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Studio Civilistico n. 216-2014C parte I

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Studio Civilistico n. 216-2014/C

LA RINUNZIA ALLA PROPRIETÀ E AI DIRITTI REALI DI GODIMENTO

Approvato dall’Area Scientifica – Studi Civilistici il 21 marzo 2014

Lo studio in sintesi (Abstract): Il presente studio si propone di esaminare il tema della rinunziabilità del diritto di proprietà e dei diritti reali di godimento, stante l’interesse che esso dimostra tanto più in un contesto economico difficile, come quello attuale.

La rinunzia viene tradizionalmente ricostruita come negozio giuridico unilaterale mediante il quale l’autore dismette una situazione giuridica di cui è titolare. Il suo effetto essenziale è unicamente l’abdicazione da parte del soggetto della situazione giuridica. Gli ulteriori effetti, estintivi o modificativi del rapporto, che possono anche incidere sui terzi, sono conseguenze solo riflesse del negozio rinunziativo, non direttamente ricollegabili all’intento negoziale e non correlate al contenuto causale dell’atto.

La rinunzia abdicativa è un negozio unilaterale non recettizio, che non richiede la conoscenza né tanto meno l’accettazione da parte di altri soggetti.

Con riferimento al suo oggetto, gli interpreti concordano sulla generale rinunziabilità dei diritti reali. Deve ritenersi anzitutto suscettibile di rinunzia abdicativa il diritto di proprietà. A sostegno di tale conclusione possono addursi molteplici argomenti quali il carattere disponibile del diritto in esame; la previsione da parte del legislatore di specifiche ipotesi, sia pure peculiari, di rinunzia al diritto di proprietà (artt. 882-1104 c.c.); la circostanza che per escludere la rinunziabilità in relazione alle parti comuni dell’edificio il legislatore è dovuto intervenire espressamente (art. 1118 c.c.); la disparità di trattamento che si creerebbe altrimenti rispetto ai beni mobili, dei quali è indiscutibile la possibilità di abbandono; l’espresso riferimento contenuto negli artt. 1350 e 2643 c.c.

L’effetto di tale rinunzia è l’acquisto dell’immobile in capo allo Stato ai sensi dell’art. 827 c.c. Si tratta di un acquisto a titolo originario, che costituisce effetto solo indiretto e mediato della rinunzia, e che trova fondamento nella legge. La rinunzia alla proprietà ha natura di negozio unilaterale non recettizio, per il quale è da escludersi un potere di rifiuto da parte dello Stato.

L’atto in questione deve avere forma scritta ed è soggetto a trascrizione ai sensi dell’art. 2643, n. 5, c.c. Il riferimento agli effetti di cui all’art. 2644 c.c. risulta incoerente rispetto al carattere puramente abdicativo della rinunzia. Quanto alle modalità di trascrizione, sembra preferibile la tesi secondo la quale la rinunzia, stante la sua natura abdicativa, debba essere trascritta unicamente contro il rinunziante.

La rinunzia, oltre alla proprietà esclusiva, può riguardare anche la quota di comproprietà, trattandosi del medesimo diritto. Il codice civile prevede espressamente ipotesi di rinunzia alla quota. Tra queste, in particolare, viene in rilievo la rinunzia liberatoria di cui all’art. 1104 c.c., che si caratterizza per la circostanza che alla rinunzia al diritto reale si accompagna la dismissione di una situazione debitoria.

Molto diverse sono, infatti, la fattispecie della rinunzia abdicativa e quella della rinunzia liberatoria della quota di comproprietà. La prima determina puramente e semplicemente l’abdicazione della quota di cui il soggetto è titolare, senza ulteriori effetti negoziali propri dell’atto posto in essere. Da ciò consegue che il condomino, mentre non sarà tenuto a corrispondere le spese concernenti la cosa comune per il tempo successivo alla rinunzia in quanto egli non risulterà più essere proprietario della stessa, rimarrà tenuto all’adempimento di tutte le obbligazioni inerenti la cosa sorte fino al giorno della rinunzia. Nella rinunzia liberatoria, invece, all’effetto abdicativo si accompagna, per espressa previsione del legislatore, un effetto estintivo dell’obbligazione. In questo caso, dunque, il condomino, rinunziando alla propria quota, dismette il diritto di cui è titolare al fine di liberarsi da tutte le obbligazioni inerenti la cosa, non solo (come è ovvio) per il futuro, ma anche per quelle già sorte.

Con riferimento alla rinunzia liberatoria, la dottrina ritiene che essa abbia carattere recettizio. Ciò trova spiegazione non tanto nella dismissione del diritto reale, quanto piuttosto nell’effetto eccezionale di liberazione dal debito. Effetto (anche in questo caso solo indiretto) di tale rinunzia è l’espansione delle quote degli altri condividenti.

Anche la rinunzia abdicativa alla quota di comproprietà determina tale fenomeno di espansione o accrescimento. Si tratta, infatti, di una conseguenza della natura della comunione e, come sempre, non costituisce un effetto diretto della rinunzia, bensì solo indiretto e mediato.

Sembra da escludere la possibilità di un rifiuto dell’accrescimento da parte degli altri contitolari. Il rifiuto, quale rimedio generale contro le altrui intrusioni nella propria sfera giuridica, opera solo con riferimento agli atti che producono come effetto diretto tale intrusione. Nel caso in esame, invece, manca una diretta alterazione della sfera giuridica altrui. Sarebbe inoltre foriero di gravi inconvenienti pratici immaginare una comproprietà con lo Stato. Ovviamente resta salva la facoltà da parte dei restanti condividenti di rinunziare a loro volta alla propria quota, così come accresciuta.

Coerentemente alla sua natura abdicativa, anche la rinunzia alla quota ha natura di negozio unilaterale non recettizio. L’assenza dell’effetto liberatorio e della possibilità di rifiuto escludono la necessità della conoscenza altrui ai fini dell’efficacia del negozio. Resta comunque fortemente opportuna tale conoscenza in un’ottica di reciproca correttezza.

Anche la rinunzia in esame va trascritta e valgono le stesse considerazioni fatte in relazione alla proprietà esclusiva.

Con riferimento ai diritti reali di godimento, può anzitutto osservarsi che il diritto di superficie, in quanto disponibile, è suscettibile di rinunzia. Nessun dubbio si pone con riferimento alla fase antecedente la costruzione dell’edificio. Più controversa, invece, è la rinunzia alla proprietà superficiaria. Per alcuni, distinguendosi tra proprietà superficiaria e proprietà separata, tale rinunzia non sarebbe possibile, avendo ormai il diritto esaurito i suoi effetti. Potrà esserci, semmai, una normale rinunzia al diritto di proprietà. Per altri, invece, negandosi la distinzione sopra indicata, tale rinunzia sarebbe possibile. Conseguenza di tale atto è il ripristino del principio dell’accessione e dunque l’acquisto della costruzione da parte del proprietario del suolo.

Quanto al diritto di enfiteusi, nessuna peculiarità presenta, sotto il profilo della rinunziabilità, il diritto spettante al concedente. Maggiore attenzione merita invece la posizione dell’enfiteuta. Per alcuni egli potrebbe liberamente rinunziare al proprio diritto. Secondo l’impostazione preferibile ciò sarebbe possibile, invece, nel solo caso espressamente previsto dalla legge (art. 963 c.c.: perimento parziale del fondo). Tale limitazione alla facoltà di rinunzia si giustifica per la natura del diritto dell’enfiteuta, caratterizzato dalla presenza di un profilo obbligatorio, di cui non è possibile la dismissione in mancanza di una norma espressa o del consenso del creditore.

