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Sentenza Cassazione Trasformazione Società in impresa individuale

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LA SUPREMA CORTE PER L’INAMMISSIBILITÀ DELLA TRASFORMAZIONE DI SOCIETÀ IN IMPRESA INDIVIDUALE (Cassazione, 14 gennaio 2015, n. 496)

La Corte di Cassazione, sez. I, con sentenza 14 gennaio 2015, n. 496, si pronuncia sul tema della trasformazione di società in impresa individuale, affermandone, in sostanza, l’inammissibilità (sul punto, invece, in senso favorevole, BOGGIALI – RUOTOLO, Trasformazione di società unipersonale in impresa individuale, Studio di Impresa n. 545-2014/I, Approvato dall'Area Scientifica - Studi d'Impresa il 9 luglio 2014, Approvato dal CNN il 9 settembre 2014, in Studi e materiali, 2014, 695).

La vicenda: trasformazione di s.n.c. in impresa individuale o scioglimento e cancellazione senza liquidazione?

La vicenda all’attenzione della Suprema Corte è la stessa sulla quale si era pronunciata la Corte di Appello di Torino, con sentenza 14 luglio 2010, in Foro Pad., 2011, 583; in Notariato, 2011, 26; in Riv. Not., 2011, 425.

È interessante ripercorrere le fasi che hanno caratterizzato la supposta trasformazione per verificarne il corretto inquadramento nell’ambito della disciplina di cui agli artt. 2498 e ss., c.c.

La Alfa s.r.l., la cui compagine sociale era originariamente composta di tre soci, veniva posta in liquidazione il 16 luglio del 2009. Il 4 agosto dello stesso anno due soci cedevano le loro partecipazioni al terzo socio (la Beta S.p.A., successivamente trasformata in s.r.l. e poi in s.n.c.).

Il 16 settembre 2009, la Alfa s.r.l. in liquidazione veniva trasformata in Alfa s.n.c. in liquidazione (con unico socio la Beta s.n.c.) e il 1° ottobre l’unico socio Beta cedeva la partecipazione ad uno degli altri due soci originari (persona fisica) che in atto dichiarava di voler rinunciare alla ricostituzione della pluralità dei soci e di voler esercitare l'attività in forma individuale.

La Alfa società in nome collettivo in liquidazione veniva quindi cancellata dal registro delle imprese in data 7 ottobre 2009 e il giorno successivo la persona fisica ultimo socio della Alfa s.n.c., titolare della ditta individuale, conferiva l’azienda nella Beta s.n.c., con contestuale revoca dello stato di liquidazione di quest’ultima.

È evidente come nella vicenda descritta manchino gli elementi procedimentali che dovrebbero caratterizzare un’operazione di trasformazione eterogenea (sui quali si veda in seguito amplius) e si sia, piuttosto, in presenza di un fenomeno di scioglimento e cancellazione della società di persone, senza passare per la fase di liquidazione.

È noto come secondo l’opinione prevalente, un formale procedimento di liquidazione della società di persone, sciolta ma non ancora estinta, sia considerato facoltativo in considerazione del permanere della garanzia costituita dalla persistente responsabilità illimitata dei soci.

La natura facoltativa del procedimento di liquidazione consentirebbe, inoltre, che lo stesso sia fungibile con forme convenzionali di liquidazione, laddove i soci concordino sul modo di procedere alla definizione integrale dei rapporti preesistenti.

La giurisprudenza prevalente afferma, quindi, come “il procedimento di liquidazione nella società di persone non è posto dalla legge in modo assoluto, costituendone una fase facoltativa nell'interesse dei soci, i quali possono evitarla pervenendo all'estinzione dell'ente, attraverso una divisione concordata, ovvero chiedendo al giudice la definizione dei reciproci rapporti di dare e avere, anche secondo le modalità proprie per lo scioglimento della comunione ordinaria” (1).

È il caso di sottolineare come – nel discorrere di facoltatività – si faccia riferimento al procedimento formale di liquidazione, con la nomina appunto di un liquidatore: ma ciò non significa che si possa soprassedere alla definizione dei rapporti giuridici facenti capo alla società in vista di una sua cancellazione dal registro delle imprese, tenuto conto, in particolare, del disposto dell’art. 2280 c.c., che vieta la ripartizione dei beni tra i soci finché non siano stati pagati i creditori sociali.

Pertanto, nella società di persone, i soci (o l'unico socio rimasto), pur potendo adottare il modo di liquidazione che ritengono più opportuno, devono in ogni caso provvedere a soddisfare i creditori sociali prima di procedere alla ripartizione del patrimonio sociale (residuo) (2).

