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Trovato 6 risultati

  1. Ciao, qualcuno può spiegarmi perchè, nell'ambito di una compravendita, se il compratore si obbliga a pagare con cambiale, è necessario specificare nelle modalità di pagamento del prezzo che non vi è novazione? chi mi può spiegare questo concetto?
  2. (Da "Il Sole 24 Ore" del 6 settembre 2013). Tariffe minime più salde per le "Soa" negli appalti. Le tariffe minime obbligatorie previste per le società organismi di certificazione (Soa) che si occupano dellidoneità delle imprese che partecipano alle procedure di appalti pubblici sono compatibili con il diritto Ue. Questo perché servono a salvaguardarne la qualità del servizio e lindipendenza degli organismi di certificazione. A patto, però, che la formula di calcolo delle tariffe non produca un aumento automatico degli importi per il solo fatto che unimpresa partecipi a più gare di appalto. E la posizione dellavvocato generale Cruz Villalòn che, nelle conclusioni depositate oggi (causa C-327/12), ha salvato il sistema delle tariffe per lattività di attestazione delle Soa previsto in Italia, aprendo la strada, però, ad alcuni cambiamenti rilevanti nella quantificazione degli importi. Adesso la parola passa alla Corte di giustizia, non vincolata dalle conclusioni.E’ la prima volta che la questione del regime legale italiano dei minimi tariffari viene affrontato dalla Corte di giustizia nel contesto delle Soa, ossia in rapporto a organismi che hanno una funzione giuridica ed economica di rilievo pubblico.La vicenda approdata a Lussemburgo ha preso il via dal ricorso al Tar Lazio dalla Soa nazionale costruttori secondo la quale il decreto Bersani, nella parte relativa all’abrogazione dei minimi tariffari obbligatori, doveva essere applicato anche alle Soa. Di diverso avviso sia l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici dei lavori sia il ministero dello Sviluppo economico secondo i quali l’abolizione delle tariffe minime non riguardava le Soa. Il Tar aveva dato ragione all’organismo di certificazione costruttori, ma il Consiglio di Stato, prima di decidere, si è rivolto agli eurogiudici. In base alla legge 34/2010, modificata dal Dpr 207/2010, le Soa, società per azioni di diritto privato che operano sul mercato con autorizzazione dell’Autorità di vigilanza dei contratti pubblici, previa verifica dei requisiti di autonomia e di indipendenza, con competenza esclusiva nella certificazione delle imprese che partecipano a procedure di aggiudicazione di lavori pubblici, devono ricevere un corrispettivo secondo criteri fissi stabiliti dalla legge. La previsione di queste tariffe minime, per l’avvocato generale, è compatibile con il diritto Ue e, in particolare con la libertà di stabilimento (articolo 49 del Trattato) perché serve a salvaguardare un motivo imperativo di interesse generale ossia la qualità del servizio. Senza dimenticare la necessità di assicurare l’indipendenza delle Soa nell’esercizio delle funzioni. Le tariffe obbligatorie, quindi, svolgono una >. Detto questo, però, non convince l’avvocato generale e la Commissione il metodo di calcolo stabilito dalla legge italiana perché una Soa può moltiplicare automaticamente l’importo della tariffa se un’impresa partecipa a più appalti e questo malgrado la valutazione sulla stessa impresa non comporti oneri aggiuntivi. Di qui, la necessità di una modifica per lo meno con l’introduzione di un criterio moderatore. Click here to view the articolo
  3. (Pagina a cura di Ignazio Marino). Ci sono notai che dal 2006 ad oggi hanno visto praticamente dimezzare il loro reddito medio. E ci sono avvocati che hanno assistito a un ritorno dei loro guadagni ai livelli del 1990, anche se nel frattempo la ricchezza prodotta dalla categoria è aumentata di sei volte. E che dire di ingegneri e architetti? Guadagnavano di più nel 2001, rispetto a oggi. È questo il conto che la crisi economica di questi ultimi anni sta presentando alle categorie professionali i cui redditi medi in certi casi sono pure cresciuti, anche se di poco, ma in altri sono calati di botto. In base al primo rapporto Adepp (l'associazione degli enti dei professionisti) sulla previdenza privata del 2013, il trend più