Nessun dubbio si pone circa la rinunziabilità del diritto di usufrutto, la quale trova espressa conferma, tra l’altro, nell’art. 2814 c.c. Si tratti di un negozio unilaterale, per alcuni recettizio; per altri, condivisibilmente, non recettizio, stante il suo effetto puramente abdicativo. Anche in questo caso sussistono comunque le ragioni di opportunità della comunicazione al nudo proprietario, già evidenziate in precedenza.

L’effetto (sempre solo indiretto e mediato) del negozio abdicativo è, in questo caso, l’espansione della nuda proprietà. Trattandosi di un effetto legale non è ammissibile un rifiuto da parte del nudo proprietario.

Secondo l’opinione prevalente in dottrina ed in giurisprudenza l’atto in esame può configurarsi quale liberalità indiretta, laddove ne ricorrano i presupposti.

Anche i diritti di uso e di abitazione appaiono suscettibili di rinunzia, stante il rinvio alla disciplina dell’usufrutto.

La servitù si estingue per rinunzia. Per alcuni si tratterebbe di un atto bilaterale a carattere attributivo. Prevale la tesi della natura unilaterale, in coerenza all’effetto puramente abdicativo del negozio. Per alcuni avrebbe carattere recettizio; per altri, condivisibilmente, non sarebbe recettizio sempre in virtù della sua natura abdicativa. Possono determinarsi effetti peculiari laddove il fondo dominante risulti gravato da altri diritti reali minori. Sono necessarie la forma scritta e la trascrizione.

Diverso rispetto alla rinunzia alla servitù è l’istituto, particolarmente controverso, dell’abbandono del fondo servente. Tecnicamente si tratta di un atto di rinunzia e non di abbandono.

Per alcuni esso avrebbe natura di offerta di acquisto (teoria contrattualistica). Per altri sarebbe un’ipotesi di rinunzia traslativa. Altri ancora riconducono l’istituto in esame alle obbligazioni con facoltà alternativa.

Esso determina un effetto dismissivo immediato (della proprietà del fondo servente) ed un effetto liberatorio, anche per il passato, dalle spese relative alla servitù. Secondo l’opinione prevalente, si tratta di un negozio unilaterale recettizio, stante la presenza dell’effetto liberatorio (come nell’ipotesi di cui all’art. 1104 c.c.).

Il proprietario del fondo dominante può acquistare il fondo, essendo la rinunzia disposta a “suo favore”: per alcuni occorre un atto di appropriazione o accettazione che avrà efficacia retroattiva. Per altri, invece, l’acquisto opererebbe automaticamente, salva la possibilità di rifiuto. Prevale la tesi per cui l’acquisto in esame sarebbe titolo derivativo, a differenza di quanto accade nelle ipotesi di rinunzia abdicativa. In caso di acquisto, comunque, la servitù si estingue per confusione.

In conclusione, esaminato l’atteggiarsi della rinunzia abdicativa rispetto ai diversi diritti reali, la stessa manifesta alcuni tratti comuni caratterizzanti. Si tratta, anzitutto, di un negozio unilaterale non recettizio, che non richiede accettazione né deve essere portato a conoscenza di terzi.

Lo stesso, inoltre, è causalmente diretto unicamente alla dismissione del diritto soggettivo. Eventuali conseguenze per i terzi sono effetti solo riflessi e ordinamentali del negozio in esame. E ciò contribuisce a spiegarne il carattere non recettizio.

La generale rinunziabilità se riguarda i diritti, non così gli obblighi. Nei casi in cui esiste una posizione di debito (come nel diritto di enfiteusi ovvero nelle fattispecie di rinunzia liberatoria, quali quelle di cui agli artt. 1070 e 1104 c.c.) la rinunzia assume una fisionomia diversa. Occorre, infatti, una espressa previsione di legge affinché il debitore possa spogliarsi del debito senza il consenso del creditore. Stante il pregiudizio che questi risente, la dichiarazione di rinunzia deve inoltre essergli portata a conoscenza (e ciò trova conferma anche nella disciplina della remissione del debito, art. 1236 c.c.), assumendo pertanto natura recettizia.

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Sommario: 1. Premessa; 2. La rinunzia in genere: cenni; 3. La rinunzia al diritto di proprietà: ammissibilità; 3.1. Segue: natura ed effetti; 3.2. Segue: la trascrizione; 4. La rinunzia alla quota indivisa di comproprietà: ammissibilità; 4.1 Segue: natura ed effetti; 4.2 Segue: la trascrizione; 5. La rinunzia al diritto di superficie; 6. La rinunzia al diritto di enfiteusi; 7. La rinunzia al diritto di usufrutto; 7.1. Segue: la rinunzia ai diritti di uso e abitazione; 8. La rinunzia alla servitù; 8.1. Segue: l’abbandono del fondo servente; 9. Conclusioni.

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1. Premessa

Il presente studio nasce a seguito di molteplici quesiti pervenuti all’Ufficio studi aventi ad oggetto la possibilità da parte del Notaio di ricevere atti di rinunzia ai diritti reali, nonché la disciplina e gli effetti dei medesimi.

Il tema in esame risulta essere particolarmente interessante, sia da un punto di vista prettamente teorico e dogmatico, sia da un punto di vista pratico, tanto più in un contesto socio-economico, quale quello attuale, in cui atti del genere possono risultare frequenti, stante la crisi economica e la forte pressione fiscale.

Spesso infatti le fattispecie in cui può emergere la volontà rinunziativa della parte hanno ad oggetto beni e diritti dei quali non si vuole più sostenere l’onere tributario, ovvero che non sono più di interesse, in quanto di scarso valore e praticamente ingestibili (si pensi ad un piccolo fabbricato fatiscente inservibile ovvero alla quota di comproprietà su un piccolo terreno infruttuoso sito in una località molto distante da quella di residenza).

Le fattispecie più rilevanti, tra quelle esaminate, sembrano essere quella della rinunzia al diritto di proprietà nonché alla quota indivisa di comproprietà, forse anche perché ritenute le più inconsuete, tanto da dubitarsi – almeno nel sentire comune – persino della loro ammissibilità. La dottrina che se ne è occupata in passato, del resto, le ha quasi sempre considerate come ipotesi di scuola, oggetto di un interesse prettamente teorico, ma che oggi possono divenire concretamente praticabili.

Ciò detto, si affronterà il tema in esame muovendo dall’analisi (per cenni) dell’istituto della rinunzia abdicativa in generale per poi affrontare il problema della rinunziabilità del diritto di proprietà e del diritto di comproprietà, nonché degli altri diritti reali di godimento.

2. La rinunzia in genere: cenni

La rinunzia, pur in mancanza di una disciplina generale contenuta nel codice civile, è stata oggetto di molteplici riflessioni dottrinali. Essa viene generalmente ricostruita come negozio giuridico unilaterale mediante il quale l’autore dismette una situazione giuridica di cui è titolare (1).

Effetto essenziale della rinunzia è dunque soltanto l’abdicazione da parte del soggetto della situazione giuridica. Autorevole dottrina (2) ha sostenuto, al riguardo, la necessità di tenere distinte la perdita del diritto dalla estinzione del medesimo. Effetto essenziale della rinunzia sarebbe solo la dismissione del diritto dalla propria sfera giuridica mentre la estinzione di esso avrebbe carattere solo eventuale. Tale assunto troverebbe conferma in quelle ipotesi (nel proseguo analizzate) in cui alla rinunzia non consegue l’estinzione del diritto, ma l’acquisto in capo ad altri soggetti, ovvero ancora in quelle fattispecie in cui, nonostante l’intervenuta rinunzia, il diritto sopravvive per la sussistenza dell’interesse di un altro soggetto (3).

