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massigu

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Risposte pubblicato da massigu

  1. Si, la continuazione dell'attività di impresa deve essere autorizzata nel caso precisato da te, ma il mio era un ragionamento più generale che nello specifico si traduce, per l'opinione maggioritaria, nell'idea che una volta autorizzato l'investimento di capitali (id est l'acquisto della quota mortis causa), il minore potrà, in proprio o su rappresentanza, intervenire nelle assemblee, salvo che la delibera all'odg comporti l'assunzione di nuove obbligazioni o sia potenzialmente in grado di incidere sul patrimonio, configurandosi quale atto di straordinaria amministrazione, del patrimonio del tutelato, secondo il criterio riportato da Lorefice- Jannuzzi.

    Il principio che ho riportato in generale, torna nel caso di trasformazione regressiva, per il caso in cui il minore assuma responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali. Allo steso modo, nelle scissioni o fusioni trasformative.

    Cioè, bisogna adeguarsi al singolo caso concreto.

    P.s.

    Era un refuso

  2. A livello dottrinale, si sostiene che l'autorizzazione rilasciata alla prosecuzione dell'attività di impresa sia generale, e non sia strettamente necessario richiederla nuovamente per gli atti che rientrano nella normale attività della società. L'opinione più prudente è, invece, nel senso precisato da pintu.

    Io credo che entrambe le opinioni siano ben motivate, ma merita di essere ricordato che l'opportunità di non intralciare l'attività di impresa, che richiede decisioni rapide, troverebbe un intralcio notevole nei tempi necessari per ottenere di volta in volta le autorizzazioni di vg. In fondo, il giudice quando autorizza il minore, lo fa abilitandolo ad un'attività rischiosa.

    Nella realtà, è il notaio che tra le due posizioni deve consigliare sulla base delle informazioni che ha sull'attività della srl e sul grado di aleatorietà del suo oggetto sociale.

    Almeno

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  3. no, per prassi succede spessissimo che il familiare dichiari di non aver posseduto e il notaio riceva la rinuncia, non andando incontro ad alcuna responsabilità visto che non gli si può chiedere di accertare il possesso. La prassi però così riduce sensibilmente la responsabilità per debiti degli eredi, che passa da illimitata a limitata o nessuna in base ad una loro dichiarazione. Ma ammetto che succede così nel 90% dei casi.

  4. A mio avviso la rinuncia tardiva è inefficace essendo decorso il termine decadenziale previsto per dismettere la delazione. Al riguardo, se non ricordo male, c'è una risoluzione ae che sottopone gli eventuali atti compiuti dal de lato ad imposta proporzionale e non fissa, il che equivarrebbe a interpretare la rinuncia tardiva ad un atto dispositivo a favore dei delati di grado ulteriore. Quindi si tratterebbe di un atto trattato come quelli di accettazione tacita e fiscalmente regolato nello stesso modo. 

  5. Nel caso di specie, per evitare la prelazione e la conseguente denuntiatio anche a favore della società, bisognerebbe immaginare che le azioni conferite in trust siano oggetto di intestazione fiduciaria, caso questo in cui la giurisprudenza di merito esclude la prelazione perché il pactum fiduciae trasferisce la legittimazione e non il possesso. Altrimenti è decisamente meglio considerare la società prelazionaria n i limiti di legge.

  6. A livello di formalità l'eredità, non essendo stata accettata sarebbe ancora vacante però probabilmente l'iscrizione è stata presa contro l'erede perchè non è possibile farla contro un defunto.

    Questo passaggio non lo capisco. La vendita è un atto di accettazione tacita, per cui non penso ci siano margini per sostenere la vacanza ereditaria, per cui come detto da pintu, l'ipoteca presa contro Tizia è presa correttamente.

  7. Infatti, entrambe le questioni (quella della delimitazione dei poteri e quella dell'obbligatorietà della nomina) sono controverse. La prima, in particolare, perché si sostiene che l'assemblea non potrebbe ingerirsi nella gestione sociale salve le autorizzazioni previste dall'art. 2364 n.5, mentre è il cda che fissa i limiti ai poteri degli amministratori delegati.

    Come il secondo punto, ugualmente controverso, perché lo statuto deve prevedere solo una norma astratta che legittimi la delega di funzioni.

    Ragionando, sul primo punto (su cui ovviamente ci sono tesi contrarie e favorevoli) credo che oltre ai limiti fissati per legge lo statuto possa aggiungerne di nuovi. Quindi, prevedere per determinate operazioni il potere del cda di compierle o modulare, circoscrivendolo, il potere rappresentativo dell'ad.

