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Alberto

Pregiudizio di Casta

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Introduzione

Questo breve saggio nasce, come spesso accade, imbattendosi in una cosa, piccola o grande, che ha un conto in sospeso con la storia. Nel leggere un testo che narrava di alcuni celebri miracoli, ho incontrato la figura di un notaio, che compariva quale garante dell’assoluta verità del fatto.

Un miracolo certificato da un pubblico ufficiale.

Quale essere umano – mi sono chiesta – possiede un analogo potere, tale da trasformare, agli occhi dei più, un evento totalmente inverosimile dal punto di vista scientifico in verità di fatto?

Con altrettanta curiosità ho cercato fonti che in qualche modo facessero più luce su questa figura che ha attraversato intere epoche come un protagonista ai margini di trasformazioni economico-sociali. Scoprire, però, quanto poco è stato scritto sui notai è stata una sorpresa.

Perché la letteratura nei secoli non è stata sufficientemente ispirata dalla categoria, ricavandone al più figure di seconda fila di romanzi?

In filigrana di questi interrogativi si legge forse una distanza di casta che via via ha assunto la forma di un ingombrante pregiudizio.

Neppure io, lo confesso, ero immune dai preconcetti che da sempre gravano sui notai; ciò nonostante, ho cercato di sottoporre alla prova dei fatti tutti quei luoghi comuni che si trovano nelle voci indistinte o in quelle più definite e sorde di chi con loro ha avuto a che fare a diverso titolo.

L’idea di confermare, limitare o smentire i pregiudizi mi è sembrata affascinante.

Certo, il rischio d’innamorarsi dell’oggetto della propria ricerca e di cadere nella parzialità è sempre grande. Non so se io sia riuscita a evitare questo errore, ma posso affermare di avere comunque tentato di tenere distinti i dati di fatto, oggettivi, dalle mie personali opinioni e interpretazioni.

Nel cercare giustificazioni che inducano il lettore a giudicare questa mia opera in modo meno severo, devo precisare che il notariato italiano contemporaneo è un oggetto quasi sconosciuto agli studiosi. Non esiste neppure una sociologia del notariato, intesa come una subdisciplina riconosciuta e istituzionalizzata, come può esserlo invece la sociologia della

medicina. Nell’ambito delle professioni legali, i sociologi si sono interessati soprattutto all’avvocatura o alla magistratura.

Essendo quindi veramente pochi gli studiosi di sociologia che hanno scritto sul notariato (tra essi, Olgiati e Ioppa), ho dovuto utilizzare, per realizzare una ricerca di tipo descrittivo e qualitativo, soprattutto articoli di giornale e testi tratti dal web, a volte prodotti dai notai stessi. Per la parte storica, volutamente breve, il mio compito è stato senza dubbio più facile, perché ho potuto reperire testi scritti da professionisti del settore su impulso stesso

dei notai che, attraverso il Consiglio Nazionale, hanno promosso alcuni studi storici sul notariato italiano: dilungarmi su questi temi già affrontati da chi ha certamente conoscenze più approfondite delle mie sarebbe stato di scarsa utilità.

Volutamente, invece, mi sono intrattenuta di più su alcuni punti che alla fine di questa lettura revisionista potrebbe veder rimuovere qualche pregiudizio nei confronti della “casta”.

Marcella Colombo

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Ho avuto modo di visionare il libretto in questione un paio di giorni fa.

Esso si basa, come affermato dall’autrice, su “articoli di giornale e testi tratti dal web, a volte prodotti dai notai stessi” e vorrebbe rappresentare un contributo alla fondazione di una “sociologia del notariato”, subdisciplina di cui l’autrice stessa ammette l’inesistenza, a fronte dell’estrema esiguità di studi dedicati ex professo al mondo e alla professione notarile.

Sin dal titolo si fa riferimento all’espressione “casta” – termine da lungo tempo utilizzato in senso aggettivale per indicare un gruppo organizzato di persone e contraddistinto, a torto o a ragione, da tratti fortemente lobbistici – e si cerca di fornire un contributo volto a superare il “pregiudizio” che tale categoria patirebbe da lungo tempo mediante una riproposizione di dati e valori reperibili tramite le fonti menzionate (e cioè articoli di giornale e informazioni pubblicate sul web, spesso, come direbbero i sociologi veri, di “tipo autoreferenziale”).

L’autrice stessa sembra peraltro permanere – sia pure inconsciamente – in una visione assolutamente marginalistica dell’oggetto delle sue ricerche: quando parla del notaio, infatti, essa indica una “figura che ha attraversato intere epoche come un protagonista ai margini di trasformazioni economico-sociali”: affermazione, questa, che sembra adeguata anche per qualificare un batterio.

