Alberto

Contro l'ideologia delle liberalizzazioni

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Alberto    1284

Incurante dei referendum, il governo dei professori avanza nella battaglia contro le «lobby» che frenerebbero il libero mercato. Bisogna rompere l'egemonia di una cultura che fa presa anche a sinistra. E dire che non tutto può essere piegato alle esigenze della crescita e della produzioneCon una mancanza di fantasia e di senso della realtà davvero sconcertante, il governo tecnico dichiara di voler incardinare la fase 2 della sua azione sulle liberalizzazioni. Fra i massimi responsabili della crisi globale e del degrado italiano, ai soliti notai e taxisti romani, si aggiungono così, con Repubblica in prima fila, anche i farmacisti, gli avvocati, gli edicolanti. Incurante del senso politico del voto referendario che chiedeva di "invertire la rotta" proprio rispetto al trend neoliberale di privatizzazioni e liberalizzazioni, il governo dei professori, promette di dare battaglia alle lobby che minano la nostra capacità di "crescere e di competere" sui mercati globali. Con toni diversi sono intervenuti in questi giorni Massimo Mucchetti sul Corriere e Luigi Zingales sull'Espresso. Il primo avanza dubbi quantitativi (condivisibili) sull'urgenza e l'importanza delle liberalizzazioni nei detti settori, che riguarderebbero poche centinaia di milioni di euro, rispetto alla vera "ciccia" che sta altrove, in particolare nel mercato dell'energia e in quello dei trasporti pubblici dove "ballano" le decine di miliardi (qui per la verità balla pure l'esito formale del referendum contro il decreto Ronchi che non riguardava affatto solo l'acqua: ma di questo dopo Napolitano anche Monti pare volersene fare un baffo). Il secondo, con il solito tono di gratitudine sconfinata per quel sistema universitario americano che lo ha salvato dal precariato accademico, racconta di un'Italia profonda in cui i "i notabili" (farmacisti, avvocati, notai e banchieri provinciali) perdono il loro tempo a prendere l'aperitivo al bar (dove non si rilascia lo scontrino) per piazzare i propri figli, invece di "produrre" facendo crescere il Pil e partecipare davvero alla competizione globale. Purtroppo anche sul nostro giornale Pitagora non era stato troppo distonico (per fortuna ci siamo riscattati con un Robecchi insolitamente amaro): di liberalizzazioni si parla tanto ma poi non si fanno, proprio come se si stesse parlando di roba per sua natura giusta e desiderabile ma che le contingenze del mondo reale (soprattutto del mondo italico) snaturano e corrompono. Mala tempora currunt se questi discorsi si sentono anche a sinistra (e non intendo il Pd che ne è brodo di coltura).

È dunque una vera e propria cultura egemonica, un'ideologia ci dice Mucchetti, quella che va superata. Un'ideologia ben più pervasiva di quella un po' estremista e tutto sommato innocua dei Chicago Boys de' noantri (gli stessi bocconiani al governo sanno che la politica non è una tabula rasa e in qualche modo trattano) che pervade anche chi ben sa (come lo stesso Mucchetti o come Pitagora) che l'economia politica non è un esercizio di astrazione matematica. Per essere intellettualmentre liberi e critici occorre oggi sforzarsi di superare la visione competitiva dell'esistenza, che misura la vita con parametri quantitativi, inducendo senso di colpa in chi non produce o produce meno di quanto potrebbe. Bisognerebbe finalmente rendersi conto che un mondo bello non è una miniera in cui viene premiato il compagno Stakanov ed in cui le menti migliori, come ci dice Zingales, piuttosto che fare i notai fanno gli investment bankers come i più bravi fra i suoi studenti di Chicago. Bisogna che ci si renda finalmente conto che in questo nostro mondo si produce già fin troppo e che il nostro problema non è quello di produrre di più per offrire merci e servizi a costi sempre più bassi, ma di distribuire meglio quanto prodotto, creando tutti insieme un mondo in cui l'esistenza sia per tutti libera, solidale e dignitosa.