    Sul secondo punto, ho maggiori dubbi, perché l'obbligatorietà di un cda presuppone che la società nasca già con dimensioni tali da giustificare un organo collegiale di per sé costoso. Giuridicamente, forse, non ci sono ostacoli all'ambizione, ma da un punto di vista di opportunità è strano che uno statuto venga formulato così, anche se non si viola secondo me alcuna norma nel prevedere un collegio.

    Forse avrebbe più senso scegliere il sistema dualistco, che non ammette au.

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  8. Si, anche se su questo punto tra dottrina e giurisprudenza non c'è concordia di opinioni, e la tesi di bianca non è condivisa dalla cassazione secondo cui la procuro è un negozio assolutamente autonomo rispetto al mandato, per quanto irrevocabile e conferito in rem propriam. Stante l'autonomia, soggiace alle regole sue proprie, per cui è essenzialmente revocabile. E, beninteso, la cassazione non non distingue tra rapporto interno ed esterno. rifiuta il collegamento fatto da Bianca e arriva a conclusioni, ovviamente, diverse.

  9. Sull'ultimo inciso, parte della dottrina (Bianca) sostiene che la procura può essere irrevocabile, ripeto con applicabilità dell'art. 1723, garantendo al procuratore una tutela "interna" e quindi obbligatoria, che si traduce nel risarcimento del danno eventualmente procurato. Tesi che si lascia preferire anche per la ratio, individuata nella tutela dell'affidamento del terzo che contratta col procuratore. In assenza di una forma pubblicitaria, cioè, il terzo è portato a ritenere la legittimazione del procuratore presente. Il che, da spunto per distinguere rapporti interni ed esterni, conciliando l'apparente incongruenza dello studio del Casu.

  10. Che l'art. 1723 sia applicabile alla procura è pacifico:

    L'art. 1723 c.c. è stato formulato in tema di mandato. Nel silenzio del codice si è posto il problema se questa norma valga anche per la sola procura. Il problema viene impostato partendo dal dilemma della distinzione tra mandato e procura: se viene ribadita un’accentuata differenza tra i due istituti, si tende a valutare se sia applicabile alla procura una norma dettata con specifica attinenza al mandato. La stragrande maggioranza della dottrina, sostenuta anche da un certo orientamento ormai datato della Cassazione, ritiene che l’art. 1723 c.c. sull’irrevocabilità del mandato in rem propriam trovi applicazione anche per la procura.

    (Casu studio 744/2007/c)

    Quindi tenendo presenti la diversa natura di procura e mandato, la risposta è affermativa.

  11. Ma se i terzi non sapevano dell'esistenza dell'imprenditore occulto, da dove trae origine il loro affidamento?

    Infatti tutto si traduce nella necessità di provare il rapporto che lega il socio occulto a quello palese, non sempre facile, tenendo anche conto della tesi che lo ricostruisce in termini di mandato senza rappresentanza. La sentenza citata, piuttosto, non va letta come un beneficio per l'imprenditore occulto, visto che il termine annuale di cui all'art. 10 non gli giova, lasciando aperta la porta alla dichiarazione del fallimento per estensione.

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  12. L'art. 10, primo comma, legge fall., il quale - a seguito delle modifiche apportate con le riforme del 2006 e del 2007 - prevede che gli imprenditori individuali e collettivi possano essere dichiarati falliti entro il termine di un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, così realizzando un bilanciamento di valori tra il principio dell'affidamento dei terzi tutelato dalle iscrizioni nel registro dell'imprese e quelli della certezza delle situazioni giuridiche e della tutela dell'imprenditore, non è applicabile al socio occulto, che, per sua scelta, non è iscritto nel registro delle imprese e che conseguentemente non può pretendere l'osservanza del limite annuale per la sua dichiarazione di fallimento.

    Questo è il disposto di cass. 15488/2013, con cui volenti o nolenti, bisogna fare i conti e che risulta, comunque, condivisibile nella parte in cui fa riferimento all'affidamento dei terzi. Meno, laddove trascura le esigenze prioritarie dei creditori, che nella fattispecie devono prevalere su un qualsiasi terzo, poco interessato o diversamente interessato alle sorti sociali, rispetto a coloro (vedasi i creditori) che dal fallimento traggono tutela.

