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Trovato 7 risultati

  1. In una sas in cui è morto ab intestato l'unico socio accomandatario, i tre accomandanti superstiti, unici eredi del de cuius, senza aver pubblicizzato la nomina dell'amministratore provvisorio nè l'intervenuta causa di scioglimento ex 2303 cc, non avendo ricostituito la duplice categoria di soci dopo i 6 mesi, dopo essersi avvalsi della clausola di continuazione facoltativa prevista in statuto, intendono a maggioranza trasformare la sas in srl ex 2500ter. Problema: mettereste in chiusura d'atto un'apposita clausola di revoca dello stato di liquidazione ex 2487ter? A me pare che, pur dando conto in premessa dell'intervenuta causa di scioglimento ed esprimendo i soci la volontà di trasformare la sas in srl proprio al fine di eliminarla, seguendo l'orientamento J.A.11 del Triveneto - "[...] E’ pertanto possibile, qualora si sia avverata una causa di scioglimento della società senza che essa sia stata pubblicizzata nel registro delle imprese, rimuovere la causa di scioglimento stessa senza l’osservanza delle disposizioni di cui all’art. 2487 ter c.c., poiché l’applicazione di tale ultimo articolo presuppone necessariamente che la società si trovi in stato di liquidazione per effetto di causa di scioglimento già pubblicizzata al registro delle imprese" - non si debba inserire una clausola di revoca ex 2487ter e posticipare gli effetti decorsi i due mesi senza opposizione. Per inciso, come risulta da perizia di stima, la società non ha alcun debito verso terzi. La revoca dello stato di liquidazione sarebbe una "superfetazione" (espressione cara al prof. Castronovo!) o è per voi necessaria ai fini della legalità dell'atto nonostante Triveneto? Schema atto continuazione della società con gli eredi del socio defunto presa d'atto dell'intervenuta causa di scioglimento della società trasformazione di sas in srl Grazie.
  2. Utili di periodo e recesso

    Buongiorno a tutti. Vorrei chiedere se secondo voi si possono utilizzare utili di periodo per liquidare la quota di due soci recedenti in una srl con capitale non interamente versato e senza riserve. Secondo me si, in conformità con la massima di Milano n. 68 anche se ho dei dubbi circa la possibilità di identificare la liquidazione di una quota societaria come perdita. Oppure sarebbe piu opportuno procedere a ridurre il capitale sociale? Saluti.
  3. Perizia di stima nei conferimenti

    Buonasera…. Stavo facendo mente locale sulla disciplina delle società di capitali: per fare il punto della situazione e mi trovo con un dubbio: se trasformo una spa in srl (o viceversa) NON mi serve una perizia di stima... se trasformo una snc in spa (o srl) SERVE... se conferisco in spa (o srl) una quota snc SERVE la perizia... DOMANDA: se conferisco in spa (o srl) quote di srl (o azioni spa) serve questa perizia? è un conferimento in natura (quindi direi di sì) (lasciamo perdere casi "limite" di quotate, fair value, ecc). Secondo me la perizia servirebbe, ma in caso di trasformazione no… quindi?
  4. Ciao a tutti, chiedo aiuto per un caso pratico... secondo voi è possibile inserire nello statuto di una srl, tra le clausole convenzionali di recesso del socio, il "recesso solo con il consenso unanime degli altri soci"? Un'idea me la sono fatta ma mi piacerebbe avere un confronto...tra dottrina e giurisprudenza non ho trovato alcunché, sigh! grazie a tutti in anticipo!
  5. Buonasera, Premetto che sono nuovo del forum e pertanto, se ho sbagliato ad inserire il topic nella sezione sbagliata chiedo scusa. Ho un problema: la società in cui risulto dipendente sta per essere trasformata da Srl in Snc, per sistemare il discorso debiti. Attualmente i soci sono 5 e nessuno di loro ha la maggioranza. La mia domanda è questa: è possibile innanzittutto, che alcuni soci possano ritirarsi dalla società in trasformazione? Se si, come vengono redistribuite le quote societarie? Grazie.
