eventualmente parafarmacie ed assumendo farmacisti all'interno dei propri supermercati e centri commerciali) o da quella delle edicole, con la possibilità di vendere i giornali, ovviamente quelli pubblicati dai grandi gruppi editoriali - non puri, cioè con interessi prevalenti in settori diversi dall'editoria - gli unici a resistere alle pressioni del mercato a seguito del taglio ai fondi per l'editoria.

Chi, se non i grossi studi legali e professionali (le law firms, sul modello angloamericano), poi, sarebbe veramente in grado di praticare prezzi concorrenziali, ammortizzandoli con l'enorme quantità di cause patrocinate grazie ad un'organizzazione di tipo aziendale e facendo fuori i piccoli, spesso assai valenti e competenti, studi professionali unipersonali? Sicuramente, se non altro, non è pensabile che l'abolizione delle tariffe possa in alcun modo esser d'aiuto ad un giovane professionista alle prime armi, per il quale anzi esse costituiscono un'indispensabile garanzia, sulla quale poi praticare anche eventuali sconti (d'altra parte, non preventivabili, secondo l'assurda disposizione che imporrebbe al professionista di concordare in forma scritta con il cliente il preventivo dell'onorario di quella che è una prestazione intellettuale, non materiale). L'unico effetto sicuro sarebbe quello di creare una vera e propria giungla, in cui si insinuerebbero con facilità operazioni magari al limite della legalità, cosicché anche i fruitori di tali prestazioni si ritroverebbero meno sicuri e meno garantiti.

Per non parlare della possibilità di istituire, per l'esercizio delle attività professionali, tutti i tipi di società regolamentate dal codice civile, quindi anche le società di capitali - che farebbero trionfalmente ingresso in un settore che allo stato è loro precluso - col chiaro intento di assimilare i servizi professionali (specialmente quelli giuridici) all'erogazione di attività imprenditoriali e con il risultato dell'accentramento ulteriore della ricchezza nelle mani di pochi, grandi, gruppi. Finendo così i professionisti per non essere più lavoratori autonomi, ma a tutti gli effetti dipendenti del socio di maggioranza, che magari è una banca o un'impresa che opera in diversi settori e i cui interessi potrebbero potenzialmente influire sulla stessa attività professionale ed eventualmente porsi in conflitto con un corretto esercizio di essa.

Quanto alla famigerata categoria dei tassisti, la cui rappresentazione mediatica di questi giorni come lobby superpotente, in grado di mettere sotto scacco il potere politico con i suoi ricatti selvaggi, è - diciamocelo - quantomeno grottesca, va premesso che le particolari (ma, senza dubbio, discutibili) modalità di accesso alla professione, i limiti quantitativi al numero di operatori ammessi, la fissazione di tariffe e la regolamentazione amministrativa del servizio attraverso i turni e la programmazione territoriale è una diretta conseguenza dell'esigenza di garantire gli obblighi di servizio pubblico (continuità, universalità e copertura territoriale), rientrando il servizio-taxi nel sistema di trasporto pubblico locale (Tpl), nel rispetto della dignità di tali lavoratori.

Attualmente, gli erogatori di tale servizio possono avere natura giuridica di impresa artigiana (anche in consorzio) o di cooperativa, ma non di società di capitali; è vietato inoltre il cumulo di più licenze in capo ad un medesimo soggetto.

Cosè che non ci piace dei tassisti? Che dichiarano al fisco troppo poco evadendo le tasse? Che il costo del servizio sia troppo alto in molte città italiane? La prima questione (che andrebbe sostenuta tuttavia con ben più consistenti rilevazioni comparatistiche che non le mere testimonianze di esperienza comune) non si risolve certo liberalizzando il servizio, è evidente, ma magari, come propone Guido Viale sul manifesto del 18.01.2012, imponendo il rilascio di scontrini fiscali emessi direttamente da un tassametro che funzioni come un registratore di cassa. Quanto al secondo problema, si tratterebbe piuttosto di ridiscutere complessivamente il sistema del trasporto pubblico locale (ed, anche in questo caso, fuori dalla logica del profitto privato), senza pensare con improvvide invocazioni esterofile che la soluzione debba essere necessariamente peggiorativa delle condizioni lavorative di tale categoria di lavoratori.

