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Accrescimento

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9 risposte in questa discussione

Muore Tizia nel 2000, proprietaria dell'intero del bene A e lascerebbe eredi il marito Caio e i 3 figli 1, 2 e 3. I figli 2 e 3 rinunciano all'eredità e non hanno figli, quindi il bene A si devolve al marito Caio e alla figlia 1 con che quote ? 1/2 cadauno ? A chi si accresce la quota di eredità dei figli 2 e 3 rinuncianti ?

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Si tratta di successione legittima?

Posto che l'eredità rinunciata si accresce a coloro che avrebbero concorso col rinunciante (art. 522 c.c.), esistono almeno due tesi:

- Secondo la prima, si avrebbe un vero e proprio accrescimento e, quindi, l'eredità relitta andrebbe al figlio non rinunciante, dato che i figli concorrono nella quota di due terzi. L'art. 522 c.c., parlando di accrescimento, opererebbe, limitatamente alla rinuncia, un'eccezione all'art. 521 c.c. che stabilisce che chi rinuncia all'eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato.

- Secondo un'altra tesi, nelle successioni legittime non vi sarebbe un accrescimento in senso proprio, l'art. 522 c.c. si riferirebbe all'accrescimento in senso atecnico e si applicherebbe, perciò, l'art. 521 c.c.. Considerandosi i due figli rinuncianti come mai chiamati, l'eredità di devolverebbe, in parti uguali, al coniuge ed al figlio non rinunciante.

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Secondo il più recente orientamento della Cass. la rinuncia non determina l'accrescimento in senso proprio ma l'incremento della disponibile.

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Secondo il più recente orientamento della Cass. la rinuncia non determina l'accrescimento in senso proprio ma l'incremento della disponibile.

Sì, nell'ambito della successione necessaria, ma nel nostro caso siamo in presenza di una semplice successione legittima, quindi:

- Secondo un'altra tesi, nelle successioni legittime non vi sarebbe un accrescimento in senso proprio, l'art. 522 c.c. si riferirebbe all'accrescimento in senso atecnico e si applicherebbe, perciò, l'art. 521 c.c.. Considerandosi i due figli rinuncianti come mai chiamati, l'eredità di devolverebbe, in parti uguali, al coniuge ed al figlio non rinunciante.

:ok:

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sss [un presidente per la gente]

ACCRESCIMENTO NELLA SUCCESSIONE LEGITTIMA

ENRICO SIPIONE

CONSIDERAZIONI SULL'ACCRESCIMENTO NELLA SUCCESSIONE LEGITTIMA

SOMMARIO: 1. Il punto controverso e la posizione della dottrina. -- 2. Il precedente storico e la formazione dell'art. 522 del nuovo codice. -- 3. Approfondimento di alcune fattispecie. -- 4. Le argomentazioni della dottrina. -- 5. Riflessioni conclusive.

1. Il punto controverso e la posizione della dottrina.

È ormai noto il dibattito intorno alla questione se l'istituto dell'accrescimento abbia o meno applicazione anche nell'ambito della successione legittima (1).

Una dottrina, che oggi appare in certa misura prevalente (2), afferma che l'accrescimento, inteso quale autonomo criterio di attribuzione di una quota divenuta vacante, sarebbe estraneo al campo della successione legittima.

Secondo tale dottrina la proposizione letterale contenuta nell'art. 522 " la parte di colui che rinunzia si accresce... " starebbe più semplicemente ad indicare l'effetto di una ulteriore applicazione delle norme della successione legittima alla diversa fattispecie di concorso nascente in conseguenza della rinunzia (3).

La contraria opinione attribuisce invece alla formula indicata il diverso significato di introdurre, anche nel campo delle successioni ab intestato, l'accrescimento inteso nel senso proprio di tecnica di attribuzione di una quota vacante (4).

Ciò che merita di essere in primo luogo segnalato è il profilo applicativo della questione. A tal fine esaminiamo il caso che la dottrina più recente è solita proporre (5). Se a colui che muore senza aver fatto testamento sopravvivessero il coniuge, un figlio, nonché taluno tra genitori e fratelli, l'eredità sarebbe anzitutto devoluta a coniuge e figlio per metà ciascuno (art. 581); ma se il figlio rinunciasse (6):

1) secondo la prima tesi l'eredità si devolverebbe applicando l'art. 582, ed il coniuge vedrebbe sì accresciuta da 3/6 a 4/6 la propria quota, ma ciò soltanto come mero effetto della nuova fattispecie di concorso;

2) secondo l'altra tesi al coniuge andrebbe devoluta l'intera eredità in forza dell'accrescimento originato dalla rinuncia di colui con il quale il coniuge stesso avrebbe concorso (7).

L'incertezza del caso esaminato, e di quegli altri che più avanti tenteremo di individuare, risulta particolarmente grave in quanto pone in dubbio quale sia la corretta devoluzione dell'eredità , con tutte le conseguenze che da ciò derivano.

Di contro non risulta fino ad ora esservi giurisprudenza edita che si sia specificamente occupata del problema qui trattato.

Purtroppo il quadro è destinato a complicarsi ulteriormente. Infatti gli autori che sostengono la tesi dell'accrescimento riconoscono concordemente l'inutilizzabilità , nel campo della successione legittima, delle regole che stabiliscono come e quando esso debba operare, dettate per il diverso campo della successione testamentaria (artt. 674 ss.).

Esaminiamo a questo riguardo la seconda delle fattispecie oggetto di controversia: qualora vi sia concorso tra coniuge del defunto e due figli, uno dei quali rinunzi, si sostiene che la quota di 1/3 divenuta vacante andrebbe a beneficio esclusivo del figlio rimasto, che conseguirebbe quindi, in forza dell'accrescimento, complessivamente i 2/3 (8).

