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COMPOSSESSO ED USUCAPIONE DELLA EREDITÀ (1): IL PUNTO DELLA CORTE DI C

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COMPOSSESSO ED USUCAPIONE DELLA EREDITÀ (1): IL PUNTO DELLA CORTE DI CASSAZIONE, 13 NOVEMBRE 2014, N. 24214

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 13 novembre 2014, n. 24214, ha, in linea con suo precedente indirizzo (3), aggiunto un ulteriore tassello in materia di compossesso ed usucapione della eredità.

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I motivi del ricorso in Cassazione.

Fra i motivi di ricorso, la Corte di legittimità è stata chiamata a stabilire se in una situazione di compossesso, come quella esistente tra i componentidi una comunione ereditaria, possa:

- escludersi il possesso ad usucapionem di un coerede, che, detenendo in via esclusiva un bene immobile, per averlo destinato a propria abitazione, lo ha posseduto per oltre venti anni continuativamente ed indisturbatamente in danno degli altri coeredi, impedendo loro un uso concorrente;

- considerarsi rilevante, ai fini dell’usucapione dell’altrui quota indivisa della cosa comune, la circostanza che il soggetto usucapiente abbia eseguito sull’immobile posseduto lavori di completa ristrutturazione, quali, tra l’altro, la sostituzione di un solaio, con impiego di notevoli risorse economiche;

- ritenersi causa di impedimento al maturare dell’usucapione, il godimento, di modesta portata, degli altri coeredi, in particolare quando tale godimento incida molto debolmente sull’esercizio del diritto da parte dell’effettivo possessore ora a causa della obiettiva impossibilità di un continuo, stabile, comune e contestuale godimento, tenuto conto della ridotta consistenza dell’immobile e della destinazione impressa al bene dal possessore esclusivo; ora perché quel godimento dipende da rapporti di familiarità o di ospitalità, dettati dalla consuetudine.

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La decisione della Corte di Cassazione.

Tutti i motivi di ricorso, appena descritti, sono stati ritenuti infondati dalla Suprema Corte di Cassazione, la quale, nel confermare la sentenza della Corte territoriale di Appello, ha rigettato la domanda di usucapione avanzata dalla ricorrente.

A tale conclusione, la Suprema Corte è pervenuta facendo applicazione del principio secondo il quale «in tema di compossesso, il godimento esclusivo della cosa comune da parte di uno dei compossessori non è, di per sé, idoneo a far ritenere lo stato di fatto così determinatosi funzionale all’esercizio del possesso ad usucapionem, e non anche, invece, conseguenza di un atteggiamento di mera tolleranza da parte dell’altro compossessore, risultando necessario, a fini dell’usucapione, la manifestazione del dominio esclusivo sulla res communis da parte dell’interessato attraverso un’attività durevole, apertamente contrastante ed inoppugnabilmente incompatibile con il possesso altrui, gravando l’onere della relativa prova su colui che invochi l’avvenuta usucapione del bene (4). In particolare, il coerede che dopo la morte del de cuius sia rimasto nel possesso del bene ereditario, può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri eredi, senza necessità di interversione del titolo del possesso; a tal fine, egli, che già possiede animo proprio ed a titolo di comproprietà, è tenuto ad estendere tale possesso in termini di esclusività, il che avviene quando il coerede goda del bene in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziare una inequivoca volontà di possedere uti dominus e non più uti condominus, non essendo sufficiente che gli altri partecipanti si astengano dall’uso della cosa comune (5) » (6).

A quanto precede, la medesima Corte ha aggiunto che non ha valore decisivo ai fini della maturazione dell’usucapione da parte della ricorrente la circostanza che essa abbia realizzato lavori di ristrutturazione dell’immobile nel quale viveva, perché, quando un coerede utilizza ed amministra un bene ereditario, provvedendo, tra l’altro, ad eseguirvi lavori od opere, sussiste al riguardo una presunzione iuris tantum che egli abbia agito appunto nella qualità di coerede e che abbia anticipato le spese anche relativamente alla quota degli altri coeredi (7).