Peraltro oltre alla non eludibile questione relativa al costo sostenuto dai tassisti per ottenere la licenza ed alla svalutazione che subirebbe con il rilascio di altre non sarebbe male chiedersi cosa s'intende per apertura alla concorrenza dei tassisti, e su cosa tale competizione si strutturerebbe: un tassista prende la corsa perché sta in fila ed è il suo turno, non perché guidi meglio la macchina (magari più velocemente) o perché sia disposto a contrattare un prezzo inferiore. Ma, d'altra parte, è davvero questo che vorremmo?

Il risultato di una liberalizzazione vera e propria rischierebbe di essere, anche qui, la vendita delle licenze (che finiranno per non valere più niente o per non rendere abbastanza) a qualche società, che eventualmente abbia già una grossa disponibilità di autoveicoli (mettiamo, la Herz o altre società di autonoleggio), la quale le comprerà in blocco e assumerà alle sue dipendenze, magari pagandoli a cottimo, tanti giovani zelanti costretti a correre come bestie, e realizzando grandi margini di profitto anche nel settore del trasporto pubblico locale. Forse si tratta di uno scenario apocalittico. Forse, invece, più semplicemente, si tratta di quanto avviene quotidianamente a New York, dove le licenze vengono affittate giorno per giorno a dei disperati (per lo più, extracomunitari messicani e portoricani) che hanno la fortuna di disporre di un'automobile e che cercheranno di far fruttare quel giorno di lavoro il più possibile (altro che impresa in un giorno cara al Capezzone dei bei tempi andati!). Secondo un recente sondaggio pubblicato dal New York Times, quello di tassista è il secondo mestiere meno desiderabile dai cittadini newyorkesi dopo quello di becchino.

Per la categoria dei notai, poi, andrebbe fatto un discorso a parte - che non è possibile affrontare ora, se non marginalmente -, a cominciare dall'avversione che per il sistema di notariato latino (che è un'organizzazione professionale mista, con forti tratti di pubblico) nutre il mondo delle grandi imprese e dell'alta finanza, in particolare gli oligopoli di banche e compagnie di assicurazione, i quali mal sopportano i controlli di legalità ex ante delle operazioni economiche che la funzione del notariato garantisce, e che in qualche modo ne contiene la spregiudicatezza affaristica e pone limiti alla libera manifestazione dei loro animal spirits.

Non si intende introdurre con ciò, a scopi persuasivi, la logica dei nemici dei miei nemici (per quanto una riflessione su questo, quantomeno ai fini di individuare e decostruire i dispositivi mediatici messi in campo, risulterebbe opportuna), ma di affermare con decisione che i notai - sia consentito, enfaticamente, l'uso del soggetto per la funzione - si oppongono alla dittatura dei mercati, sono anzi un importante baluardo contro la cultura della deregulation neoliberale, in quanto inverano l'idea che il diritto debba «disciplinare e regolamentare i comportamenti di mercato, selezionando quelli ammissibili e vietando quelli inammissibili sulla base di un criterio estrinseco rispetto alle esigenze del mercato stesso» (Mattei), che il diritto, insomma, non abbia il compito di essere market friendly, oliandone i meccanismi.

Il notaio svolge una fondamentale funzione di certezza dei traffici giuridici - in particolare, oltre che in materia di successioni, nella circolazione dei beni immobili e nei passaggi più rilevanti dell'attività societaria - resi instabili da costruzioni giuridiche spesso elastiche e spregiudicate, nate non di rado, sulla base di esperienze straniere, ad uso e consumo esclusivo della grande impresa capitalistica, a tutela degli interessi dei grandi assetti proprietari e della circolazione libera di enormi capitali finanziari.

Il ricorso al notaio è imposto quindi dalla legge per assicurare contratti e verbalizzazioni ineccepibili e, soprattutto, per far sì che l'autonomia privata non superi i limiti di legalità fissati dalle norme. La funzione sociale svolta dal notaio è dunque quella di tutela del contraente debole, trattandosi spesso di momenti essenziali della vita del cittadino, nei quali questo non può rischiare niente, anche perché probabilmente non potrà permettersi di sostenere, poi, lunghe, costose ed estenuanti azioni legali.Quindi la funzione è, altresì, quella di prevenire il contenzioso successivo, con enormi risparmi anche per la collettività.