Né si dica che la questione ha rilevanza solo formale, stante la responsabilità illimitata dei soci, perché ciò significherebbe non aver chiaro il rapporto tra patrimonio sociale, creditori della società e creditori personali del socio.

Non è vero, infatti, che la continuazione dell’attività come impresa individuale, e quindi l’attribuzione all’unico socio della proprietà dell’azienda, risulterebbe indifferente per il ceto creditorio, perché sullo stesso complesso di beni destinati all’esercizio dell’impresa verrebbero a concorrere i creditori personali dell’imprenditore e i creditori della società.

Nel caso all’attenzione dei giudici di legittimità, la fattispecie in esame sembra appunto consistere in uno scioglimento della società di persone senza liquidazione dei creditori e privo, al tempo stesso, degli elementi tipici delle fattispecie trasformative.

Innanzitutto, il passaggio per la fase di liquidazione non appare essersi verificato, procedendosi, in un brevissimo lasso di tempo, alla sequenza che va dalla dichiarazione di voler sciogliere anticipatamente la società (senza attendere il termine di sei mesi di cui all’art. 2272, n. 4), c.c.), all’assegnazione dell’azienda all’unico socio (che dichiara di voler continuare l’impresa in forma individuale, da leggersi, secondo i ricorrenti, come “trasformazione”) e alla cancellazione della società. Il tutto senza che emerga alcuna definizione dei rapporti con i terzi, che nel caso di specie sono sicuramente rimasti pendenti, essendo stata dichiarata fallita la società.

È d’immediata evidenza, peraltro, che una qualificazione dell’operazione in esame in termini di trasformazione (eterogenea atipica) della società in impresa (in titolarità) individuale appare impossibile, emergendoictu oculi il mancato rispetto del termine concesso dall’art. 2500-novies, c.c., per l’opposizione dei creditori (la “trasformazione” viene decisa il 1° ottobre 2009 e il 7 ottobre la società è già cancellata).

Si è, piuttosto, in presenza di quella che viene definita come “continuazione dell’attività in forma individuale”, fattispecie in cui quello che manca è invero proprio il requisito della continuità che invece connota la disciplina della trasformazione: l’assegnazione dell’azienda al socio appare, in tal caso, connotarsi come una vicenda puramente traslativa, del tutto assimilabile a quella che si verifica in sede di liquidazione, con la differenza che qui, invero, la fase di liquidazione viene completamente omessa.

La stessa Corte d’Appello di Torino, investita della questione in secondo grado, rileva come nel caso concreto le parti abbiano posto in essere un atto dal quale “non emerge in nessun modo la volontà del soggetto di avvalersi dell’art. 2500-septies c.c., essendo piuttosto enunciata l’intenzione di dar luogo ad un trasferimento dell’azienda”, non ritenendo sufficiente, in proposito, l’intitolazione dell’atto quale “cessione di quota sociale e trasformazione”, considerato che il contenuto dello stesso prevede l’assegnazione dell’azienda sociale al socio stesso, con conseguente “inizio dell’attività di impresa individuale”, e che le parti hanno poi provveduto a cancellare la società immediatamente, senza attendere il termine per l’opposizione dei creditori previsto dalla disciplina della trasformazione.

I ricorrenti hanno, tuttavia, utilizzato l’argomento della possibilità di trasformare la società in impresa individuale al fine di evitare la dichiarazione di fallimento della società stessa e, conseguentemente, i giudici di merito e di legittimità hanno sostenuto la tesi dell’inammissibilità di tale tipo di trasformazione al fine di assoggettare al fallimento la società “trasformata” (ma in realtà soltanto sciolta senza effettuare alcuna liquidazione).

Dalla sentenza della Cassazione, infatti, emerge come la preoccupazione principale della Corte attenga ai profili di responsabilità e fallibilità dell’imprenditore individuale, laddove secondo i ricorrenti, considerato che la società si era trasformata in impresa individuale e che il titolare di quest’ultima aveva poi conferito l’azienda in una società in concordato preventivo, tale ultima circostanza avrebbe impedito la possibilità di dichiarare il fallimento dell’imprenditore conferente.

In realtà, già sotto tale profilo emerge la contraddittorietà del ragionamento dei giudici: la stessa Suprema Corte, afferma che, ove anche si dovesse ammettere la trasformazione in oggetto, “se ne dovrebbe dedurre che il soggetto giuridico ha mutato abito ma non identità: e allora si tratterebbe di correggere l'intestazione della dichiarazione di fallimento unificando quello sociale a quello personale dell'ex socio illimitatamente responsabile divenuto titolare dell'impresa individuale, ma non certo di revocare il fallimento”.

