Uber Tacconi

D.L. 24 giugno 2014 n.91

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LE MODIFICHE AL CODICE CIVILE, AL TUF, AL TUB E ALLA DISCIPLINA DEL CONCORDATO PREVENTIVO INTRODOTTE DAL DECRETO LEGGE 24 GIUGNO 2014, N. 91

Segnalazioni Novità Normative

LE MODIFICHE AL CODICE CIVILE, AL TUF, AL TUB E ALLA DISCIPLINA DEL CONCORDATO PREVENTIVO INTRODOTTE DAL DECRETO LEGGE 24 GIUGNO 2014, N. 91

Il decreto legge 24 giugno 2014, n. 91, recante Disposizioni urgenti per il settore agricolo, la tutela ambientale e l'efficientamento energetico dell'edilizia scolastica e universitaria, il rilancio e lo sviluppo delle imprese, il contenimento dei costi gravanti sulle tariffe elettriche, nonché' per la definizione immediata di adempimenti derivanti dalla normativa europea, introduce, agli artt. 20 e ss., importanti modifiche al codice civile, al TUF, al TUB e alla disciplina del concordato preventivo.

A) Le modifiche al codice civile

1. Il nuovo capitale minimo nelle s.p.a. e l’eliminazione della soglia dei 120.000 euro per la nomina obbligatoria dell’organo di controllo nella s.r.l.

Art. 20, comma 7:«All'articolo 2327 del codice civile la parola "centoventimila" è sostituita dalla parola "cinquantamila"»

Art. 20, comma 8: «all'articolo 2477 del codice civile il secondo comma è abrogato, nel terzo comma la parola "altresì" è soppressa e nel sesto comma le parole "secondo e" sono soppresse».

Fra le modifiche di più diretto impatto, si segnala, in particolare, quella dell’ammontare minimo del capitale sociale nella società per azioni (e di riflesso nella società in accomandita per azioni ex art. 2454 c.c.).

All’art. 2327, c.c., l’importo di centoventimila euro è sostituito con quello di cinquantamila.

L’intervento sembra potersi inquadrare nell’ambito di quella tendenza che ha connotato l’azione del legislatore sul ruolo del capitale sociale nell’ultimo biennio: dapprima con la disciplina della società a responsabilità limitata semplificata (art. 2463-bis, c.c., introdotto dal d.l. 1/2012) e successivamente, attraverso vari passaggi, con la fissazione del capitale minimo della società a responsabilità limitata nell’ammontare di un euro (art. 2463, comma 4, introdotto dalla legge di conversione del d.l. 76/2013), appare evidente come il capitale venga ad assumere progressivamente una funzione che non è più certamente quella di garanzia per i creditori, quanto, piuttosto, di parametro necessario per valutare se la società sia o meno in perdita e come riferimento sul quale determinare la quota di partecipazione di ciascun socio alla società.

In tale prospettiva, con l’evidente funzione di favorire la costituzione delle società azionarie, si colloca l’intervento che riduce ad oltre la metà dell’importo previsto dall’art. 2327 il minimo del capitale delle s.p.a.

La ridefinizione dell’importo minimo avrà, ovviamente, immediate conseguenze sulla disciplina della riduzione del capitale, sia per quanto concerne la riduzione volontaria ex art. 2445, c.c., potendo l’assemblea fissare il nuovo ammontare ad una soglia più bassa rispetto a quella in precedenza consentita, sia per quanto riguarda la riduzione per perdite.

In particolare, mentre per ciò che concerne la riduzione per perdite superiori al terzo del capitale (art. 2446, c.c.) non si registrano particolari effetti (determinante è la perdita di oltre un terzo del capitale convenzionalmente fissato, qualunque sia il suo importo), diversamente è a dirsi per la riduzione al di sotto del minimo legale, dovendosi tener conto del nuovo minimo.

Ad esempio, una s.p.a., con capitale pari ad euro 120.000:

- può volontariamente ridurre il proprio capitale ex art. 2445 c.c. sino a 50.000;

- se ha perdite comprese tra 40.000 e 70.000 euro deve ridurre il capitale secondo il procedimento di cui all’art. 2446 c.c., ma non è più obbligata a ricostituire lo stesso sino all’importo originario;

- se ha perdite superiori a 70.000 euro deve ridurre il capitale ex art. 2447 c.c. ed è tenuta a reintegrarlo ad almeno 50.000 euro.

Alla ridefinizione del minimo di capitale della s.p.a. si accompagna anche la soppressione del secondo comma dell’art. 2477 c.c.