Certo che il taxi può costare meno, se i taxisti invece di essere parte di un ceto medio-basso che, lavorando duramente, porta a casa uno stipendio decoroso (certo non altissimo) fossero dei lavoratori a cottimo sfruttati che dormono per strada! Ma io credo sarebbe meglio farlo crescere questo ceto medio, piuttosto che umiliarlo laddove esiste. Certo che un pallone di cuoio, cucito a mano da un bambino a Giacarta, può costare anche molto meno al supermercato... ma che criterio di valutazione sociale è mai quello della soddisfazione del consumatore? E poi, al di là della questione etica, oggi sappiamo bene che i beneficiari storici delle liberalizzazioni sono da sempre i grandi oligopoli. Un oligopolio di grandi compagnie con centinaia di taxisti dipendenti, di grandi studi professionali, di banche e assicurazioni o di grande distribuzione colma gli spazi di mercato che le liberalizzazioni aprono. Sappiamo anche bene che i prezzi diminuiscono (forse) in un primo momento ma poi aumentano a dismisura, così come a dismisura aumentano sfruttamento dei lavoratori, stress e dipendenza degli utenti, proprio come avvenuto con il mercato della telefonia mobile. E allora, investire su una riconversione sociale che mette al centro la qualità e la giusta distribuzione significa apprezzare la pace di spirito che deriva dall'acquistare un immobile sapendo che non verrai truffato dalla banca che ti presta i soldi (a questo serve da noi il controllo notarile ed è una fortuna che giovani e bravi giuristi si avvicinino a quella professione), pagare tasse sufficienti a che un trasporto pubblico a buon prezzo (non liberalizzato) possa raggiungere tutti gli angoli delle città, garantendo mobilità diffusa ecologica e accessibile a tutti; apprezzare il variopinto colore delle edicole nel cuore delle città e la dignità degli edicolanti che vogliamo parte del ceto medio (possibilmente che vendano anche giornali che non resisterebbero alle pressioni del mercato ma che fanno informazione di qualità); godere di dieci minuti di conversazione col farmacista, sapendo che costui ha sufficiente tempo per studiare ed aggiornarsi e non è un povero commesso sfruttato.

Insomma respingere le liberalizzazioni come ideologia significa apprezzare un mondo slow in cui si è contenti che le banche italiane, per incapacità dei loro managers, non si fossero avventurate di più nella competizione globale (anche se non mi piace vedere al governo manager incapaci nel loro campo), o in cui non si è contenti che un governo, fintamente tecnico, sia un migliore esecutore degli ordini odiosi della Bce. Preferisco prendere il taxi sapendo che chi guida ha la pancia piena e non è alla diciottesima ora di lavoro, ma ancora di più preferirei poter prendere un autobus elettrico, guidato da un dipendente pagato il giusto, che mi porta dove devo andare. Quest'ultimo servizio il privato, con la sua logica del profitto, non potrà mai darmelo. Per costruire un mondo migliore non è necessario distruggere quanto funziona di quello che abitiamo. L'ideologia della liberalizzazione non riconosce questa massima di buon senso.

Credo che vada detto una volta per tutte. Non possiamo oggi parlare di liberalizzazioni senza tener conto dell'esito del referendum del giugno scorso in cui gli italiani hanno detto di preferire la logica dei beni comuni rispetto a quella della concorrenza. Inoltre, dobbiamo smettere di ritenere che si possa essere di sinistra auspicando un mondo in cui ogni spazio di vita si piega alle esigenze del mercato, della crescita e della produzione.

(Ugo Mattei)

FONTE: Il Manifesto del 31.12.2011

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Pasquale Ragone    1174

APERTURA - Ugo Mattei

Ugo Mattei Incurante dei referendum, il governo dei professori avanza nella battaglia contro le «lobby» che frenerebbero il libero mercato. Bisogna rompere l'egemonia di una cultura che fa presa anche a sinistra. E dire che non tutto può essere piegato alle esigenze della crescita e della produzioneCon una mancanza di fantasia e di senso della realtà davvero sconcertante, il governo tecnico dichiara di voler incardinare la fase 2 della sua azione sulle liberalizzazioni. Fra i massimi responsabili della crisi globale e del degrado italiano, ai soliti notai e taxisti romani, si aggiungono così, con Repubblica in prima fila, anche i farmacisti, gli avvocati, gli edicolanti. Incurante del senso politico del voto referendario che chiedeva di "invertire la rotta" proprio rispetto al trend neoliberale di privatizzazioni e liberalizzazioni, il governo dei professori, promette di dare battaglia alle lobby che minano la nostra capacità di "crescere e di competere" sui mercati globali. Con toni diversi sono intervenuti in questi giorni Massimo Mucchetti sul Corriere e Luigi Zingales sull'Espresso. Il primo avanza dubbi quantitativi (condivisibili) sull'urgenza e l'importanza delle liberalizzazioni nei detti settori, che riguarderebbero poche centinaia di milioni di euro, rispetto alla vera "ciccia" che sta altrove, in particolare nel mercato dell'energia e in quello dei trasporti pubblici dove "ballano" le decine di miliardi (qui per la verità balla pure l'esito formale del referendum contro il decreto Ronchi che non riguardava affatto solo l'acqua: ma di questo dopo Napolitano anche Monti pare volersene fare un baffo). Il secondo, con il solito tono di gratitudine sconfinata per quel sistema universitario americano che lo ha salvato dal precariato accademico, racconta di un'Italia profonda in cui i "i notabili" (farmacisti, avvocati, notai e banchieri provinciali) perdono il loro tempo a prendere l'aperitivo al bar (dove non si rilascia lo scontrino) per piazzare i propri figli, invece di "produrre" facendo crescere il Pil e partecipare davvero alla competizione globale. Purtroppo anche sul nostro giornale Pitagora non era stato troppo distonico (per fortuna ci siamo riscattati con un Robecchi insolitamente amaro): di liberalizzazioni si parla tanto ma poi non si fanno, proprio come se si stesse parlando di roba per sua natura giusta e desiderabile ma che le contingenze del mondo reale (soprattutto del mondo italico) snaturano e corrompono. Mala tempora currunt se questi discorsi si sentono anche a sinistra (e non intendo il Pd che ne è brodo di coltura).