Gli ulteriori effetti, estintivi o modificativi del rapporto, che possono anche incidere sui terzi, sono conseguenze solo riflesse (4) del negozio rinunziativo, non direttamente ricollegabili all’intento negoziale e non correlate al contenuto causale dell’atto (5).

Occorre precisare, a questo punto, che la rinunzia di cui si discorre è unicamente quella cd. abdicativa. Laddove il negozio in esame sia inserito in un contratto sinallagmatico perderebbe la sua natura e la sua causa propria. Esso troverebbe giustificazione nella controprestazione e non potrebbe considerarsi autentica rinunzia, quanto piuttosto un negozio dispositivo (cd. rinunzia traslativa) (6).

Si ribadisce che l’intento del rinunziante è unicamente la dismissione della situazione giuridica. Se collocato in una logica di scambio lo stesso non sarebbe più tale. Si è autorevolmente osservato, in proposito, che «non si rinunzia là dove la perdita del diritto si giustifica nell’àmbito di un altro effetto, o perché parte di un effetto (negoziale) più ampio, o perché inscindibilmente e funzionalmente legato ad altro effetto (negoziale)» (7).

Diretta conseguenza di tale assunto è la natura unilaterale del negozio abdicativo (8). Si tratta di una facoltà (9) che compete unicamente al titolare della situazione giuridica oggetto di dismissione. Non è richiesto il consenso di alcun altro soggetto. Come detto, se inserita in un più ampio contesto contrattuale, non sarebbe una autentica rinunzia.

Parte della dottrina (10) ha sostenuto che il negozio in esame potrebbe assumere natura contrattuale muovendo dalla constatazione che il rinunziante potrebbe rinunziare accordandosi con il soggetto che di quella rinunzia indirettamente beneficia. Si è replicato (11), tuttavia, che sussisterebbe, in tal caso, una sproporzione tra l’interesse sotteso alla rinunzia ed il mezzo negoziale adoperato, in contrasto col principio di economia dei mezzi giuridici.

La dichiarazione del beneficiario indiretto, infatti, nulla aggiungerebbe alla fattispecie (12). L’effetto per lui favorevole si produrrebbe comunque, a prescindere dalla sua volontà, quale effetto di legge (o almeno quale conseguenza ordinamentale dell’atto). La forma contrattuale sarebbe dunque più apparente che reale.

Con riferimento alla causa, si è ritenuto in dottrina che la rinunzia, quale negozio dispositivo che non importa attribuzione patrimoniale, è un negozio causale e non astratto (13).

Parte della dottrina ha affermato che la rinunzia esprimerebbe di per sé un interesse meritevole di tutela, coincidente con la dismissione della situazione giuridica, che a sua volta costituisce la massima espressione del potere di disposizione che compete al titolare di essa (14). Sarebbe necessario, tuttavia, che il soggetto agisca al solo fine di raggiungere l’effetto tipico della rinunzia, ovverosia la perdita del diritto, e che «il perseguimento di tale scopo presenti, in sé o nel complesso assetto negoziale, quegli elementi di giustificazione economico-sociale che l’ordinamento consente di realizzare attraverso il negozio di rinuncia» (15).

Per contro, altra dottrina ha ritenuto che l’atto in esame sarebbe incompatibile con la disciplina propria della causa (16). Il legislatore, infatti, non avrebbe imposto alcun controllo su tale atto di autonomia privata, per il quale non si porrebbe né un problema di valutarne la tipicità, né la necessità di accertarne la funzione economico-sociale, stante l’assenza di un rapporto di relazione tra soggetti diversi.

Risulta invece condivisa l’idea che il negozio in esame avrebbe carattere neutro o incolore, non potendosi ricondurre né alla categoria dell’onerosità né a quella della gratuità, stante il suo effetto meramente abdicativo (17).

In tema di forma del negozio in esame (18), preme in questo contesto unicamente ricordare le disposizioni di cui agli artt. 1350, n. 5 e 2643, n. 5, c.c., le quali rispettivamente prescrivono la forma scritta e la trascrizione degli atti di rinunzia a diritti reali immobiliari.

3. La rinunzia al diritto di proprietà: ammissibilità

Premessi questi brevi cenni relativi al negozio di rinunzia in generale, e concentrando l’analisi sui possibili oggetti dello stesso, è possibile affrontare il problema della rinunziabilità dei diritti reali, muovendo dal più importante di essi.

Gli interpreti concordano, in relazione all’oggetto, che siano suscettibili di rinunzia i diritti soggettivi e tra questi il diritto di proprietà (19).

Il limite che viene generalmente individuato dalla dottrina consiste, infatti, nella disponibilità del diritto, nel senso che non potrebbero costituire oggetto di rinunzia quei diritti indisponibili in quanto caratterizzati dalla presenza di un interesse di rilevanza generale (es. diritto agli alimenti, diritto alla retribuzione ed alle ferie, diritti della personalità, ecc.) (20).

Il diritto di proprietà, invece, è certamente da considerarsi un diritto di natura disponibile e, in quanto tale, suscettibile di rinunzia (21).

Diversi sono gli argomenti, oltre al menzionato carattere disponibile del diritto in esame, che possono invocarsi a favore della rinunziabilità del medesimo, anche laddove abbia ad oggetto beni immobili.

Anzitutto, lo stesso codice civile contempla fattispecie di rinunzia alla proprietà, come nel caso dell’art. 882 (riparazioni del muro comune) o dell’art. 1104 (spese della comunione), sia pure ricollegando in queste fattispecie all’atto di rinunzia un effetto ulteriore estintivo dell’obbligazione (cd. rinunzia liberatoria (22)). Ma tale circostanza (l’estinzione dell’obbligo di contribuire alle spese) non può nascondere l’esistenza di un vero e proprio atto con cui il soggetto dismette il suo diritto di proprietà.

Né sembra costituire argomento contrario il fatto che, nelle ipotesi da ultimo considerate, vi è una espressa previsione di legge, in quanto può obiettarsi che essa è risultata necessaria non per consentire la rinunzia al diritto di proprietà, bensì per ricollegare ad essa un effetto ulteriore e peculiare, quale l’estinzione dell’obbligazione di contribuzione alle spese, non solo (come sarebbe normale) pro futuro, ma anche per il passato e quindi anche per le spese già deliberate. In altri termini, è la circostanza che il debitore possa con una sua dichiarazione unilaterale di volontà dismettere il debito su di lui gravante a giustificare ed imporre l’intervento del legislatore, non essendo altrimenti possibile tale risultato senza il consenso del creditore (23).

Ulteriore argomento a favore della rinunziabilità del diritto dominicale si ricava, a contrario, dall’esame dell’art. 1118, comma 2, c.c., come modificato dalla recente riforma in tema di condominio.

Il testo previgente della citata disposizione prevedeva che il condomino non potesse, rinunziando al diritto sulle cose comuni, sottrarsi al contributo nelle spese per la loro conservazione. Testualmente, dunque, era possibile anche un atto di rinunzia al diritto sulle parti comuni dell’edificio, ma ciò restava privo di utilità pratica in quanto, comunque, rimaneva dovuto il contributo per le spese di conservazione.

L’attuale art. 1118, comma 2, c.c. prevede, invece, che “il condomino non può rinunziare al suo diritto sulle parti comuni”. Il legislatore della riforma, dunque, ha più radicalmente escluso la rinunziabilità del diritto sulle parti comuni dell’edificio (24).