A tale soluzione potrebbe tuttavia obiettarsi che in tal modo viene disattesa la stessa lettera dell'art. 522 laddove indica quali beneficiari dell'accrescimento coloro che avrebbero concorso con il rinunziante. Per quale ragione il coniuge, che è anch'esso concorrente con il rinunziante per la medesima quota di un terzo (9), non dovrebbe a propria volta beneficiare dell'accrescimento? (10).

Ed ecco che la dottrina sostenitrice dell'accrescimento, in tal modo implicitamente riconoscendo di non poter più fondare le proprie soluzioni sopra la mera lettera dell'art. 522, si trova costretta ad introdurre ulteriori requisiti al fine di determinare i soggetti che dalla rinunzia verrebbero avvantaggiati. Così vengono variamente indicate l'esistenza della vocatio in solidum, l'appartenenza alla medesima classe e, secondo altre versioni, alla stessa categoria, allo stesso ordine successorio, al medesimo gruppo di successibili (11). Va tuttavia segnalato che gli anzidetti criteri di classificazione dei successibili ex lege non sono definiti dallo stesso legislatore, ma rappresentano a loro volta costruzioni destinate a razionalizzare il complesso delle norme costituenti il corpo della successione ab intestato.

E se di già non sempre vi è concordia nella definizione dei concetti anzidetti (12), non pare possa poi disconoscersi la precarietà delle ulteriori regole che su questi vorrebbero fondarsi.

Le implicazioni del discorso possono ancora meglio comprendersi considerando una terza fattispecie controversa, e cioè quella di concorso dei due genitori e di due fratelli (art. 571); qualora uno dei genitori rinunziasse è discutibile se l'accrescimento debba operare esclusivamente in favore dell'altro genitore, che conseguirebbe complessivamente la metà , ovvero di tutti e tre i concorrenti rimasti, nel qual caso l'eredità si devolverebbe per un terzo ciascuno (13).

Risulta chiaro che la scelta tra la prima soluzione, la quale porterebbe peraltro ad un risultato identico a quello derivante da una nuova applicazione dell'art. 571 1 o comma alla nuova fattispecie di concorso scaturita dalla rinunzia, o la seconda soluzione, viene a dipendere dal considerare concorrenti con il genitore rinunziante soltanto l'altro genitore oppure anche i fratelli; e ciò suppone ancora che genitori e fratelli vengano o meno considerati come membri di un medesimo gruppo di successibili.

Simmetricamente se a rinunciare fosse uno dei fratelli sarebbe discutibile se l'accrescimento del quarto vacante debba avvenire a favore esclusivo dell'altro fratello o di tutti e tre i concorrenti. Qui va però sottolineato che mentre nel caso di rinunzia del genitore, soltanto considerando come non concorrenti tra loro genitori e fratelli, si raggiunge una soluzione coincidente con quella prodotta da una nuova applicazione dell'art. 571, esattamente il contrario avviene nel caso di rinunzia del fratello, ove soltanto considerando concorrenti con lo stesso rinunziante anche i genitori si potrà ripartire fra tutti la quota vacante, di modo che ciascuno dei coeredi consegua la quota di un terzo che avrebbe conseguito in base ad una nuova applicazione dello stesso art. 571.

Risultano così in qualche modo introdotti i termini del problema e le divergenze applicative cui lo stesso dà luogo.

Crediamo inoltre che già da queste prime riflessioni emerga che ogni possibile soluzione, dotata di un minimo di razionalità , non possa fondarsi né sul mero contenuto letterale dell'art. 522, né tantomeno su di una scelta a priori dell'un modello o dell'altro effettuata senza tener in conto le varie conseguenze che vengono a prodursi.

2. Il precedente storico e la formazione dell'art. 522 del nuovo codice.

Il problema di cui oggi ci occupiamo era di già conosciuto sotto la vigenza del codice del 1865. L'art. 946 di tale codice disponeva: " Nelle successioni legittime la parte di colui che rinunzia si accresce ai suoi coeredi; se è solo la successione si devolve al grado susseguente ". Data la somiglianza con la norma del nuovo codice è evidente come questione simile a quella oggi considerata venne posta anche dagli antichi commentatori.

E così vi era chi negava in radice che nelle successioni legittime potesse parlarsi di accrescimento in senso proprio (14), mentre la maggioranza degli autori ammetteva l'accrescimento in via di principio, ma al contempo non esitava a disattendere la lettera dell'art. 946 laddove essa faceva riferimento ai coeredi tout-court (15). In particolare questi ultimi sostenevano che l'accrescimento avvenisse non indistintamente a vantaggio di tutti i coeredi, ma soltanto di quei coeredi che potessero considerarsi concorrenti con il rinunziante e pertanto con lui chiamati nell'ambito di una stessa quota, ovvero, in altre parole, congiuntamente (16).

Sarebbe tuttavia riduttivo ascrivere soltanto alla tematica dell'accrescimento tutte le incertezze in ordine alla esatta individuazione dei soggetti che avrebbero beneficiato della rinunzia di alcuno dei chiamati ex lege.

Tali incertezze derivavano appunto dal fatto che l'art. 946 era palesemente approssimativo e bisognevole di un'interpretazione fortemente restrittiva sulla quale non vi era poi neppure univocità di opinioni (17).

In altre parole sembra che la antica dottrina non tanto impostasse la questione nel senso dell'esistenza o meno dell'accrescimento, quanto piuttosto che procedesse direttamente alla determinazione, secondo le rispettive argomentazioni, di come l'eredità rimanesse devoluta a seguito della rinunzia; individuati così i beneficiari della rinunzia si diceva poi che l'incremento verificatosi potesse considerarsi accrescimento in quanto ne ricorressero i presupposti (18).