  6. Quesito di Impresa n. 27-2012/I. Si pone il seguente quesito: “Tizio, in regime di comunione legale con Caia, nel 2009 partecipa alla costituzione di una s.r.l. sottoscrivendo una quota di partecipazione pari a un quarto del capitale sociale Il coniuge Caia non intervenne all’atto costitutivo. Ora Caia ha interesse ad apparire nel Registro delle Imprese quale titolare di una quota della predetta società. Il Registro Imprese chiede la stipula di un atto notarile. E’ stata predisposta una convenzione di separazione di beni, nella quale si dà atto che tra i beni che passano dalla comunione legale alla comunione ordinaria c’è appunto detta quota di s.r.l. Il Registro delle Imprese, al quale l’atto è stato portato in preventiva visione, ha manifestato perplessità a dare pubblicità a tale tipo di atto, perché non si tratterebbe di un trasferimento di beni e, conseguentemente, non rientrerebbe in una delle fattispecie soggette a pubblicità commerciale. Si chiede se, ed eventualmente in quale modo, sia iscrivibile questo tipo di atto. Si chiede se esista una soluzione alternativa per realizzare l’obiettivo propostosi di comune accordo dai coniugi”. *** Il quesito posto coinvolge il più ampio problema relativo alla caduta in regime di comunione legale dei beni delle partecipazioni sociali caratterizzate dalla responsabilità limitata per le obbligazioni sociali e della legittimazione all’esercizio dei diritti che ne derivano. Relativamente alle partecipazioni sociali suscettibili di formare oggetto della comunione legale (azioni di s.p.a., quote di s.r.l., partecipazioni degli accomandanti di s.a.s. es.a.p.a.), si pone il problema di come tale regime operi ai fini dell’esercizio dei diritti sociali e degli atti di disposizione della quota stessa. In merito alla questione dell’esercizio dei diritti sociali, occorre distinguere tra titolarità della quota e legittimazione all’esercizio dei diritti sociali, perché mentre la quota, in quanto entità economica, viene immediatamente acquisita al patrimonio della comunione ai sensi dell’art. 177 c.c., la legittimazione all’esercizio dei diritti sociali richiede il rispetto delle formalità previste in caso di trasferimento della partecipazione (Trib. Reggio Emilia, 2 agosto 1994, in Le Società 1995, 400, con nota di FIGONE, Regime di comunione legale tra coniugi e quote di partecipazione in s.r.l.; Trib. Roma, 15 gennaio 1988, in Foro it., 1989, I, 257; POSITANO, Riflessioni sul problema dei rapporti tra comunione legale e partecipazioni sociali, in Vita not., 1999, CCI e nt. 21 e 22; MAZZONE, Comunione legale e partecipazioni sociali, in Contratto e impresa, 1997, 47). E’ stato, quindi, rilevato che «nei confronti della società è socio ed in quanto tale unico legittimato ad esercitare i diritti sociali e patrimoniali ed unico obbligato ai conferimenti, il coniuge che è iscritto nel libro soci e risulta intestatario delle quote di partecipazione sociale. Questo coniuge è dunque l’unico legittimato ad esercitare i diritti di partecipazione all’assemblea, di voto, di opzione in caso di aumento del capitale sociale, di incasso dei dividendi e legittimato a beneficiare della intestazione di compendio di un aumento gratuito del capitale sociale. Nel rapporto tra questo coniuge e le società si applicano quindi le norme di diritto societario. Nei rapporti interni tra i coniugi, operano, invece, le norme sulla comunione legale» (FERRUCCI-FERRENTINO, Le società di capitali, le società cooperative e le mutue assicuratrici, Milano, 2005, 1350). In merito all’eventuale legittimazione all’esercizio dei diritti sociali da parte del coniuge del socio, sono ravvisabili, tuttavia, due distinti orientamenti. In base ad una prima opinione, il coniuge del socio ha diritto di ottenere la cointestazione della partecipazione per effetto di una concorde manifestazione di volontà da parte del coniuge intestatario o, in mancanza di quest’ultima, in base ad una sentenza dichiarativa del suo diritto di comproprietà sulla quota intestata al coniuge socio. Il coniuge