negativo riguarda le professioni dell'area giuridica e di quella tecnica. Ma i dati si fermano al 2010. ItaliaOggi Sette ha passato in rassegna i volumi degli ultimi dieci anni delle professioni più colpite. E così si scopre che non è tutta colpa della crisi economica che nel 2012 ha fatto crollare di un altro 2,4% il prodotto interno lordo.Liberalizzazioni e non solo. A pesare sull'impoverimento generale di chi esercita attività intellettuali regolamentate, sono la crescita senza controllo degli iscritti agli albi (passati secondo il Censis nel complesso da poco più di un milione nel 1998 a oltre 2 milioni nel 2010, contribuendo al 15% circa del pil) e le liberalizzazioni degli ultimi cinque anni che quando non si sono occupate di tariffe si sono interessate alle competenze, in certi casi eliminando le esclusive (dei notai) e in altri mettendo a portata di più soggetti attività tipiche delle professioni ordinate dell'area tecnica. Un caso per tutti: la certificazione energetica. Di sicuro nessun intervento normativo ha migliorato le condizioni del comparto delle libere professioni. Emblematico il caso dei notai. In piena recessione economica e con un mercato immobiliare fermo a dicembre 2009, è stato disposto un primo aumento di 467 nuove sedi notarili, passando da 5.312 a 5.779. E a gennaio 2012 con il dl Liberalizzazioni, sono stati previsti 500 nuovi posti da aggiungere ai 5.779 già esistenti. In totale oggi sono previste 6.229 sedi notarili entro il 2016. Una fretta di immettere più notai sul mercato per gestire la metà delle compravendite del 2006 che non ha fatto il paio in questi anni con la velocità dei concorsi pubblici. Si stanno, infatti, concludendo le procedure relative al concorso per 200 posti indetto con decreto dirigenziale 27 dicembre 2010. Sono, inoltre, in fase di svolgimento tre concorsi per la nomina a 200, 150 e 250 posti banditi, rispettivamente nel 2010, 2011, 2013 per complessivi 600 nuovi posti da notaio. I protagonisti politici. Due, senza dubbio, gli attori principali della stagione liberalizzatrice delle professioni. Il primo è sicuramente Pierluigi Bersani, già ministro dello sviluppo economico dal 2006 al 2008 con il governo guidato dal premier Romano Prodi. Sue le prime lenzuolate (legge 248/2006) che hanno cancellato l'inderogabilità delle tariffe minime e i divieti di costituire società tra professionisti e di farsi pubblicità. Il tutto in nome di una concorrenza di cui ancora si aspettano i risultati, visto che la crisi è davanti gli occhi di tutti. Senza considerare la giungla venutasi a creare negli appalti pubblici. La mancanza di riferimenti tariffari vincolanti nella progettazione e nell'esecuzione delle opere, ha permesso ribassi nelle offerte anche dell'80% da parte di grandi società che gradualmente hanno espulso ingegneri e architetti dai bandi. Per l'Europa è tuttavia ancora poco. Così il premier Silvio Berlusconi nel 2009 ha iniziato a mettere mano a nuove misure (come la revisione della pianta organica dei notai). Ma sarà il suo successore Mario Monti, incalzato dall'Ue che accusa l'Italia di non voler fare riforme strutturali, a portare a casa nuove liberalizzazioni nel 2012 per rilanciare l'economia che anche in questo caso non hanno prodotto l'effetto preventivato per i cittadini e nemmeno per i futuri professionisti. L'atto finale di questa vicenda è il dpr 137/2012 che attua la riforma degli ordinamenti professionali, a norma del decreto legge 138/2011 convertito nella legge 148/2011. Una riforma che riforma poco.Il regolamento fissa, per esempio, il principio della separazione tra organi disciplinari e amministrativi nell'autogoverno degli ordini. Altra novità è l'obbligo per il professionista di dotarsi di una polizza assicurativa per l'esercizio dell'attività e della formazione continua (che già si faceva). C'è poi il capitolo pubblicità, che era già stata sdoganata dal decreto Bersani del 2006. Il dpr Severino non fa altro che rafforzare il concetto, regolamentando la libertà di pubblicità informativa relativa all'attività professionale, purché «funzionale all'oggetto», veritiera e corretta. In caso di violazione si allarga il ventaglio delle sanzioni: oltre all'illecito disciplinare si rischia, infatti, di violare anche le norme del codice del consumo e della pubblicità ingannevole in attuazione di una direttiva comunitaria. Il tirocinio, infine, non potrà superare i 18 mesi. Insomma misure che con la crescita economica hanno avuto poco a che fare. Click here to view the articolo