Vero è che ai sensi dell’art. 184, comma 2, l.fall., salvo patto contrario, il concordato della società ha efficacia nei confronti dei soci illimitatamente responsabili.

Tuttavia, l'effetto esdebitativo previsto dalla predetta norma deve intendersi limitato alle obbligazioni sociali e non a quelle che riguardano i singoli soci, i creditori dei quali conservano, pertanto, impregiudicati i propri diritti nei loro confronti (3).

Nello stesso senso, Cass. 30 agosto 2001, n. 11343, secondo cui la disposizione contenuta nell'art. 184 legge fall., che estende ai soci illimitatamente responsabili di società di persone l'efficacia remissoria del concordato preventivo, si riferisce ai soli debiti sociali, nel senso che il pagamento della percentuale concordataria ha effetto liberatorio anche nei loro confronti, senza con ciò determinare l'estensione della procedura al patrimonio dei soci, che resta estraneo ad essa.

Quindi, considerato che l’estensione degli effetti del concordato preventivo al socio illimitatamente responsabile non pregiudica le ragioni dei creditori particolari di quest’ultimo, il concordato non preclude la fallibilità del predetto socio, ove egli sia anche imprenditore, per vicende non attinenti alla sua posizione nella società.

Sotto tale profilo l’intervenuta vicenda trasformativa dell’originaria società debitrice in impresa in titolarità individuale sarebbe stata, pertanto, irrilevante.

A ben vedere, la questione oggetto della sentenza si risolve più in una illegittima cancellazione di una società che non aveva provveduto alla liquidazione, che non nell’ammissibilità o meno della trasformazione in impresa in titolarità individuale.

Quest’ultimo argomento, tuttavia, viene posto come centrale nella motivazione della sentenza, con argomentazioni che lasciano perplessi.

La presunta inammissibilità della trasformazione in impresa individuale

La Cassazione rileva come l'art. 2498 c.c. riservi la disciplina della trasformazione a quella di un 'ente' in altro 'ente' (nella eterogenea da società in consorzi, società consortili, comunioni d'azienda, associazioni non riconosciute e fondazioni e viceversa: artt. 2500-septies e 2500-octies).

Tale affermazione appare contraddittoria, in quanto nell’indicare gli “enti” rispetto ai quali è consentita la trasformazione da e in società è inclusa la comunione d’azienda: invero, nella comunione di azienda non sembra possibile discorrere di entificazione. Semmai, quello che caratterizza la comunione d’azienda è la destinazione di un complesso di beni organizzato e non una forma di soggettività dotata di autonomina patrimoniale perfetta o imperfetta.

Certo è che, come accennato, nella fattispecie posta all’attenzione dei giudici l’operazione può esser diversamente qualificata, ma non certo come trasformazione.

L’orientamento giurisprudenziale contrario alla trasformazione da e in impresa individuale, nel quale si colloca anche la sentenza in commento, si fonda, essenzialmente, sulle seguenti argomentazioni:

- la trasformazione, operazione caratterizzata dal principio della continuità dei rapporti giuridici sancito dall'art. 2498 c.c., avrebbe carattere eccezionale, in quanto consente il passaggio tra diverse tipologie di enti derogando al normale procedimento di estinzione e costituzione degli stessi (4);

- le tipologie degli enti per i quali è consentito ricorrere alla trasformazione, espressamente previste dal legislatore, sarebbero tutte caratterizzate dal ricorrere di almeno uno dei seguenti requisiti: laplurisoggettività e la separazione patrimoniale (che invece non ricorrono nel caso di impresa individuale);

- il passaggio da società a impresa individuale consentirebbe di evitare il procedimento di liquidazione delle società che, invece, è, almeno per le società di capitali, formalmente inderogabile;

- il carattere “atipico” di tale operazione impedirebbe ai creditori di essere consapevoli delle conseguenze di tale trasformazione e, laddove ne ricorrano i presupposti, di esercitare il diritto di opposizione.

Ciascuno di tali argomenti si presta, tuttavia, ad una serie di considerazioni critiche: innanzitutto, quanto alla natura eccezionale della trasformazione ed alla conseguente inapplicabilità ai casi non espressamente contemplati, si può in contrario obiettare come il legislatore non dia una definizione di trasformazione e, pertanto, in assenza di un’apposita nozione, dovrebbero essere suscettibili di rientrare nella disciplina della trasformazione tutte le fattispecie che producano effetti compatibili con quelli tipici delle fattispecie di trasformazione espressamente disciplinate (5).