È dunque una vera e propria cultura egemonica, un'ideologia ci dice Mucchetti, quella che va superata. Un'ideologia ben più pervasiva di quella un po' estremista e tutto sommato innocua dei Chicago Boys de' noantri (gli stessi bocconiani al governo sanno che la politica non è una tabula rasa e in qualche modo trattano) che pervade anche chi ben sa (come lo stesso Mucchetti o come Pitagora) che l'economia politica non è un esercizio di astrazione matematica. Per essere intellettualmentre liberi e critici occorre oggi sforzarsi di superare la visione competitiva dell'esistenza, che misura la vita con parametri quantitativi, inducendo senso di colpa in chi non produce o produce meno di quanto potrebbe. Bisognerebbe finalmente rendersi conto che un mondo bello non è una miniera in cui viene premiato il compagno Stakanov ed in cui le menti migliori, come ci dice Zingales, piuttosto che fare i notai fanno gli investment bankers come i più bravi fra i suoi studenti di Chicago. Bisogna che ci si renda finalmente conto che in questo nostro mondo si produce già fin troppo e che il nostro problema non è quello di produrre di più per offrire merci e servizi a costi sempre più bassi, ma di distribuire meglio quanto prodotto, creando tutti insieme un mondo in cui l'esistenza sia per tutti libera, solidale e dignitosa.

Certo che il taxi può costare meno, se i taxisti invece di essere parte di un ceto medio-basso che, lavorando duramente, porta a casa uno stipendio decoroso (certo non altissimo) fossero dei lavoratori a cottimo sfruttati che dormono per strada! Ma io credo sarebbe meglio farlo crescere questo ceto medio, piuttosto che umiliarlo laddove esiste. Certo che un pallone di cuoio, cucito a mano da un bambino a Giacarta, può costare anche molto meno al supermercato... ma che criterio di valutazione sociale è mai quello della soddisfazione del consumatore? E poi, al di là della questione etica, oggi sappiamo bene che i beneficiari storici delle liberalizzazioni sono da sempre i grandi oligopoli. Un oligopolio di grandi compagnie con centinaia di taxisti dipendenti, di grandi studi professionali, di banche e assicurazioni o di grande distribuzione colma gli spazi di mercato che le liberalizzazioni aprono. Sappiamo anche bene che i prezzi diminuiscono (forse) in un primo momento ma poi aumentano a dismisura, così come a dismisura aumentano sfruttamento dei lavoratori, stress e dipendenza degli utenti, proprio come avvenuto con il mercato della telefonia mobile. E allora, investire su una riconversione sociale che mette al centro la qualità e la giusta distribuzione significa apprezzare la pace di spirito che deriva dall'acquistare un immobile sapendo che non verrai truffato dalla banca che ti presta i soldi (a questo serve da noi il controllo notarile ed è una fortuna che giovani e bravi giuristi si avvicinino a quella professione), pagare tasse sufficienti a che un trasporto pubblico a buon prezzo (non liberalizzato) possa raggiungere tutti gli angoli delle città, garantendo mobilità diffusa ecologica e accessibile a tutti; apprezzare il variopinto colore delle edicole nel cuore delle città e la dignità degli edicolanti che vogliamo parte del ceto medio (possibilmente che vendano anche giornali che non resisterebbero alle pressioni del mercato ma che fanno informazione di qualità); godere di dieci minuti di conversazione col farmacista, sapendo che costui ha sufficiente tempo per studiare ed aggiornarsi e non è un povero commesso sfruttato.

Insomma respingere le liberalizzazioni come ideologia significa apprezzare un mondo slow in cui si è contenti che le banche italiane, per incapacità dei loro managers, non si fossero avventurate di più nella competizione globale (anche se non mi piace vedere al governo manager incapaci nel loro campo), o in cui non si è contenti che un governo, fintamente tecnico, sia un migliore esecutore degli ordini odiosi della Bce. Preferisco prendere il taxi sapendo che chi guida ha la pancia piena e non è alla diciottesima ora di lavoro, ma ancora di più preferirei poter prendere un autobus elettrico, guidato da un dipendente pagato il giusto, che mi porta dove devo andare. Quest'ultimo servizio il privato, con la sua logica del profitto, non potrà mai darmelo. Per costruire un mondo migliore non è necessario distruggere quanto funziona di quello che abitiamo. L'ideologia della liberalizzazione non riconosce questa massima di buon senso.