estraneo di per sé appare, infatti, privo di un titolo per ottenere l’intestazione della partecipazione, in quanto la richiesta di iscrizione nel libro soci avviene o su richiesta del giratario delle azioni ai sensi dell’art. 2355 c.c., o viene effettuata dalla società in seguito alla partecipazione in assemblea dell’intestatario delle azioni ai sensi dell’art. 2370 c.c., o, infine, prima dell’abrogazione dell’art. 2470, comma 2, secondo periodo, c.c., avveniva su richiesta dell’alienante o dell’acquirente della quota di s.r.l. Non si ritiene, inoltre, sufficiente l’esibizione, da parte del coniuge del socio, di un estratto dell’atto di matrimonio, in quanto non appare possibile porre a carico degli amministratori l’onere di verificare la sussistenza di tutti i presupposti dell’acquisto in regime di comunione legale (MISTRETTA, Partecipazione sociale e comunione legale dei beni: l’interpretazione come governo della complessità, Milano, 2004, 366, osserva come, pertanto, occorra una richiesta del coniuge parte del negozio acquisitivo della partecipazione o, in alternativa, una sentenza di accertamento). Tale impostazione è stata, tuttavia, criticata sulla base delle seguenti argomentazioni: 1) la cointestazione della partecipazione comporta la nomina di un rappresentante comune ai sensi degli artt. 2347 e 2468 c.c., la cui disciplina sembra essere incompatibile con quella dell’amministrazione dei beni comuni dei coniugi contenuta negli artt. 180 e ss. c.c. In particolare, dall’art. 182 c.c. si desume l’impossibilità di affidare a un terzo estraneo l’amministrazione dei beni comuni, in quanto nel caso di lontananza o impedimento di uno dei coniugi sono previsti, quali rimedi, o la procura rilasciata da un coniuge all’altro, o l’intervento del giudice; 2) la partecipazione sociale, pur essendo qualificata come bene suscettibile di cadere in comunione, comporta l’assunzione di una situazione giuridica complessa, che comprende una serie di diritti ed obblighi la cui fonte è il contratto di acquisto o di sottoscrizione della quota, ai quali è estraneo il coniuge non acquirente. Si ritiene, quindi, che «il coniuge dell’acquirente, mentre partecipa con quest’ultimo alla titolarità dei beni, non condivide mai gli obblighi e i diritti personali derivanti al coniuge dalle convenzioni contrattuali, salvi gli effetti, sul bene comune acquistato, dell’art. 186, lettere a) e d)» (TRINCHILLO, Partecipazioni sociali e comunione legale dei beni, cit., 851). Pertanto, si ritiene che il coniuge dell’acquirente non abbia diritto di ottenere la cointestazione della partecipazione, in quanto per effetto del regime di comunione legale egli acquista i diritti patrimoniali sulla partecipazione, ma non assume la titolarità dei diritti e degli obblighi ad essa connessi nei confronti della società, i quali hanno carattere personale e riguardano, pertanto, il soggetto che ha partecipato all’atto negoziale di acquisto della partecipazione (In tal senso, TRINCHILLO, Partecipazioni sociali e comunione legale dei beni,cit., 851. MISEROCCHI, Cenni sulla titolarità di azioni in regime di comunione legale dei beni, in Vita not., 1991, 1197, richiamando la concorde opinione di DETTI, Oggetto, natura, amministrazione della comunione legale dei coniugi, cit., 1176, sostiene che, accanto alla cointestazione in senso proprio, per la quale ipotesi ritiene applicabile l’art. 2347, esiste la possibilità che il coniuge del socio ottenga l’iscrizione nel libro dei soci come mero “coniuge contitolare”, “non legittimato nei confronti della società” e sottolinea che “la sola contitolarità di azioni tra coniugi è irrilevante per la società”, per cui i diritti di socio continuano ad essere esercitati dal solo coniuge intestatario). Tenuto conto di tali distinti orientamenti, occorre coordinare tali conclusioni con la nuova disciplina della legittimazione all’esercizio dei diritti sociali nelle società a responsabilità limitata. In seguito alle modifiche introdotte dall’art. 16, commi 12 quater e seguenti, l. 28 gennaio 2009, n. 