Le tariffe, in ragione dell'obbligatorietà dell'intervento del notaio, sono fissate dallo Stato: qui è opinione comune che risiederebbe il vero scandalo, la vera indecenza (declinata penalmente: estorsione, rapina, furto) di questi mandarini del diritto. Tuttavia l'onorario del notaio in un'operazione di compravendita, ad esempio - nella quale egli garantisce nei confronti dei clienti la libertà da ipoteche ed altri vincoli, a fronte di gravissime responsabilità dal punto di vista civile, penale e disciplinare in cui incorrerebbe in caso di errore - è pari mediamente alla metà della tariffa degli avvocati per l'assistenza in un analogo affare e a circa un sesto di quanto riscuote il mediatore mobiliare; e, soprattutto, si tratta di cifre lontanissime da quelle, letteralmente inventate dal nulla, tirate fuori spesso e volentieri nei salotti televisivi.

Nei Paesi in cui i notai non esistono ovvero il loro intervento non è obbligatorio (sostanzialmente, in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove il controllo di legalità nei trasferimenti immobiliari è rimesso rispettivamente alle banche e alle compagnie di assicurazione), i casi di successiva evizione o di truffe ipotecarie sono assai più frequenti. I costi complessivi delle varie operazioni, fra avvocati contrattualisti, da cui non si può non farsi assistere, imprese assicuratrici e agenzie immobiliari, non sono affatto inferiori. Gli esosi avvocati contrattualisti (i solicitors), tuttavia - peraltro privi di alcuna posizione di terzietà e della funzione istituzionale di tutela del contraente debole -, non offrono (non sono tenuti ad offrire) alcuna garanzia sulla provenienza e sulla libertà da vincoli degli immobili compravenduti, né, di conseguenza, sono soggetti alle responsabilità cui sono soggetti i notai. La tutela, qui, è ex post: le assicurazioni, che tuttavia spesso sono assai restie a risarcire il danno, se non a seguito di lunghi contenziosi.

Il numero programmato sul territorio, poi (il cd. numero chiuso), garantisce ovunque un servizio pubblico uniforme e di qualità, in ragione anche del vincolo che lega i notai alla sede di assegnazione. Si tratta di una garanzia per il cittadino (quello della sicurezza giuridica e anche della sicurezza tout court, nel senso della pace di spirito) dal valore enorme: il notaio raggiunge anche i contesti più marginali e periferici e, ad un costo più o meno analogo, il cittadino sa di essersi rivolto ad un professionista qualificato, che è giunto alla professione dopo studi estremamente rigorosi attraverso un percorso assai selettivo. Le liberalizzazioni, viceversa - in questo come negli altri settori -, creano inevitabilmente la prima, la seconda, la terza e la quarta classe, così come i treni di Montezemolo e, dietro di lui, Trenitalia, oltre alla potatura dei rami secchi improduttivi, che garantiscono pochi margini di profitto (o comportano costi eccessivi per l'erogazione del servizio).

La battaglia a sostegno di significative riduzioni del monopolio professionale del notariato latino, condotta in nome dei principi neoliberisti e del mercato dei servizi giuridici, dunque, avvantaggerebbe, ancora una volta, i grossi oligopoli transnazionali responsabili della crisi ed interessati ad insinuarsi nei processi di liberalizzazione in atto.

Un'ulteriore considerazione sia consentita sul mantra della mobilità sociale (che, per inciso, per quanto mi riguarda ha un valore socialmente neutro e può costituire tutt'al più un plafond, da non esasperare, per innestarvi serie politiche di redistribuzione delle ricchezze, di welfare universale e incondizionato, fondate sui beni comuni e sulla qualità della vita di tutte e tutti): secondo lo studio di studio di Patrizio Piraino, economista dellUniversità di Siena, Comparable Estimates of Intergenerational Income Mobility in Italy (pubblicato nel 2007 e scaricabile da http://www.bepress.com/bejeap/vol7/iss2/art1/?sending=10030), il livello di rigidità sociale dell'Italia è assolutamente in linea con quello dei Paesi anglosassoni, dove non esistono gli ordini professionali così come li conosciamo noi: oltre il 50% del vantaggio dei genitori passa ai figli. È alto. Scandalosamente alto. Ma non legittima la vulgata neoliberista sugli ordini e sulle liberalizzazioni (che peraltro agirebbero, nella migliore delle ipotesi che non si realizzerà sul lato dell'offerta, non toccando, anzi, provvedendo, come si è sostenuto, a falcidiare ulteriormente la domanda aggregata). Molto più mobile appare il sistema di paesi come la Svezia o il Canada, dove gli ordini esistono, ma esiste un settore pubblico forte, forme di sostegno al reddito e di welfare credibili.