La ratio di questa disposizione è stata individuata (25), già sotto il vigore della precedente formulazione, nella peculiarità delle parti comuni, spesso necessarie al godimento della porzione di proprietà individuale (si pensi alle scale, all’androne, ecc.), delle quali il condomino finisce comunque per godere, sia pur di fatto, anche a seguito di una eventuale rinunzia. In sostanza, il legislatore vuole evitare che la rinunzia in esame sia un escamotage per sottrarsi unicamente al pagamento delle spese di conservazione, continuando ad usufruire della parti comuni.

In ogni caso, per i fini che qui interessano, è vero che in questo caso vi è un espresso divieto di rinunzia al diritto di (com)proprietà, ma sembra altrettanto vero che la circostanza che il legislatore si sia preoccupato di sancire espressamente l’irrinunziabilità nel caso in esame conferma, a contrario, che di regola, ed al di fuori di questa ipotesi, il diritto di proprietà sia suscettibile di rinunzia.

Del resto, almeno con riferimento ai beni mobili, è pacifico che il soggetto possa spogliarsi del suo diritto di proprietà tramite un atto di abbandono(26) che rende il bene suscettibile di occupazione. E non si vede il motivo per negare che ci si possa spogliare del medesimo diritto laddove abbia ad oggetto un bene immobile (27).

È vero che le due categorie di beni hanno un diverso rilievo nella considerazione del legislatore, ma ciò, lungi dal determinare l’irrinunziabilità della proprietà immobiliare (rendendo il soggetto “prigioniero” del suo diritto, di cui potrebbe spogliarsi solo alienandolo ad un terzo, a differenza di quanto accade per i beni mobili), incide sotto il diverso profilo dell’atto necessario per il prodursi dell’effetto dismissivo e delle relative conseguenze.

Mentre, infatti, il bene mobile è suscettibile di abbandono, inteso quale atto con cui il soggetto si disfa della cosa lasciandola in luogo aperto al pubblico (28), divenendo così res nullius, in quanto tale suscettibile di occupazione, per il bene immobile ciò non è possibile: al fine di dismettere la proprietà immobiliare occorre un formale negozio di rinunzia, il quale richiede la forma scritta ad substantiam ed è soggetto a trascrizione. L’ordinamento, inoltre, non consente che lo stesso possa acquisire la qualifica di res nullius, essendo pertanto previsto l’acquisto in capo allo Stato (art. 827 c.c.).

Ulteriore conferma, testuale, dell’ammissibilità di una rinunzia alla proprietà si trae, ancora, dai menzionati artt. 1350 e 2643 c.c., i quali prevedono rispettivamente che debbano farsi per iscritto e che debbano essere trascritti “gli atti tra vivi di rinunzia ai diritti menzionati nei numeri precedenti”, tra i quali vi è anche il diritto di proprietà (29).

3.1 Segue: natura ed effetti

Ammessa, alla luce di tutte le argomentazioni sopra indicate, la rinunziabilità del diritto di proprietà, occorre indagare la natura e gli effetti di un tale atto.

In relazione agli effetti, l’art. 827 c.c. stabilisce che i beni immobili che non sono di proprietà di alcuno spettano al patrimonio dello Stato (30). È evidente, dunque, che l’ordinamento non consente che un bene immobile possa rimanere privo di un soggetto titolare. Da ciò consegue che, a fronte della rinunzia abdicativa da parte dell’unico proprietario di un bene, certamente la proprietà dello stesso spetterà allo Stato (31), tenendo presente che tale acquisto non avviene a titolo derivativo (considerata la natura meramente abdicativa della rinunzia), bensì a titolo originario proprio in virtù del disposto dell’art. 827 c.c. (32)

Occorre sottolineare, al riguardo, che l’acquisto in questione non è un effetto diretto della rinunzia alla proprietà. Con tale atto, il rinunziante si limita a spogliarsi del diritto di cui è titolare senza preoccuparsi della sua afferenza attuale ad altri. Al rinunziante, cioè, non interessa la sorte del diritto di cui si sta spogliando, ma solo il fatto di privarsene. È invece l’ordinamento che si preoccupa di stabilire quale sia la sorte del diritto rinunziato e, nel caso di proprietà individuale, prevede l’acquisto dell’immobile da parte dello Stato (33) (che come si è detto avviene a titolo originario (34)).

In relazione, invece, alla natura dell’atto, esso è certamente unilaterale, essendo diretto unicamente alla dismissione del diritto, e non produce effetti traslativi, in quanto l’acquisto che ne deriva in capo allo Stato non è un effetto negoziale voluto dal rinunziante, bensì la conseguenza ordinamentale di un atto in cui la volontà è diretta unicamente all’estinzione della situazione giuridica soggettiva.

La natura puramente abdicativa e non traslativa della rinunzia esclude, di conseguenza, la necessità di un’accettazione (35). Né, d’altra parte, sembra immaginabile un atto di rifiuto da parte dello Stato, il cui acquisto è imposto dalla legge (art. 827 c.c.), al fine di evitare che la proprietà immobiliare divenga nullius (36).

Esclusa la necessità di un’accettazione, ci si è chiesti, invece, se l’atto di rinunzia sia o meno recettizio e, quindi, debba o meno essere portato a conoscenza del terzo interessato (in questo caso lo Stato).

Al riguardo, la dottrina ha espresso posizioni divergenti. Alcuni autori (37) hanno sostenuto che il carattere recettizio della rinunzia andrebbe accertato caso per caso, non potendosi fornire una soluzione unitaria. In particolare, la recettizietà – secondo questa tesi – sarebbe talora insita in relazione al rapporto in cui la rinunzia medesima opera, come nel caso della rinunzia alla quota di comproprietà di cui all’art. 1104 c.c. (id est rinunzia liberatoria), «giacché qui produce l’effetto di sottrarre il rinunciante […] agli obblighi derivanti dalla titolarità del diritto, accollandoli all’altro comunista che, salvo il rifiuto, acquista la proprietà della quota rinunciata per accrescimento» (38).

E in effetti la dottrina (39) è concorde nel ritenere che, in tema di rinunzia liberatoria, l’atto debba essere portato a conoscenza degli altri comproprietari. Tale carattere, tuttavia, si collega non alla rinunzia in sé considerata, bensì a quell’effetto ulteriore che caratterizza la rinunzia liberatoria (e che non sussiste in quella abdicativa pura) consistente nella liberazione dall’obbligazione di pagamento delle spese anche anteriori (40).

A seguito della rinunzia, in altri termini, gli altri condividenti si ritrovano non solo ad essere titolari di una quota di comproprietà accresciuta, ma anche gravati da un’obbligazione di pagamento delle spese (anche quelle già deliberate) in misura conseguentemente maggiore rispetto a prima. Da ciò la necessità che l’atto di rinunzia gli sia portato a conoscenza e dunque la recettizietà dello stesso.

Analizzando la rinunzia abdicativa, invece, la dottrina prevalente (41) e la giurisprudenza (42) ritengono che l’atto in questione non sia recettizio. Si argomenta dalla natura degli effetti tipici del negozio che, esaurendosi nella sfera del dichiarante, non postulano per la loro realizzazione la necessità di alcuna comunicazione al terzo. Infatti, soltanto l’effetto abdicativo è in diretta relazione causale con la dichiarazione, mentre ulteriori effetti della stessa nei confronti di terzi (in questo caso, l’acquisto in capo allo Stato) costituiscono mere conseguenze indirette della rinunzia, come tali inidonee ad incidere sull’efficacia della fattispecie.

Secondo la ricostruzione che appare preferibile, dunque, la rinunzia al diritto di proprietà, considerando il suo effetto meramente abdicativo, ha natura di atto non recettizio.