Credo che vada detto una volta per tutte. Non possiamo oggi parlare di liberalizzazioni senza tener conto dell'esito del referendum del giugno scorso in cui gli italiani hanno detto di preferire la logica dei beni comuni rispetto a quella della concorrenza. Inoltre, dobbiamo smettere di ritenere che si possa essere di sinistra auspicando un mondo in cui ogni spazio di vita si piega alle esigenze del mercato, della crescita e della produzione.

LIBERALIZZARE DEL TUTTO NON E' CONDIVISIBILE.....RIFORMARE E MODERNIZZARE L' ACCESSO ALLA PROFESSIONE PER CREARE UN TANTINO DI EQUITA' E CONCORRENZA è, OLTRE CHE GIUSTISSIMO, ASSOLUTAMENTE NECESSARIO!!!

Admin: 1) non si quota il messaggio che è stato scritto appena sopra; 2) non si usano le maiuscole

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pandemonio    556

giusto per completare in bellezza l'anno

proposta di legge n. 4614

depositata alla camera a settembre

(autentuiche di firma anche agli avvocati)

sul modello francese.

http://www.ania.it/opencms/openmcs/export/sites/default/documenti/b2db7c37-00b3-11e1-96f5-f3c446ddba06___A.C._n._4614.pdf

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ferragamo    0

Vecchia?

E' stata (ri)presentata a settembre 2011.

Ed anche, due mesi prima, a luglio, da un altro e più ampio gruppo di deputati del PDL:

http://www.camera.it...ce=16PDL0050100

Come se non bastasse, il PD, ad ottobre del 2011, ha scritto una lettera aperta agli avvocati, proponendo tra l'altro l'adozione, una volta al potere, di una legge che attribuisse loro il potere di autenticare le scritture private immobiliari.

http://beta.partitod...%20avvocati.pdf

Modificato da ferragamo

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orazmel    22

Cari colleghi aspiranti notaio,

non so come esprimere il mio disgusto, forse al pubblico di questo sito può interessare poco (e sbagliano), ma io ripresento un problema che secondo me è invece la cartina di tornasole di tutte queste "liberalizzazioni" gettando una luce tutt'altro che rassicurante.

Il problema è quello della mancanza in Italia della libera professione dell'Ufficiale giudiziario, dicono che vogliono seguire le raccomandazioni degli organismi comunitari, ma non quelle del CEPEJ (l'organo europeo che monitore l'efficienza dei sistemi giudiziari) che invita ad istituire questa nuova professione di giurista; sburocratizzando e dando credibilità ed efficienza all'azione esecutiva si dà credibilità al sistema giudiziario ed al paese nel suo complesso. La certezza che dà il notaio da una parte deve trovare come riscontro la certezza del recupero del diritto soggettivo cristallizzato in un titolo cosa che oggi manca o meglio è scandalosamente deficitaria.

Quindi, non mi incantano più lor signori del governo, invece di buttare l'acqua sporca con tutto il bambino con delle liberalizzazioni di stampo barbarico, se fossero veramente dei liberali metterebbero mano a questa riforma, se non lo fanno non si ammantino della candida veste del riformatore in quanto non lo sono perché in realtà ciò vuol dire che altre sono le mire come ben dimostra questo articolo del prof.Mattei e quello che ha pubblicato in altra discussione da "fabrij80" sul contronto fra USA e notariato latino.

Un cordiale saluto a tutti

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Che un sito di aspiranti notai (i notai hanno un reddito medio pro capite di circa 300.000 Euro annui o anche superiore) sia costretto, per difendere la professione, a citare un giornale comunista la dice lunga.

I comunisti difendono i notai, che vivono nel centro delle città, hanno automobili di lusso, la colf, la seconda casa al mare o in montagna.... ma dico: non vi viene in mente che se a difendere il notariato come è organizzato oggi è un giornale di estrema sinistra (tanto per dirne una il Manifesto è quel giornale che ha apostrofato il Pontefice come un...pastore tedesco; hanno dato del cane al Papa) qualche problema c'è.

Per il resto, sono d'accordo con il contenuto dell'articolo del Prof. Mattei:

un vecchio adagio del movimento operaio dei primi del Novecento diceva "o il socialismo o la barbarie"; il socialismo ha perso e siamo in piena barbarie.

Il problema è che queste cose le possono dire gli operai a 1100 Euro al mese, non i miliardari per difendere i loro miliardi.

Che ci sia un Italia profonda fatta di intrallazzi, collusioni ed amicizie incrociate, dove il merito non emerge (nelle professioni, all'università e così via) è una cosa di evidenza solare.

Adesso i notai votano i comunisti....questa si che è bella.....siamo al ridicolo

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Carlo Barone    376

Che un sito di aspiranti notai (i notai hanno un reddito medio pro capite di circa 300.000 Euro annui o anche superiore) sia costretto, per difendere la professione, a citare un giornale comunista la dice lunga.