Come ha affermato Guido Viale (il manifesto del 18.01.2012), non si può restare fermi difendendo l'esistente né tornare indietro, ma il pacchetto liberalizzazioni di Monti non costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) allo stato di cose presente.

Concorrenza vuol dire che c'è per forza qualcuno che vince e qualcuno che perde, che resta indietro, che non sale sul treno. Peraltro, la visione competitiva dell'esistenza, che misura la vita coi parametri quantitativi della produttività e dell'efficienza, fattasi retorica dominante, oltre a creare vite di scarto, non lascia alternativa, in chi non risulta sufficientemente produttivo, che quella di autocolpevolizzarsi per gli insuccessi.

Quello delle liberalizzazioni, quello della mobilità sociale in salsa mercatista, è un falso problema, di fronte al quale il ruolo di una forza di alternativa a sinistra dovrebbe essere quello di rovesciare il tavolo per riaprire la partita, abbandonando quel presunto atteggiamento pragmatico e di puro buon senso che tradisce lo smarrimento drammatico di una visione d'insieme della società e l'appiattimento sulla narrazione dominante. Smetterla di guardare il dito e cominciare almeno ad immaginare la luna della società che si vuole costruire, con un approccio complessivo dei rapporti di produzione e dei modelli di sviluppo, non isolato e che prenda in considerazione, globalmente, gli strumenti reali e praticabili di trasformazione dell'esistente; facendo della crisi causata da un sistema di produzione e sviluppo la crisi di quel sistema.

Una dimensione nella quale potremo poi discutere anche di come organizzare, eventualmente in modo diverso, la funzione notarile o il sistema del trasporto pubblico locale, ma al riparo da pericolosi cedimenti ideologici o della tentazione di incamminarci in pericolose avventure liberiste dalle quali sarà poi difficilissimo tornare indietro, per invertire la rotta.

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Inappuntabile e chiaro. Se gli organi di categoria negli anni passati si fossero impegnati con vigore nel diffondere e spiegare questi quattro (e semplici) concetti, forse oggi il notaio non sarebbe dipinto come l'aguzzino affamatore che si accende i sigari con banconote da 500 euro, inutile ingranaggio di un meccanismo che spreme e strangola la gente. Forse sarebbe odiato lo stesso, ma l'uomo della strada si porrebbe delle domande sul cosa accadrebbe se non ci fosse.

Ciò detto, non mi soffermo sulla parte riferita ai notai, sarebbe sin troppo facile e finiremmo, credo, per farci dei gran p****ini a vicenda.

Quello che mi ha sempre sorpreso del turbocapitalismosocialdemocratico (!) è l'assurdità della pretesa di poter conciliare la deregolamentazione e privatizzazione con la giustizia sociale e la dignità dell'esistenza umana. Affidare il mercato alla grande distribuzione e corporations transnazionali determina (almeno inizialmente) un abbattimento dei costi, ed i nostri governanti non fanno altro che sbatterci gioisamente sotto il naso lo scintillio abbagliante di questa conquista, inequivocabile e brillante panacea per il futuro dell'italiano medio. Nessuno, e qui scatta la malafede, mostra, invece, il contraltare di questa politica economica, il prezzo sociale che il mercato ci chiede per poter pagare lo yoghurt 10 centesimi in meno a barattolo; nessuno ha il coraggio di porre l'accento sulle cause della pletora di disperati che si è venuta a creare in questi ultimi anni, ossia una moltitudine di dipendenti privi di potere salariale e di diritti, troppo deboli perchè non si stringa al loro collo il giogo delle multinazionali.

Tu, uomo qualunque, credi che ne valga la pena? Quanti yoghurt ti mangi ogni giorno per ammortizzare la vita che ti stanno scippando? Quante volte, nella vita, ti rechi da un notaio o dall'avvocato?