  4. di Fabrizio Forte [...] Il secondo blocco di provvedimenti «cresci Italia» [...] comprende invece una serie di misure che prevedono l'apertura alla concorrenza di settori in cui l'offerta - e quindi il relativo accesso, in termini di esercizio di determinate professioni, prestazione di servizi o vendita di beni - è attualmente contingentata dalla legge, attraverso la riserva alla pubblica amministrazione, a livello statale, regionale o locale, di un sistema di autorizzazioni, concessioni, licenze o abilitazioni che ne regolano e limitano il libero espletamento. [...] le ricette di cui qui s'intende discutere e che sono, in effetti, al centro di un vivo interesse nel Paese ma che meriterebbero, forse, un'analisi un po più accorta all'interno della sinistra sono quelle che hanno ad oggetto l'esercizio delle attività di alcune categorie professionali (tra gli altri, taxisti, farmacisti, notai, avvocati ed altri professionisti, gestori della distribuzione di carburanti, edicolanti e commercianti) che verrebbero notevolmente incisi dagli interventi di liberalizzazione. Non è un mistero, del resto, che tale tipo di intervento fosse da tempo invocato, da un certo filone di pensiero che ha tra i suoi massimi esponenti l'economista ed editorialista del Corriere della Sera Francesco Giavazzi (e che ha goduto di un certo successo all'epoca dell'ultimo governo di centrosinistra), come il nucleo di quelle riforme a costo zero cui sarebbe demandato l'arduo compito di rilanciare la crescita del nostro Paese, eliminando al contempo le incrostazioni di un sistema -rappresentato sempre in chiave di anomalia rispetto al resto del mondo occidentale - che sarebbe caratterizzato da un'eccessiva rigidità sociale e da una logica di casta. Il Partito democratico è vero e proprio brodo di coltura dell'ideologia che sostiene le liberalizzazioni (si può dire senz'altro, anzi, che esso sia il partito delle liberalizzazioni par exellence); dalle ben note lenzuolate di Bersani al ddl Lanzillotta sui servizi pubblici locali, esso ha da tempo - sin dalla sua nascita - sposato un linguaggio di tipo mercatistico e consumieristico ed abbracciato la bandiera dell'apertura al mercato e alla libera concorrenza di settori ampi della vita economica. Oggi, le adottande misure di liberalizzazione costituiscono per il PD un indubbio successo politico (comunque la si pensi sugli effetti dell'appoggio incondizionato che esso ha offerto al governo dei tecnici), che esso non tarderà a rivendicare, a mo di contropartita, presso la sua base, per farle mandare giù l'indigesto rospo della riforma del mercato del lavoro, che sosterranno, a questo punto (e per restare in metafora), senza troppi mal di pancia. Tuttavia anche a sinistra del PD, in quella parte politica, s'intende, che da anni va denunciando i disastri della globalizzazione neoliberista, che ha animato in questi mesi i movimenti di indignazione di massa contro la gestione politica della crisi da parte delle élites finanzcapitaliste e che, a partire dallo straordinario risultato delle amministrative e dei referendum di giugno, si propone come alternativa politica concreta, fondata su un diverso modello di sviluppo e su una maggiore giustizia sociale, non si nasconde una certa simpatia, sempre più diffusa, per alcune di queste misure, quantomeno per quelle che andrebbero a colpire categorie sociali di benestanti, la classe media o medio-alta di questo Paese, beneficiaria si sostiene da sempre, di rendite di posizione. Spesso con la consapevolezza che non possa certo costituire, questa, il punto di partenza di una seria politica anticiclica che sostenga la domanda aggregata e che colpisca il cuore dei poteri forti responsabili della crisi economica (che la vera ciccia, in parole povere, sia altrove), e tuttavia con la convinzione che, dal punto di vista anche meramente simbolico, della equità nella distribuzione dei sacrifici, promuovere lo sviluppo della