3.2 Segue: la trascrizione

Resta da esaminare, con riferimento al tema della rinunziabilità del diritto di proprietà su beni immobili, il problema della trascrizione, espressamente prevista dall’art. 2643, n. 5, c.c. (43).

Autorevole dottrina (44) ha sottolineato l’incongruenza del richiamo, quanto agli effetti della trascrizione, all’art. 2644 c.c. in quanto l’acquisto che si realizza in capo al terzo (che sia lo Stato o, come si vedrà infra, che sia il comproprietario o ancora il nudo proprietario in caso di rinunzia a diritti reali limitati) non avviene a titolo derivativo, bensì a titolo originario, alla luce della suddetta natura meramente abdicativa della rinunzia. Si è affermato, dunque, che «la disciplina della trascrizione della rinunzia non è in linea con gli effetti sostanziali che alla rinunzia stessa conseguono» (45).

La scelta del legislatore è stata spiegata, allora, in ciò che, a differenza delle altre ipotesi di acquisti a titolo originario, in questo caso l’acquisto del terzo (Stato) e l’espansione del diritto di proprietà (nudo proprietario e, si può ritenere anche, comproprietario) sono conseguenza economica ed anche giuridica, sia pure meramente indiretta e riflessa, della manifestazione di volontà del rinunziante. Il legislatore ha quindi previsto la pubblicità agli stessi effetti degli atti traslativi dal momento che essa, anche se indirettamente, costituisce l’antecedente logico-giuridico dell’acquisto non di un terzo indifferenziato ma di un terzo ben individuato dalla legge.

«In altre parole è ben vero che la rinunzia abdicativa non ha un oblato […], ma è anche vero che tale oblato è individuato dalla legge rispettivamente nello Stato e nel titolare del diritto di proprietà, a seconda che si rinunzia alla proprietà ovvero ad un diritto reale su cosa altrui. In termini funzionali, dunque, è difficile negare una perfetta affinità tra questa fattispecie e quella dell’atto attributivo, sul piano della concreta attuazione della vicenda. Il risultato finale, pertanto, è lo stesso, perché il soggetto che rinunzia è come se rinunziasse a favore dello Stato o del proprietario» (46).

In ogni caso, al di là della spiegazione dei suoi effetti, è indubbio che la rinunzia in questione debba essere trascritta. Resta il problema delle modalità di trascrizione (47), essendo state espresse in dottrina due diverse tesi.

Parte della dottrina (48) ha sostenuto che la trascrizione andrebbe presa contro il rinunziante ed a favore dello Stato.

Altra parte della dottrina (49), invece, ha ritenuto che la trascrizione della rinunzia avverrebbe, stante la sua natura puramente abdicativa, unicamente contro il rinunziante.

Nonostante l’autorevolezza degli Autori che hanno sostenuto la prima tesi, la soluzione preferibile sembra essere la seconda. La trascrizione unicamente contro il rinunziante appare più coerente con la natura del negozio abdicativo. Esso produce effetti, come si è detto, unicamente nella sfera giuridica del suo autore, risultando eventuali modificazioni della sfera giuridica altrui (in questo caso l’acquisto in capo allo Stato) effetti solo indiretti e riflessi del negozio posto in essere. In mancanza di un effetto traslativo (50) e considerando la circostanza che l’acquisto dello Stato avviene, secondo l’opinione prevalente degli interpreti, a titolo originario, appare più corretta una trascrizione presa unicamente contro il soggetto rinunziante.

Piuttosto dunque che dare rilievo alla collocazione della norma nel contesto dell’art. 2643 c.c. (e dunque nel quadro degli effetti di cui all’art. 2644 c.c.), sminuendo la disciplina degli effetti sostanziali della rinunzia e conseguentemente criticando l’incoerenza della scelta del legislatore, appare preferibile valorizzare il dato sostanziale (e dunque l’assenza di effetti traslativi), e conseguentemente individuare le modalità di trascrizione più in linea con quest’ultimo.

Ciò del resto si conforma alla prassi di trascrivere gli atti di rinunzia abdicativa a diritti reali limitati (in particolare, per la sua frequenza, l’usufrutto) unicamente contro il suo autore e non a favore del nudo proprietario. Anche in questa ipotesi, infatti, l’effetto in capo al nudo proprietario è solo riflesso (dovuto al principio di elasticità del dominio); la norma di riferimento per la trascrizione è la stessa (l’art. 2643, n. 5, c.c.); ma non si effettua alcuna formalità a favore, bensì unicamente contro il rinunziante.

4. La rinunzia alla quota indivisa di comproprietà: ammissibilità

Come si ammette la rinunziabilità del diritto di proprietà (51), considerata la sua natura disponibile ed alla luce degli argomenti sopra indicati, sembra potersi ammettere, sulla base dei medesimi argomenti, anche la rinunziabilità della quota di comproprietà, che ha la medesima natura (52).

Lo conferma il codice civile, il quale prevede espressamente una tale ipotesi di rinunzia all’art. 1104 (nonché all’art. 882, comma 2), sia pure in una fattispecie particolare in cui la rinunzia non ha solo il suo effetto tipico (l’abdicazione del diritto), ma produce anche l’effetto ulteriore di estinguere l’obbligazione gravante sul condividente (e per questo si parla di rinunzia cd. liberatoria).

Del resto, non si spiegherebbe il perché il pieno proprietario possa rinunziare al suo diritto, mentre il proprietario pro quota non possa farlo: si tratta sempre del medesimo diritto, sia pure nel primo caso pieno e senza limiti, mentre nel secondo caso limitato dal concorrente diritto degli altri contitolari(53).

Chiaramente molto diverse sono la fattispecie della rinunzia abdicativa e quella della rinunzia liberatoria della quota di comproprietà. La prima determina puramente e semplicemente l’abdicazione della quota di cui il soggetto è titolare, senza ulteriori effetti negoziali propri dell’atto posto in essere. Da ciò consegue che il condomino, mentre non sarà tenuto a corrispondere le spese concernenti la cosa comune per il tempo successivo alla rinunzia in quanto egli non risulterà più essere proprietario della stessa, rimarrà tenuto all’adempimento di tutte le obbligazioni inerenti la cosa sorte fino al giorno della rinunzia (54).

Diversa è la rinunzia liberatoria, prevista dall’art. 1104 c.c., in cui all’effetto abdicativo si accompagna, per espressa previsione del legislatore, un effetto estintivo dell’obbligazione. In questo caso, dunque, il condomino, rinunziando alla propria quota, dismette il diritto di cui è titolare al fine di liberarsi da tutte le obbligazioni inerenti la cosa, non solo (come è ovvio) per il futuro, ma anche per quelle già sorte (55).

Ciò detto, al fine di poter in seguito meglio approfondire natura ed effetti della rinunzia abdicativa alla quota di comproprietà, pare opportuno fornire qualche cenno con riferimento alla rinunzia liberatoria (56).

Come è stato autorevolmente affermato (57), scopo dell’atto in questione è la liberazione, mediante il sacrificio del proprio diritto, da un’obbligazione che il soggetto abbia nei confronti di determinati altri soggetti in quanto titolare del diritto dismesso. La rinunzia è il mezzo impiegato dal condividente per raggiungere il fine della liberazione dalle spese (58). La stessa produce, dunque, non solo l’effetto abdicativo proprio di ogni rinunzia, ma anche e soprattutto quello liberatorio che vale a caratterizzarla. E proprio tale effetto liberatorio giustifica la necessità dell’espressa previsione da parte del legislatore, non essendo altrimenti consentito al debitore di rinunziare al debito senza il consenso del creditore.