In una prima versione circolata della bozza del decreto legge la disposizione in esame si limitava a modificare l’art. 2327. Di conseguenza, incidendo sul capitale minimo delle s.p.a., essa avrebbe prodotto di effetti anche relativamente alla disciplina delle s.r.l. e delle cooperative, con riferimento, in particolare, alla nomina dell’organo di controllo, in quanto l’art. 2477, comma 2, c.c. prevedeva, sino ad oggi, che “se il capitale sociale non è inferiore a quello minimo stabilito per le società per azioni” la nomina dell’organo di controllo è obbligatoria. E, analogamente, nelle cooperative, l’art. 2543 c.c., prevede che la nomina dell’organo di controllo “è obbligatoria nei casi previsti dal secondo e terzo comma dell’art. 2477”. L’effetto sarebbe stato quello di ridefinire una soglia più bassa, superata la quale scatta l’obbligo di nomina dell’organo di controllo nelle s.r.l. e nelle cooperative (sul punto, BUSANI, Più controlli nelle Srl e nelle cooperative, ne Il Sole24ore del 15 giugno 2014, p. 3).

Nel testo del decreto, probabilmente consapevoli di siffatta conseguenza, si è pertanto provveduto anche alla abrogazione del secondo comma dell’art. 2477 che, appunto, imponeva alla società a responsabilità limitata con capitale sociale non inferiore a quello minimo stabilito per le società per azioni, di nominare un organo di controllo o un revisore (art. 20, comma 8).

L’effetto è, quindi, quello di limitare l’obbligatorietà della nomina dell’organo di controllo o del revisore ai casi in cui la s.r.l. sia obbligata alla tenuta del bilancio consolidato; controlli altra società tenuta alla revisione legale dei conti; superi, per due esercizi, i parametri previsti dall'art. 2435- bis, c.c., cioè ai casi previsti dal solo comma 3 dell’art. 2477.

E ciò, ovviamente, si riflette anche sulla disciplina delle cooperative, dovendosi oggi intendere il rinvio operato dall’art. 2543 c.c. ai commi 2 e 3 dell’art. 2477 riferito soltanto al comma 3.

Venuta, quindi, meno l’obbligatorietà della nomina dell’organo di controllo nel caso di superamento del (vecchio) minimo di capitale previsto per la s.p.a., si ripropone, per le s.r.l. che abbiano nominato l’organo di controllo perché tenutevi in virtù della propria capitalizzazione e che non superino i limiti di cui al comma 3 dell’art. 2477, la questione degli effetti del venir meno di tale obbligo. A tal riguardo, rinviando a successivi approfondimenti, si può ricordare come, nella analoga vicenda che portò all’introduzione del c.d. sindaco unico, si concluse nel senso che i collegi sindacali in carica all’entrata in vigore della legge 12 novembre 2011, n. 183 sarebbero cessati alla naturale scadenza. Mentre, per quanto concerne il revisore legale, l’ipotesi sembrerebbe riconducibile a quanto previsto dall’art. 4, comma 1, lett. i), del D.M. 28 dicembre 2012, n. 261, secondo cui costituisce giusta causa di revoca “la sopravvenuta insussistenza dell'obbligo di revisione legale per l'intervenuta carenza dei requisiti previsti dalla legge”.

Va ricordato, comunque, che la modifica dell’importo del capitale minimo nella s.p.a. avrà ulteriori ripercussioni nella disciplina speciale, laddove questa richiami detto minimo o un multiplo di esso (si pensi, ad esempio, alla previsione contenuta nel testo dell’art. 106 TUB previgente alle modifiche introdotte dal d.lgs. 13 agosto 2010, n. 141, ma che, in mancanza delle disposizioni attuative, continua ad applicarsi, e che in materia di intermediazione finanziaria prescrive, appunto, la forma di società per azioni, in accomandita per azioni, a responsabilità limitata e cooperativa e un capitale non inferiore a cinque volte il capitale minimo previsto per le società per azioni: a seguito della modifica dell’art. 2327, c.c., detto ammontare passerebbe da 600000 euro a 250000 euro).

2. I criteri di determinazione del valore delle azioni nel recesso da società quotate

Art. 20 Comma 3 «All'articolo 2437-ter, comma 3, del codice civile la parola "esclusivamente" è soppressa e sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: "Lo statuto delle società con azioni quotate in mercati regolamentati può prevedere che il valore di liquidazione sia determinato secondo i criteri indicati dai commi 2 e 4 del presente articolo, fermo restando che in ogni caso tale valore non può essere inferiore al valore che sarebbe dovuto in applicazione del criterio indicato dal primo periodo del presente comma"».

Il comma 3 dell’art. 20 modifica il comma 3 dell’art. 2437-ter, c.c., relativamente ai criteri di determinazione nel recesso del valore delle azioni quotate in mercati regolamentati che è ancora determinato facendo riferimento alla media aritmetica dei prezzi di chiusura nei sei mesi che precedono la pubblicazione ovvero ricezione dell'avviso di convocazione dell'assemblea le cui deliberazioni legittimano il recesso (criterio sino ad oggi esclusivo). Lo statuto delle società con azioni quotate in mercati regolamentati può prevedere che il valore di liquidazione sia determinato secondo i criteri indicati dai commi 2 (che tengono conto della consistenza patrimoniale della società e delle sue prospettive reddituali, nonché dell'eventuale valore di mercato delle azioni) e 4 (criteri statutari) dello stesso art. 2437-ter, fermo restando che in ogni caso tale valore non può essere inferiore al valore che sarebbe dovuto in applicazione del criterio della media aritmetica dei prezzi di chiusura nel semestre di cui al primo periodo del comma 3.

