Uber Tacconi

Studio Civilistico n. 216-2014 C parte III

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9. Conclusioni

Tirando le fila del discorso, il presente studio ha cercato di mettere in luce la generale rinunziabilità, salvi espressi divieti di legge, dei diritti reali ed in particolare del diritto di proprietà. Soprattutto con riferimento a quest’ultimo, la rinunzia potrebbe a prima vista apparire anomala, più un caso di scuola che non un’ipotesi concreta. Nella realtà attuale, tuttavia (e purtroppo), essa può divenire un’esigenza sentita dai privati e da ciò l’interesse all’analisi della sua ammissibilità, della sua disciplina, dei suoi effetti diretti e riflessi.

Diversi indici, normativi e non, depongono per la rinunziabilità del diritto di proprietà. Si tratta infatti di un facoltà in cui massimamente si esplica il potere di disposizione spettante al titolare del diritto soggettivo e che non può essere negato in mancanza di un diversa volontà ordinamentale. Con riferimento ai beni immobili, il legislatore prevede anche quale sia la conseguenza, indiretta e riflessa, di tale negozio, ovverosia l’acquisto a titolo originario in capo allo Stato (art. 827 c.c.). In questo caso, poi, non è sufficiente un atto di mero abbandono, ma occorre un apposito negozio giuridico, unilaterale e non recettizio, soggetto a forma vincolata. Ne è anche prevista la trascrizione che, coerentemente con la sua natura puramente abdicativa, dovrebbe avvenire unicamente contro il rinunziante.

Le conclusioni non mutano se il diritto di proprietà spetta in comune a più soggetti. Anche in questo caso non può negarsi la rinunziabilità del diritto. La conseguenza indiretta di tale atto sarà tuttavia l’espansione inevitabile delle quote dei restanti contitolari, quale conseguenza della natura della comunione. Trattandosi di una incisione solo indiretta della loro sfera giuridica, operante ipso iure, non è possibile concepirne il rifiuto.

La rinunziabilità, ammessa con riferimento al più rilevante dei diritti reali (non solo in termini economici, ma anche giuridici), non può che valere anche per i diritti reali di godimento. La differenza si coglie tuttavia principalmente sul piano degli effetti, come sempre, indiretti e riflessi che da essa conseguono. Trattandosi di limitazioni reali del diritto di proprietà, a seguito della rinunzia non può che determinarsi la riespansione di essa, la quale riacquista la sua portata originaria. Ciò ben si coglie con riferimento ai diritti di usufrutto, uso e abitazione il cui venir meno importa la concentrazione del godimento della res in capo al nudo proprietario. Lo stesso fenomeno si realizza tuttavia anche nel caso della servitù e del diritto di superficie, estinti i quali rispettivamente il proprietario riacquista le facoltà prima compresse e riprende vigore il principio dell’accessione.

Un discorso diverso vale, invece, per l’enfiteusi in relazione alla quale la rinunzia è ammissibile solo nell’ipotesi testualmente prevista di perimento parziale del fondo (art. 963 c.c.). Tale conclusione si collega strettamente alla natura del diritto in questione, in cui si ravvisa una componente obbligatoria che affianca quella reale. Ma ciò, lungi dal mettere in crisi il principio della rinunziabilità dei diritti reali, è pienamente coerente con un altro principio in base al quale non è possibile dismettere unilateralmente (senza il consenso del creditore) una situazione obbligatoria, in mancanza di una norma che espressamente lo permetta. E ciò trova conferma nelle tassative fattispecie di rinunzia cd. liberatoria alla proprietà, in cui il legislatore espressamente interviene per consentire che un negozio unilaterale, il quale di per sé potrebbe determinare solo la dismissione del diritto reale, produca un effetto ulteriore di liberazione da obbligazioni già sorte a carico del rinunziante.

Mettendo dunque a raffronto le varie ipotesi qui esaminate, la rinunzia abdicativa manifesta alcuni tratti comuni caratterizzanti.

Si tratta, anzitutto, di un negozio unilaterale non recettizio, che non richiede accettazione né deve essere portato a conoscenza di terzi (se non per mere ragioni di opportunità e correttezza nei rapporti tra privati, di cui non può sottacersi il rilievo).

Lo stesso, inoltre, è causalmente diretto unicamente alla dismissione del diritto soggettivo. Eventuali conseguenze per i terzi sono effetti solo riflessi e ordinamentali del negozio in esame. La rinunzia, come si è già evidenziato, costituisce “mera occasione e non causa” di essi. E ciò contribuisce a spiegare il sopra accennato carattere non recettizio del negozio in esame. Non vi è un diretto destinatario dei suoi effetti. Se un terzo risente in vario modo della rinunzia è solo per via mediata, quale conseguenza della natura del proprio diritto e dei principi generali del nostro ordinamento.

La generale rinunziabilità se riguarda i diritti, non così gli obblighi. Nei casi in cui esiste una posizione di debito (come nel diritto di enfiteusi ovvero nelle fattispecie di rinunzia liberatoria, quali quelle di cui agli artt. 1070 e 1104 c.c.) la rinunzia assume una fisionomia diversa. Occorre, infatti, una espressa previsione di legge affinché il debitore possa spogliarsi del debito senza il consenso del creditore. Stante il pregiudizio che questi risente, la dichiarazione di rinunzia deve inoltre essergli portata a conoscenza (e ciò trova conferma anche nella disciplina della remissione del debito, art. 1236 c.c.), assumendo pertanto natura recettizia.

La rinunziabilità, in definitiva, costituisce un predicato del diritto reale, costituendo forse una delle residue facoltà di quello ius utendi et abutendiche nel tempo è stato via via eroso, sia pure legittimamente, dal sopravvenire di rilevanti esigenze collettive e dal perseguimento di una funzione sociale della proprietà.

Marco Bellinvia

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