La peculiarità dell’atto di cui all’art. 1104 c.c. consiste nella circostanza che per effetto della rinunzia il comproprietario si vede liberato dell’obbligazione di contribuire alla spese inerenti la cosa comune e ciò non solo per il futuro, ma anche per il passato (e dunque anche con riferimento alle spese già deliberate) (59).

Ciò – come si diceva – vale a distinguere la figura in esame dalla rinunzia abdicativa alla quota di comproprietà, la quale ha come effetto unicamente la dismissione del diritto, determinando la liberazione solo dalle obbligazioni future (come ovvio non essendo il soggetto più proprietario del bene), ma non per quelle passate, cui il rinunziante rimane tenuto (60).

Con riferimento alla natura giuridica della rinunzia in esame, la dottrina decisamente prevalente (61) afferma che si tratta di un negozio unilaterale recettizio.

Nessun dubbio si pone circa la sua unilateralità, risultando evidente che la dismissione della situazione giuridica non può che provenire dal soggetto cui essa appartiene. In particolare, si esclude che sia necessaria l’accettazione da parte degli altri comproprietari (62). Come si vedrà, infatti, l’effetto di accrescimento della quota degli altri condividenti è una conseguenza solo mediata e riflessa della rinunzia, connessa alla natura della comunione, come tale non richiedente un atto di accettazione (63).

Si è anche affermato che la volontà dismissiva deve essere manifestata in modo non equivoco, non essendo sufficiente un generico disinteresse rispetto alla cosa comune (64).

Qualche dubbio si è posto, invece, con riferimento alla recettizietà della rinunzia liberatoria. Qualche autore (65) ha sostenuto, coerentemente con quanto la dottrina prevalente afferma in tema di rinunzia abdicativa, che l’atto in esame non dovrebbe essere recettizio. Si fa leva sull’effetto istantaneo dell’accrescimento, che consegue ipso iure alla rinunzia, quale conseguenza della natura giuridica della comunione. Tale automatismo renderebbe superflua la conoscenza dell’atto da parte degli altri comproprietari.

La dottrina nettamente prevalente (66) critica questa ricostruzione, sostenendo che l’efficacia accrescitiva automatica implicherebbe unicamente la non necessità di accettazione e non già la superfluità della notificazione ai restanti comproprietari. La conoscenza di questi ultimi della intervenuta rinunzia, e della conseguenza variazione delle quote, sarebbe necessaria per prendere atto dell’intervenuta modifica e, soprattutto, perché ad essa consegue la liberazione ex tunc dall’obbligo di contribuzione alla spese comuni in favore del rinunziante; effetto che incide in misura evidentemente negativa nei loro confronti.

A seguito della rinunzia, in altri termini, gli altri condividenti si ritrovano non solo ad essere titolari di una quota di comproprietà accresciuta, ma anche gravati da un’obbligazione di pagamento delle spese (non solo per il futuro, ma anche per quelle già deliberate) in misura conseguentemente maggiore rispetto a prima. Da ciò la necessità che l’atto di rinunzia gli sia portato a conoscenza e dunque la recettizietà dello stesso.

Connesso al tema della natura recettizia dell’atto in esame è il problema della sua revocabilità, evidentemente esclusa da coloro che ritengono trattarsi di un atto non recettizio (67) e invece ammessa, fintanto che l’atto non sia giunto a conoscenza degli altri comproprietari, da parte di chi ne afferma la recettizietà (68).

Con riferimento agli effetti della rinunzia liberatoria, dottrina (69) e giurisprudenza (70) concordano nell’affermare che ad essa consegue l’accrescimento proporzionale delle quote dei comproprietari non rinunzianti. Effetto, tuttavia, non diretto e causalmente connesso alla stessa, bensì meramente indiretto o riflesso, dovuto alla natura della comunione (pur non previsto espressamente dalla legge) (71).

Venuto meno, infatti, il limite costituito dalla quota del rinunziante, il diritto di (com)proprietà dei restanti titolari tende naturalmente ad espandersi, alla luce del principio di elasticità del dominio. La fuoriuscita dalla comunione di uno dei compartecipi, del resto, non può che determinare l’incremento della partecipazione degli altri, stante che il diritto da essi vantato non ha ad oggetto una parte o frazione del bene, ma l’intero (72).

Messi in luce, dunque, i caratteri della rinunzia liberatoria, al fine di poterne le cogliere le differenza rispetto alla rinunzia meramente abdicativa, è possibile affrontare i problemi che quest’ultima pone laddove abbia ad oggetto una quota in comproprietà.

4.1 Segue: natura ed effetti

Ammessa la rinunziabilità della quota di comproprietà, anche a prescindere dalla fattispecie di rinunzia liberatoria di cui all’art. 1104 c.c., occorre soffermarsi sulle conseguenze dell’atto in questione ed, in particolare, se esso determini l’accrescimento in capo agli altri contitolari ovvero l’acquisto in capo allo Stato (nel presupposto, ovviamente, che si tratti di beni immobili).

L’art. 827 c.c. stabilisce che i beni immobili che non sono di proprietà di alcuno spettano al patrimonio dello Stato. È evidente, dunque, che l’ordinamento non consente che un bene immobile possa rimanere privo di un soggetto titolare. Da ciò consegue che, a fronte della rinunzia abdicativa da parte dell’unico proprietario di un bene, certamente la proprietà dello stesso spetterà allo Stato, tenendo presente che tale acquisto non avviene a titolo derivativo (considerata la natura meramente abdicativa della rinunzia), bensì a titolo originario proprio in virtù del disposto dell’art. 827 c.c.

Diversamente sembra doversi ritenere nel caso della rinunzia alla quota di comproprietà su di un immobile. In tal caso, appare preferibile ritenere che non si instauri una (anomala) forma di contitolarità tra i restanti condomini (per le quote loro originariamente spettanti) e lo Stato (per la quota del rinunziante), quanto piuttosto si verifichi l’accrescimento (73) delle quote degli altri comproprietari (74).

Tale effetto, pacificamente ammesso dalla dottrina nella pur diversa fattispecie della rinunzia liberatoria di cui all’art. 1104 c.c. (75), sembra doversi verificare anche nell’ipotesi in esame (conformemente alla tradizione romanistica (76)), considerando in particolare la natura della comunione (77). Se, difatti, si condivide l’idea secondo la quale il diritto del condividente è un diritto sull’intera cosa (e non su una sua porzione materiale) limitato dal concorrente diritto degli altri contitolari (78), allora è evidente che, venuto meno il diritto di uno di essi a seguito della rinunzia, non può che derivarne l’espansione del diritto degli altri. Si tratta, in altri termini, di una conseguenza del principio di elasticità del dominio, il quale tende naturalmente ad espandersi nel momento in cui vengono meno i limiti che lo costringono (79).

Occorre comunque sottolineare che l’accrescimento in questione non è un effetto diretto della rinunzia alla quota (80). Con tale atto, il rinunziante si limita a spogliarsi del diritto di cui è titolare senza preoccuparsi della sua afferenza attuale ad altri. Al rinunziante, cioè, non interessa la sorte del diritto di cui si sta spogliando, ma solo il fatto di privarsene. È invece l’ordinamento che si preoccupa di stabilire quale sia la sorte del diritto rinunziato e se nel caso di un unico proprietario prevede l’acquisto dell’immobile da parte dello Stato (che come si è detto avviene a titolo originario), nel caso di comunione prevede (implicitamente) l’accrescimento delle quote degli altri comproprietari, alla luce della vis espansiva del diritto loro spettante (81).