La suddetta visione marginalistica sembra confermata anche dalla breve carrellata di testi della letteratura, da Boccaccio a Pirandello, in cui il notaio, nella migliore delle ipotesi, è visto come un anonimo certificatore; nella peggiore come avido ed avaro affamatore di poveri disgraziati.

Basta però la scoperta della certificazione di un miracolo per portare l’autrice a chiedersi quale altro essere umano possieda “un analogo potere, tale da trasformare, agli occhi dei più, un evento totalmente inverosimile dal punto di vista scientifico in verità di fatto”.

La pubblicazione in esame non svela se esistano altri esseri umani dotati di tale potere, ma, con riferimento al notaio, il “potere” non viene associato alla figura del “(super)eroe” quanto piuttosto a quella del “galantuomo”; al termine della rassegna dei dati tratti dalle più volte menzionate fonti, infatti, l’autrice perviene in conclusione a tale correlazione, ammonendo circa la maggiore difficoltà insita nel permanere in quest’ultima categoria: il galantuomo, in pratica, come il diamante, è per sempre; l’eroe, invece, rifulge della gloria di un momento, effimero anche se poi diventa mitico.

Con riguardo poi alla fase della formazione dei futuri notai, sono radicalmente omessi, nel libretto in esame, il riferimento alle scuole private di preparazione al concorso, e la conseguente auspicabile comparazione tra l’apporto da queste fornito e quello derivante dalle scuole istituzionali dei vari consigli, le uniche prese in discretamente articolata considerazione dall’autrice, la quale sembra del tutto ignara dell’esistenza delle prime e del rilevantissimo impatto che esse continuano ad avere, come può testimoniare a vario titolo ciascuno degli utenti di questo sito: un serio studio limitato a tale fenomeno, oggetto da tempo di vivaci discussioni, esaurirebbe, da solo, lo spazio di una monografia, e rappresenterebbe un valido contributo alla sociologia in generale, e non solo a quella “del notariato”.

La pubblicazione in oggetto mi sembra appartenere alla categoria delle tesi di laurea di tipo compilativo, peraltro non priva, come rilevato, di ampie omissioni di trattazione, e in essa non ci vedo nulla di “sociologico”, non andando i suoi meriti oltre l’ordinata disposizione di dati reperibili con una certa facilità attraverso i canali dell’informazione più o meno ufficiale: manca completamente la fase successiva, e cioè il lavoro critico su di essi (in ciò dovrebbe consistere l’analisi del sociologo, che nel caso di specie è completamente assente), e lo stesso superamento del “pregiudizio di casta” si arresta nell’àmbito delle declamazioni, essendo anche in questo caso del tutto inesistente un’analisi di quest’altro fenomeno (ampiamente diffuso e anch’esso meritevole di autonoma trattazione): l’autrice sembrerebbe riuscita a convincere se stessa circa la falsità di taluni preconcetti che, per sua stessa ammissione, nutriva nei confronti della categoria notarile: come ci sia riuscita (quale sia stata la “prova dei fatti” che le ha aperto gli occhi e l’abbia indotta a pubblicare quella che qualifica una “lettura revisionista”, e che invece è un’ordinata sequenza di dati, che restano “muti” perché privi di un corredo interpretativo di impostazione sociologica, e non anche personalistica) resta un mistero per il lettore: insomma, dire che i notai sono bravi e belli perché sono bravi e belli, delude allo stesso modo dell'affermazione di chi dice che i notai sono brutti e cattivi (oltre che inutili e medievali) perché sono brutti, cattivi, inutili e medievali (con buona pace, peraltro, della ricchezza estrema che proprio dal medioevo ci perviene).

Anche i riferimenti letterari avrebbero potuto godere di un più ampio respiro. A tal proposito, a pressoché parità di prezzo e a discapito dell’intrinseco valore letterario dell’opera, mi sembra più ricco di spunti ed analisi di tipo sociologico il romanzo “Stanno uccidendo i notai” (Cairo Publishing, 2008) del notaio Remo Bassetti che la pubblicazione in esame.

In conclusione, mi è sembrato un lavoro insoddisfacente ed incompleto, che potrà forse costituire una discreta base di partenza per una rielaborazione critica da parte dell’autrice, se vorrà finalmente cimentarsi nella stesura di un saggio di sociologia, e non arrestarsi alla fase preliminare, peraltro nemmeno completata, di raccolta di dati e suggestioni. In alternativa, così com'è, la pubblicazione può prestarsi come valido opuscolo informativo da distribuirsi a cura del CNN, magari con l'aggiunta di una viola del pensiero in omaggio alle signore: 15 euro di prezzo di copertina, comunque, mi sembrano uno sproposito.

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Certo, il rischio d’innamorarsi dell’oggetto della propria ricerca e di cadere nella parzialità è sempre grande. Non so se io sia riuscita a evitare questo errore

Già quest'affermazione fa sorgere dubbi sulla scientificità dell'indagine condotta...

Modificato da Pigei

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