3. Estensione dell’ambito di applicazione dell’art. 2343-bis

Art. 20 Comma 4: «Al secondo comma dell'articolo 2343-bis del codice civile, dopo le parole "di un esperto designato dal tribunale nel cui circondario ha sede la società", sono aggiunte le seguenti: "ovvero la documentazione di cui all'art, 2343-ter primo e secondo comma"; al terzo comma dell'articolo 2343-bis del codice civile dopo le parole "di un esperto designato dal tribunale" sono aggiunte le seguenti: "ovvero dalla documentazione di cui all'art. 2343-ter".

Art. 20 Comma 5: «Il secondo comma dell'articolo 2500-ter del codice civile è sostituito dal seguente: "Nei casi previsti dal precedente comma il capitale della società risultante dalla trasformazione deve essere determinato sulla base dei valori attuali degli elementi dell'attivo e del passivo e deve risultare da relazione di stima redatta a norma dell'articolo 2343 ovvero dalla documentazione di cui all'art. 2343-ter ovvero, infine, nel caso di società a responsabilità limitata, dell'articolo 2465. Si applicano altresì, nel caso di società per azioni o in accomandita per azioni, il secondo, terzo e, in quanto compatibile, quarto comma dell'articolo 2343 ovvero, nelle ipotesi di cui al. primo e secondo comma dell'art. 2343-ter, il terzo comma del medesimo articolo".»

I commi 4 e 5 dell’art. 20 estendono la possibilità di ricorrere ai sistemi di valutazione alternativi alla relazione dell’esperto di cui all’art. 2343 c.c. nelle ipotesi di acquisti da promotori, fondatori, soci e amministratori, e di trasformazione in società di capitali.

In particolare, il comma 4 modifica:

- il secondo comma dell'art. 2343-bis c.c., aggiungendo, dopo le parole "di un esperto designato dal tribunale nel cui circondario ha sede la società", le parole "ovvero la documentazione di cui all'art. 2343-ter primo e secondo comma";

- il terzo comma dell'art. 2343-bis c.c., aggiungendo, dopo le parole "di un esperto designato dal tribunale" le parole "ovvero dalla documentazione di cui all'art. 2343-ter".

Pertanto, nei casi di acquisto della società da promotori, fondatori, soci e amministratori è consentito ricorrere o alla relazione dell’esperto ai sensi dell’art. 2343 c.c., o ai sistemi alternativi di cui all’art. 2343-ter c.c., i quali consistono nel riferimento al prezzo medio ponderato di negoziazione su mercati regolamentati, o al valore di bilancio sottoposto a revisione legale, o, ancora, al valore risultante dalla valutazione di un esperto indipendente non anteriore di sei mesi.

Il comma 5 dell’art. 20, poi, sostituisce il secondo comma dell'art. 2500-ter c.c. con il seguente:

“Nei casi previsti dal precedente comma il capitale della società risultante dalla trasformazione deve essere determinato sulla base dei valori attuali degli elementi dell'attivo e del passivo e deve risultare da relazione di stima redatta a norma dell'articolo 2343 ovvero dalla documentazione di cui all'art. 2343-ter ovvero, infine, nel caso di società a responsabilità limitata, dell'articolo 2465. Si applicano altresì, nel caso di società per azioni o in accomandita per azioni, il secondo, terzo e, in quanto compatibile, quarto comma dell'articolo 2343 ovvero, nelle ipotesi di cui al primo e secondo comma dell'art. 2343-ter, il terzo comma del medesimo articolo”.

Si estende, quindi, la possibilità di ricorrere ai sistemi di valutazione di elementi patrimoniali regolati dall’art. 2343-ter c.c., in alternativa alla relazione di stima disciplinata dall’art. 2343 c.c. anche nell’ipotesi di trasformazione in società di capitali (soluzione ritenuta praticabile, già sul piano interpretativo, in uno studio del Consiglio Nazionale: Atlante – Ruotolo, La nuova disciplina dei conferimenti in natura nelle società azionarie: possibili applicazioni nell’ambito della fusione e della trasformazione. Studio n. 224-2009/I, in Studi e materiali, 2010, 75 ss.).