Ancora, la Corte ha considerato non pertinente, ai fini dell’accoglimento del ricorso, il richiamo agli atti di tolleranza degli altri coeredi, posto che nella specie gli stessi soggetti erano compossessori del bene e che l’utilizzo del bene da parte loro costituiva esercizio di un compossesso di cui essi già godevano in forza della successione al comune dante causa (8).

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Note conclusive.

La pronuncia segnalata merita particolare attenzione anche perché la Corte chiarisce ulteriormente che: «non ha valore decisivo la circostanza che» la ricorrente «si sia occupata della ristrutturazione dell’immobile in cui ella viveva, provvedendo al pagamento dei relativi lavori, giacché allorché un coerede utilizzi ed amministri un bene ereditario provvedendo, tra l’altro, ad eseguirvi lavori od opere, sussiste la presunzione iuris tantum che egli agisca in tale qualità e che anticipi le spese anche relativamente alla quota degli altri coeredi: il coerede che invochi l’usucapione ha l’onere di provare che il rapporto materiale con il bene si è verificato in modo da escludere gli altri coeredi dalla possibilità di instaurare un analogo rapporto con il bene ereditario».

Di conseguenza, ai fini della maturazione dell’usucapione dei beni ereditari, è necessario che il soggetto usucapiente vinca la predetta presunzione, dimostrando, ex art. 1102 c.c., che il rapporto materiale con il bene ereditario si è verificato in modo da sostituire al compossesso degli altri coeredi il proprio possesso esclusivo (9).

A tal fine, si segnala che, in giurisprudenza, non si è ritenuto sufficiente, al fine della prova del possesso esclusivo di un immobile di proprietà comune tra l’altro:

- «l’assunzione da parte di uno dei compartecipi, di tutti gli oneri ordinari e straordinari di miglioria (10) »;

- gli «atti soltanto di gestione consentiti al singolo compartecipante o anche atti familiarmente tollerati dagli altri, o ancora gli atti che, comportando solo il soddisfacimento di obblighi o erogazione di spese per il miglior godimento della cosa comune, non possono dare luogo ad una estensione del potere di fatto sulla cosa nella sfera di altro compossessore» (11);

- e, da ultimo, con la sentenza in commento, neppure i lavori di completa ristrutturazione edilizia dell’immobile posseduto, quali, tra l’altro, la sostituzione di un solaio, con impiego di notevoli risorse economiche.

Antonio Musto e Cristina Lomonaco

________________

1) In letteratura, sull’argomento, L. BALESTRA, L’usucapione, in Proprietà e diritti reali, in Il diritto privato nella giurisprudenza, P. CENDON (a cura di), Torino, 2012, 513; M. DE GIORGI, L’usucapione.Aspetti sostanziali e profili processuali controversi, Milano, 2012, 47; L. DELLI PRISCOLI, Art. 1164, in La giurisprudenza codice civile. Coordinata con la dottrina, C. RUPERTO (a cura di), Milano, 2011, 642; R. MAZZON, Il possesso. Usucapione, azioni di reintegrazione e di manutenzione, Padova, 2011, 374; P. PAOLA, Usucapione, Padova, 2011, 58 ss.

2) Cass., 13 novembre 2014, n. 24214, in Dir. e giust., 14 novembre 2014.