A riprova di quanto detto si consideri in caso di concorso di figli legittimi e naturali (19); se taluno dei legittimi avesse rinunciato si riteneva che l'eredità andasse redistribuita tra i rimanenti figli legittimi e naturali con una nuova applicazione della relativa norma in considerazione del numero dei figli rimasti. Di conseguenza la quota vacante del figlio legittimo rinunciante sarebbe andata in parte a vantaggio degli altri figli legittimi ed in parte a vantaggio dei figli naturali. Ed il Betti (20) considerava come accrescimento l'aumento della quota dei primi e come semplice incremento l'aumento di quella dei secondi, mentre il Coviello (21) considerava come accrescimento anche l'aumento della quota dei secondi.

Si sarebbe avuto pertanto secondo la prima opinione un accrescimento che, inidoneo a collocare l'intera quota vacante, avrebbe concorso con un incremento in favore di altri soggetti, e secondo l'altra opinione un accrescimento che avrebbe operato in favore di soggetti chiamati per quote differenti.

Risulta evidente l'incompatibilità di entrambe le riferite considerazioni con la nozione tecnica di accrescimento quale autonomo criterio di collocazione di una quota vacante.

Esistevano poi addirittura dei casi in cui si arrivava ad ammettere che la rinunzia producesse effetti anche in favore di chiamati in ordine successivo, il che presupponeva un'interpretazione non più restrittiva ma addirittura antiletterale dell'art. 946.

Qualora, nello stesso caso precedentemente esaminato, avessero rinunziato tutti i figli legittimi senza lasciare discendenti, si riteneva che con i figli naturali sarebbero venuti a concorrere ascendenti e coniuge in forza dell'applicazione dell'art.745 (22).

Ed anche nel caso di concorso di genitori e fratelli (art. 740) (23), qualora i primi avessero rinunziato, si ammettevano a succedere gli ulteriori ascendenti in concorso con i fratelli (24).

Le fattispecie esaminate non esauriscono certamente tutte le questioni che la dottrina si trovò ad affrontare, ma sono ai nostri fini sufficienti per dar conto di quanto ed in quali termini fosse di già controversa la lettura dell'art. 946 e la conseguenziale deduzione sistematica in ordine alla configurabilità dell'accrescimento nelle successioni ab intestato.

Diviene a questo punto interessante ricostruire l'iter dei lavori parlamentari che hanno portato dal vecchio al nuovo codice.

Nel Progetto Preliminare (art. 64) la norma previgente venne lasciata immutata. Tale progetto fu inviato alla Corte di Cassazione, al Consiglio di Stato, alle Corti di Appello, alle Università , ed ai Sindacati Forensi perché esprimessero il loro parere (25).

Dal complessivo esame di tali pareri risulta che più o meno tutti proposero una miglior formulazione della norma (26). I vari pareri erano infatti orientati nel senso di proporre la sostituzione del riferimento " ai coeredi " con un riferimento " a coloro che concorrerebbero con il rinunziante ", ed ancora nel senso di eliminare il termine " grado susseguente " contenuto nel 2 o comma. In tal modo, si diceva, sarebbe stata eliminata l'imprecisione della norma previgente.

Riflettendo su tali circostanze prende però corpo una possibile congettura, e cioè che tanto gli autori anteriori alla riforma quanto coloro che, tenendo soprattutto in conto i dubbi dai primi sollevati, a questa materialmente procedettero, partissero tutti da una sorta di inespresso presupposto secondo il quale la norma, lungi dal dover essere essa stessa fonte di disciplina, dovesse piuttosto limitarsi ad essere soltanto linguisticamente congrua ad una disciplina avente altrove la propria fonte (27).

Com'è noto l'istituto dell'accrescimento venne del tutto soppresso nel Progetto Definitivo (28), il quale accolse al contempo le osservazioni sopra indicate. La norma venne quindi così riformulata: " Nelle successioni legittime la parte di colui che rinunzia si acquista di diritto da coloro che sarebbero concorsi col rinunziante; se è solo, la eredità si devolve a coloro ai quali spetterebbe in sua mancanza ". Nella correlata Relazione del Guardasigilli al Progetto Definitivo n. 64 è dato leggere: " In relazione alla soppressione dell'istituto dell'accrescimento, ho evitato di adoperare l'espressione “si accresce”. Questa infatti non ha più nel sistema del progetto un significativo tecnico preciso. Ho parlato invece di “acquisto di diritto”, in modo da chiarire che l'acquisto della quota si verifica necessariamente, senza bisogno di nuova accettazione.

Ho poi modificato due espressioni improprie riprodotte dal Codice del 1865. Sarebbe infatti inesatto parlare di " acquisto da parte dei coeredi " in genere, perché vi sono dei casi, come quello che il rinunziante sia membro di una stirpe, in cui l'acquisto si verifica in favore di alcuni coeredi e non di tutti i coeredi.

Sarebbe anche impreciso parlare di devoluzione al grado susseguente, perché la parola grado ha una significato tecnico preciso solo in tema di parentela. Pertanto con opportuna correzione di formula si è stabilito che la parte del rinunziante si acquista da coloro che avrebbero avuto diritto a concorrere col rinunziante; se è solo, l'eredità si devolve a coloro ai quali spetterebbe in sua mancanza ".

Appare lampante come la norma del progetto definitivo non contenga più un criterio di attribuzione della quota vacante, criterio da ricercarsi evidentemente altrove. Affronta in altre parole il problema di come il chiamato divenga erede per una maggiore quota (risolvendolo nel senso che ciò avvenga di diritto, senza nuova accettazione), ma non comunica la regola da utilizzarsi per individuare un nuovo chiamato ovvero l'entità della maggior quota devoluta.

L'istituto dell'accrescimento nella successione testamentaria venne reintrodotto nel testo definitivamente approvato.

Il legislatore sentì allora il bisogno di ripristinare il termine " si accresce " nell'art. 67 del testo approvato (corrispondente all'art. 64 del progetto e quindi trasfuso nel codice come art. 522).