I comunisti difendono i notai, che vivono nel centro delle città, hanno automobili di lusso, la colf, la seconda casa al mare o in montagna.... ma dico: non vi viene in mente che se a difendere il notariato come è organizzato oggi è un giornale di estrema sinistra (tanto per dirne una il Manifesto è quel giornale che ha apostrofato il Pontefice come un...pastore tedesco; hanno dato del cane al Papa) qualche problema c'è.

Per il resto, sono d'accordo con il contenuto dell'articolo del Prof. Mattei:

un vecchio adagio del movimento operaio dei primi del Novecento diceva "o il socialismo o la barbarie"; il socialismo ha perso e siamo in piena barbarie.

Il problema è che queste cose le possono dire gli operai a 1100 Euro al mese, non i miliardari per difendere i loro miliardi.

Che ci sia un Italia profonda fatta di intrallazzi, collusioni ed amicizie incrociate, dove il merito non emerge (nelle professioni, all'università e così via) è una cosa di evidenza solare.

Adesso i notai votano i comunisti....questa si che è bella.....siamo al ridicolo

Mah!

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berto    0

Che un sito di aspiranti notai (i notai hanno un reddito medio pro capite di circa 300.000 Euro annui o anche superiore) sia costretto, per difendere la professione, a citare un giornale comunista la dice lunga.

I comunisti difendono i notai, che vivono nel centro delle città, hanno automobili di lusso, la colf, la seconda casa al mare o in montagna.... ma dico: non vi viene in mente che se a difendere il notariato come è organizzato oggi è un giornale di estrema sinistra (tanto per dirne una il Manifesto è quel giornale che ha apostrofato il Pontefice come un...pastore tedesco; hanno dato del cane al Papa) qualche problema c'è.

Per il resto, sono d'accordo con il contenuto dell'articolo del Prof. Mattei:

un vecchio adagio del movimento operaio dei primi del Novecento diceva "o il socialismo o la barbarie"; il socialismo ha perso e siamo in piena barbarie.

Il problema è che queste cose le possono dire gli operai a 1100 Euro al mese, non i miliardari per difendere i loro miliardi.

Che ci sia un Italia profonda fatta di intrallazzi, collusioni ed amicizie incrociate, dove il merito non emerge (nelle professioni, all'università e così via) è una cosa di evidenza solare.

Adesso i notai votano i comunisti....questa si che è bella.....siamo al ridicolo

perfetto, sottoscrivo 100%

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eli78    29

Non si può generalizzare come nell'articolo. Una cosa sono i tassisti, una cosa gli edicolanti, una cosa notai, farmacisti, ecc.

Ad esempio, il godere di una discussione di 10 minuti col farmacista e non con un commesso sfruttato... non mi sembra che il sistema attuale lo consenta. Anche perché nel 90% dei casi si parla col "farmacista commesso" che non avrà mai la possibilità di diventare farmacista perché il sistema non lo consente. Ho diversi amici "farmacisti" molto in gamba che fanno i commessi a 1.000/1.200 euro al mese in farmacie ove il titolare non si vede mai e non è né più né meno un imprenditore...

Per quanto riguarda i notai, non credo che si possa mettere in discussione la funzione della professione, però una certa apertura credo sia necessaria per avere un servizio più capillare ed efficiente, magari prevedendo un sistema che eviti la creazione di attifici (ad esempio, stabilendo delle regole sul numero massimo di atti mensili, a garanzia della qualità e della personalità della prestazione e dei controlli più capillari volti a verificare il rispetto della personalità della prestazione). In tal modo si raggiungerebbe un maggiore equilibrio sui guadagni.

La presenza di 10.000 - 12.000 notai in uno Stato di 60.000.000 di abitanti credo sia più che normale. Sei il guadagno medio (muovendoci per difetto) è di 300.000 euro, in tal modo si avrebbe una media comunque altissima di 150.000 euro, che potrebbe essere ridistribuita con maggiore equità. Si potrebbero, inoltre, prevedere agevolazioni fiscali per l'assunzione di personale qualificato (ad esempio, chi ha concluso la prescritta pratica notarile) e un'estensione delle competenze in cui la preparazione notarile può essere utile a diminuire il carico dei tribunali (ad esempio, in molti profili del diritto di famiglia).

Secondo me, in tal modo si avrebbe un sistema con meno privilegi, più equità (ne gioverebbero anche i giovani notai), più aperto a valorizzare le competenze di chi studia ed ha studiato per diventare notaio e si creerebbero più alternative per i cittadini nella scelta del professionista.

Modificato da eli78

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AleP    20

Non si può generalizzare come nell'articolo. Una cosa sono i tassisti, una cosa gli edicolanti, una cosa notai, farmacisti, ecc.