Si deve, a tal proposito, segnalare che in caso di perizia redatta ai sensi dell’art. 2343 c.c., l'art. 2500-ter c.c. rinvia espressamente tanto al comma 2 dell’art. 2343 c.c., che sancisce la responsabilità dell’esperto, quanto ai commi 3 e 4, relativi al procedimento di verifica della stima da parte dell’organo amministrativo.

Differentemente, per il caso di trasformazione mediante ricorso ai sistemi di valutazione alternativi non è previsto un rinvio esplicito né al comma 4 dell’art. 2343-ter c.c., che sancisce la responsabilità dell’esperto, né all’art. 2343-quater c.c., che prevede il procedimento di verifica, da parte dell’organo amministrativo, che non siano intervenuti fatti eccezionali tali da incidere sul valore dei beni oggetto di valutazione.

4. La riduzione dei termini per l’esercizio del diritto di opzione

Art. 20, Comma 6 «Il secondo comma dell'articolo 2441 del codice civile, è sostituito dal seguente: "L’offerta di opzione deve essere depositata presso l'ufficio del registro delle imprese e contestualmente resa nota mediante un avviso pubblicato sul sito internet della società, con modalità atte a garantire la sicurezza del sito medesimo, l'autenticità dei documenti e la certezza della data di pubblicazione, o, in mancanza, mediante deposito presso la sede della società. Per l'esercizio del diritto di opzione deve essere concesso un termine non inferiore a quindici giorni dalla pubblicazione dell'offerta "»

Il comma 6 sostituisce il comma 2 dell’art. 2441, c.c., modificandosi sia il sistema di pubblicità dell’offerta di opzione, sia il termine minimo per l’esercizio del diritto.

Si prevede, infatti, che per l'esercizio del diritto di opzione deve essere concesso un termine non inferiore a quindici giorni dalla pubblicazione dell'offerta in luogo dei trenta originariamente previsti, in modo da rendere più agevole l’ingresso di terzi nella compagine sociale in sede di aumento.

A fronte di tale riduzione dei termini per l’esercizio del diritto, peraltro in linea con la disciplina dell’opzione nelle società quotate (da notare che l’allineamento ha comportato l’abrogazione dell’art. 134 TUF, che a questo punto era divenuto inutile), l’offerta, oltre ad esser depositata presso l’ufficio del registro delle imprese, come già prevedeva il comma 2 ante modifiche, deve esser contestualmente resa nota mediante un avviso pubblicato sul sito internet della società, con modalità atte a garantire la sicurezza del sito medesimo, l'autenticità dei documenti e la certezza della data di pubblicazione, o, in mancanza, mediante deposito presso la sede della società.

Tale ulteriore forma di pubblicità consente quindi al socio di venire a conoscenza in termini più tempestivi della sussistenza del diritto. In sostanza, a una riduzione dei termini per l’esercizio dell’opzione corrisponde una forma più efficace di pubblicità e quindi di conoscibilità del diritto.

5. Anticipazioni di stampa e disposizioni che non hanno subito modifiche

Rispetto alle bozze del testo del decreto legge che erano circolate dopo la sua approvazione, il testo definitivo non prevede più l’abrogazione degli artt. 2412 e 2413 c.c., sui limiti all’emissione del prestito obbligazionario, né del comma 2 dell’art. 2483 che limita la sottoscrizione dei titoli di debito delle s.r.l. ai soli investitori professionali. Non ha avuto seguito neppure la modifica dell’art. 2437 c.c. che stabiliva la possibilità, per le società quotate di escludere, con apposita previsione statutaria, la causa di recesso per modifica dell'oggetto sociale. La portata della norma relativa al voto plurimo nella s.p.a., che era contenuta in una modificazione dell’art. 2351 c.c., è invece limitata, come si vedrà subito nel prosieguo, alle sole società quotate mediante apposita disciplina introdotta nel TUF

B) Le modifiche al TUF (art. 20, comma 1)

1. Il voto maggiorato (voto plurimo con il limite di due voti)

Nell’ambito delle modifiche al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 ("Testo Unico della Finanza" o "TUF"), si segnala, in particolare, l’introduzione della Maggiorazione del voto: l’art. 127 quinques consente, infatti, alle società in via di quotazione ovvero già quotate di prevedere, mediante introduzione di apposita clausola statutaria, azioni a. voto maggiorato a beneficio degli azionisti di lungo periodo. Ciò in espressa deroga al divieto, contenuto nell’art. 2351 c.c., di emissione di azioni a voto plurimo.

È pertanto possibile l'attribuzione in via statutaria di un diritto di voto maggiorato, con un limite di due voti, per tutte le azioni detenute da uno stesso azionista per un periodo consecutivo indicato nello statuto, non inferiore a ventiquattro mesi dall'iscrizione di un apposito elenco, la cui tenuta è disciplinata dallo statuto.

Lo statuto stabilisce le modalità per l'attribuzione del voto maggiorato e per l'accertamento dei relativi presupposti, prevedendo in ogni caso un apposito elenco.