2, il trasferimento della partecipazione sociale ha effetto nei confronti della società dal momento dell’iscrizione della cessione nel registro delle imprese. Nel caso di acquisto in regime di comunione legale, quindi, se si accede alla tesi che riconosce al coniuge il diritto di ottenere la cointestazione della quota, appare necessario che egli richieda l’iscrizione nel registro delle imprese quale contitolare della quota sociale. Non sembra, invece, possibile considerare il coniuge dell’acquirente cointestatario della partecipazione per effetto della sola iscrizione nel registro delle imprese dell’atto di trasferimento o sottoscrizione della quota (PETRELLI, La soppressione del libro soci delle s.r.l., in Le società, 2009, 433). Anche prima della soppressione del libro soci, infatti, si escludeva che la cointestazione della partecipazione sociale potesse derivare dalla possibilità di effettuare un riscontro su di un pubblico registro, quale quello dello stato civile, in considerazione del fatto che il trasferimento delle partecipazioni sociali, siano esse azioni o quote di società a responsabilità limitata, è disciplinato da norme speciali a tutela della certezza dei rapporti sociali. Quanto al titolo per ottenere l’iscrizione presso il registro delle imprese dell’acquisto in favore del coniuge, sono stati avanzati dubbi sulla possibilità di esibire l’estratto per riassunto dell’atto di matrimonio (PETRELLI, La soppressione del libro soci delle s.r.l., cit., 433). Si potrebbe, cioè, ipotizzare che non occorra una richiesta di cointestazione della partecipazione da parte del coniuge acquirente o sottoscrittore della quota o, in mancanza di quest’ultima, la presentazione di una sentenza dichiarativa del suo diritto di comproprietà in favore del coniuge del socio. Trattandosi, infatti, di dichiarazione resa a un pubblico registro, e non più all’organo amministrativo, il coniuge che esibisce un estratto per riassunto dell’atto di matrimonio si assume, di fronte ad un pubblico ufficiale, la responsabilità delle conseguenze derivanti dalla mancanza di tutti i presupposti dell’operare del regime degli acquisti in comunione legale. Inoltre, non esistendo più il libro soci, viene meno l’ostacolo derivante dal difetto di legittimazione a richiedere l’iscrizione nello stesso, la quale spettava esclusivamente all’alienante o all’acquirente. La questione non appare, però, suscettibile di trovare una soluzione univoca in considerazione, da un lato, dei dubbi sulla stessa possibilità di cointestare la partecipazione al coniuge non acquirente e, dall’altro lato, dell’assenza di indicazioni normative o giurisprudenziali in materia. Se si accede alla tesi, piuttosto discussa, che ammette la cointestazione della partecipazione in favore del coniuge non acquirente, occorrerebbe un atto ricognitivo, stipulato da entrambi i coniugi, nel quale si dia conto delle vicende intercorse tra i coniugi ed al quale si dovrebbe allegare un attestato dello stato civile. Daniela Boggiali e Antonio Ruotolo Click here to view the articolo
  7. Quesito di Impresa n. 47-2012/I. Si chiede se un socio di una s.r.l. possa legittimamente esercitare il recesso in assenza dei presupposti delimitati dal dettato normativo, ove il suo recesso venga accettato dagli altri soci/contraenti ed in virtù dei principi generali sui contratti (salva successiva determinazione del rimborso della quota) o se la normativa sul recesso sia posta anche a tutela dei terzi. Nel caso di specie la società non ha adeguato lo statuto alla riforma del diritto societario e vi si prevede, per il caso di recesso (pur non essendone regolato l’esercizio) "l'accrescimento in parti uguali delle quote degli altri soci”, precisandosi, altresì nel quesito ciò sarebbe “impossibile visto l'insanabile disaccordo”. Nel ridisegnare la facoltà di exit nelle società di capitali, il legislatore della riforma si è trovato a mediare, come sempre avviene in questa materia, fra le contrapposte esigenze di tutela delle ragioni dell’organizzazione, comprensive della