Ad esempio, il godere di una discussione di 10 minuti col farmacista e non con un commesso sfruttato... non mi sembra che il sistema attuale lo consenta. Anche perché nel 90% dei casi si parla col "farmacista commesso" che non avrà mai la possibilità di diventare farmacista perché il sistema non lo consente. Ho diversi amici "farmacisti" molto in gamba che fanno i commessi a 1.000/1.200 euro al mese in farmacie ove il titolare non si vede mai e non è né più né meno un imprenditore...

Scusa ma mi permetto di criticare queste tue affermazioni: il sistema chiaramente non è perfetto, ma non è neppure così come lo presenti:

nel caso dei farmacisti, per esempio: la licenza costa parecchie centinaia di migliaia di euro. Lasciando perdere l'ereditarietà, oggi giorno i farmacisti possono benissimo diventare titolari: come?

fanno un bel mutuo e si comprano la licenza, oppure lavorano nelle farmacie comunali (dove nella sostanza sono titolari della farmacia).

Pensa a chi ha seguito questa strada: ha fatto un bel mutuo (magari sacrificando altre cose), ha pagato x00'000 euro per la licenza e adesso si vede privato (in tutto o in parte) del valore della licenza acquistata... bell'affare! questa è giustizia? chi investe concretamente nel proprio futuro è così che viene premiato?

E poi una cosa da considerare è, come tra l'altro hai giustamente detto tu, non bisogna generalizzare:

se ci sono 10'000 taxi e diventano 30'000, il prezzo calerà e quindi la gente magari è più invogliata a usare il taxi

ma se ci sono 10'000 farmacie e diventano 30'000 (+ supermercati, + parafarmacie) se ho bisogno di uno sciroppo, che adesso costa 10 euro, con la liberalizzazione il prezzo cala a 8 euro, non ne compro 2: comprerò sempre uno solo sciroppo e quindi il profitto di un farmacista viene solo spostato ad un altro soggetto, ma non si raddoppia la ricchezza.

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Alberto    1284

se ci sono 10'000 taxi e diventano 30'000, il prezzo calerà e quindi la gente magari è più invogliata a usare il taxi

Ma con quale costo in termini sociali? Semplice: ai 10.000 taxisti che ora (forse) riescono ad arrivare alla fine del mese (e che hanno pagato anche loro decine di migliaia di euro la propria licenza), si sostituiranno 30.000 disperati ed improvvisati autisti costretti a lavorare come schiavi sottopagati e per un tozzo di pane (e vedrete che saranno perlopiù immigrati magrebini e albanesi) alle dipendenze di pochissimi ed organizzatissimi "padroncini". Il tutto per pagare una corsa da piazza Duomo alla stazione centrale 8 euro anzichè 10, e non è neppure detto!

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Carlo Carbone    219

Ma con quale costo in termini sociali? Semplice: ai 10.000 taxisti che ora (forse) riescono ad arrivare alla fine del mese (e che hanno pagato anche loro decine di migliaia di euro la propria licenza), si sostituiranno 30.000 disperati ed improvvisati autisti costretti a lavorare come schiavi sottopagati e per un tozzo di pane (e vedrete che saranno perlopiù immigrati magrebini e albanesi) alle dipendenze di pochissimi ed organizzatissimi "padroncini". Il tutto per pagare una corsa da piazza Duomo alla stazione centrale 8 euro anzichè 10, e non è neppure detto!

L'amara realtà. Bravo Alberto.

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AleP    20

Ma con quale costo in termini sociali? Semplice: ai 10.000 taxisti che ora (forse) riescono ad arrivare alla fine del mese (e che hanno pagato anche loro decine di migliaia di euro la propria licenza), si sostituiranno 30.000 disperati ed improvvisati autisti costretti a lavorare come schiavi sottopagati e per un tozzo di pane (e vedrete che saranno perlopiù immigrati magrebini e albanesi) alle dipendenze di pochissimi ed organizzatissimi "padroncini". Il tutto per pagare una corsa da piazza Duomo alla stazione centrale 8 euro anzichè 10, e non è neppure detto!

Dicono che la liberalizzazione per i tassisti consisterà nel dare una licenza a chi ce l'ha già... In questo modo è il tassista che potrà venderla e così non perdere il costo della licenza. Inoltre così è il mercato che farà il prezzo..

Io per i taxi non vedo grossi problemi a liberalizzare...

Per Farmacisti e Notai invece.... sarà per le competenze che riconosco a entrambe le figure... ma parlare di liberalizzazioni mi sembra una cosa assurda, illogica e demagogica....

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locusloci    24

Scusa ma mi permetto di criticare queste tue affermazioni: il sistema chiaramente non è perfetto, ma non è neppure così come lo presenti:

nel caso dei farmacisti, per esempio: la licenza costa parecchie centinaia di migliaia di euro. Lasciando perdere l'ereditarietà, oggi giorno i farmacisti possono benissimo diventare titolari: come?

fanno un bel mutuo e si comprano la licenza, oppure lavorano nelle farmacie comunali (dove nella sostanza sono titolari della farmacia).