3) Cass., 25 marzo 2009, n. 7221. Cfr. anche, Cass., 30 giugno 2011, n. 14467: «Intanto, è appena il caso di chiarire che il coerede è in effetti, proprio perché tale, ad un tempo comproprietario e compossessore dei cespiti ereditati, pertanto, è perfettamente in grado di usucapirne l’intero a seguito del possesso ventennale, pacifico, non violento ed ininterrotto. Tuttavia, perché ciò accada è necessario non solo il “disinteresse” degli altri coeredi al possesso della cosa, quanto e soprattutto “l’estensione del possesso” da parte del coerede, ossia il manifestarsi del suo animus possidendi in termini di esclusività, ergo di proprietà e non già di comproprietà. Il coerede, insomma, che è già compossessore animo proprio ed a titolo di comproprietà, non è tenuto ad un mutamento del titolo, ma solo ad una estensione dei limiti suo possesso. Pertanto, il coerede nel possesso del bene ereditario, comune ad altri eredi, per acquistare il bene posseduto non ha bisogno di alcuna interversione, ciò che conta è esclusivamente l’animus possidendi, il quale, lungi dal trasformare il detentore in possessore, comporta invece la mutazione qualitativa di un possesso che già si manifestava in termini proprietari, pur nell’ambito di una comunione». Ancora, più risalenti, Cass., 13 ottobre 1975, n. 3282; Cass., 15 maggio 1986, n. 3208, in Mass. foro it., 1986, 5.

4) Cass., 20 settembre 2007, n. 19478, in Guida al diritto, 2007, 46, 77.

5) Cass., 25 marzo 2009, n. 7221.

6) Sull’usucapione della sola quota ereditaria, e non dell’intero compendio, Cfr., Cass., 13 ottobre 1975, n. 3282: «uno dei coeredi può acquistare per usucapione non soltanto l’intero compendio ereditario, ma anche esclusivamente la quota di uno soltanto degli altri coeredi. Quest’ultima ipotesi si realizza nel caso in cui il coerede abbia posseduto animo domini, il detto compendio in modo incompatibile con la possibilità di godimento di uno o di alcuni soltanto degli altri partecipanti alla comunione, fermo restando il compossesso dei restanti coeredi, limitatamente alle rispettive quote». Ancora, Cass., 15 maggio 1986, n. 3208: «in applicazione degli artt. 714, 1141 e 1164 c.c., anche prima della divisione il coerede può acquistare per usucapione la quota o il compendio ereditario per l’intero, ove egli abbia posseduto per il tempo necessario ad usucapire, animo domini, in modo esclusivo ed incompatibile con la possibilità di fatto di un godimento comune con il coerede cui appartiene la quota o con tutte gli altri coeredi, e ciò senza che sia necessaria, a differenza che nel caso del precarista, una interversione del possesso». Conforme, Cass., 17 aprile 1981, n. 2326. Sul punto si rinvia anche a Cass., 30 giugno 2011, n. 14467; App. Napoli, 31 marzo 2005; App. Palermo, 12 marzo, 1992, in Temi sic., 1992, 46; Cass., 26 novembre 1988, n. 6383; Trib. Cagliari, 5 febbraio 1986, in Riv. giur. sarda, 1988, 71; Cass., 21 febbraio 1985, n. 1529; Cass., 3 luglio 1980, n. 4263; Cass., 23 luglio 1979, n. 4408; Cass., 22 ottobre 1976, n. 3757. O ancora cfr. Cass., 11 ottobre 1967, n. 2404, secondo cui ai fini dell’usucapione da parte del coerede di beni ereditari non occorre una vera e propria interversione del titolo del possesso, essendo, invece, sufficiente un’interversione di fatto, e cioè una imputazione negli atti di estrinsecazione del possesso, tale da dimostrare l’intenzione del coerede di possedere non a titolo di compossesso, ma a titolo di possesso esclusivo e per il tempo stabilito dalla legge per usucapire. O ancora cfr. Cass., 25 marzo 2009, n. 7221. Già, Cass., 12 febbraio 1993, n. 1783; Cass., 3 luglio 1980, n. 4263; Cass., 16 marzo 1981, n. 1449.

7) Cass., 12 aprile 2002, n. 5226, in Riv. not., 2003, 1048; in Giust. civ., 2003, I, 1091. Cass., 28 aprile 1993, n. 5006: «allorché un coerede utilizzi ed amministri un bene ereditario provvedendo, tra l’altro, alla sua manutenzione, sussiste la presunzione iuris tantum che egli agisca in tale qualità e che anticipi le spese anche relativamente alla quota degli altri coeredi. Pertanto, il coerede che invochi l’usucapione ha l’onere di provare, a norma dell’art. 1102 c.c., il mutamento del titolo del possesso, ossia che il rapporto materiale con il bene si sia verificato in modo da escludere, con palese manifestazione del volere, gli altri coeredi dalla possibilità di instaurare un analogo rapporto con il bene ereditario».

