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Cnn 6 marzo 2014 su SSUU 5 marzo 2014

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ACQUISTO DI AZIENDA PER USUCAPIONE (CASS. S.U. 5 MARZO 2014, N. 5087)

Le Sezioni Unite della Suprema Corte, con sentenza 5 marzo 2014, n. 5087, affermano in seguente principio di diritto: «ai fini della disciplina del possesso e dell'usucapione, l'azienda, quale complesso dei beni organizzati per l'esercizio dell'impresa, deve essere considerata come un bene distinto dai singoli componenti, suscettibile di essere unitariamente posseduto e, nel concorso degli altri elementi indicati dalla legge, usucapito».

Il dibattito sulla usucapibilità dell’azienda

Nell’ordinanza di rimessione della Sezione II del 16 maggio 2013, nell’evidenziare la particolare rilevanza della questione dell'usucapibilitàdell'azienda, si riassumono i diversi orientamenti sulla natura giuridica dell’azienda, muovendo dalla nota contrapposizione – nelle ricostruzioni sulla natura giuridica dell'azienda – tra teoria unitaria e teoria atomistica. Ed è utile muovere proprio dall’ordinanza per riassumere il dibattito su tale tema.

In dottrina, chi aderisce alla teoria unitaria tende ad ammettere l’usucapibilità.

In particolare, coloro che considerano l'azienda un'universalità di beni ai sensi dell'art. 816 c.c., individuano la disciplina applicabile ai fini del suo acquisto per usucapione nell'art. 1160 c.c. (GRECO, Corso di diritto commerciale, Milano, 1955, 262 per il quale “la coesistenza di mobili e immobili non costituisce alcun ostacolo decisivo e insuperabile all’applicazione della disciplina dell’usucapione secondo quelle linee essenziali che risultano tracciate dalla legge per l’ipotesi delle universalità esclusivamente mobiliari. Trattandosi di usucapione dell’azienda è anzitutto da ritenere: che esso si verifica in base al possesso dei vari elementi non uti singuli ma in quanto organizzati e in funzione e per i fini dell’azienda, il che significa che il possessore non può non rivestire anche la qualifica di imprenditore; che il suo risultato è di far acquistare il diritto all’avviamento. Riguardo al termine per l’usucapione sembra applicabile il termine ventennale di cui all’art. 1160 c.c.”).

Secondo altri per le imprese commerciali, costituenti beni mobili registrati, l'usucapione si compie secondo le regole indicate dall’art. 1162 c.c. (FERRARA JR.., La teoria giuridica dell’azienda, Firenze, 1949, 125. Nello stesso senso anche DELLI PRISCOLI, L’usucapibilità dell’azienda e dell’avviamento, relazione al Convegno Annuale dell’Associazione Italiana dei Professori Universitari di Diritto Commerciale “Orizzonti del Diritto Commerciale”, L’impresa e il diritto commerciale: innovazione, creazione di valore, salvaguardia del valore nella crisi”, Roma, 21-22 febbraio 2014).

Per altri ancora, l'usucapione del bene "azienda" deve essere tenuta distinta rispetto a quella dei singoli beni che la compongono, la quale segue le regole proprie di ciascuno di essi: pertanto, mentre l'usucapione dell'"azienda" soggiace, a seconda della teoria accolta, alla disciplina dettata dall'art. 1160 o 1162 c.c., l'usucapione degli immobili aziendali rimane disciplinata dall'art. 1158 c.c., quella dei beni mobili aziendali dagli artt. 1153 e 1161 c.c., quella dei beni mobili registrati dall'art. 1162 c.c. (COLOMBO, in Tratt. dir. comm. Galgano, Padova, 1979, 55).

Chi invece nega che l'azienda costituisca un bene unitario, esclude, coerentemente, la possibilità di concepire una sua usucapione, ritenendo che la relazione di fatto con i beni aziendali può produrre un effetto acquisitivo solo rispetto a ciascuno di essi, singolarmente considerati. Nell'ambito della teoria atomistica, tuttavia, alcuni autori ritengono applicabile per analogia, in relazione ai beni mobili appartenenti all'azienda, la disciplina delleuniversitates mobiliari. Secondo tale orientamento, pertanto, l'insieme dei beni mobili aziendali, ai sensi dell'art. 1156 c.c., è sottratto all'applicazione della regola "possesso di buona fede vale titolo", prevista dall'art. 1153 c.c., per i singoli beni mobili; e per la sua usucapione (ventennale o decennale, secondo la previsione dell'art. 1160 c.c.) è sufficiente la prova di aver posseduto il complesso, mentre non occorre la prova di aver posseduto i singoli beni mobili che lo compongono. Nessuna deviazione rispetto alle ordinarie regole dettate dal legislatore in materia di beni mobili registrati e di beni immobili, al contrario, è consentita rispetto ai beni di siffatta natura compresi nel complesso aziendale; sicché chi invoca l'usucapione di tali beni è tenuto a provare di aver posseduto ciascuno di essi, singolarmente considerato, per il tempo a tal fine richiesto dalla legge.

Un diverso orientamento, poi, nega l'usucapibilità dell'azienda argomentando dalla impossibilità di usucapire una qualità giuridica, quale quella di imprenditore.


La sentenza delle Sezioni Unite

Tralasciando la specificità del caso che ha dato origine alla pronuncia in commento (che, si ripete, riguardava una farmacia privata) conviene esaminare le questioni strettamente attinenti all’usucapibilità dell’azienda.