Pensa a chi ha seguito questa strada: ha fatto un bel mutuo (magari sacrificando altre cose), ha pagato x00'000 euro per la licenza e adesso si vede privato (in tutto o in parte) del valore della licenza acquistata... bell'affare! questa è giustizia? chi investe concretamente nel proprio futuro è così che viene premiato?

E poi una cosa da considerare è, come tra l'altro hai giustamente detto tu, non bisogna generalizzare:

se ci sono 10'000 taxi e diventano 30'000, il prezzo calerà e quindi la gente magari è più invogliata a usare il taxi

ma se ci sono 10'000 farmacie e diventano 30'000 (+ supermercati, + parafarmacie) se ho bisogno di uno sciroppo, che adesso costa 10 euro, con la liberalizzazione il prezzo cala a 8 euro, non ne compro 2: comprerò sempre uno solo sciroppo e quindi il profitto di un farmacista viene solo spostato ad un altro soggetto, ma non si raddoppia la ricchezza.

Non credo di avere detto cose dell'altro mondo. Forse è vero che liberalizzazione non è il termine giusto, ma una revisione di alcuni settori credo sia necessaria.

Per quanto riguarda le osservazioni che mi sono contestate partirei dalle farmacie. Il costa della licenza in una città di medie dimensioni si aggira ormai su non meno di 1.500.000 euro. Non corrisponde al vero che è sufficiente avere i soldi e si può comprare la licenza; occorre infatti trovare chi vende la propria licenza. Nella gran parte dei casi la farmacia viene infatti tramandata di padre in figlio.

Per i notai mi chiedo perché non sia condivisibile l'aumento del numero, accompagnato da un aumento di competenze su settori dove i tribunali sono in difficoltà ed il notaio può essere un ausilio di elevata efficacia anche in funzione antiprocessualistica (si immagini il settore del diritto di famiglia)

Premesso che non è scritto da nessuna parte che il numero dei notai debba essere storicamente limitato a 4000-4500 persone, v'è da dire che anche la popolazione è nel tempo aumentata (siamo circa 60.000.000 di persone, a fronte di circa 45.000.000 di persone negli anni 60).

Nel tempo il livello di preparazione tecnica è cresciuto anche grazie alle Scuole di preparazione, molte delle quali organizzate dai Consigli Notarili. E ci sono tantissimi colleghi e colleghe molto in gamba che meriterebbero di diventare notai ma che vengono bloccati da numeri ormai non più consoni alla realtà odierna. Aumentando le sedi e razionalizzando il sistema (più competenze e più controlli sulle storture di alcuni mega-studi notarile che "producono" atti in quantità industriale) il sistema potrebbe funzionare meglio per tutti, dal cittadino al notaio. Non credo sia un problema di costi del notaio, quanto di qualità della prestazione. Se si evitassero i fenomeni di studi che stipulano 30 atti al giorno, in modo da favorire una prestazione effettivamente personale, si ridistribuirebbe meglio il lavoro agevolando il prevalere di una figura di notaio che ha una maggiore vicinanza con i clienti e con le relative esigenze.

Almeno questo è il mio punto di vista.

A chi non è d'accordo, chiedo se ritiene possibile margini di miglioramento per il notariato o se il sistema debba essere destinato a restare com'è attualmente? Un'occasione di discussione come quella che ci offre questo forum, credo vada sfruttata per confrontarsi sui problemi e sulle prospettive più che a criticare per partito preso alcune considerazioni.

Almeno questo è il mio punto di vista.

Modificato da locusloci

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Dandy79    0

In effetti, oggi la popolazione è di 60 milioni, quindi 10000 notai non credo finirebbero col fare la fame..

Infatti, dopo che si sono regalate 70 sedi a sbafo con la sanatoria del 2007, che si sono aggiunte ai 230 vincitori normali, adesso avrete un bel bando a 150 posti..

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Barney    1092

Effettivamente un paventato aumento delle competenze notarili potrebbe essere bilanciato con un certo aumento delle sedi.

Il notariato è una delle poche istituzioni italiane a funzionare; quindi perché non attribuirgli parte delle competenze ora spettanti alla magistratura, nei limiti, ovviamente, delle reciproche competenze?

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Alberto    1284

Ho dovuto cancellare diversi messaggi originati dal messaggio gravemente offensivo di un utente che ha violato una regola fondamentale del sito (punti 4 e 14 delle nostre linee guida).

Faccio presente che qualora l'utente in questione, di cui non faccio il nome, dovesse ripetersi, sarò costretto ad eslcuderlo permanentemente dal sito; il tutto senza ulteriori preavvisi.