E nella Relazione al Re n. 29 si dice laconicamente: " Ho ripristinato l'espressione “accrescimento” che era stata sostituita, nel Progetto Definitivo, con l'altra “acquisto di diritto” ".

La reintroduzione del vocabolo " accrescimento " nel testo definitivo della norma avvenne così in modo da dare adito a due diverse riflessioni, tra loro contraddittorie:

a) la conseguenzialità tra la reintroduzione dell'istituto nel codice e la modificazione della norma in oggetto, indurrebbe ad attribuire una valenza normativa al ripristino lessicale;

b) la assoluta meccanicità di quest'ultima modificazione della norma, a fronte della già vista laboriosità di redazione, non sembra implicare una modificazione di disciplina, come confermerebbe il tenore laconico della relazione.

Infine nella redazione del testo coordinato del codice venne aggiunta la esclusione del caso di cui all'art. 571 ultimo comma.

3. Approfondimento di alcune fattispecie.

La diversa formulazione dell'art. 522 rispetto alla corrispondente norma previgente, non è tuttavia riuscita a risolvere radicalmente la questione che ancor oggi si affronta.

Concordi tutti che la rinunzia possa ben avvantaggiare non tutti ma soltanto alcuno tra i coeredi originari, ed in particolare soltanto quelli che possano considerarsi concorrenti con il rinunziante stesso, la questione si è allora spostata sulla esatta identificazione di questi ultimi.

Nelle nostre riflessioni può comunque risultare utile tenere conto sia di alcune fattispecie emergenti dal sistema originario del codice del 1942, sia di altre, sorte a seguito delle modificazioni apportate con la riforma del 1975. Al riguardo sembrano potersi formulare le seguenti osservazioni. In una serie di casi, connotati dal fatto che tutti i chiamati hanno la medesima relazione familiare con il de cuius, il collocamento della quota rinunziata è univoco a prescindere dalla lettura che voglia darsi all'art. 522: così se il de cuius lasciasse soltanto figli legittimi o naturali (rispettivamente artt. 566 e 576 ante-riforma), o soltanto genitori (art. 568), o ancora solo fratelli tutti germani o unilaterali (art. 570), ecc., non può esservi dubbio che la rinunzia non potrà in ogni caso che giovare a tutti gli altri chiamati.

Vi sono poi degli altri casi in cui il legislatore attribuisce le quote ereditarie a gruppi di successibili, prescindendo però dal numero dei soggetti che compongono ciascun gruppo. Si tratta per esempio del concorso tra coniuge e figli naturali (art. 582 ante-riforma) (29): in tali casi può a ragione ritenersi che la rinunzia di un membro del gruppo profitti esclusivamente a coloro che con esso concorrono nella stessa quota, gli unici a subire una limitazione dalla compartecipazione del rinunziante.

Così chiamati 4 figli naturali ed il coniuge (ex art. 582 l'eredità si devolveva per 2/12 ciascuno ai primi e per 4/12 al secondo) non può esservi dubbio che la rinunzia di un figlio profitti esclusivamente agli altri figli (30). Al coniuge è infatti attribuita una quota la cui misura non è soggetta a variare in relazione alla variazione del numero dei figli; ma se così è , sarebbe stato allora non corretto considerare il coniuge stesso come concorrente con ciascuno dei figli agli effetti dell'art. 522.

Ed anche in questi casi risulta evidente che considerare l'aumento della quota dei figli come avvenuto in forza dell'accrescimento, ovvero a seguito di una nuova applicazione dell'art. 582, non determina divergenze di risultato.

Esistono invece casi in cui vi è compartecipazione di gruppi diversi di chiamati, ma la misura della quota spettante ai componenti di un gruppo è sensibile alla variazione del numero dei soggetti che compongono l'altro.

Il caso è per esempio quello del concorso tra figli legittimi e naturali (art. 574 ante-riforma): qui è evidente che anche ciascuno dei membri di un gruppo concorre con quelli dell'altro, in quanto anche la misura della quota dei primi viene ad essere in certo modo limitata dalla compartecipazione non più di tutto il gruppo concorrente bensì di ciascun membro di esso. Ciò posto, la dottrina favorevole all'accrescimento, laddove indica poi quali beneficari della rinunzia esclusivamente i componenti del gruppo stesso cui il rinunziante appartiene, non può più sostenere di fondarsi sulla mera lettera dell'art. 522; come già segnalato, finisce invece per introdurre, al fine di designare i presunti beneficiari della rinunzia, criteri estranei alla norma senza al contempo fornire adeguata giustificazione degli stessi.

Com'è noto l'art. 574 è stato abrogato con la parificazione tra i figli legittimi e naturali. Ma il discorso per esso condotto mantiene la sua validità in relazione al concorso tra fratelli germani e unilaterali (art. 570, 2 o comma), e tra coniuge e figli (nuovo testo dell'art. 581) nel caso in cui la rinunzia faccia rimanere in concorso col coniuge un solo figlio (31).

Vi sono infine ulteriori casi in cui il venir meno dei membri di un gruppo andrebbe, addirittura, parzialmente a vantaggio di soggetti diversi da quelli già ab origine chiamati.

La mancanza di un gruppo verrebbe cioè ad avvantaggiare soggetti che rimarrebbero invece esclusi dalla presenza dello stesso.

Un primo caso era quello degli artt. 574 ss. (ante-riforma) i quali, venendo meno i figli legittimi, ammettevano coniuge ed ascendenti a concorrere con i figli naturali.

Un secondo caso è quello dell'art. 571, ultimo comma. Un terzo caso è quello degli attuali artt. 581 e 582 che ammettono ascendenti e fratelli a concorrere con il coniuge qualora manchino i figli.