Nell’affrontare il quesito se i beni costituenti l'azienda farmaceutica fossero usucapibili ex art. 1160 c.c., la Suprema Corte muove inizialmente dalla definizione di azienda come complesso dei beni organizzato per l'esercizio dell'impresa contenuta nell’art. 2555 c.c., dando conto dei diversi rilievi formulati dalla dottrina riguardo:

a) alla non riconducibilità dell’azienda (bene unitario, a composizione variabile nel tempo e qualitativamente mista) nell’ambito della tripartizione dei beni giuridici di cui al libro terzo del codice civile, e cioè beni mobili, immobili e universalità di beni che, nella definzione di cui all’art. 816, c.c., implica non solo la natura mobiliare di tutti i beni ma altresì la loro appartenenza all'unico proprietario. Queste considerazioni, rilevano le Sezioni Unite, potrebbero indurre anche soltanto alla conclusione che l'art. 2555 c.c. - quantunque avulso dalla disciplina generale dei beni del Libro terzo del codice - costituisce la fonte prima della qualificazione dell'azienda come bene oggetto di diritti, in quanto universalità di beni (in conformità della generica dizione dell'art. 670 c.p.c.), o che, almeno, proprio questa fosse la voluntas legis;

b) alla impossibilità di considerare l’azienda – quantunque suscettibile di esser oggetto di diritti e quindi bene giuridico – come una cosa, che sola può essere oggetto di possesso (e quindi di usucapione) nella definizione dell'art. 1140 c.c. Sul punto si evidenzia come la stessa nozione di cosa non sia naturalistica, ma economico-sociale, sicché non sembrano esservi ostacoli di diritto positivo al riconoscimento di una "cosa" (l'azienda) costituita da un "complesso organizzato di beni", conformemente all'indicazione dell'art. 2555 c.c. Che il "complesso dei beni organizzati" debba essere inteso come un'universalità di beni, o come cosa immateriale o altrimenti non sembra, dunque un punto decisivo per affermare o negare la sua qualità di cosa, suscettibile di possesso.

Un ulteriore e più consistente rilievo sul quale si soffermano le Sezioni Unite è quello rappresentato dal fatto che, nella definizione dell'art. 2555 c.c., l'elemento unificatore della pluralità dei beni - indicato nell'organizzazione per l'esercizio dell'impresa - è ancorato a un'attività (l'organizzazione), a sua volta necessariamente qualificata in senso finalistico (l'impresa): l'attività, come tale, è certamente un'espressione del soggetto, che trascende la categoria dei beni giuridici e non può essere oggetto di possesso.

Tuttavia, l'art. 2555 c.c. esprime una valutazione dell'azienda che, senza cancellare il suo collegamento genetico (organizzativo) e finalistico con l'attività d'impresa, ne sancisce una considerazione oggettivata (di "cosa", oltre che di strumento di attività), costituente la premessa alla possibilità che essa diventi oggetto di negozi giuridici e di diritti, come dimostrano tutte le ipotesi in cui vi può esser dissociazione, almeno provvisoria, tra proprietà dell'azienda ed esercizio dell'impresa (successione a favore di soggetti non imprenditori; affitto ed usufrutto di azienda).

Nonostante la questione della oggettività dell’azienda evochi il dibattito tra teoria unitaria (cui pure la Cassazione sembra aderire nei numerosi precedenti citati) e teoria atomistica, le Sezioni Unite sottolineano come una scelta di fondo su queste due opzioni non sia necessaria ove non si intenda affermare la diretta applicabilità dell'art. 1160 c.c. all'usucapione dell'azienda.

Assume piuttosto rilievo il riconoscimento legislativo dell'unità economica dell'azienda che importa implicito accoglimento di tutte le soluzioni unitarie, che non siano escluse da disciplina espressa contraria e la circostanza che, in questa prospettiva, le norme (artt. 2558, 2559, 2560, 2112), dettate per gli acquisti derivativi, diventano applicabili per analogia agli acquisti a titolo originario, qual è appunto l'usucapione.

Per questa via, allora, si tratta solo di accertare se non vi siano, nel codice civile, diposizioni incompatibili con l'affermazione che l'azienda è suscettibile di possesso, che per ciò stesso sia utile all'usucapione.

Il possesso, inteso come potere sulla cosa, si manifesta in un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà o di altro diritto reale (art. 1140 c.c.) ed è dunque configurabile sempre che, rispetto allo stesso bene, sia ipotizzabile la proprietà o un altro diritto reale, al cui esercizio corrisponda l'attività del possessore.

Poiché l'azienda può essere oggetto di proprietà o di usufrutto (artt. 2556, comma primo e 2561, c.c.) chi esercita sull'azienda un'attività corrispondente a quella di un proprietario o di un usufruttuario ne ha il possesso (riferibile esclusivamente al "complesso dei beni" unitariamente considerato, e non già ai singoli beni) e, nel concorso degli altri requisiti di legge, può usucapirla.

Il possesso dell'azienda, inoltre, è specificamente ed espressamente considerato nell'art. 670 c.p.c., che ammette il sequestro delle aziende quando ne sia controversa (la proprietà o) il possesso: e l'ammissione di una controversia sul possesso dell'azienda discende dal collegamento di principio tra possesso ed esercizio di fatto di diritti reali stabilito dall'art. 1140 c.c.

Il complesso di queste disposizioni non consente quindi di dubitare che, nell'intento del legislatore, l'azienda debba essere considerata unitariamente sia sotto il profilo della proprietà del "complesso organizzato" e non dei singoli beni), sia sotto quello del possesso.

Antonio Ruotolo

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