Anche la Suprema Corte, in una recente pronuncia (82), ha avuto modo di affrontare il problema in esame. Il caso portato all’attenzione della Cassazione riguardava due conviventi more uxorio che avevano acquistato in comunione ordinaria un immobile. Successivamente, a seguito della loro “separazione”, uno di essi aveva rinunziato alla quota a lui spettante. La Corte ha sostenuto, al riguardo, che ogni partecipante ad una comunione ordinaria è contitolare di un diritto e non di una singola porzione di esso autonomamente suscettibile di rinunzia abdicativa, per cui il venir meno di una delle partecipazioni dal punto di vista soggettivo tramite una dichiarazione rinunziativa comporta una rideterminazione pro quota dell’entità delle partecipazioni dei comunisti superstiti, i quali vedranno ipso iure accrescere in proporzione le loro quote in forza del principio di elasticità della proprietà.

Constatato dunque che secondo la tesi preferibile conseguenza, indiretta e riflessa, della rinunzia alla quota di comproprietà è il proporzionale accrescimento delle quote dei restanti contitolari, occorre soffermarsi sul problema di un eventuale rifiuto (83) da parte di questi ultimi (84).

Occorre chiedersi, in particolare, se i condividenti che vedono accresciuta la propria quota a seguito della rinunzia fatta da uno di essi possano in qualche modo impedire tale acquisto. Più precisamente il dubbio che si pone è se costoro possano rifiutare l’accrescimento della propria quota ovvero debbano subirlo, potendo a loro volta unicamente rinunziare alla quota (come accresciuta) di cui sono titolari.

È principio generale del nostro ordinamento quello secondo il quale ciascuno deve poter impedire un’incisione della propria sfera giuridica da parte di terzi, per quanto possa trattarsi di effetti favorevoli (si pensi al contratto a favore del terzo ovvero al legato: in entrambi i casi, fermo l’acquisto automatico, senza bisogno di accettazione, è fatta salva la facoltà del terzo o del legatario di rifiutare l’acquisto disposto in suo favore).

Vengono in rilievo i cd. negozi unilaterali soggetti a rifiuto (85), i quali consentono di attribuire ad un soggetto una situazione giuridica favorevole senza, ma non contro la propria volontà. Al destinatario dell’acquisto è riconosciuto il potere di rifiutarli, a tutela dall’autonomia della sua sfera individuale.

Tale meccanismo di rifiuto si appunta, tuttavia, solo a quei negozi che abbiano quale effetto diretto la alterazione (favorevole) della altrui sfera giuridica (si pensi al contratto a favore di terzo) (86). Si è affermato in dottrina (87) che di alterazione della sfera giuridica può discorrersi solo ove essa si identifichi in un effetto diretto del negozio. «Onde, nell’ipotesi in cui la suddetta alterazione (se di «alterazione» può ancora legittimamente discorrersi) si risolva, per contro, in un effetto riconducibile all’atto di autonomia privata in chiave puramente riflessa, per definizione appare infondato discutere [...] di deroga, di eccezione (ed ancor più di violazione) alla regola in oggetto» (88).

La mancanza di una intrusione nella sfera giuridica altrui direttamente e causalmente connessa all’atto di autonomia privata spiega, dunque, il perché al destinatario di effetti riflessi, a differenza del destinatario di effetti diretti, non spetti alcun rimedio al fine di impedire la detta intrusione (89).

Ciò detto, con riferimento alla rinunzia alla quota di comproprietà ed al conseguente accrescimento delle quote dei restanti contitolari, sono prospettabili due alternative: o si ritiene che questi ultimi possano rifiutare l’accrescimento (così tutelando la propria sfera giuridica dagli effetti dell’altrui atto di rinunzia) ovvero si ritiene che costoro non abbiano alcun potere di rifiuto, ma “subiscano” l’espansione della propria quota, salva la possibilità di rinunziare a loro volta al diritto di cui sono titolari.

Di recente, parte della dottrina (90), analizzando la figura della rinunzia liberatoria, ma con un ragionamento condotto in termini generali che dovrebbe dunque valere anche per il caso di rinunzia abdicativa, ha sostenuto la possibilità di configurare una rinunzia al diritto di accrescimento. Si è affermato, in particolare, che in tal caso oggetto della rinunzia non sarebbe «in via diretta la quota derelitta o parte di questa, bensì l’effetto che si determina in forza del diritto di accrescimento, diritto che è posto nell’esclusivo interesse del comproprietario» e come tale disponibile. Per conseguenza, «il comproprietario che non intenda avvalersi dell’effetto espansivo della quota potrà rinunciarvi».

Questa tesi non convince. Anzitutto si ravvisa una anomalia nella circostanza che la rinunzia posta in essere dal comproprietario abbia ad oggetto non un diritto (di cui può predicarsi la natura disponibile), ma un effetto (l’accrescimento) che deriva dalla legge o meglio dall’ordinamento.

Il condividente, infatti, non è titolare di un diritto di accrescimento autonomamente suscettibile di rinunzia, ma solo di una quota in comunione che automaticamente si espande al venir meno del concorrente diritto di un altro contitolare. Come il consolidamento della nuda proprietà, in caso di rinunzia all’usufrutto, è un effetto legale, conseguente alla natura che il diritto di proprietà ha nel nostro ordinamento e non suscettibile di autonoma rinunzia da parte del nudo proprietario, allo stesso modo l’accrescimento della quota è un effetto legale conseguente alla natura del diritto in comunione, altrettanto non suscettibile di autonoma rinunzia da parte del condividente.

Considerando, inoltre, l’automatismo con cui opera l’accrescimento e trattandosi di rinunzia (e non di rifiuto) dovrebbe immaginarsi che il condividente veda prima espandersi la propria quota per poi rinunziare con efficacia ex nunc a tale effetto, il che non appare sostenibile.

La stessa Autrice evidenzia, poi, le criticità di ricondurre una tale forma di rinunzia all’accrescimento alla categoria del rifiuto, stante la difficoltà di presupporre l’esistenza di una offerta o di una delazione ex lege che esso mirerebbe a neutralizzare (91).

La soluzione preferibile sembra dunque essere la seconda (92). Come si è più volte detto, l’accrescimento delle quote altrui non è un effetto diretto della rinunzia che il condividente faccia al proprio diritto. Si tratta solo di una conseguenza indiretta o riflessa, che si ricava dall’ordinamento e che si giustifica alla luce della natura del diritto in comunione.

Mancando dunque una diretta alterazione della sfera giuridica altrui non è possibile discorrere di un potere di rifiuto. Resta ferma, invece, la possibilità che ciascun altro condividente rinunzi al proprio diritto (93). All’estremo, laddove tutti rinunziassero eccetto uno verrebbe meno lo stato di comunione (94) e, se anche costui rinunziasse, la proprietà spetterebbe allo Stato ai sensi dell’art. 827 c.c.

La soluzione opposta, del resto, risulterebbe foriera di un grave inconveniente pratico. Ammettere infatti che ciascun condividente diverso dal rinunziante possa rifiutare l’accrescimento comporterebbe che, in caso di rifiuto di tutti, la titolarità della quota rinunziata spetti allo Stato. Si instaurerebbe dunque una comunione tra i privati e lo Stato, con la necessità dell’intervento di quest’ultimo in un eventuale atto di divisione.