Termino lo sproloquio con l'augurio che le prossime elezioni del CNN possano esprimere gente combattiva, che sostituisca il fioretto con la stella del mattino. Vae victis.

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Questa gentaglia gioca mostrando solo il lato microeconomico della questione. Sotto questo profilo è vero che il prezzo del bene scende, poiché deve rimanere competitivo. Tuttavia, per mantenere un margine di profitto o addirittura per produrre in pareggio, l'impresa risparmia sul costo del lavoro (salari inferiori, licenziamenti ecc.)... e qui si passa al lato macroeconomico: sale la disoccupazione e peggiorano le condizioni salariali di chi rimane occupato.

Sostanzialmente ciò che prima il lavoratore poteva comprarsi a 100, adesso non lo può comprare nemmeno a 50 o perché ha un salario più basso o perché ha perso il lavoro.

Ormai questa è una realtà che chiunque può vedere per strada.

Modificato da Corrado Pastore
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L'articolo postato dal Webmaster, di sconcertante quanto ormai inusuale lucidità, mi ricorda quanto scritto molto più banalmente da me qualche giorno fa' in altra sezione del sito

Gli avvocati sono solo uno scudo; Bersani & co. li stanno usando ma vogliono fregare anche loro; qui c'è un enorme equivoco di fondo che o non si comprende o non si vuole comprendere (e non mi riferisco a te Ale): A Bersani e a chi spinge per estendere le competenze notarili anche ad avvocati e a commercialisti non importa un fico secco delle liberalizzazioni a vantaggio del consumatore; è solo un paravento nei confronti dell'opinione pubblica che peraltro torna assai utile in chiave di consensi in quanto l'opinione pubblica, notoriamente, non ama i notai e li considera perlopiù una casta di riccastri privilegiati, come tale da affogare, meglio se magno cum dolore. Bersani e chi spinge per togliere le competenze esclusive ai notai hanno alle spalle esperti giuridici che non vivono sulla luna e conoscono perfettamente (e con questo rispondo anche a chi si affanna a dire o a pensare che sia un problema di comunicazione: non ha capito un accidenti) la preparazione dei notai, quello che fanno e come lo fanno e anche che costano poco in relazione alla singola pratica, soprattutto rispetto ad un sistema come quello americano, basato su assistenza bilaterale di un legale e coperture assicurative piuttosto costose. Ma a loro non interessa in quanto vogliono (e probabilmente devono) compiacere chi ha davvero interesse a questa estensione di competenze, con il quale hanno già un accordo, perchè mira con essa a impadronirsi di quella golosa fetta di mercato costituita dai servizi notarili. Il problema infatti non sono i commercialisti e gli avvocati che fanno già il loro mestiere e ai quali, salvo rare eccezioni, non interessa molto di avere nuove competenze; anche mia sorella è avvocato ma non le interessa fare le vendite immobiliari, non ci pensa proprio. Il problema sono i poteri che stanno dietro a queste proposte pseudoliberalizzatrici e a chi le propone i quali (banche ed assicurazioni, supportate dai grossi network immobiliari più o meno ad esse collegati, es. Tecnocasa e Gabetti) dispongono di risorse finanziarie illimitate e ci metterebbero pochissimo tempo a creare grosse strutture paranotarili sparse e ben distribuite sul territorio. Strutture ben organizzate tipo catene di montaggio in cui sarebbero assunti, a poco prezzo come schiavi, tutti quegli avvocati e quei commercialisti disperati perchè, essendo troppi, non lavorano e che verrebbero all'uopo addestrati come polli in batteria .... per un po' di becchime; e quando a quel punto anche i notai saranno disperati perchè non avranno più lavoro, saranno costretti a vestirsi da pennuti ed a bussare alla porta di quelle strutture organizzate, offrendo di mettere a disposizione le proprie competenze, per mendicare, pure per loro, un po' di becchime .....Ma badate che il costo delle pratiche, del pacchetto "chiavi in mano", come lo chiameranno, non sarà affatto inferiore all'attuale costo della pratica svolta da un notaio; e anche questo chi di dovere lo sa benissimo (altrimenti non varrebbe la pena fare tutto sto casino), ma, ripeto, non gli interessa, ha altri interessi.....