conservazione dell’integrità patrimoniale e della tutela dei creditori sociali, e quelle del singolo socio, o della minoranza, dissenziente (Ventoruzzo, Recesso da società a responsabilità limitata e valutazione della partecipazione del socio recedente, in Nuova giur. civ comm., 2005, II, 440). La scelta, sotto tale profilo, è stata nel senso di un’accentuazione, più o meno marcata, della tutela di questi ultimi, e ciò tanto nelle S.p.A., quanto nelle s.r.l. Ne sono dimostrazione l’ampliamento delle cause inderogabili di recesso, nell’uno (art. 2437 c.c.), come nell’altro tipo (art. 2473 c.c.), nonché, più in generale, il più ampio spazio concesso all’autonomia privata nel prevedere statutariamente ulteriori ipotesi. Sennonché, mentre per le società azionarie la disciplina si presenta completa sotto vari aspetti (dalla previsione delle ipotesi di recesso inderogabile e derogabile, al riconoscimento della possibilità di contemplare ulteriori fattispecie per le società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, alla regolamentazione del recesso per le società costituite a tempo indeterminato – pur residuando qualche perplessità in ordine alla inderogabilità o meno dell’istituto e alla sua estensione alle ipotesi in cui la società sia contratta per un tempo eccedente quello della vita umana – alla previsione del recesso parziale, alla procedimentalizzazione dell’esercizio del diritto – v. artt. 2437-bis e 2437-quaterc.c. – nonché ai criteri di determinazione del valore delle azioni – art. 2437-ter), nella disciplina delle s.r.l. gli ampi margini riconosciuti all’autonomia statutaria si riflettono anche su una minore puntualizzazione delle regole, fra le quali anche quella relativa alla valutazione della partecipazione del socio recedente, che si traducono anche in maggiori incertezze interpretative. Se nell’impianto originale del codice il recesso rivestiva un ruolo relativamente marginale; innanzitutto perché era lo stesso art. 2437 c.c. (richiamato, per la s.r.l. dall'art. 2494 c.c.) a prevederlo in relazione a situazioni piuttosto circoscritte; in secondo luogo perché l'orientamento prevalente fra gli interpreti tendeva ad accreditare un'interpretazione sostanzialmente restrittiva della disciplina, sia in ordine alla possibilità di stabilire statutariamente ulteriori cause di recesso, sia in ordine alla configurabilità di un meccanismo di determinazione del rimborso della quota del socio receduto idoneo a salvaguardare compiutamente la posizione economica–patrimoniale di quest'ultimo. Il legislatore della riforma ha inteso sottrarre il recesso da tale situazione di marginalità, da un lato, ampliando le cause legali di recesso, d'altro lato, ammettendo la possibilità di stabilire statutariamente ulteriori fattispecie legittimanti il diritto di recedere dalla società. Ciò è stato possibile in conseguenza dell'introduzione di un meccanismo di rimborso della partecipazione che, qualunque sia la modalità prescelta tra quelle alternativamente e/o sequenzialmente previste dal legislatore, è comunque idoneo a salvaguardare gli interessi dei creditori sociali. Nel caso di specie, il mancato adeguamento dell’atto costitutivo alla riforma non sembra impedire l’operare della cause legali di recesso, compresa, per quel che qui interessa la facoltà di exit dalla società a tempo indeterminato. Quello che, invece, non appare ammissibile, è un recesso ad nutum che non sia quanto meno previsto dall’atto costitutivo, anche a prescindere, quindi, da una sua motivazione al momento dell’esercizio. Sulla possibilità di prevedere statutariamente tale recesso la dottrina, come è noto, appare divisa. Da un lato, infatti, si è affermato che il riconoscimento del recesso ad nutum significherebbe dare luogo ad una situazione di tendenziale instabilità della posizione dei singoli soci, di indeterminatezza delle rispettive obbligazioni e delle prestazioni dei medesimi soci, di incertezza, in taluni frangenti, in ordine al proseguimento stesso dell'attività sociale (Toffoletto, L'autonomia privata