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Alberto    1284

E intanto sto assistendo allibito alla trasmissione in onda su La7; un sottosegretario di questo governo, chiamato ad illustrare la manovra sulle liberalizzazioni, mi pare totalmente nel pallone, parla in modo incerto di cose che evidentemente non conosce a fondo con argomentazioni assai poco convincenti e i taxisti se lo stanno giustamente mangiando. Mah....

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E intanto sto assistendo allibito alla trasmissione in onda su La7; un sottosegretario di questo governo, chiamato ad illustrare la manovra sulle liberalizzazioni, mi pare totalmente nel pallone, parla in modo incerto di cose che evidentemente non conosce a fondo con argomentazioni assai poco convincenti e i taxisti se lo stanno giustamente mangiando. Mah....

Ho avuto la tua stessa impressione. In pratica è uscito fuori che aumentare il numero dei taxisti non serve nemmeno ad abbassare le tariffe perché continuano ad essere stabilite dal Comune ed anche se la nuova autorità sui trasporti avesse voce in merito il nostro Sottosegretario ha detto candidamente che in quel caso il calo delle tariffe e quindi il risparmio per i tanto amati consumatori sarebbe teorico. In poche parole: rompiamo le balle ad un pezzo di ceto medio in concreto per avere un (minimo) risparmio teorico per i consumatori. Un po' come quando il signorotto latifondista pretendeva concretamente di "coprire" la sua contadina promettendole un futuro teorico beneficio per la sua famiglia. E poi ovviamente non accadeva nulla.

Bell'affare.

Speriamo che facciano tante altre trasmissioni di approfondimento sul tema, invitando ovviamente le categorie interessate. Solo parlandone alla pari escono fuori le idiozie sottese agli slogan liberalizzatori.

Modificato da Corrado Pastore

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ferragamo    0

Ho avuto la tua stessa impressione. In pratica è uscito fuori che aumentare il numero dei taxisti non serve nemmeno ad abbassare le tariffe perché continuano ad essere stabilite dal Comune ed anche se la nuova autorità sui trasporti avesse voce in merito il nostro Sottosegretario ha detto candidamente che in quel caso il calo delle tariffe e quindi il risparmio per i tanto amati consumatori sarebbe teorico. In poche parole: rompiamo le balle ad un pezzo di ceto medio in concreto per avere un (minimo) risparmio teorico per i consumatori. Un po' come quando il signorotto latifondista pretendeva concretamente di "coprire" la sua contadina promettendole un futuro teorico beneficio per la sua famiglia. E poi ovviamente non accadeva nulla.

Bell'affare.

Speriamo che facciano tante altre trasmissioni di approfondimento sul tema, invitando ovviamente le categorie interessate. Solo parlandone alla pari escono fuori le idiozie sottese agli slogan liberalizzatori.

Non è soltanto un discorso di tutela del consumatore, ma soprattutto di equità sociale: la "licenza" di taxista non ha alcun senso, in quanto lo svolgimento di tale attività non comporta il possesso di alcun requisito particolare, se non il saper guidare.

Se ho la patente e voglio sfruttarla per guadagnarmi da vivere, non vedo per quale motivo devo acquistare una licenza che costa l'ira di Dio.

E' come la licenza per fare il pane, che era parametrata al numero dei cittadini di una determinata zona: fortunatamente qualcuno lassù ha capito che era una profonda ingiustizia limitare il commercio del pane a pochi "eletti", e ne hanno liberalizzato il commercio.

Forse il prezzo del pane è rimasto lo stesso, anzi forse è salito (per la svalutazione, non per la liberalizzazione), ma hanno trovato un'occupazione i nuovi fornai.

Stessa cosa dicasi per le farmacie: mi si spieghi per quale motivo un povero laureato in farmacia che ha ottenuto anche l'abilitazione alla vendita dei farmaci, non li può vendere se prima non acquista una licenza, al prezzo medio minimo di 1 milione di euro...

Tutti privilegi del passato del tutto ingiustificati, e che è venuto il momento che cessino.

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Alberto    1284

Stessa cosa dicasi per le farmacie: mi si spieghi per quale motivo un povero laureato in farmacia che ha ottenuto anche l'abilitazione alla vendita dei farmaci, non li può vendere se prima non acquista una licenza, al prezzo medio minimo di 1 milione di euro...

E tu cosa spieghi al farmacista che ha speso i risparmi di una vita e si è caricato un mutuo per comprarsi quella licenza ad un milione di euro? Che è un coglione?

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ferragamo    0

E tu cosa spieghi alle migliaia di laureati in farmacia, abilitati alla vendita dei farmaci, che hanno speso anni, soldi e fatica per arrivare ad ottenere l'abilitazione, quando poi quella abilitazione non li abilita ad un tubo.

Mi dirai: ma quando hanno cominciato a studiare già erano a conoscenza del fatto che quella abilitazione, da sola, non bastava per vendere i farmaci: questo è vero, ma ciò non elimina il paradosso dell'abilitazione non abilitante.

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