La Consob stabilisce, con regolamento, le norme attuative delle disciplina in commento funzionali ad assicurare la trasparenza delle partecipazioni rilevanti e l'osservanza della disciplina in materia di OPA obbligatoria (comma 2).

Le azioni a voto doppio non costituiscono una categoria speciale di azioni (comma 5).

In caso di successivo trasferimento delle stesse la maggiorazione del voto si estingue (comma 3).

Inoltre, se lo statuto non dispone diversamente

1) il trasferimento del controllo di società che detengono azioni a voto maggiorato in misura superiore alle soglie delle partecipazioni rilevanti previste dall’art. 120 (due per cento del capitale, da intendersi, in presenza di maggiorazione del diritto di voto, come numero complessivo dei diritti di voto; 5 per cento se l’emittente è una PMI, sulla cui definizione v. infra), fa venir meno il voto maggiorato;

2) in caso di trasferimenti delle azioni per successione mortis causa o in caso di fusione/scissione del titolare delle azioni il voto maggiorato non si estingue;

3) in caso di aumento gratuito di capitale il diritto di voto maggiorato si estende alle azioni di nuova emissione (comma 3).

Viceversa, nel caso di aumento a pagamento mediante nuovi conferimenti, è possibile che lo statuto preveda che la maggiorazione del voto si estenda alle azioni emesse in dipendenza dell’aumento (comma 4). In sostanza, mentre nel caso di aumento gratuito lo statuto può disattivare l’estensione del voto maggiorato alle azioni di nuova emissione, che rappresenta la regola dispositiva, nel caso di aumento mediante nuovi conferimenti, per aversi l’estensione è necessaria apposita previsione statutaria.

Il progetto di fusione o di scissione di una società che prevede il voto maggiorato può stabilire che esso competa anche alle azioni spettanti in concambio ai titolari di azioni a voto maggiorato.

Al pari di quel che avviene per la disciplina del dividendo maggiorato di cui all’art. 127-quater, TUF, la delibera di modifica statutaria per l'introduzione del voto maggiorato non attribuisce il diritto di recesso (comma 6).

Se non disposto altrimenti dallo statuto, ai fini dei quorum costitutivi e deliberativi che fanno riferimento ad aliquote di capitale, si tiene conto anche del voto maggiorato. La maggiorazione del voto, invece, non ha effetto ai fini dell'esercizio dei diritti diversi dal voto attribuiti alle c.d. minoranze qualificate in forza del possesso di determinate aliquote del capitale (nella Relazione si fa l’esempio della convocazione dell'assemblea su richiesta dei soci ex art. 2367 del codice civile, della denuncia al collegio sindacale ovvero al Tribunale ex artt. 2408 e 2409 del codice civile; dell'integrazione dell'ordine del giorno dell'assemblea ex art. 126-bis del TUF) (comma 8).

Qualora la deliberazione di modifica dello statuto per l’introduzione del voto maggiorato sia adottata nel corso del procedimento di quotazione in un mercato regolamentato delle azioni di una società - non risultante da una fusione che coinvolga una società con azioni quotate - la relativa clausola può prevedere che, ai fini del possesso continuativo previsto (non inferiore a 24 mesi) sia computato anche il possesso anteriore alla data di iscrizione nell'elenco (comma 7).

L’introduzione della maggiorazione del voto (o azioni a voto plurimo - doppio) è volta, secondo la relazione di accompagnamento al decreto, a consentire un accesso alla quotazione mantenendo, per il gruppo di controllo, la posizione di azionista di riferimento. Si legge, infatti, che «il timore di perdere il controllo a seguito della quotazione rappresenta uno dei principali fattori che disincentiva l'ingresso in borsa delle imprese familiari italiane. Una maggiore flessibilità nella struttura del capitale in deroga al principio "one share one vote" può consentire di aumentare la dimensione del flottante in sede di offerta al pubblico finalizzata alla quotazione ("IPO") e, di conseguenza, la liquidità delle azioni delle società quotate senza determinare una diluizione in sede assembleare per gli azionisti di riferimento. L'utilizzo di diverse classi di azioni con diritti di voto differenziati e di meccanismi di incremento del diritto di voto per gli azionisti stabili è prassi comune in altri paesi tra i quali: Francia, Olanda, Paesi nordici europei e Stati Uniti. In Italia, l'art. 2351 del codice civile, a seguito della riforma del diritto societario del 2003, consente all'autonomia statutaria di prevedere l'emissione di categorie di azioni senza diritto di voto, con voto limitato a particolari argomenti, con voto subordinato al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative, ma continua a vietare l'emissione di azioni con voto .plurimo. Tuttavia, come evidenziato dalla letteratura economica e dalla prassi operativa, l'obbligatorietà della regola "un'azione-un voto" può spingere le imprese a ricorrere alla stipula di patti parasociali o altri strumenti di rafforzamento del controllo tendenzialmente più opachi come, ad esempio, i gruppi piramidali. Si evidenzia, inoltre, che il Piano d'Azione della Commissione Europea per la modernizzazione del diritto delle società e il rafforzamento del governo societario del 2012 ha riproposto una riflessione sull'opportunità di incentivare gli azionisti a investimenti di lungo periodo, anche attraverso l'utilizzo di azioni a voto multiplo (con particolare riguardo alle loyalty shares francesi che attribuiscono un doppio voto a coloro che le abbiano detenute ininterrottamente per un certo periodo di tempo). Si rammenta che in Italia, con il d.lgs. n. 27/2010, al fine di incentivare gli investitori di lungo periodo, è stata rimessa all'autonomia statutaria delle quotate (cfr. art. 127-quater del TUF) la possibilità di prevedere un "dividendo maggiorato" (non superiore al 10% del dividendo ordinario) a beneficio degli azionisti, diversi dai soci di controllo, che abbiano detenuto in modo continuativo le azioni per un periodo individuato dagli stessi statuti, non inferiore ad un anno. Si ritiene, pertanto, importante consentire alle società quotande e quotate di prevedere una maggiorazione del voto come "premio di fedeltà" per gli azionisti di lungo periodo».