concorrenza in taluni settori sia qualcosa di (socialmente) giusto e di auspicabile. In effetti, a risultare particolarmente persuasivi anche a tali latitudini politiche non sono tanto le argomentazioni di principio sulla intrinseca bontà di un mercato in libera concorrenza (sia pure limitatamente ai settori presi in esame da questi interventi) o sulle presunte opportunità che si schiuderebbero all'universo dei consumatori in termini di costi minori dei servizi o di maggiore qualità degli stessi - le pregresse esperienze di liberalizzazione hanno reso più avveduto in merito chiunque non vi si accosti con approccio fideistico -, quanto la percezione diffusa di una ingiustizia di fondo: tale ingiustizia deriverebbe dall'essere, in Italia, la mobilità sociale impedita dalla presenza di queste caste impermeabili all'imposizione di sacrifici di qualsiasi tipo, che puntualmente si muoverebbero come lobby, in modo compatto, per frenare le spinte di rinnovamento e di svecchiamento del sistema, bloccando l'emersione dei giovani talenti e funzionando come una possente forza di conservazione, secondo una logica di status, di tipo corporativistico/medioevale, di odiosi privilegi e ricchezze. A tali categorie, la spendibilità di tipo economico della professionalità acquisita sarebbe garantita in regime di oligopolio dal suindicato sistema di contingentamento all'ingresso e non rimessa, come avviene per altre categorie, alla selezione ex post, da parte del mercato - secondo la legge del libero incontro fra domanda e offerta, e attraverso lo strumento apparentemente neutro e simmetrico del contratto - in termini di efficienza, che fa fuori chi non riesce a rendersi sufficientemente competitivo. Peraltro, si aggiunga, si tratta allo stato di spazi sottratti, per legge o per il modo in cui è concepita e strutturata la relativa attività, all'ingresso di società di capitali sul modello dell'impresa capitalistica. Ora, qui si intende sostenere esattamente che tra la riforma del mercato del lavoro e le proposte di liberalizzazione in discussione intercorra un rapporto di complementarietà e di perfetta omogeneità culturale e politica, inscrivendosi esse nel solco di un medesimo impianto ideologico e tutelando entrambe, in definitiva, gli interessi dei medesimi centri di potere, ben determinati e che determineremo, espressione della realtà capitalista e finanziaria, i quali si gioveranno dell'apertura di spazi vergini per nuove pratiche di accumulazione originaria; e che peraltro ciò avrà effetti devastanti, in termini di proletarizzazione in senso marxiano di una larga fascia del ceto medio del nostro Paese, di ulteriore precarizzazione delle esistenze e di peggioramento della qualità della vita, di tutti. Non è un caso che il mantra della mobilità sociale nasca dalla stessa fucina di linguaggi e di immaginario che ha partorito la flexsecurity (sono state le parole d'ordine di molti maître à penser del centrosinistra degli ultimi anni), nutrendosi delle stesse menzogne, delle stesse approssimazioni, degli stessi luoghi comuni fatti circolare ad arte nei salotti televisivi e nella stampa mainstream, per la costruzione di un senso comune addomesticato e la veicolazione - con il metodo del capro espiatorio - della riprovazione sociale verso certe categorie, al fine di far calare la soglia di attenzione nei confronti dei poteri veramente forti ed egemoni, responsabili della crisi economica, lì dove si annidano le reali disuguaglianze ed ingiustizie. Quando il ministro del Welfare Elsa Fornero parla di «riforma del ciclo di vita» per descrivere, enfaticamente, le misure che il governo avrebbe di lì a poco presentato per dare avvio alla Fase 2 - e nella cui espressione Ida Dominijanni, in un articolo apparso sul manifesto del 21.12.2011, coglie quella «pretesa di governo delle vite che è il cuore del biopotere contemporaneo» - si colloca, schiettamente, proprio allinterno di questo paradigma linguistico, comunicandoci che saranno proprio i nostri stili di vita, nel rapporto con lo spazio e con il tempo dell'esistenza, a dover cambiare radicalmente. E a questo vero e proprio passaggio di civiltà un indubbio contributo politico ed ideologico, molto forte, è venuto senz'altro