Non può tuttavia disconoscersi che, in questi casi, la tesi della devoluzione dell'eredità secondo la norma che del rinunziante non tenga conto, determinando come detto la partecipazione di chiamati diversi di quelli originari, implica inevitabilmente una interpretazione antiletterale dell'art. 522.

Si tratta allora di vedere se questa possa risultare in qualche modo fondata.

4. Le argomentazioni della dottrina.

Possiamo adesso brevemente riassumere gli argomenti comunemente addotti dalla dottrina a sostegno delle rispettive tesi. I sostenitori della tesi dell'accrescimento fanno leva anzitutto sul tenore letterale dell'art. 522 (32). Sottolineano il parallelismo esistente tra l'art. 522 e l'art. 523; e se la seconda norma contiene un rinvio all'accrescimento tecnicamente inteso non si comprenderebbe perché ciò non debba valere anche per la prima (33). Sostengono poi che il principio, ricavabile dell'art. 522, che l'eredità non si devolva a successibili di grado ulteriore se non in quanto cada la delazione per tutti i componenti di grado precedente, rimanga garantito solo ricorrendo al meccanismo dell'accrescimento (34).

Il primo argomento risulta tuttavia già smentito dalle considerazioni fatte in precedenza, non essendo vero che la lettera dell'art. 522 sia già di per sé significativa. Se il termine si " accresce " è infatti in sé interpretabile in entrambi i sensi controversi, sono gli stessi autori favorevoli all'accrescimento a far ricorso, per la comprensione della formula " coloro che avrebbero concorso " a criteri extratestuali.

Il secondo argomento pare anch'esso non decisivo in quanto una difformità di significati tra l'art. 522 e l'art. 523 ben potrebbe giustificarsi in considerazione della diversità dei campi cui sono rispettivamente riferiti.

Maggior peso sembra invece avere l'ultimo argomento, anche se il suo valore è però limitato alle fattispecie da ultimo considerate nel paragrafo precedente.

Coloro che invece negano spazio all'accrescimento in senso tecnico nell'ambito delle successioni legittime tendono in primo luogo ad evidenziare le diversità che ricorrono con riguardo all'ambito delle successioni testamentarie; e una prima diversità sarebbe proprio la mancanza di una volontà del testatore che, in forma presunta, costituisce una delle più tradizionali giustificazioni dell'istituto (35). E ancora che l'accrescimento testamentario evita che la successione debba essere regolata da una fonte diversa (la legge) mentre tale esigenza sarebbe nel nostro caso inesistente (36). Altro argomento è quello che fa leva sul disposto dell'art. 521 che, eliminando retroattivamente il chiamato rinunciante, legittimerebbe la delazione secondo la norma che del rinunciante non tenga conto (37).

Ed anche qui deve sottolinearsi come tali argomentazioni sembrino criticabili. È infatti anzitutto noto come la giustificazione dell'istituto dell'accrescimento testamentario in termini di volontà presunta sia stata ampiamente contestata (38). Il secondo argomento pare poi idoneo ad evidenziare una eventuale diversità funzionale che l'accrescimento avrebbe nell'un settore rispetto all'altro, ma non pare di per sé idoneo a giustificare l'esclusione dell'accrescimento dal campo della successione ab intestato. L'ultimo argomento dà invece per presupposta una cosa che, di contro, meriterebbe a sua volta di essere spiegata: se la finzione di retroattività stabilita dall'art. 521 abbia un senso anche con riguardo al problema della collocazione di una quota vacante.

5. Riflessioni conclusive.

Non può certo farsi a meno di sottolineare come sia estremamente difficile valutare fino in fondo tutti i profili della questione esaminata ed indicare una soluzione quantomeno tendenzialmente corretta. Né può essere casuale che in più di cento anni la dottrina non sia riuscita a fornire una risposta definitiva.

Una qualche rilevanza sembra tuttavia potersi attribuire ad alcune considerazioni che potrebbero, forse, indurre ad esprimere una preferenza per la tesi che intende l'accrescimento di cui all'art. 522 in termini di mero incremento (39).

In realtà , come abbiamo visto in precedenza, era già la dottrina più antica a parlare di accrescimento in casi nei quali, e per la disuguaglianza dalle quote, e per la diversità dei soggetti beneficiari, sembrerebbe del tutto inappropriata la riconduzione all'istituto tecnicamente inteso.

Dall'esame degli stessi lavori preparatori si ricava poi la già indicata impressione della intenzione dei compilatori di porre una norma in qualche misura riassuntiva piuttosto che di disciplina.

D'altro canto il legislatore avrebbe creato non poco imbarazzo nell'introdurre, con la norma in oggetto, un rilevante principio di disciplina, astenendosi al contempo di fornire ogni altra regola attinente alla sua concreta applicazione, come ha invece fatto per l'accrescimento nella successione testamentaria.

Né va taciuto che lo stesso art. 522, inteso quale norma contenente un principio cardine della delazione legittima, non risulterebbe poi neppure felicemente collocato posto, com'è , nel capo della rinunzia all'eredità .

Né , ancora, pare irrilevante che la soluzione che nega l'accrescimento permette di recuperare la conformità disciplinare tra la rinunzia e gli altri casi di vacanza della delazione (40). Se lo stesso legislatore ha infatti sempre disciplinato unitariamente i vari casi di vacanza, non ultimo quello dello stesso 2 o comma dell'art. 522, quale strana ragione lo avrebbe indotto a derogare la regola nelle fattispecie cui sarebbe applicabile l'art. 522, 1 o comma?