La disciplina di cui all’art. 127-quinquies TUF non è di immediata operatività: spetta, infatti, alla Consob l’emanazione, con proprio regolamento, delle disposizioni di attuazione.

La volontà di incentivare le quotazioni emerge chiaramente dal disposto del comma 7, che consente di adottare la clausola che attribuisce il voto maggiorato nel corso del procedimento di quotazione computando, ai fini del possesso continuativo, anche il periodo precedente all’introduzione della clausola (e quindi anteriore al momento della creazione dell’apposito elenco da cui risulta il possesso continuativo). In questo modo, inoltre, la norma diventa di immediata applicazione (cioè subito dopo l’emanazione delle disposizioni di attuazione da parte della Consob), potendo applicarsi immediatamente alle società che decidessero di quotarsi. Per le società già quotate, invece, il voto maggiorato potrà essere attribuito soltanto una volta decorso il periodo continuativo, non inferiore a ventiquattro mesi, di iscrizione nell’apposito elenco.

A fini di coordinamento con le novità introdotte in materia di maggiorazione del voto sono inoltre apportate modifiche alle norme del TUF in materia di partecipazioni rilevanti e di OPA obbligatoria: in particolare sono modificati gli artt. 104-bis, 105, 106 e 109, in materia di OPA, e l'art. 120 in materia di partecipazioni rilevanti.

Con riferimento a tale ultima previsione, si precisa che, per l’individuazione delle partecipazioni rilevanti, il parametro del capitale di s.p.a. è normalmente rappresentato da azioni con diritto di voto; tuttavia, nelle società i cui statuti consentono la maggiorazione del diritto di voto, per capitale si intende il numero complessivo dei diritti di voto.

A tale riguardo, come precisato dalla Relazione illustrativa, si è chiarito che, secondo quanto richiesto dalla c.d. Direttiva Transparency (Direttiva 2004/109/CE), la maggiorazione del voto fa sorgere gli obblighi di comunicazione relativi al superamento di determinate soglie di partecipazione; «con riferimento alla disciplina dell'OPA obbligatoria - in linea con la Direttiva 2004/25/CE in materia di offerte pubbliche di acquisto e come previsto in Francia per le loyalty shares - si è attribuita rilevanza al superamento della soglia per maggiorazione dei diritti di voto anche in assenza di acquisti, salvo che sussistano ipotesi di esenzione per superamenti di soglia temporanei».

Con specifico riguardo alla modifica dell'art. 104-bis del TUF, la regola di neutralizzazione ivi prevista viene coordinata con la nuova disciplina delle azioni a voto maggiorato.

2. Le piccole e medie imprese con azioni quotate ("PMI")

L’altro settore di intervento sul TUF riguarda l’introduzione di una definizione di «piccole e medie imprese con azioni quotate (“PMI”)» con l’obiettivo di favorire e semplificare l'accesso al mercato dei capitali di rischio da parte delle piccole e medie imprese.

Sono – ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. w-quater.1 - «piccole e medie imprese le emittenti azioni quotate, che abbiano, in base al bilancio approvato relativo all'ultimo esercizio, anche anteriore all'ammissione alla negoziazione delle proprie azioni, un fatturato fino a 300 milioni di euro, ovvero una capitalizzazione media di mercato nell'ultimo anno solare inferiore ai 500 milioni di euro. Non si considerano PMI gli emittenti azioni quotate che abbiano superato entrambi i predetti limiti per tre esercizi, ovvero tre anni solari, consecutivi».

I parametri presi a base della definizione sono quindi quelli del fatturato e della capitalizzazione, in alternativa tra loro.

