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Pacuvio

MASSE PLURIME ?

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CASO: padre e figlio acquistano con atto del 1967 un terreno su cui costruiscono un edificio. Nel 1984 muore ab intestato il padre lasciando come eredi il coniuge e 5 figli. Oggi intendono procedere alla divisione dei beni comuni adottando, in proporzione delle quote di loro spettanza, singole unità immobiliari facenti parte dell’edificio a suo tempo costruito".

Si chiede di conoscere se nella fattispecie esposta trovi applicazione o meno il principio delle masse plurime.

;) PAC.

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Caro mont,

ti allego la risposta della Commissione Studi del CNN al quesito proposto. La parte evidenziata in rosso contiene l'enunciazione del principio per cui non sarebbe configurabile nel caso di specie il fenomeno delle massime plurime.

Nella parte in blu, invece, è proposta una soluzione, a mio avviso maggiormente condivisibile, del "famoso" caso riportato da Santarcangelo nel manuale "Elementi di diritto tributario".

La soluzione resta tuttavia opinabile poichè il negozio prospettato è, a mio parere, una permuta (cd atto diverso dalla divisione) e non una divisione con conguagli. Vorrei sottolineare che la corretta qualificazione, nel caso di specie, non ha mera rilevanza "teorica"; si pensi solo alle profonde differenze che presentano i due c. in ordine alla disciplina della garanzia per evizione...

Che ne pensi?

Ciao, PAC. ;)

COMMISSIONE STUDI DEL CONSIGLIO NAZIONALE DEL NOTARIATO

5 luglio 2002- Est.: Formica

Applicabilità del principio delle masse plurime.

Per rispondere al quesito proposto, giova premettere alcune brevi considerazioni sul problema delle cosiddette "masse plurime".

1. La giurisprudenza formatasi in materia civile, andando contro una plurisecolare legislazione e prassi tributaria, nel caso in cui i beni, che devono essere divisi, provengano da titoli diversi, afferma che non si determina, tra i condividenti, un’unica comunione, ma tante comunioni quanti sono i titoli di provenienza dei beni. Ne consegue che, qualora si proceda alla divisione di tali beni, non si realizza un’unica divisione, ma tante divisioni quanti sono i titoli costitutivi delle singole comunioni.

Alla luce di quanto sopra premesso, l’esempio classico è rappresentato dal caso in cui due soggetti, comproprietari di due beni diversi, il cui acquisto dipenda da due titoli distinti, procedano contestualmente allo scioglimento delle comunioni: e, in particolare, quando al primo venga assegnato interamente il bene proveniente dal titolo A ed al secondo il bene proveniente dal titolo B: atteso che, secondo l’orientamento giurisprudenziale summenzionato, non sussiste, in questo caso, un’unica comunione, ma due distinte comunioni; non esiste un’unica massa da dividere, ma due distinte masse da dividere; poiché non esiste un unico titolo originante un’unica comunione, ma due titoli originanti due comunioni diverse.

E allora, la conseguenza è che, dividendo simultaneamente il bene acquistato con il titolo A ed il bene acquistato con il titolo B, la quota ideale di ciascun condividente deve essere computata e la porzione concretamente assegnatagli deve essere circoscritta nell’ambito di ogni singola comunione e, precisamente, nell’ambito della comunione determinatasi con il titolo A e di quella determinatasi con il titolo B. Nell’ambito di ciascuna massa dovrà, cioè, trovare soluzione la questione relativa all’esatta corrispondenza tra quota di fatto e quota di diritto, sia in termini quantitativi, sia in termini qualitativi. Pertanto, qualora le singole assegnazioni di beni non corrispondano esattamente alle quote spettanti a ciascun condividente in ogni singola comunione, la divisione non avrà natura esclusivamente dichiarativa (con l’applicazione della lieve aliquota della divisione), ma per la eccedenza, in relazione a ciascuna massa, si determinerà l’applicazione del primo inciso del primo comma dell’art. 34 (con l’applicazione delle più pesanti imposte proporzionali sui trasferimenti).

2. Il Testo Unico dell’imposta di registro – d.p.r. 26 aprile 1986 n. 131 - ha cercato di mitigare, in esito ad una lunga evoluzione storica, il trattamento fiscale, derivante da una siffatta ricostruzione delle masse plurime, nell’ultimo comma dell’art. 34, il quale dispone:

"le comunioni tra i medesimi soggetti, che trovano origine in più titoli, sono considerate come una sola comunione se l’ultimo acquisto di quote deriva da successione a causa di morte".