E proprio con particolare riferimento alla trasformazione in impresa individuale, si può rilevare come le peculiari caratteristiche di quest’ultima, rinvenibili tanto nell’assenza di separazione patrimoniale, quanto nell’unisoggettività, siano presenti anche in altre delle tipologie espressamente ammesse alla trasformazione, quali, da un lato, la comunione d’azienda e, dall’altro, le società unipersonali.

Nell’ipotesi di trasformazione da e in comunione d’azienda, in particolare, il principio di continuità dei rapporti giuridici è destinato ad operare anche soltanto in riferimento ai beni che formano oggetto di tali rapporti, quale il complesso aziendale, e non ai soggetti titolari del medesimo rispetto ai quali può realizzarsi, analogamente a quanto avverrebbe in caso di passaggio da e in impresa individuale, una situazione di discontinuità.

Si potrebbe, quindi, ipotizzare che anche in caso di passaggio da società in impresa individuale viene rispettato il principio della continuità dei rapporti giuridici, in quanto nonostante in questa fattispecie venga meno l’identità del soggetto titolare del complesso aziendale, quest’ultimo rimane destinato al perseguimento del medesimo scopo, circostanza che giustificherebbe la prosecuzione in tutti i rapporti attivi e passivi dell’ente trasformato ai sensi dell’art. 2498 c.c.

Tra le ulteriori obiezioni sollevate in ordine alla ammissibilità della trasformazione in discorso vi è poi quella dell’atipicità del procedimento che non consentirebbe ai creditori di aver la consapevolezza delle conseguenze dell’operazione.

Tale obiezione non appare convincente, posto che l’applicabilità diretta dell’opposizione ad ogni ipotesi di trasformazione eterogenea la rende un istituto proprio del procedimento, a prescindere dall’ente coinvolto, e come tale non eccezionale (la disciplina legale della trasformazione eterogenea dimostra, infatti, che l’ambito di operatività di tale istituto può anche trascendere l’area societaria: si pensi a quella esercitata nei confronti della delibera dell’associazione, del consorzio, della società consortile, o nei confronti della decisione dei comproprietari dell’azienda).

In sostanza, le condizioni di legittimità per l’applicazione analogica dell’istituto dell’opposizione sembrano rappresentate: i) dalla ricorrenza del presupposto del cambiamento dello scopo dell’attività esercitata con il patrimonio destinato (cd. eterogeneità degli scopi); ii) dalla possibilità di pubblicizzare il mutamento organizzativo e funzionale dell’attività stessa.

Se nella fattispecie in esame la presenza del secondo requisito è certamente assicurata, poiché le modifiche organizzative e la cessazione della società sono soggette ad iscrizione presso il registro delle imprese, si potrebbe, invece, contestare la possibilità di qualificare come eterogenea la transizione da società di persone a “impresa individuale” (6).

In caso di passaggio da società in impresa individuale, infatti, vi sarebbe continuazione sia nell’attività d’impresa, sia nello scopo di lucro in senso stretto, che non risulterebbe variato.

Tuttavia, con un’operazione di questo tipo si approderebbe ad un modello organizzativo che non prevede più alcun procedimento di liquidazione (formale o sostanziale) per la cessazione dell’attività, con una evidente modifica dei presidi posti a tutela dei creditori.

In caso di trasformazione in azienda individuale, infatti, il risultato dell’operazione consiste nella cessazione dell’organizzazione sociale, e quindi nell’abbandono di un regime di autonomia patrimoniale in virtù del quale il creditore particolare del socio può compiere, al massimo, atti conservativi sulla quota ma non sui beni sociali, senza preventivo appuramento ed estinzione delle passività sociali, alla stregua di quanto accade in caso di trasformazione in comunione di azienda.

Ora, nell’ipotesi di estinzione della società, il legislatore stabilisce una regola, che ha dato luogo a non pochi dubbi interpretativi, ma che appare comunque volta alla tutela dei creditori sociali: quella del divieto di ripartizione dei beni sino a che i creditori non siano stati pagati o non siano state comunque accantonate le somme a tal fine necessarie (art. 2280, comma 1, c.c.).

È discusso se il divieto ivi contenuto sia indirizzato ai soli liquidatori, con la conseguenza che lo stesso troverebbe applicazione solo laddove questi siano stati nominati, e ciò in ragione del fatto che comunque leistanze dei creditori sociali sarebbero garantite dal regime di responsabilità illimitata dei soci.