Così, per esempio, nella fattispecie di concorso di coniuge e figlio sopra esaminata, perché mai la valutazione ed il soddisfacimento degli interessi del coniuge da una parte e dei genitori e fratelli dall'altra dovrebbero mutare a secondo che il figlio non venga all'eredità perché rinunziante ovvero perché premorto, o indegno, o ancora per altra causa? Seguendo questo ragionamento, e quindi giungendo alla conclusione che dovrà farsi nuova applicazione della corrispondente norma successoria, ci si espone però a quell'obiezione, fondata, secondo la quale si finirebbe, in alcuni casi, per estendere i benefici della rinunzia a soggetti in precedenza neppure chiamati, e ciò palesemente contro la stessa lettera dell'art. 522, laddove indica i concorrenti.

Tuttavia potrebbe qui ancora ribattersi che un'interpretazione antiletterale sarebbe appunto giustificata dall'essere l'art. 522 mera norma ricognitiva. In altre parole così come il legislatore si è ricordato, con le espresse esclusioni contenute nell'articolo in esame, della non congruità della norma alle ipotesi della rappresentazione e dell'art. 571 ultimo comma, altrettanto avrebbe invece omesso di fare per dei casi ulteriori in relazione ai quali potrebbe sostenersi l'irrazionalità di un diverso trattamento (41).

In ultimo pare opportuno spendere qualche parola per chiarire una ulteriore e diversa questione.

Allorché la dottrina contraria all'accrescimento sostiene che dovrà farsi applicazione delle norme corrispondenti alla nuova fattispecie di concorso scaturita dalla rinunzia, la stessa omette poi di specificare se tale applicazione avrà per oggetto l'intera eredità ovvero la sola quota vacante (42) (43).

Riteniamo di preferire la prima alternativa. Se, per un verso, è pienamente comprensibile che la successione legittima devolva non già l'intero bensì una semplice quota allorché vi sia il concorso della successione testamentaria (44), per altro verso appare del tutto arbitrario porre un'analoga limitazione alla sola quota vacante, allorché la successione ex lege con null'altro concorrerebbe se non con se medesima.

Non pare, in altre parole, giustificata una doppia applicazione delle norme della successione legittima in modo separato: una prima volta, tenendo conto del rinunziante, per determinare le quote dei coeredi, ed una seconda volta, venuto meno il rinunziante, per ripartire la sola quota vacante.

Viceversa la devoluzione, secondo la nuova fattispecie di concorso, dell'intera eredità appare logica in quanto anche qui evita che i coeredi possano subire un diverso trattamento in dipendenza dal fatto che la mancata partecipazione di un loro potenziale concorrente derivi da rinunzia ovvero da diversa causa.

(1) CARRARO, La vocazione legittima alla successione, Padova, 1979, 80 ss.; L. FERRI, Successioni in generale, in Comm. cod. civ. diretto da Scialoja e Branca, 2 a ed., Bologna, 1980, 102; MENGONI, Successioni per causa di morte, I Successione legittima, in Tratt. dir. civ. e comm. già diretto da Cicu e Messineo e continuato da Mengoni, 4 a ed., Milano, 1990, 101 e 102; CARIOTA FERRARA, Le successioni per causa di morte I, Napoli, 1985, 235; GROSSO e BURDESE, Le successioni, parte generale, in Tratt. Vassalli, Torino, 1977, 357 ss.; SCOGNAMIGLIO, Il diritto di accrescimento nelle successioni a causa di morte, Milano, 1953, 281 ss.; ROBBE, Accrescimento (diritto civile), in Novissimo digesto italiano, vol. I, Torino, 1957, 168 ss.; GAZZARA, Contributo ad una teoria genrale dell'accrescimento, Milano, 1956, 200 ss.; S. FERRARI, L'accrescimento, in Tratt. di dir. priv., Rescigno, 6, Successioni II, Torino, 1982, 257 ss.; TERZI, Accrescimento, in Successioni e donazioni, a cura di Rescigno, I, Padova, 1994, 1188 ss.

(2) FERRARI, op. cit., 257, riconosce tale prevalenza e segnala l'inversione di tendenza verificatasi nel tempo.

(3) In tal senso, tra gli altri, MENGONI, op. cit., 102; GAZZARA, op. cit., 200; SCOGNAMIGLIO, op. cit., 298: quest'ultimo autore per indicare che tale accrescimento " riflesso " non ha nulla a che vedere con l'omonimo istituto, da intendersi in senso proprio, usa l'espressione di accrescimento in senso empirico.

(4) In tal senso, tra gli altri, ROBBE, op. cit., 169; FERRARI, op. cit., 260; TERZI, op. cit., 1189.

(5) Affrontano esplicitamente questo caso, risolvendolo nel senso della delazione dell'intera eredità al coniuge per accrescimento, FERRARI, op. cit., nota 29, p. 259; TERZI, op. cit., 1189; PERNA, Nota sulla possibilità di conflitto tra disciplina dell'accrescimento delle successioni legittime e disciplina della vocazione necessaria, in Rivista del Notariato, 1988, n. 4, 693 ss.

(6) Ovviamente deve ancora supporsi che non vi siano discendenti aventi diritto a rappresentazione, giacché , in tal caso, la quota del rinunziante andrebbe senz'altro a costoro, come lo stesso art. 522 non dimentica di precisare.

(7) Coloro che risolvono in tal senso il caso si trovano costretti a trovare un rimedio per la quota di riserva spettante agli ascendenti e che gli stessi, a seguito dell'indicato meccanismo, mancherebbero di conseguire; tale rimedio viene indicato nell'azione di riduzione da TERZI, op. cit., 1189; nonché da PERNA, op. cit., 696.

In termini generali sulle ipotesi di conflitto tra le norme della successione legittima e quelle della successione necessaria vedasi MENGONI, Successioni per causa di morte, II Successione necessaria, Milano, 1990, 77 ss., nonché 228.

(8) Espressamente in tal senso FERRARI, op. cit., 259 ed ivi nota 30, e TERZI, op. cit., 1189.