Al fine di incentivare la quotazione delle piccole e medie imprese a proprietà familiare, si introduce per le PMI la facoltà di modificare in via statutaria, entro un intervallo prestabilito dalla legge, la soglia rilevante per le offerte pubbliche di acquisto ("OPA") obbligatorie di cui all'art. 106, comma 1, del TUF.

In particolare, l'obbligo di OPA successiva e totalitaria, previsto dal vigente art. 106 del TUF, consegue al superamento della soglia fissa del 30% con riferimento a tutte le società quotate, indipendentemente dalla dimensione delle stesse. Il sistema a soglia unica per tutte le società può irrigidire, in taluni casi, gli assetti proprietari, con evidenti ripercussioni sul piano delle politiche di investimento.

Sul piano della disciplina dedicata alle società che rientrano nella definizione di PMI, in materia di OPA è previsto, con l’introduzione del comma 1-bis all’art. 106, che queste possono individuare, con apposita clausola statutaria, una soglia di partecipazione in un intervallo prestabilito tra il 20% e il 40% dalla quale scatta l’obbligo di procedere all’offerta pubblica di acquisto.

Una soglia, quindi, che (a differenza di quanto avviene per le altre società per le quali essa è “fissa”, corrispondente cioè ad una percentuale superiore al 30% della partecipazione o dei diritti di voto in caso di maggiorazione) può esser scelta nell’intervallo fra il 20% (che secondo la Relazione consente alle PMI di tutelarsi maggiormente contro il rischio di perdita del controllo) e il 40% (che invece favorisce l'ingresso nel capitale di altri soggetti).

I soci che non abbiano concorso all'adozione della delibera con cui viene modificato lo statuto di una PMI per prevedere la concreta soglia OPAdopo l'inizio delle negoziazioni dei titoli in un mercato regolamentato hanno diritto di recesso, trovando applicazione gli artt. 2437-bis, 2437-ter e 2437-quater c.c.

Il comma 3-quater dell’art. 106, inoltre, prevede la possibilità che, a condizione che ciò sia previsto dallo statuto, alle PMI quotate non si applichi l’obbligo di offerta previsto dal comma 3, lettera b) dello stesso art. 106, cioè la c.d. disciplina OPA da consolidamento per un periodo di 5 anni dall'inizio della quotazione.

L'art. 106, comma 3, lett. b) e la regolamentazione attuativa della Consob, contengono la disciplina OPA da consolidamento prevedendo un obbligo di offerta in caso di acquisti superiori al cinque per cento o alla maggiorazione dei diritti di voto in misura superiore al 5% da parte di coloro che detengano una partecipazione maggiore al 30% o diritti di voto a seguito di maggiorazione del voto superiori 30%.

Con la previsione di cui al comma 3-quater – si legge nella Relazione - gli azionisti di controllo della PMI possono nella fase di IPO (cioè di offerta al pubblico dei titoli in sede di prima quotazione) collocare più del 50% del capitale sul mercato, aumentando la liquidità delle azioni; allo stesso tempo mantenendo la possibilità di riacquistare la quota di controllo di diritto nell'arco del quinquennio successivo alla quotazione, senza incorrere nell'obbligo di OPA.

Per quanto riguarda la disciplina delle partecipazioni rilevanti, la soglia di partecipazione al capitale (rappresentato dalle azioni con diritto di voto o, in caso di maggiorazione ex art. 127-quinquies dal numero complessivo dei diritti di voto) che fa scattare la comunicazione alla società partecipata e alla CONSOB è, nel caso in cui emittente è una PMI, pari al 5% (soglia, quindi, più elevata di quella ordinaria, individuata nel 2%: art. 120, comma 2).

Infine, sempre in tema di PMI quotate, per ciò che riguarda la disciplina delle partecipazioni reciproche, si modifica il comma 2 dell’art. 121.

La disciplina generale prevede, al comma 1, che, fuori dei casi previsti dall’art. 2359-bis, c.c., in caso di partecipazioni reciproche eccedenti il limite del 2% la società che ha superato il limite successivamente non può esercitare il diritto di voto inerente alle azioni eccedenti e deve alienarle entro dodici mesi dalla data in cui ha superato il limite. In caso di mancata alienazione entro il termine previsto la sospensione del diritto di voto si estende all'intera partecipazione. Se non è possibile accertare quale delle due società ha superato il limite successivamente, la sospensione del diritto di voto e l'obbligo di alienazione di applicano a entrambe, salvo loro diverso accordo.

Tuttavia il limite è elevato dal 2 al 5% e, in caso di partecipazione di PMI al 10% (in ciò la novità), se il superamento della soglia da parte di entrambe le società ha luogo a seguito di un accordo preventivamente autorizzato dall'assemblea ordinaria delle società interessate (art. 120, comma 2).