dall'Europa, che - dalla direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione del mercato interno dei servizi alle politiche per i consumatori, «diabolici meccanismi di pacificazione sociale» (Ugo Mattei, Europa senza rotta e senza ideologia, http://www.globalproject.info), cui consegue «passività, consumismo, isolamento e partecipazione della retorica dominante» - priva di una direzione politica, ha pagato la mancanza di una visione forte del mondo con la subalternità più totale agli interessi dei grossi centri del potere capitalistico. Di qui la definizione (persino in manuali di diritto!) dei Paesi che per primi si sono avviati sulla strada delle liberalizzazioni (e delle privatizzazioni) di ampi settori della vita economica come Paesi «virtuosi», per questo sol fatto e senza alcun riscontro effettivo degli eventuali benefici sulle vite delle persone, foss'anche in meri termini di minori costi relativi di medio-lungo periodo per il consumatore, legati all'opzione liberalizzatrice. In ossequio ad un modello che nasce esplicitamente per neutralizzare la gestione politica della vita economica - di qui anche la nascita di nuovi moduli organizzativi per la pubblica amministrazione e la creazione di Authorities che dovrebbero garantire la parità delle armi in un mercato in libera concorrenza - e che si è tradotto quindi in una convergenza generale dei sistemi giuridici per l'efficienza, ossia lo scarso o nullo controllo degli attori forti del mercato che fanno il loro ingresso nei settori liberalizzati. Proprio questi attori forti, autentici oligopoli transnazionali e laboratori della cultura e della retorica dominante nel nome dei cui principi si attuano queste politiche, saranno coloro che più si avvantaggeranno, con ogni probabilità, anche dei provvedimenti di liberalizzazione che il governo Monti sta per presentare (ad onta dei pur notevoli ridimensionamenti che pare vi saranno rispetto alle proposte originarie): si tratta infatti degli unici soggetti in grado di sostenere i costi, i ritmi, gli investimenti e i modelli organizzativi necessari per reggere, con limpiego di lavoro dipendente precario e sottopagato che verrebbe messo in concorrenza con il lavoro autonomo finendo per inglobarlo, la sfida della competitività più totale. Chi altri, infatti, se non la grande distribuzione ed il centro commerciale, aperto al limite 24 ore su 24 grazie al maggior numero di dipendenti disposti ad una modulazione assai flessibile dell'orario di lavoro, si gioverebbe della liberalizzazione degli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali (nonché della possibilità di praticare sconti ed offrire la propria merce ribassata tutto l'anno)? Come si fa a sostenere seriamente che si tratterebbe di un'opportunità in più, di una libera opzione rimessa alla volontà del singolo negoziante contro assurde imposizioni stataliste (senza contare, poi, che si tratterebbe di una materia di competenza esclusiva delle regioni), laddove è evidente che a quest'ultimo resterebbe ben poca scelta, che vedrà peggiorata notevolmente la sua qualità di vita per non rischiare di risultarne letteralmente spazzato via? Ma la battaglia in nome dei presunti diritti e della libera soddisfazione dei bisogni del cittadino-consumatore non si cura delle wasted lives che essa finisce per creare, né dell'inevitabile effetto di immiserimento culturale e desertificazione dei quartieri e delle piazze, con l'ulteriore corollario dello sfibramento del tessuto dei legami sociali e delle stesse relazioni interpersonali. Ancora la grande distribuzione trarrebbe, più di chiunque altro, un indubbio vantaggio dalla liberalizzazione di un numero sempre maggiore di farmaci (aprendo eventualmente parafarmacie ed assumendo farmacisti all'interno dei propri supermercati e centri commerciali) o da quella delle edicole, con la possibilità di vendere i giornali, ovviamente quelli pubblicati dai grandi gruppi editoriali - non puri, cioè con interessi prevalenti in settori diversi dall'editoria - gli unici a resistere alle pressioni del mercato a seguito del taglio ai fondi per l'editoria. Chi, se non i grossi studi legali e professionali (le law firms, sul modello angloamericano), poi, sarebbe veramente in