O se, invece, il divieto abbia portata più generale sul piano soggettivo, essendo lo stesso volto ad “evitare la confusione del patrimonio sociale nei patrimoni personali dei soci, con conseguente manomissione del diritto di creditori sociali al soddisfacimento preferenziale sui beni sociali” (7). Soluzione, quest’ultima, che appare preferibile giacché in caso di estinzione del patrimonio autonomo la responsabilità illimitata dei soci nulla aggiunge alla tutela delle ragioni dei creditori sociali a titolo di compensazione per la perdita del diritto di soddisfazione preferenziale sui beni sociali (8).

In tale prospettiva, la giurisprudenza, anche di legittimità, è pervenuta in tempi recenti alla distinzione fra procedimento formale di liquidazione (che non è indefettibile) e procedimento sostanziale, al quale si dovrà ricorrere ove non si nomini un liquidatore e che sarà gestito direttamente dai soci, mediante l'identificazione delle attività e delle passività sociali, il soddisfacimento dei creditori e la definizione dei rapporti pendenti (9).

Nell’ipotesi di trasformazione in impresa in titolarità individuale si verifica, come detto, il medesimo effetto di cessazione dell’organizzazione sociale e di abbandono di un regime di autonomia patrimoniale, rispetto al quale la posizione dei creditori sociali che risentirebbero della commistione con i creditori individuali va tutelata con un rimedio che è alternativo rispetto a quello della loro preventiva soddisfazione (ex art. 2280, comma 1, c.c.) e che si rinviene già nel sistema: esso è dato dalla possibilità per i creditori sociali di impedire che la divisata operazione possa produrre effetti, mediante lo strumento dell’opposizione, in applicazione dell’art. 2500-novies c.c.

Un’applicazione che invero potrebbe dirsi diretta e non per analogia, ove si ritenesse – e sul piano sistematico non sembra vi siano seri ostacoli – che la tipizzazione della trasformazione in comunione di azienda sia dipesa dalla circostanza che il legislatore del 2003 ha avuto a riferimento l’ipotesi più frequente di società pluripersonale.

In conclusione, la qualificazione della trasformazione in impresa individuale come trasformazione eterogenea, con conseguente applicabilità del rimedio dell’opposizione, rende tale operazione coerente con il sistema di tutela dei terzi predisposto dall’ordinamento in relazione all’esercizio dell’attività d’impresa in forma societaria.

L’estensione della disciplina tipizzata della trasformazione in comunione d’azienda anche all’ipotesi di società con unico socio appare, inoltre, l’esito di un’interpretazione costituzionalmente orientata delle normecodicistiche, che pare apprezzarsi soprattutto perché impedisce un possibile rilievo di disparità di trattamento fra società pluripersonali e società unipersonali, la cui disciplina è del resto assolutamente omogenea.

Marco Maltoni – Daniela Boggiali – Antonio Ruotolo

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1) Cass. 29 maggio 2003, n, 8599 afferma, quindi, che “il procedimento di liquidazione nella società di persone non è posto dalla legge in modo assoluto, costituendone una fase facoltativa nell'interesse dei soci, i quali possono evitarla pervenendo all'estinzione dell'ente, attraverso una divisione concordata, ovvero chiedendo al giudice la definizione dei reciproci rapporti di dare e avere, anche secondo le modalità proprie per lo scioglimento della comunione ordinaria”; nello stesso senso Cass. 3 marzo 2000, n. 2376, in Corr. Giur., 2000, 5, 583; Cass. 27 gennaio 1992, n. 860; Cass. 22 novembre 1980 n. 6212, in Riv. Not., 1981, 452, secondo cui “nella società in nome collettivo il procedimento formale di liquidazione non è imposto dalla legge in modo assoluto, ma costituisce una fase facoltativa nella vita della società. Nella giurisprudenza di merito, Trib. Lodi, 15 luglio 2005, in Società, 2006, 1140, secondo cui i soci possono liberamente determinare, prescindendo da formalismi particolari, oltre allo scioglimento, anche le modalità della liquidazione, ove necessaria, per addivenire, attraverso la definizione dei rapporti pendenti, all'estinzione della società, essendo la liquidazione stabilita nell'interesse dei soci e non dei creditori sociali; conformemente Trib. Lucca 18 luglio 1988, in Società, 1989, 66; Trib. Reggio Calabria 21 marzo 1990, in Società, 1990, 958. Nel senso, invece, dell'essenzialità del procedimento Trib. Napoli 12 maggio 1993, in Società, 1993, 1487 e Cass. 4 aprile 1981 n. 1916, in Giur. Comm., 1982, 28, secondo cui “il procedimento di liquidazione è necessario e insopprimibile”.

2) MACCARRONE, Estinzione della società di persone e continuazione dell’attività imprenditoriale da parte del socio superstite, in Riv. not., 1996, 843 ss.