3. Semplificazioni in tema di pubblicazione delle informazioni

L’art. 20, comma 1, del decreto prevede inoltre una serie di semplificazioni, in tema di riduzione degli oneri delle società quotate correlatiall'adempimento dell'obbligo di pubblicazione delle informazioni sulla stampa quotidiana mediante la modifica degli artt. 113-ter, 114, 122 e 125-bis TUF, espungendo appunto il riferimento a tale obbligo, oggi sostituito, in attuazione della normativa comunitaria, dalla pubblicazione sul sito internet della società.

C) Modifiche al TUB

La possibilità per le imprese di assicurazione e le società di cartolarizzazione di svolgere attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma in favore di imprese

L’art. 22, comma 3 introduce due commi all’art. 114 del d.lgs. 1° settembre 1993, n. 385, al fine di consentire alle imprese di assicurazione di svolgere l’attività di concessione diretta di finanziamenti sotto qualsiasi forma esclusivamente nei confronti delle imprese, che sino ad oggi era invece loro preclusa.

Il comma 2-bis dell’art. 114 TUB prevede infatti che «Non configura esercizio nei confronti del pubblico dell'attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma l'operatività, diversa dal rilascio di garanzie, effettuata esclusivamente nei confronti di soggetti diversi dalle persone fisiche e dalle microimprese, come definite dall'articolo 2, paragrafo 1, dell'allegato alla raccomandazione 2003/361/CE della Commissione europea, del 6 maggio 2003, da parte di imprese di assicurazione italiane e di Sace entro i limiti stabiliti dal decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, come modificato dalla presente legge, e dalle relative disposizioni attuative emanate dall'IVASS».

La disciplina si completa con il comma 2-ter dell’art. 114 che prevede l’invio alla Banca d’Italia, con le modalità e nei termini da quest’ultima stabiliti, di segnalazioni periodiche nonché di ogni altro dato e documento richiesto.

Analoga previsione viene introdotta dal comma 6 anche per le società di cartolarizzazione, mediante l’aggiunta del comma 1-ter all’art. 1 della legge 30 aprile 1999, n. 130, che consente loro di concedere finanziamenti nei confronti di soggetti diversi dalle persone fisiche e dalle microimprese, stabilendo condizioni uniformi rispetto a quelle previste dall’art. 38, comma 2, del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209, come modificato dal decreto in rassegna, per le imprese di assicurazione.

D) Le modifiche alla disciplina del concordato preventivo

Il comma 7 dell’art. 22 abroga la previsione dell’art. 11, comma 3-quater del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145, c.d. piano «Destinazione Italia» che era stata introdotta dalla legge 21 febbraio 2014, n. 9 di conversione del decreto.

Si trattava di una norma interpretativa dell'art. 111 l.fall., in tema di prededucibilità dei crediti, la quale precisava che quelli sorti in occasione o in funzione della procedura di concordato preventivo c.d. in bianco (art. 161, comma 6, l.fall.) erano prededucibili a condizione che la proposta, il piano e la documentazione di cui ai commi secondo e terzo del citato articolo 161 fossero presentati entro il termine, eventualmente prorogato, fissato dal giudice e che la procedura venisse aperta ai sensi dell'articolo 163 del medesimo regio decreto, e successive modificazioni, senza soluzione di continuità rispetto alla presentazione della domanda ai sensi del citato articolo 161, sesto comma.

Nella Relazione si legge che tale abrogazione si rende necessaria per il netto contrasto della norma interpretativa «con gli interventi di riforma della disciplina del concordato preventivo che si sono susseguiti a partire dal 2005. Come noto, infatti, i principali obiettivi di tali interventi sono stati quelli di rendere la procedura di concordato preventivo più efficiente al fine di pervenire alla risoluzione delle crisi d'impresa in maniera più celere e, soprattutto, di favorire il risanamento dell'impresa in crisi attraverso la prosecuzione dell'attività aziendale. La norma in questione, per quanto di portata apparentemente limitata, pregiudica in misura significativa il raggiungimento di tali obbiettivi».

Antonio Ruotolo – Daniela Boggiali – Alessandra Paolini

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Grazie, utilissimo.

Quanto al punto 2, pensate che rilevi qualcosa che nel comma 3 del 2437-ter non ci sia la parola "esclusivamente"? Probabilmente il legislatore voleva modificare il "facendo esclusivo riferimento", ma hanno sbagliato il termine: la norma non dovrebbe uscirne modificata, o sbaglio?

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Qualcuno sa dire se e con quali emendamenti il DL in questione è stato convertito in legge?

Grazie!

QUI trovi qualche informazione, anche se un po superficiale.

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d.l. 24 giugno 2014, n. 91 convertito con modificazioni nella l. 11 agosto 2014, n. 116, il cui testo coordinato è stato pubblicato nella G.U. n. 192 del 20 agosto 2014, Suppl. Ordinario n. 72

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