Avete presente....ma sì dai, proprio sotto casa vostra ..... c'è ancora l'ortolano? C'è ancora il fruttivendolo? C'è ancora il salumiere? E il macellaio ed il lattaio? E il droghiere? Quando ero ragazzino c'erano tutti, e più di uno per categoria, e ora? Ovviamente no,a parte i panettieri (gli unici che resistono) non ci sono più, ora ci sono l'Esselunga, la Gs, la Coop, l'Iper, l'Auchan, la Despar, la Pam, lo Sma e la Carrefour...ecco, ai notai (e a molti liberi professionisti) accadrà più o meno lo stesso...con la differenza però che in questo caso il cittadino consumatore alla fine pagherà di più, non di meno.


Tutti uguali, avvocati, notai e commercialisti, tutti con lo stesso stipendio da fame, tutti schiavi, tutti indistinti automi di un grande ingranaggio che macina profitto (ma fino a quando?); questa è la vera rivoluzione che qualcuno ha in mente per compiacere qualcun altro, altro che liberalizzazioni. Il problema è che questo qualcuno, oltre ad averne il radicato ed inestirpabile proposito, ha serie chance di mettere in pratica, tra qualche mese e con un editto "notturno" e bulgaro (come da tradizione di famiglia), quanto sommariamente descritto, con ciò spazzando via di fatto il notariato. L'estensione di competenze è il mezzo, il resto, il fine, verrà da se, come da programma.

Qui però ho evidenziato una frase del mio vecchio intervento posta tra parentesi; la frase infatti alludeva, assai sibillinamente, proprio alla considerazione fatta esplicitamente da Corrado più sopra:

tutti uguali, tutti con lo stesso stipendio da fame (o senza alcuno stipendio).....e, a quel punto, a chi pensano di venderli i propri servizi e i propri prodotti coloro che si avantaggeranno di tutto questo piano? A chi non avrà più i mezzi per poterseli permettere?

Una società che funziona deve essere basata su ineguaglianze e disomogeneità economiche, di mezzi e di bisogni; le ineguaglialnze creano movimento di risorse, scambi e dinamismo; come nell'atmosfera: solo le differenze di temperatura e di pressione tra una zona e l'altra generano i venti e permettono al pianeta di avere un clima; una società in cui tutti (o quasi) sono uguali perchè hanno le medesime risorse e possono permettersi le medesime cose è una società statica, immobile, congelata, che non crea occasioni di scambio e di profitto e come tale destinata all'assideramento e alla morte.

Il diavolo fa le pentole, non i coperchi.....

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Sono l’autore dell’articolo. Vi sono grato della pubblicazione (di cui sono venuto a conoscenza tramite mio fratello, che prepara il concorso notarile) e degli apprezzamenti. Preciso che era stato scritto prima dell’approvazione del decreto cd. cresci-Italia, nel gennaio 2012 (come si evince dal testo) e che si trattava di una nota su Facebook rivolta ad attivisti di partiti e movimenti di sinistra, coi quali faccio politica, all’epoca anch’essi sedotti dal messaggio di ‘perequazione sociale’ evocato dai provvedimenti di liberalizzazione. Lo scrivo per prendere le distanze dalla vetusta idea, espressa nell’ultimo commento, per cui una società efficiente e
dinamica dovrebbe essere fondata sulla diseguale distribuzione dei mezzi e
delle risorse. Non è affatto questo che scrivo nell’articolo; anzi, laddove
denuncio l’ulteriore smottamento del ceto medio verso nuove sacche di povertà
che i provvedimenti di liberalizzazione e privatizzazione avrebbero prodotto,
non lo faccio certo per rivendicare l’opportunità del mantenimento di odiosi
privilegi e intollerabili differenze di classe (che ci sono e vanno combattute,
ma con gli strumenti idonei).


Quello che contesto è, anzi, che il mantra della mobilità
sociale e un’idea vendicativa della lotta alla povertà, creando dei falsi
nemici di classe e impedendo la ricomposizione dei diversi ceti sociali colpiti
dall’applicazione delle ricette neoliberali, sia davvero in grado di attenuare
le disuguaglianze e di aggredire i luoghi in cui queste più si annidano.



Questo sempre nella convinzione della necessità di un loro
superamento (quantomeno, della loro riduzione a parametri di tollerabilità) e
dell’innalzamento del tenore di vita di tutti, insostenibile essendo l’allargamento
costante della forbice tra ricchezza, da un lato, e vecchie e nuove povertà,
dall’altro.