3) Appello Genova 23 dicembre 2011.

4) In sostanza, la giurisprudenza, anche con riferimento a questa ipotesi, sembra seguire quell’orientamento – invero comune anche ad alcune pronunce dei giudici amministrativi (TAR Toscana, sent. 16 novembre 2004, n. 5282, in Giorn. dir.amm., 2005, 2, 178, che si rifà a Cons. Stato parere n. 288 del 20 dicembre 2000; TAR Lazio Roma, sez. I ter, ordinanza n. 460 del 29 gennaio 2009; TAR Piemonte, sez. I, 31 maggio 2012, n. 781. Su tali questioni, v. RUOTOLO, La trasformazione degli enti no profit, in Studi e materiali, 2010, 825 ss.) – che ritiene tassative le fattispecie trasformative espressamente elencate nel codice civile.

5) TANTINI, La trasformazione di comunione d'azienda in società, le inquietudini del giurista e la magia delle parole, in Contr. e impr. 2008, 814; SIMONETTO, Trasformazione e fusione delle società, in Commentario del codice civile diretto da Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1976, 9; PUGLIATTI, Grammatica e Diritto, Milano, 1978, 164-165; SPADA, Dalla Trasformazione delle società alle trasformazioni degli enti e oltre, in Scritti in onore di Vincenzo Buonocore, III, Diritto Commerciale, Società, t. 3, Milano, 2005, 3893; MALTONI, in MALTONI-TASSINARI, La trasformazione, Milano, 2005, 9.

6) TASSINARI, La trasformazione della società di persone con unico socio, in Maltoni –Tassinari, Le trasformazioni delle società, seconda edizione, Milano, 2011, 473, secondo cui «la trasformazione della società di persone con unico socio in impresa individuale costituisce una trasformazione in senso tecnico di tipo omogeneo, alla quale cioè, non trova applicazione il disposto dell’art. 2500-novies c.c.». Conseguentemente, la tutela dei creditori sociali sarebbe affidata ad altri ordinari strumenti di tutela nei confronti degli atti pregiudizievoli posti in essere a loro danno dal creditore, a cominciare dall’azione revocatoria.

7) GHIDINI, Le società personali, Padova, 1972, 827; nel senso della necessità dell’operazione di preventiva liquidazione del patrimonio nell’interesse dei creditori sociali, al punto da rendere necessario il procedimento di liquidazione formale nelle società soggette a registrazione per la loro forma commerciale COTTINO – WEIGMANN, Società di persone, in Trattato di diritto commerciale, diretto da G. Cottino, Padova, 2004, 325.

8) Cass. 27 gennaio 1992, n.860, Mass. Giust. Civ., 1992, 1; Cass. 5 gennaio 1967, n. 22; Cass. 9 ottobre 1969 n. 3239; Cass. 22 ottobre 1970 n. 2099.

9) Cass. 4 febbraio 1999, n. 959; Cass. 29 ottobre 2014, n. 22988. In dottrina, MONTALENTI, Negozio di liquidazione di società personale e clausole di revisione: interessi tutelati e disciplina applicabile, in Giur. comm., 1982, II, 808 ss.; ZAGRA,Passaggio automatico da società di persone a comunione e deroga al procedimento di liquidazione (nota a Cass. 4 febbraio 1999 n. 959), in Società, 1999, 688 secondo cui «La liquidazione [...] è il procedimento volto a liberare i beni sociali dal vincolo di destinazione alla attività imprenditoriale ad essi impresso con il contratto sociale, e alla susseguente ripartizione degli stessi tra i soci. Per raggiungere questo risultato occorre procedere, preventivamente, all'estinzione delle passività mediante il pagamento di tutti i creditori sociali».

***

Cassazione, sentenza 14 gennaio 2015, n. 496, sez. I civile

Pres. RORDORF – est. DIDONE

Ragioni di fatto e di diritto della decisione

1. Con sentenza 16 marzo 2010 il Tribunale di Aosta ha dichiarato il fallimento della s.n.c. Alfa di Caio & C. e di Caio in qualità di socio illimitatamente responsabile. Nel corso della procedura per la dichiarazione di fallimento, iniziata a seguito di istanza 3.9.2009 del PM a cui si era poi aggiunta l'istanza 3.12.2009 della società creditrice Delta s.r.l., era stata eccepita l'inammissibilità di questo ricorso da parte della Beta Holding s.n.c. e, che, costituendosi, aveva posto a fondamento dell'eccezione la propria ammissione alla procedura di concordato preventivo.