La norma ha innovato il testo dell’art. 32 del precedente d.p.r. n. 634/1972, il quale prevedeva la applicazione della lieve aliquota di divisione a comunioni che trovassero origine in più titoli, esclusivamente mortis causa.

Il nuovo testo della norma amplia l’applicazione dell’aliquota di divisione anche al caso in cui la sequenza dei titoli sia, non solo mortis causa, ma sia inter vivos che mortis causa.

Con due importanti limitazioni.

3. La prima, che le comunioni siano costituite dai "medesimi soggetti". Evidentemente tali al momento della divisione: non determinando, per opinione pacifica, masse plurime (rectius, nuovi titoli di comunione) le variazioni soggettive dei comproprietari, a seguito di successione o di atti tra vivi traslativi di quote.

Come, per l’appunto, si è verificato nel quesito, nel quale, essendo deceduto uno dei due comproprietari, al defunto sono succeduti gli eredi che sono anche i medesimi soggetti condividenti.

In tal caso, infatti, l’essenziale rapporto genetico e funzionale tra titolo e massa, che giustifica la nostra fattispecie, non viene intaccato dalla modifica soggettiva: se Tizio e Caio, sono comproprietari di beni per acquisto fattone con un unico atto tra vivi, la successione degli eredi a Caio defunto determinerà soltanto una variazione soggettiva dei comproprietari (Tizio e gli eredi di Caio), ma non varierà il titolo di acquisto che ha dato origine alla massa in comunione e da dividere, che resterà sempre il medesimo, vale a dire il primo acquisto inter vivos.

4. La seconda limitazione è data dall’inciso, più ermetico, "se l’ultimo acquisto di quote deriva da successione a causa di morte". La tradizionale preoccupazione di punire elusioni, che potrebbero realizzarsi mediante l’ampliamento artificioso della compagine dei comproprietari, con negozi tra vivi appositamente predisposti, è qui evidente. L’ultimo acquisto deve essere infatti esclusivamente una successione mortis causa, che è accadimento al di fuori della sfera volitiva dei condividenti e tale da ricomprendere l’ipotesi nella sfera di quelle comunioni plurime, a carattere familiare da sempre considerate nella prassi un unico patrimonio.

Ed è esattamente quello che si è verificato nel quesito, in cui ad un primo atto di acquisto inter vivos tra Tizio e Caio, segue la successione ereditaria di Caio e il subentro degli eredi di quest’ultimo (tra i quali, nel nostro caso anche Tizio) al defunto nella originaria ed unica comunione.

5. La interpretazione, sopra esposta, trova una autorevole conferma nella relazione ministeriale all’art. 34 del t.u., la quale testualmente, afferma che "una modifica sostanziale è stata apportata alla annosa questione della tassazione delle masse plurime, ovvero che trovano origine in più titoli, nel senso che esse sono considerate comprese in una sola comunione soltanto se i comunisti sono gli stessi e se l’ultimo titolo di acquisto di quota derivi da successione a causa di morte".

6. Il Consiglio Nazionale del Notariato si è già pronunciato nello stesso senso e per la identica fattispecie, con lo studio della Commissione Studi Tributari n. 20 bis/1989, in CNN Strumenti (1990, n. 10, 0700, 3.1).

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Caro Pac,

non riesco a proprio a qualificare la fattispecie come permuta. Per me è una divisione: possiamo discutere se da un punto di vista civilistico si tratti di divisione in senso stretto oppure atto diverso e l’orientamento più recente, di cui si fa cenno nello studio, contro la tradizione “plurisecolare”, va probabilmente nel secondo senso. Ma da un punto di vista fiscale, credo che la fattispecie ricada nella previsione dell’art. 34 u.c. reg., con conseguente possibilità di applicare l’aliquota dell’1% sulla massa comune (ipotecaria e catastale fisse), diminuita del valore dei conguagli, se superiori al 5 % della quota di diritto, sul quale valore si applicheranno le aliquote (registro, ipotecaria e catastale) previste per i trasferimenti.

Una diversa qualificazione in termini di atto interamente traslativo ci condurrebbe ad un trattamento fiscale decisamente sfavorevole.

Quanto alle garanzie, non potremmo ipotizzare – qualora fosse necessario e richiesto - un ampliamento pattizio della garanzia prevista dagli artt. 758 e 759 c.c. ?

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Scusa Mont., immagino che tu ti riferisca all'esempio contenuto nel testo blu e non invece al quesito, sul quale non avrei alcun dubbio.