(9) Se discutibile è infatti l'individuazione, nell'ambito dei coeredi, di coloro che debbano correttamente ritenersi concorrenti con il rinunziante, non pare si possa invece dubitare del requisito minimo dato dalla uguaglianza delle quote alle quali debbano essere chiamati da una parte il rinunziante e dall'altra gli aventi diritto all'accrescimento.

In tal senso potrebbe dirsi che la chiamata in quote eguali è condizione necessaria ma non ancora sufficiente dell'accrescimento, dovendosi ancora accertare la " concorrenza " tra i chiamati.

Conseguentemente qualora fossero chiamati un ascendente di una linea e due dell'altra, uno dei quali rinunzi, ne beneficerebbe esclusivamente quello della linea rinunziante, il quale vedrebbe aumentare la propria quota da 1/4 ad 1/2; infatti anche a voler leggere l'art. 522 nel senso dell'accrescimento non pare poi sostenibile che questo possa avvenire anche a favore dell'ascendente dell'altra linea, chiamato per una quota diversa, divenendo quindi del tutto inutile, in presenza di una diversità nella misura delle quote, interrogarsi per stabilire se i soggetti siano tra loro concorrenti.

(10) Considerando quindi come concorrente con il rinunziante anche il coniuge, si giungerebbe alla soluzione di ripartire in parti eguali l'eredità tra lo stesso coniuge ed il figlio rimasto, conforme a quanto dispone l'art. 581 per questo tipo di concorso; così, in tal caso, non si avrebbe più una divergenza di risultato tra le due diverse tesi.

(11) V. al riguardo SCOGNAMIGLIO, op. cit., 286 ss., il quale riferisce, confutandole, le varie distinzioni in tal senso proposte; nonché FERRARI, op. cit., 259 e ivi nota 30, il quale suppone addirittura che l'accrescimento operi anzitutto nell'ambito del medesimo " gruppo " di successibili e, nel caso di rinunzia di tutti gli appartenenti ad un " gruppo ", anche a favore dei componenti un diverso " gruppo "; e ancora ROBBE, op. cit., 170, fa riferimento ai coeredi della medesima categoria.

(12) Sul sistema della successione legittima v. ampiamente MENGONI, Succ. leg. cit., 35 ss., il quale oltretutto non manca di sottolineare la sensibilità dell'apparato ricostruttivo alle varie modificazioni della disciplina nel tempo.

(13) Tale ipotetica ultima soluzione non pare in contrasto con la disposizione dell'art. 571, 1 o comma laddove attribuisce la quota minima di metà anche ad un solo genitore, in quanto il postulato accrescimento impedirebbe appunto una riconsiderazione della norma con riguardo alla nuova fattispecie di concorso caratterizzato dalla presenza di un solo genitore.

(14) RICCI, Corso pratico di diritto civile, 3 o Ed., Vol. III, Torino, 1923, 906 ss.; BORTOLAN, Del diritto di accrescere, Rocca S. Casciano, 1913, 141 ss.

(15) GANGI, Accrescimento, in Nuovo Digesto Italiano, Vol. I, Torino, 1937, 91 ss.; L. COVIELLO, sen. Successione legittima e necessaria, Milano, 1937, 167; BETTI, Successione legittima intestata e successione legittima necessaria, p. I, Milano, 1928-1929, 46 ss.

(16) BETTI, op. cit., 46-47.

(17) V. BETTI, op. cit., 47, laddove riferisce delle tesi che richiedevano, oltre la detta congiunzione nella chiamata, anche l'identità dell'ordine o della linea, o ancora la medesima qualità dei successibili.

(18) Non va neppure trascurato che il vecchio codice non ammetteva la rappresentazione per il caso di rinunzia all'eredità , ma ammetteva il subentro per diritto proprio dei figli ai rinunzianti soli in grado (art. 947).

E già tale circostanza dà conto di come la dottrina non potesse neppure risolvere i termini della questione nella semplice alternativa tra accrescimento e nuova applicazione delle norme successorie come se il rinunziante fosse ab origine mancato.

(19) L'art. 744 attribuiva ai figli naturali, in concorso con i legittimi, la metà della quota che sarebbe loro spettata se fossero stati legittimi.

(20) Op. cit., 49.

(21) Op. cit., 189.

(22) In tal senso BETTI, op. cit., 51; COVIELLO, op. cit., 188 in fondo.

(23) L'art. 740, 1 o comma stabiliva che, in caso di concorso di uno o di entrambi i genitori con fratelli o sorelle germani del defunto, fossero tutti ammessi alla successione per capi, purché in nessun caso la porzione dei genitori o di uno di essi fosse minore del terzo.

Il 2 o ,3 o e 4 o Comma disciplinavano poi rispettivamente i casi di partecipazione di fratelli non germani, di successione dei discendenti dei fratelli e di devoluzione ad altri ascendenti in mancanza dei genitori.

(24) Tuttavia lo stesso COVIELLO, op. cit., 151, ritiene questa soluzione in contrasto con l'art. 946, laddove invece tale contrasto non aveva rilevato nel caso dell'art. 745.

(25) Tali pareri si trovano riportati nel volume I della raccolta Osservazioni e proposte sul progetto del libro terzo -- Successioni e donazioni, Roma, 1937.

(26) Con l'eccezione del Consiglio di Stato, il quale propose la soppressione della norma; e ciò non è forse senza significato. [Tale parere può leggersi a p. 210 della raccolta citata].

(27) Illuminante è in tal senso un passo della relazione del Prof. Luzzato, il quale scrive per l'Università di Genova (raccolta citata, p. 211), laddove è testualmente scritto: " ... Perciò la disposizione non può essere così semplice come la presentano gli artt. 946 del codice e 64 del progetto ed è dunque necessaria una adeguata considerazione degli effetti della rinuncia nelle successioni legittime, per trovare una formula così ampia ed elastica da individuare le svariate ipotesi ".