Il Tribunale, prima di esaminare questa eccezione, ha ripercorso le vicende della società Alfa; tali vicende possono essere sintetizzate come segue.

- Alfa s.r.l. fu posta in liquidazione con delibera assembleare del 16 luglio 2009; all'epoca i soci erano tre: Tizio, Caio e Beta Holding (d'ora in poi Beta H.) s.p.a.;

- il 4 agosto 2009 i fratelli Tizio e Caio cedettero le loro quote a Beta H. s.p.a., che quello stesso giorno fu trasformata in s.r.l. per essere poi trasformata in s.n.c. il 15 settembre;

- il 16 settembre Alfa fu trasformata da s.r.l. in liquidazione in s.n.c. in liquidazione;

- il 1 ottobre Beta H. cedette la sua partecipazione in Alfa a Caio il quale dichiarò in atto di voler rinunciare alla ricostituzione della pluralità dei soci e di voler esercitare l'attività in forma individuale;

- la Alfa s.n.c. in liquidazione fu cancellata dal registro delle imprese in data 7.10.2009, avendo presentato richiesta il giorno prima;

- l'8 ottobre fu revocato lo stato di liquidazione della Beta H. s.n.c. e ad essa lo stesso giorno Caio, titolare della ditta individuale Alfa, conferì l'azienda.

Il Tribunale ha rilevato innanzitutto che non era trascorso l'anno dalla cancellazione della società dal registro delle imprese, con conseguente possibilità di dichiararne il fallimento; ha ritenuto irrilevante il fatto che tale cancellazione non fosse stata preceduta dalla liquidazione del patrimonio sociale, trattenuto dall'unico socio quindi conferito ad altra società; ha ritenuto quindi, in applicazione di quanto disposto dall'art. 2560 c.c., che il trasferimento dell'azienda non avesse liberato il cedente dei suoi debiti e che di conseguenza non avesse privato i creditori del diritto di agire nei confronti del cedente, anche mediante istanza di fallimento; ha ritenuto poi irrilevante il fatto che il soggetto cui l'azienda era stata conferita fosse stato ammesso alla procedura di concordato preventivo.

1.1- Con la sentenza impugnata (depositata il 14.7.2010) la Corte di appello di Torino ha rigettato il reclamo proposto dalla società Alfa e da Caio, osservando che la cancellazione di detta società dal registro era avvenuta da meno di un anno e che la continuazione dell'attività aziendale ad opera dell'unico socio superstite non configurava, come sostenevano i reclamanti, una trasformazione eterogenea della s.n.c. in impresa individuale, bensì una mera cessione d'azienda che non liberava la cedente dalle pregresse obbligazioni.

Contro la sentenza di appello la s.n.c. Alfa e Caio hanno proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

Resistono con controricorso la curatela fallimentare nonché la creditrice istante s.p.a. Gamma Banca.

Nel termine di cui all'art. 378 c.p.c. i ricorrenti hanno depositato memoria.

2.1.- Con il primo motivo i ricorrenti denunciano la violazione di norme di diritto (art. 2500-septies in combinato disposto con gli artt. 2498, 2500-quinquies, 2500-sexies, 2500-octies e 2500-novies c.c.) lamentando che erroneamente la corte di merito abbia ritenuto inammissibile la trasformazione eterogenea da società di persone in impresa individuale, con applicazione dell'art. 2498 c.c.. Deducono che nella concreta fattispecie il soggetto fallibile è l'impresa individuale Caio e non la s.n.c. Alfa di Caio.

2.1.1.- Il motivo è inammissibile.

Invero, ammessa pure la configurabilità di una trasformazione eterogenea da società di persone in impresa individuale (contro, peraltro, il dato testuale di cui all'art. 2498 c.c.: trasformazione di 'ente' in 'ente', mentre l'impresa individuale non è contemplata) se ne dovrebbe dedurre che il soggetto giuridico ha mutato abito ma non identità, tale essendo appunto il proprium dell'istituto della trasformazione, ed allora si tratterebbe al più di correggere l'intestazione della dichiarazione di fallimento unificando quello sociale e quello personale dell'ex socio illimitatamente responsabile divenuto titolare dell'impresa individuale, ma non certo di revocare il fallimento: donde il difetto di interesse del ricorrente a sollevare una questione di sapore essenzialmente accademico.

2.2.- Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano la violazione di norme di diritto (art. 2498 c.c. in combinato disposto con gli artt. 2500-septies, 2272 e 2308 c.c.) deducendo che una società di persone può trasformarsi in impresa individuale allorché viene meno la pluralità dei soci e l'impresa in tal modo trasformata subentra ex art. 2498 c.c., conservando e proseguendo tutte le situazioni giuridiche, sia attive che passive, della società.