Ma allora qualificheresti divisione l'atto col quale l'immobile comune viene assegnato per intero ad un solo comproprietario? E qualificheresti conguaglio e non prezzo quello che paga l'assegnatario? Perchè ci sia divisione un minumum di apporzionamento con beni comuni ci deve essere in favore di tutti i condividenti... diversamente l'atto non è divisione ed il corrispettivo non è congualgio, bensì prezzo.

E' divisione l'atto col quale l'intero immobile viene attribuito senza corrispettivo ad un solo comproprietario?

A mio avviso l'articolo 34 non legittima una qualificazione dell'atto per fini esclusivamente fiscali, diversa dalla qualficazione cd civilistica. L'articolo si applica alle SOLE divisioni (NON agli atti diversi); la norma esordisce "La divisione.."; pertanto pregiudiziale all'applicabilità della disciplina delle masse plurime è l'accertamento in ordine alla qualificazione giuridica del contratto in termini di divisione. L'eccezione sul piano fiscale (alla regola propria del dir civile) consiste nel considerare (rectius: tassare) parzialmente come vendita, un atto di divisione; e non quindi di tassare come vendita un atto diverso dalla divisione, cui sarà applicata l'aliquota già stabilita per quell'atto (donaizone, vandita, permuta, transazione, ecc.).

Quanto alle garanzie, pattiziamente si può tutto... o quasi, ma in caso di mancata previsione, la lite in oridne alle conseguenze pregiudizievoli dell'evizione, si risolverà in sede di qualficiazione del contratto, operazione che sicuramente spetta al giudice e non al notaio, ma che non può certo esimere il notaio dall'informare preventivamente le parti in ordine garanzie ad esse spettanti per legge in caso di evizione.

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Si avevo notato il lapsus... per me il caso di Santarcangelo e quello contemplato nel testi in blu non può "risolversi" con una divisione.

Quindi se non ho inteso male la pensiamo diversamente.

Secondo me occorre stipulare una permuta e pertanto, anche nel caso in cui l'ultimo acquisto sia successorio, non potresti a rigore ricorrere alla tassaizone agevfolata delle masse plurime di cui all'articolo 34.

Dico a rigore, nel senso che ovviamente ci proverei e credo che nessun ufficio potrebbe eccepire alcunchè.

Ribadisco che a mio avviso non esiste una duplice qualificazione, a fini fiscali ed a fini civilistici, o perlomeno non è l'art.34 che consente di operare una tale distinzione.

Ciao, PAC.

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Provo a spiegarmi, se riesco senza lapsus e confusioni cromatiche.

Il caso di cui al testo blu tenderei a qualificarlo come permuta, perché la porzione assegnata a ciascun condividente non è formata con beni tratti dalle due comunioni, ma ciascuna parte riceve in via esclusiva l’oggetto di ciascun titolo di acquisto.

Mi guarderei anche dal far comparire la parola divisione per non rischiare una doppia imposizione (1% sulla massa, aliquota propria del trasferimento sulla permuta) qualora l’A.F. volesse seguire una discutibile teoria riportata da Santarcangelo.

Si potrebbe poi discutere se questa permuta possa o meno essere considerata atto diverso ai sensi dell’art. 764 c.c.

Quanto al caso proposto all’inizio di questa discussione, quello non riesco a considerarlo se non divisione, con applicazione dell’art. 34 u.c. reg. in virtù del fatto che l’ultimo acquisto è avvenuto a causa di morte. Trovo quindi senz’altro convincente il commento di cui al testo rosso e quindi applicherei l’1 % sulla massa comune, diminuita - se l’A.F. lo concede - del valore dei conguagli superiori al 5% della quota di diritto, e su questi ultimi l’aliquota stabilita per i trasferimenti.

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Sul caso blu siamo perfettamente d'accordo.

Il caso di cui al testo blu tenderei a qualificarlo come permuta....Mi guarderei anche dal far comparire la parola divisione
E se l'ultimo titolo fosse una successione ereditaria, continueresti a qualificarla permuta o proversti ad ottenere la tassazione più favorevole dell'ultimo comma dell'art.34, qualificandola divisione?

Sul caso rosso mi pare di capire che non condividi la risposta del CNN...

Quanto al caso proposto all’inizio di questa discussione, quello non riesco a considerarlo se non divisione, con applicazione dell’art. 34 u.c. reg. in virtù del fatto che l’ultimo acquisto è avvenuto a causa di morte

Non vi è dubbio che sia una divisione... ma di una sola massa, mentre l'art.34, u.c, richiede la presenza di masse plurime. Lo dice chiaramente qui...

non determinando, per opinione pacifica, masse plurime (rectius, nuovi titoli di comunione) le variazioni soggettive dei comproprietari, a seguito di successione o di atti tra vivi traslativi di quote.