8) Sul punto, cfr. Cass., 28 aprile 2006, n. 9903: «il comproprietario può usucapire la quota degli altri comproprietari estendendo la propria signoria di fatto sulla res communis in termini di esclusività, ma a tal fine non è sufficiente che gli altri partecipanti si siano limitati ad astenersi dall’uso della cosa, occorrendo, per converso, che il comproprietario in usucapione ne abbia goduto in modo inconciliabile con possibilità di godimento altrui, in modo tale, cioè, da evidenziarne una in equivoca volontà di possedere uti dominus e non più uti condominus». Conforme, Cass., 26 novembre 1997, n. 11842.

9) Cfr., Cass., 28 aprile 1993, n. 5006, cit. V. anche, Cass., 24 gennaio 1985, n. 319: «a norma dell’art. 1102 c.c. la utilizzazione della cosa comune da parte di uno dei partecipanti alla comunione, anche se più intensa o diversa da quella degli altri, non vale di per sé sola a mutare il titolo del possesso, e quindi, ad attrarre la cosa comune o parte di essa nella sfera della disponibilità esclusiva del singolo comunista, il quale, ove intenda espandere il suo possesso in via esclusiva sul bene, per non dovendo necessariamente compiere gli atti di interversio possessionis, previsti dagli artt. 1141 e 1164 c.c., rispettivamente per il mutamento della detenzione in possesso, e del possesso di un diritto reale su cosa altrui, in possesso corrispondente all’esercizio della proprietà, deve tuttavia concretarsi in atti integranti un comportamento durevole, tali da evidenziare un possesso esclusivo ed animo domini sulla cosa, incompatibile con il permanere del compossesso altrui». O, ancora,Cass., 25 settembre 2002, n. 13921, secondo cui: «Il coerede può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri coeredi, senza che sia necessaria una vera e propria interversione del titolo del possesso, esercitando il potere di fatto sul bene in termini di esclusività; a tal fine, peraltro, non è sufficiente che gli altri coeredi si siano astenuti dall’uso del bene in comune, occorrendo che quello fra i coeredi, il quale invochi l’usucapione, abbia goduto del bene stesso in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui tale da evidenziare una inequivoca volontà di possedere utidominus e non più uti condominus, senza opposizione per il tempo utile ad usucapire; né tale comportamento può consistere solo in atti di gestione del bene comune o in atti tollerati dagli altri coeredi, né, infine, rilevano le variazioni catastali che egli abbia ottenuto, ove non provi d’averle portate a conoscenza degli altri compossessori o che questi l’abbiano altrimenti conseguita senza alcuna reazione. L’onere della prova di tale dominio esclusivo sulla res comune grava sull’usucapiente». E., anche, Cass., 15 giugno 2001, n. 8152; Cass., 10 agosto 1982, n. 4479.

10) Più precisamente, secondo Cass., 21 febbraio 1985, n. 1529: «in tema di comunione ordinaria ed ereditaria il compartecipe può usucapire la cosa senza necessità dell’interversione del possesso (art. 1164 c.c.), attraverso la semplice estensione del possesso medesimo in termini di esclusività, ma a questo fine non è sufficiente che gli altri partecipanti si siano astenuti dall’uso della cosa, occorrendo, altresì, che detto compartecipe ne abbia goduto in modo obiettivamente inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziare una inequivoca volontà di possedereuti dominus e non più uti condominus. (Nella specie, in applicazione del surriportato principio, non si è ritenuto sufficiente, al fine della prova del possesso esclusivo di un immobile di proprietà comune, l’assunzione da parte di uno dei compartecipi, di tutti gli oneri ordinari e straordinari di miglioria)».

11) Cass., 11 agosto 2005, n. 16841. Corsivo aggiunto. Conforme, Cass., 26 maggio 1999, n. 5127.

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