(28) Ministero di Grazia e Giustizia, Codice civile -- Libro Terzo -- Progetto Definitivo e relazione del Guardasigilli On. Solmi, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1937 -- XVI.

(29) O ancora la stessa fattispecie arricchita dalla partecipazione degli ascendenti (art. 575), o la fattispecie di concorso del coniuge con i genitori naturali (art. 579, 2 o comma) ecc.

(30) Se ciò è evidente nel caso in cui, essendovi differenze di misura tra la quota rinunziata e quella del coniuge, mancherebbe addirittura il presupposto minimo dell'accrescimento in senso tecnico, non cessa tuttavia di essere vero anche qualora tale presupposto dovesse incidentalmente ricorrere, come nel caso di concorso di due figli naturali con il coniuge.

(31) Solo in questo caso la legge prevede l'aumento da 1/3 a 1/2 della quota del coniuge.

(32) TERZI, op. cit., 1188; ROBBE, op. cit., 168, il quale sottolinea altresì la contrapposizione tra il termine " si accresce " e quello " si devolve " usato nell'ultima parte della norma in oggetto.

(33) ROBBE, op. cit., 169.

(34) FERRARI, op. cit., 258-259.

(35) SCOGNAMIGLIO, op. cit., 289; sulla volontà del testatore quale possibile fondamento dell'accrescimento testamentario, vedasi per tutti GAZZARA, voce " Accrescimento ", in Enc. del dir., I, Milano, 1958, 321 ss.

(36) SCOGNAMIGLIO, op. cit., 289.

(37) FERRI, op. cit., 102.

(38) Per tutti FERRARI, op. cit., 249.

(39) Qualora poi volesse continuarsi a chiamare col nome accrescimento l'incremento in favore dei soggetti da individuarsi di volta in volta in base ai criteri ipotizzati nel par. 3, allora la questione potrebbe senz'altro declassarsi a meramente terminologica.

(40) Gli autori favorevoli all'accrescimento non esitano infatti ad ammettere che questa peculiare disciplina della vacanza nella successione ab intestato sarebbe limitata alla vacanza derivante da rinunzia. V. in tal senso ROBBE, op. cit., 169; FERRARI, op. cit., 260; e già con riguardo al codice previgente, GANGI, op. cit., 92.

Va invece ritenuta priva di fondamento l'affermazione fatta da NAPOLI, Commento agli artt. 674-678, in Commentario al codice civile diretto da Cendon, II, Torino, 1991, 301, ove si sostiene che la dottrina prevalente estenderebbe l'accrescimento previsto dall'art. 522 a tutti i casi di vacanza che stanno alla base dell'accrescimento nella successione testamentaria.

(41) Benché infatti ROBBE, op. cit., 170, ritenga l'esclusione relativa all'art. 571, ultimo comma conferente alla tesi dell'accrescimento, a noi sembra in realtà il contrario.

Poniamo infatti che il legislatore abbia voluto con l'art. 522 introdurre, in ordine agli effetti della rinunzia, un certo principio; ciò posto, perché lo stesso principio debba poi essere disatteso nel solo caso dell'art. 571 u.c. e non anche nei casi dell'art. 575 (ante-riforma) e dell'art. 582 (testo vigente)?

Oltretutto se la non espressa esclusione dell'art. 575 potrebbe al limite essere volontaria, così non è di certo per il caso dell'attuale art. 582, il quale non esisteva quando l'art. 522 venne scritto.

Potrebbe quindi in questi termini rimanere giustificata un'interpretazione antiletterale dell'art. 522.

(42) Anche l'accoglimento della seconda soluzione sarebbe perfettamente conforme al principio di unità della delazione, trattandosi soltanto di un possibile criterio di ridistribuzione di una quota vacante. D'altra parte il richiamato principio non pare messo in discussione nel caso, in un certo senso analogo, in cui le norme della successione legittima operino per il collocamento non dell'intera eredità ma soltanto di una quota rimasta o divenuta vacante nell'ambito di una successione testamentaria. A questo riguardo vedasi MENGONI, Succ. leg. cit., 29-30.

(43) Non sembra che nessuno degli autori finora citati abbia avvertito la necessità di

essere esplicito su questo punto. Se a prima vista può sembrare più logica la soluzione di devolvere, in considerazione della nuova fattispecie di concorso, l'intera eredità , non sono mancati autori che hanno indicato testualmente, salvo a vedere se anche intenzionalmente, la opposta soluzione. PERNA, op. cit., 694 in fondo, dice che nel caso di successione intestata di coniuge e di un figlio che rinunzia, la quota di quest'ultimo andrebbe divisa per due terzi a favore del coniuge e per un terzo a favore degli ascendenti e/o fratelli; e ciò qualora, nell'ottica dell'autore, volesse aderirsi alla tesi contraria all'accrescimento. Secondo questo modello il coniuge conseguirebbe complessivamente 5/6 (3/6 + 2/6) e gli altri parenti 1/6 (cioè un terzo della metà vacante).

Ed anche FERRARI, op. cit., 259 nota 29, e SCOGNAMIGLIO, op. cit., 290-293, parlano di devoluzione della sola quota vacante.

Pare superfluo sottolineare che mentre in alcuni casi si giunge alla medesima soluzione pur assumendo le diverse basi di calcolo, e ciò avviene quando la ripartizione tra i concorrenti residui avviene per le quote eguali (come nel caso di coniuge e figlio nel caso di rinunzia del secondo figlio), a divergenze pratiche si giunge invece nei casi (come quello sopra evidenziato di concorso di coniuge con genitori e/o fratelli e sorelle) in cui il riparto tra i concorrenti è disposto per quote disuguali.

(44) Sul concorso tra successione legittima e testamentaria v. ampiamente MENGONI, succ. leg. cit., 3 ss.

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