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Quanto al primo caso (blu) continuerei a qualificarlo permuta anche nel caso in cui l’ultimo acquisto fosse una successione, sia per amor di diritto civile sia, … soprattutto, perché l’applicazione dell’ultimo comma dell’art. 34 in questo caso non gioverebbe: dovremmo infatti scontare l’1% sulla massa e l’aliquota stabilita per i trasferimenti sui conguagli, mentre con la permuta scontiamo solo l’imposta dei trasferimenti sul valore del bene che dà luogo all’applicazione della maggior imposta.

Quanto al secondo caso (rosso), io in generale ho smesso da un pezzo di avere mie opinioni: pertanto faccio mia la ricostruzione del cnn, il quale – nel passo da te citato – mi pare voglia solo confermare, nel nostro caso, la sussistenza del requisito dell’identità dei soggetti, imprescindibile nel concetto di masse plurime.

Detto questo credo si tratti di divisione di più masse, fiscalmente considerate come una sola.

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l’applicazione dell’ultimo comma dell’art. 34 in questo caso non gioverebbe: dovremmo infatti scontare l’1% sulla massa e l’aliquota stabilita per i trasferimenti sui conguagli

???... se la massa è considerata unica (fiscalmente) non emerge alcun conguaglio, manca dunque il presupposto di applicazione dell'imposta; questo è il senso dell'ultimo comma.

Puoi dire che non sia corretto applicare l'ultimo comma, e sono d'accordo, ma per amor di "risparmio fiscale" credo che varrebbe la pena...

Detto questo credo si tratti di divisione di più masse, fiscalmente considerate come una sola.

Il CNN riporta un'affermazione pacifica in dottrina: non si determina il fenomeno delle masse plurime a seguito della variazione soggettiva dei componenti la massa originaria. Può anche non piacere ovviamente... ma questo dice.

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???... se la massa è considerata unica (fiscalmente) non emerge alcun conguaglio

Scusa Pacuvio, ma perchè?

Un massa considerata unica fiscalmente può tranquillamente comportare dei conguagli se le quote dei contitolari sono diverse, ad esempio se Tizio e Caio hanno comprato un bene (con un unico titolo) il primo per 2/3 ed il secondo per 1/3.

E tale conguaglio viene tassato come ha ricordato Monteiro.

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Certo Asso, ma io mi riferivo al caso riportato nel testo blu, supponendo che l'ultimo acquisto avesse provenienza successoria; gli assegni, nella specie, corripondevano alle quote di diritto, quindi non "occorreva fare luogo a conguagli".

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Allora se ho capito bene la questione che intendevi tu è questa:

Tizio e Caio, fratelli germani, comprano un bene immobile A del valore di 100.

Successivamente Tizione, padre dei germani e vedovo, muore lasciando il suo patrimonio, composto da un unico immobile B del valore di 100, ai suoi due figli Tizio e Caio.

Tizio e Caio si presentano dal notaio Romolo Romani per procedere a divisione ed assegnarsi Tizio l' immobile A e Caio l' immobile B.

In questo caso, possiamo tranquillamente applicare, ai fini fiscali, l' ultimo comma dell' art. 34, e quindi saremo in presenza di una divisione di un unica massa che sconterà conseguentemente l' imposta di registro dell' 1% (non ci sono conguagli in quanto la quota di fatto è pari a quella di diritto).

Dal punto di vista civilistico, però, molti autori sostengono che saremmo comunque in presenza di masse plurime, in quanto la comunione (rectius le comunioni) derivano da due titoli diversi: il fabbricato A è pervenuta da un atto tra vivi, mentre l' immobile B è pervenuto per successione mortis causa.

Questa mi sembrava la questione

io mi riferivo al caso riportato nel testo blu, supponendo che l'ultimo acquisto avesse provenienza successoria;
giusto?

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In questo caso, possiamo tranquillamente applicare, ai fini fiscali, l' ultimo comma dell' art. 34, e quindi saremo in presenza di una divisione di un unica massa che sconterà conseguentemente l' imposta di registro dell' 1% (non ci sono conguagli in quanto la quota di fatto è pari a quella di diritto).

Siamo d'accordo, se le quote di partecpiazione alle due comunioni sono uguali, possiamo sicuramente tentare l'applicazione dell'art. 34 ult. comma, senza conguagli, ignorando la ricostruzione civilistica.

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