Né appare decisivo, a sostegno della tesi favorevole al rifiuto, affermare che altrimenti i restanti condividenti potrebbero essere danneggiati, in quanto si ritroverebbero senza il loro consenso titolari di una quota più ampia, con una maggiorazione dei relativi oneri (soprattutto fiscali). Che ciò possa verificarsi è indubbio, ma è altrettanto vero che si tratta di una conseguenza di sistema dell’essere titolari di una quota in comunione. Chi acquista una quota di comproprietà di un bene sa o dovrebbe sapere che, stante la natura del diritto che acquista e considerato l’ordinamento di cui fa parte, la sua quota potrebbe espandersi in caso di rinunzia degli altri contitolari. Esattamente come il nudo proprietario sa o dovrebbe sapere che, in caso di rinunzia dell’usufruttuario al proprio diritto prima della scadenza del termine pattuito, egli diventerà pieno proprietario (con tutti i relativi oneri) senza il suo consenso e senza che possa in alcun modo impedirlo.

Alla luce di tali considerazioni appare preferibile ritenere che l’effetto di accrescimento delle quote dei condividenti non rinunzianti non sia suscettibile di rifiuto da parte di costoro, i quali potranno, se del caso, rinunziare a loro volta all’intera quota di cui sono titolari.

Una volta ritenuto che l’effetto della rinunzia alla quota di comproprietà sia l’accrescimento delle quote dei restanti contitolari, occorre indagare se l’atto in esame sia o meno recettizio e debba, pertanto, essere portato a conoscenza di terzi per produrre i suoi effetti.

Richiamando quanto già detto con riferimento alla rinunzia al diritto di (piena) proprietà, occorre tener presente che la dottrina prevalente (95)sostiene, nel caso della rinunzia alla quota di comproprietà di cui all’art. 1104 c.c. (id est rinunzia liberatoria), la natura recettizia dell’atto e pertanto la necessità che lo stesso sia portato a conoscenza degli altri comproprietari.

Tale carattere, tuttavia, si collega (come si è visto) non alla rinunzia in sé considerata, bensì a quell’effetto ulteriore che caratterizza la rinunzia liberatoria (e che non sussiste in quella abdicativa pura) consistente nella liberazione dall’obbligazione di pagamento delle spese anche anteriori (96).

A seguito della rinunzia, in altri termini, gli altri condividenti si ritrovano non solo ad essere titolari di una quota di comproprietà accresciuta, ma anche gravati da un’obbligazione di pagamento delle spese (non solo per il futuro, ma anche per quelle già deliberate) in misura conseguentemente maggiore rispetto a prima. Da ciò la necessità che l’atto di rinunzia gli sia portato a conoscenza e dunque la recettizietà dello stesso.

Analizzando la rinunzia abdicativa, invece, la dottrina prevalente (97) e la giurisprudenza (98) ritengono che l’atto in questione non sia recettizio. Si argomenta dalla natura degli effetti tipici del negozio che, esaurendosi nella sfera del dichiarante, non postulano per la loro realizzazione la necessità di alcuna comunicazione al terzo. Infatti, soltanto l’effetto abdicativo è in diretta relazione causale con la dichiarazione, mentre ulteriori effetti della stessa nei confronti di terzi (in questo caso, l’accrescimento proporzionale delle quote dei restanti comproprietari) costituiscono mere conseguenze indirette della rinunzia, come tali inidonee ad incidere sull’efficacia della fattispecie.

Ragioni di coerenza, inoltre, non consentono di giungere a conclusioni diverse circa la natura dell’atto rispetto a quanto sostenuto con riferimento alla rinunzia alla proprietà piena, trattandosi pur sempre del medesimo negozio (rinunzia abdicativa), avente ad oggetto il medesimo diritto (di proprietà), sia pure in questo caso spettante a più soggetti in comunione tra loro.

A tali considerazioni potrebbe, tuttavia, obiettarsi che esse non tengono conto di altre esigenze, pur dotate di particolare rilievo. In particolare, accedendo alla tesi (qui contestata) secondo la quale dovrebbe essere garantita agli altri comproprietari la facoltà di rifiutare l’accrescimento delle loro quote, risulterebbe evidente la necessità di portare la rinunzia a conoscenza di questi ultimi, così da metterli concretamente nella condizione di poter esercitare la facoltà di rifiuto loro spettante (99).

Una rinunzia non portata a conoscenza degli altri contitolari, del resto, sempre presupponendo tale facoltà di rifiuto, creerebbe una situazione di incertezza circa la sorte della quota divenuta vacante. E ciò colliderebbe con principi generali del nostro ordinamento, quali la certezza dei rapporti giuridici e dell’accertamento della proprietà immobiliare, la correttezza e trasparenza dei registri immobiliari, anche nei confronti dei terzi ed ai fini dell’imposizione fiscale.

Escluso tuttavia – sulla base di quanto detto in precedenza – che ai comproprietari non rinunzianti spetti un potere di rifiutare l’accrescimento, non si pone la necessità di portare a loro conoscenza l’atto ai fini della sua efficacia. Costoro, infatti, potranno solo rinunziare, a loro volta, alla quota a ciascuno spettante (come accresciuta a seguito della rinunzia) e la conoscenza (o meglio conoscibilità) del mutamento intervenuto è garantita dal meccanismo pubblicitario della trascrizione.

Del resto, guardando all’esperienza pratica, subordinare l’efficacia della rinunzia (che come più volte detto ha una diretta efficacia meramente abdicativa) alla conoscenza o conoscibilità che di essa abbiano i restanti contitolari vorrebbe dire impedire o quanto meno ostacolare il compimento dell’atto in esame (e così l’autonomia privata che in esso si manifesta) in tutti quei casi in cui, per qualsiasi motivo, gli stessi risultino irreperibili.

Secondo la ricostruzione che appare preferibile, dunque, la rinunzia alla quota indivisa di comproprietà, considerando il suo effetto meramente abdicativo e coerentemente con quanto affermato per la rinunzia alla proprietà piena, ha natura di atto non recettizio.

Ciononostante, sebbene a rigore non necessario, soprattutto nel caso particolare di rinunzia alla quota di comproprietà, risulta almeno opportuno che si proceda a comunicare l’avvenuta rinunzia agli altri condividenti, in un’ottica di correttezza, perché costoro siano edotti dell’avvenuto accrescimento delle loro quote, nonché dell’obbligo di contribuire proporzionalmente a tale quota maggiorata alle spese inerenti la cosa comune (sia pure solo pro futuro, a differenza di quanto accade in caso di rinunzia liberatoria di cui all’art. 1104 c.c., ove la liberazione dall’obbligazione riguarda anche le spese pregresse) (100).

4.2 Segue: la trascrizione

Resta da esaminare, con riferimento alla rinunzia alla quota indivisa di comproprietà, il tema della pubblicità nei registri immobiliari. Nessun dubbio si pone sulla necessità di trascrivere l’atto scritto di rinunzia anche alla quota di comproprietà. L’art. 2643 c.c., n. 5, difatti, prevede espressamente la trascrizione di tali atti.

Non possono che richiamarsi in questa sede le considerazioni della dottrina circa l’incongruenza tra gli effetti sostanziali della rinunzia e la disciplina della trascrizione, già riportate con riferimento alla rinunzia alla proprietà piena (101).

In ogni caso, al di là della spiegazione dei suoi effetti, è indubbio che la rinunzia in questione debba essere trascritta. Resta il problema delle modalità di trascrizione, riproponendosi in questo contesto le due diverse tesi circa le modalità di trascrizione. Secondo l’una, si trascriverebbe contro il rinunziante ed a favore dei restanti comproprietari; secondo l’altra, la trascrizione avverrebbe unicamente contro il rinunziante.

Non può che rinviarsi, al riguardo, a quanto già detto circa le motivazioni che inducono a preferire la seconda soluzione e dunque una trascrizione unicamente contro il comproprietario rinunziante, in coerenza con gli effetti meramente abdicativi della rinunzia.

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