e i suoi limiti nel recesso convenzionale del socio di società di capitali, in Riv. dir. comm., 2004, I, 380; Revigliono, Il recesso nella società a responsabilità limitata, Milano, 2008, 27 ss.). Inoltre, l'ammissibilità del recesso incondizionato rischierebbe di alterare la causa stessa del contratto di società e quindi di determinare un risultato incoerente rispetto all'attuale modello di società a responsabilità limitata; un modello in cui la tendenziale partecipazione personale del socio alla vita della società in senso lato e la considerazione, da parte del legislatore, dei rapporti tra i soci in termini contrattualistici, oltre che rappresentare tratti distintivi e caratterizzanti il tipo di società, costituiscono una delle più puntuali ed incisive applicazioni della stessa nozione di società, quale delineata dall' art. 2247 c.c., e, in particolare, dello svolgimento in comunedell'attività economica. (Revigliono, Il recesso nella società a responsabilità limitata, cit., 28). Dall’altro lato, in senso opposto, si schiera la dottrina prevalente (Stella Richter, Diritto di recesso e autonomia statutaria, in Riv. dir. comm., 2004, I, 404; Maltoni, Il recesso e l'esclusione nella nuova società a responsabilità limitata, in Notariato, 2003, 309; Demuro, Il recesso , in La nuova s.r.l. Prime letture e proposte interpretative, a cura di Farina, Ibba,Racugno, Serra, Milano, 2004, 183; Ventoruzzo, Recesso da società a responsabilità limitata e valutazione della partecipazione del socio recedente, cit. 450), che a sostegno di tale soluzione invoca sia l'ampiezza dell'autonomia statutaria riconosciuta ai soci sia l'ampia formulazione utilizzata dal legislatore nell'art. 2473, 1° co., c.c., la cui pregnanza andrebbe ravvisata "per contrapposizione" a quanto è chiaramente disposto dall' art. 2437 c.c. (Cappiello, Recesso ad nutum e recesso "per giusta causa" nelle s.p.a. e nella s.r.l., in Riv. dir.comm., 2004, I, 503), nel senso che mentre in quest'ultima norma si richiede espressamente che il recesso sia ancorato ad una causa predefinita, con l'art. 2473 c.c. il legislatore avrebbe inteso «optare per una formulazione che lasciasse aperta la strada persino alla previsione statutaria di un diritto di recesso astratto» (Cappiello, Recesso ad nutum e recesso "per giusta causa" nelle s.p.a. e nella s.r.l.,, cit., 503). Anche aderendo, quindi, all’orientamento prevalente da ultimo citato, che ritiene legittimo attribuire nell'atto costitutivo al singolo socio il diritto di recedere in qualsiasi momento, senza onere di alcuna motivazione, in assenza di qualsiasi riferimento a situazioni predeterminate, mancherebbe, nel caso di specie, la previsione statutaria a montelegittimante il recesso ad nutum. Appare evidente che, in questo caso si vada oltre la previsione statutaria “astratta”. Si potrebbe allora ipotizzare che, nonostante la mancanza della regolamentazionestatutaria, sia comunque possibile un recesso ad nutum, benché, appunto, non contemplato da alcuna norma dell’atto costitutivo, a patto, tuttavia, che vi sia l’accordo fra tutti i soci (recedente e superstiti), ipotesi che di per sé crea perplessità in quanto, pur essendosi da principio sottolineato come il legislatore abbia privilegiato la posizione del singolo socio, o della minoranza, dissenziente, a scapito delle istanze di tutela dell’integrità patrimoniale e dei creditori sociali, queste ultime verrebbero in tal modo completamente disattese. Non può, tuttavia, escludersi, a priori, che tali perplessità possano esser superate tenendo conto che comunque è più sulle modalità di rimborso del socio receduto che si attua la tutela di tali interessi, ma sempre, come detto, nel presupposto di un accordo fra i soci. Ma non si vede come, in mancanza di tale accordo e/o della previsione statutaria, possa parlarsi di recesso legittimamente esercitato sulla base di una dichiarazione unilaterale del socio in uscita. Antonio Ruotolo e Daniela Boggiali Click here to view the articolo
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