Vi ringrazio per l'attenzione

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Lo scrivo per prendere le distanze dalla vetusta idea, espressa nell’ultimo commento, per cui una società efficiente e

dinamica dovrebbe essere fondata sulla diseguale distribuzione dei mezzi e

delle risorse. Non è affatto questo che scrivo nell’articolo;

Caro Dott. Forte, la ringrazio dell'intervento. Evidentemente non ho capito nulla di quello che ha scritto, comunque non si preoccupi, il concetto da me espresso ed evidenziato non è quello che scrive Lei, è quello che ho scritto io e del quale, sempre io, sono fermamente convinto, con buona pace della vetustà delle mie convinzioni. Le chiedo quindi scusa se ho equivocato il suo pensiero.

Per il resto chapeau.

Un saluto

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  • 5 months later...

Alla cortese attenzione del Presidente del Consiglio nazionale del notariato e per conoscenza al Presidente della Repubblica, del Ministro di Grazia e Giustiza,e alla redazione di Repubblica.

Cari signori,

Ho 38 anni e lavoro per i notai anche mia moglie lavora per i notai...

Chiunque di noi ha una opinione bella...seria di alcuni professionisti che incarnano garanzie serietà correttezza..

Ultimamente però noto delle cose atteggiamenti che non mi piacciano affatto anzi creano disprezzo amarezza e ancor di più creano odio verso la casta.

Ho sempre pensato che un pubblico ufficiale,anche se un po' ibrido come il notaio,dovesse essere una persona seria pulita,al di sopra delle parti,umana.

Questo ultimo requisito nei confronti di alcuni collaboratori manca!anzi è totalmente assente!!

Si assiste ogni giorno all'aumento del disprezzo a forme di schiavismo e ripeto sopratutto a forme di sfruttamento e di mancanza di umanità!

Pagamenti in nero,fatture gonfiate,contanti e sopratutto si pretende da umili impiegati la conoscenza che a volte nemmeno chi ha vinto un concorso così difficile possiede...

Spesso l'atto non viene nemmeno analizzato dal notaio che ne è il padre,il responsabile, l'autore.

Ma si pretende che il collaboratore male pagato e sfruttato si assuma tutte le responsabilità a rischio del suo posto di lavoro!!

Questi comportamenti sono uniti sempre:che paga male non paga le tasse ed ha dei collaboratori in nero e letteralmente spenna la clientela.

Consentitemi un digressione:

Una volta un cliente stizzito dal rimprovero fatto dal notaio al collaboratore,blocca il notaio e gli ricorda che il notaio è lui,e lui viene pagato per la prestazione che svolge....amareggiato alla fine dell'atto ricorda al notaio che è l'ultima volta che sarà suo cliente!

Questo è il modo di comportarsi da professionisti seri!?

La crescita e la ricchezza solo se condivise creano entusiasmo e benessere altrimenti creano,a ragione stizza odio rancore...e peggio ancora la convinzione che questa professione non serva a nulla.

Ora,caro presidente del consiglio nazionale .caro Presidente della Repubblica, cara Ministro,se voi tutti insieme non vi rendente conto che la più grande pubblicità,forza, capacità sono le persone che lavorano con voi, e se la cattiva pubblicità parte dall'interno siete purtroppo destinati a finire come le nuove spinte politiche dimostrano.

Il lavoro notarile è da privilegiati e lo è anche il lavoro del collaboratore ma bisogna intervenire su quelle mele marce che infettano tutto il sistema.

Anche attraverso controlli interni,anche attraverso sospensioni verso chi non ha il carattere "umano"che una persona che ricopre questo ruolo deve ripeto deve avere.

Le persone sono tali perché possono devono cambiare e se non lo fate voi noi che purtroppo,da voi dipendiamo certo non vi possiamo e non vogliamo aiutarvi.

Il mio monito è rivolto a tutti per colpa di pochi ma come spesso capita per colpa o se volete per dolo di quei pochi pagano tutti.

Per salvare il notariato non basta una riforma o un sussulto politico bastano pochi esempi concreti sopratutto verso chi con il notariato lavora.

Grazie per il vostro tempo!

Un anonimo affranto!!

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