  13. A mio sommesso avviso,l'argomento fondato sulla donazione obbligatoria depone contro l'ammissibilità del preliminare di donazione. Nella fattispecie, il donante assume un'obbligazione, del cui peso giuridico ed economico libera il donatario, in modo libero e spontaneo, mentre l'adempimento avverrà con la consapevolezza che sia un atto dovuto, quindi non spontaneo, mentre il preliminare obbliga a donare, compiendo un atto in cui manca la spontaneità (tanto che Gazzoni anticipa la donazione al preliminare piuttosto che al definitivo).

  14. Alle argomentazioni tradizionali sull'ammissibilità o meno del preliminare di donazione, credo si possa aggiungere la considerazione della coercibilità dell'obbligo assunto.

    La ricostruzione in termini di accessorietà non toglie che in presenza di inadempimento dell'obbligo pattizio si faccia valere il collegamento negoziale, per cui anche ammettendo l'animo liberale o, addirittura, anticiparlo al preliminare, come fa qualcuno per giustificare una ricostruzione un po' forzata, a mio avviso è sul lato patologico della fattispecie che si addensano maggiori dubbi.

    I miei, almeno.

  15. Decreto 12 ottobre 2015 - Sostituzione componente della Commissione esaminatrice del concorso notai, indetto con decreto dirigenziale 26 settembre 2014

    IL MINISTRO

    Visto l’art. 5 del D. Lgs. 24 aprile 2006, n. 166;

    Visto il decreto ministeriale del 2 aprile 2015, con il quale è stata nominata la Commissione esaminatrice del concorso, per esame, a 300 posti di notaio, indetto con decreto dirigenziale del 26 settembre 2014;

    Vista la nota in data 26 luglio 2015 con la quale il prof. Vincenzo CUFFARO, professore ordinario di istituzioni di diritto privato presso l’Università degli Studi di Firenze, ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico di componente della Commissione;

    Preso atto delle menzionate dimissioni e ritenuto pertanto che occorra procedere alla sostituzione del prof. Vincenzo CUFFARO quale componente della Commissione esaminatrice;

    Ritenuto che in sostituzione del prof. Vincenzo CUFFARO possa essere nominato il prof. Andrea ORESTANO, professore ordinario di istituzioni di diritto privato presso l’Università degli Studi di Perugia;

    DECRETA

    Il prof. Andrea ORESTANO, professore ordinario di istituzioni di diritto privato presso l’Università degli Studi di Perugia, è nominato componente della Commissione esaminatrice del concorso, per esame, a 300 posti di notaio, indetto con decreto dirigenziale 26 settembre 2014, in sostituzione del prof. Vincenzo CUFFARO;

  16. Essere consapevoli dei limiti del concorso è un passo ancora non sufficiente per colmare le lacune della procedura di selezione che deve essere orientata alla formazione (delegata al numero sempre crescente di scuole). Occorre anche valutare come viene visto tutto questo dall'esterno, perché a livello superficiale, e sempre pronto a essere smentito, sembra il gioco delle tre carte. O meglio, tutti dicono che le tre consegne vanno tolte e poi comincia lo scaricabarile, come se il mantenimento di un limite anti costituzionale e illegale fosse responsabilità dei magistrati che vogliono mantenere una parità di trattamento tra concorsi e professioni agli antipodi, per preparazione, carriera e quant' altro.

    Il cnn vuole togliere le tre consegne? Lo faccia. Punto. altrimenti, tra questo e pianta organica o graduatorie sistematicamente impugnate per diluire il più possibile anche la potenziale concorrenza delle nuove leve, il quadro che ne esce fuori sarà sempre e comunque, con tutto il rispetto, criticabilissimo.

  17. Sulle spese erogate ha solo un diritto di credito, perché la casa è del marito, vuoi che abbiano scelto la separazione vuoi la comunione.

    Se ha le fatture e soprattutto ha pagato con assegni che escono dal suo conto, la tutela del credito ha come prova i pagamenti e le fatture, che spero siano state intestate a lei.

  18. L'accordo dei soggetti coinvolti non prevede ovviamente il de cuius ma solo gli intestatari dei beni. Occorre verificare la causa del trasferimento, che può essere onerosa o gratuita. Passando, cioè da una donazione pro quota, col risultato di instaurare una comunione sui beni coinvolti e agganciati al rapporto pertinenziale. Dubito sia possibile passare da una transazione perché questa se è divisoria si pone in contrasto con la volontà di parte. Ma modificare la precedente donazione, comunque, a mio avviso implica un nuovo negozio con causa interna.

    Almeno

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