2.2.1.- In motivo è infondato.

La nascita di un'impresa individuale, cui quella collettiva trasferisca il proprio patrimonio, non preclude la dichiarazione del fallimento della società entro un anno dalla sua eventuale cancellazione dal registro delle imprese (Sez. 1, n. 1593/2002. Principio affermato in una fattispecie nella quale era stata dichiarata fallita una società disciolta, per mancata ricostituzione della pluralità dei soci a seguito di recesso di uno di questi, con assorbimento integrale del patrimonio nell'impresa individuale del socio superstite).

Secondo la giurisprudenza di questa Corte nell'ipotesi di assegnazione di azienda rientra l'atto con il quale uno dei soci receda da una società in nome collettivo composta da due soli soci, dando quietanza dell'avvenuta liquidazione della quota, mentre l'altro contestualmente dichiari di non voler ricostituire la società, ma di voler proseguire in proprio, quale imprenditore individuale, l'attività d'impresa. Ciò in quanto lo scioglimento della società, che a norma dell'art. 2272, n. 4, cod. civ. si determina per la sopravvenuta mancanza della pluralità dei soci, se la società non sia ricostituita nel termine di sei mesi, quando riguarda una società di persone non determina alcuna modificazione soggettiva dei rapporti facenti capo all'ente, la titolarità dei quali si concentra nell'unico socio rimasto; l'attesa semestrale dell'eventuale ricostituzione della pluralità dei soci può essere anticipatamente interrotta dalla scelta del socio superstite di non trovare altri soci, bensì di continuare l'attività come impresa individuale.

Una siffatta vicenda non integra una trasformazione nel senso tecnico inteso dall'art. 2498 cod. civ., riferito alla trasformazione di una società da un tipo ad un altro, bensì un rapporto di successione tra soggetti distinti, distinguendosi, appunto, persona fisica e persona giuridica per natura, e non solo per forma. L'“atipica trasformazione” in parola è preceduta dallo scioglimento della società e dalla liquidazione della stessa, concludentesi con l'assegnazione del patrimonio sociale residuo al socio superstite ai fini della successiva estinzione della società stessa (Sez. 5, n. 3670/2007).

Principio indubbiamente valido anche alla luce della riforma del diritto societario, posto che, come innanzi rilevato, l'art. 2498 c.c. riserva la disciplina della trasformazione a quella di un 'ente' in altro 'ente' (nella eterogenea da società in consorzi, società consortili, comunioni d'azienda, associazioni non riconosciute e fondazioni e viceversa: artt. 2500-septies e 2500-octies).

È assorbente, peraltro, la circostanza che i ricorrenti non censurano adeguatamente l'accertamento (in fatto) operato dalla corte di merito, secondo cui l'atto posto in essere con la c.d. trasformazione della s.n.c. in impresa individuale non implicherebbe affatto un intento di trasformazione, bensì il semplice conferimento dell'azienda sociale al socio unico superstite come modalità di liquidazione del patrimonio della società, dovendosi prescindere dalla mera intestazione dell'atto notarile anche come 'trasformazione'.

2.3.- Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano la violazione dell'art. 2498 c.c. in combinato disposto con l'art. 2560 c.c. e 10 l. fall..

Deducono che, essendo stata poi la medesima azienda ulteriormente trasferita dal socio unico superstite ad altra società che era stata ammessa a concordato preventivo, sarebbe venuta meno la possibilità di dichiarare il fallimento del cedente.

2.3.1.- La censura è inammissibile perché dalla sentenza impugnata si evince che la questione relativa agli effetti dell'ammissione della Beta H. al concordato preventivo, mentre è stata affrontata dalla sentenza del tribunale, non è stata riproposta, con specifico motivo di reclamo, alla Corte di appello. Né i ricorrenti indicano in ricorso se e con quali modalità sia stata prospettata la censura stessa alla corte di merito, in violazione del principio di autosufficienza.

Il ricorso, dunque, deve essere rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità - liquidate in dispositivo - seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate per ciascun controricorrente in Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori e spese forfettarie come per legge.

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Il commento alla sentenza trovo sia corretto, visto che fissa un principio contraddittorio e soprattutto non attinente al caso specifico. Che riguarda un'assegnazione in violazione delle ragioni creditorie e, almeno mi pare di capire, elusiva dell'imposizione fiscale.

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c'è anche una massima del triveneto che la ammette, ossia la KA37, anche se nel caso di specie credo si tratti di trasformazione eterogenea di società di persone

Modificato da pasqualino82

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