grado di praticare prezzi concorrenziali, ammortizzandoli con l'enorme quantità di cause patrocinate grazie ad un'organizzazione di tipo aziendale e facendo fuori i piccoli, spesso assai valenti e competenti, studi professionali unipersonali? Sicuramente, se non altro, non è pensabile che l'abolizione delle tariffe possa in alcun modo esser d'aiuto ad un giovane professionista alle prime armi, per il quale anzi esse costituiscono un'indispensabile garanzia, sulla quale poi praticare anche eventuali sconti (d'altra parte, non preventivabili, secondo l'assurda disposizione che imporrebbe al professionista di concordare in forma scritta con il cliente il preventivo dell'onorario di quella che è una prestazione intellettuale, non materiale). L'unico effetto sicuro sarebbe quello di creare una vera e propria giungla, in cui si insinuerebbero con facilità operazioni magari al limite della legalità, cosicché anche i fruitori di tali prestazioni si ritroverebbero meno sicuri e meno garantiti. Per non parlare della possibilità di istituire, per l'esercizio delle attività professionali, tutti i tipi di società regolamentate dal codice civile, quindi anche le società di capitali - che farebbero trionfalmente ingresso in un settore che allo stato è loro precluso - col chiaro intento di assimilare i servizi professionali (specialmente quelli giuridici) all'erogazione di attività imprenditoriali e con il risultato dell'accentramento ulteriore della ricchezza nelle mani di pochi, grandi, gruppi. Finendo così i professionisti per non essere più lavoratori autonomi, ma a tutti gli effetti dipendenti del socio di maggioranza, che magari è una banca o un'impresa che opera in diversi settori e i cui interessi potrebbero potenzialmente influire sulla stessa attività professionale ed eventualmente porsi in conflitto con un corretto esercizio di essa. Quanto alla famigerata categoria dei tassisti, la cui rappresentazione mediatica di questi giorni come lobby superpotente, in grado di mettere sotto scacco il potere politico con i suoi ricatti selvaggi, è - diciamocelo - quantomeno grottesca, va premesso che le particolari (ma, senza dubbio, discutibili) modalità di accesso alla professione, i limiti quantitativi al numero di operatori ammessi, la fissazione di tariffe e la regolamentazione amministrativa del servizio attraverso i turni e la programmazione territoriale è una diretta conseguenza dell'esigenza di garantire gli obblighi di servizio pubblico (continuità, universalità e copertura territoriale), rientrando il servizio-taxi nel sistema di trasporto pubblico locale (Tpl), nel rispetto della dignità di tali lavoratori. Attualmente, gli erogatori di tale servizio possono avere natura giuridica di impresa artigiana (anche in consorzio) o di cooperativa, ma non di società di capitali; è vietato inoltre il cumulo di più licenze in capo ad un medesimo soggetto. Cosè che non ci piace dei tassisti? Che dichiarano al fisco troppo poco evadendo le tasse? Che il costo del servizio sia troppo alto in molte città italiane? La prima questione (che andrebbe sostenuta tuttavia con ben più consistenti rilevazioni comparatistiche che non le mere testimonianze di esperienza comune) non si risolve certo liberalizzando il servizio, è evidente, ma magari, come propone Guido Viale sul manifesto del 18.01.2012, imponendo il rilascio di scontrini fiscali emessi direttamente da un tassametro che funzioni come un registratore di cassa. Quanto al secondo problema, si tratterebbe piuttosto di ridiscutere complessivamente il sistema del trasporto pubblico locale (ed, anche in questo caso, fuori dalla logica del profitto privato), senza pensare con improvvide invocazioni esterofile che la soluzione debba essere necessariamente peggiorativa delle condizioni lavorative di tale categoria di lavoratori. Peraltro oltre alla non eludibile questione relativa al costo sostenuto dai tassisti per ottenere la licenza ed alla svalutazione che subirebbe con il rilascio di altre non sarebbe male chiedersi cosa s'intende per apertura alla concorrenza dei tassisti, e su cosa tale competizione si strutturerebbe: un tassista prende la corsa perché sta in fila ed è il suo turno, non perché guidi meglio la macchina (magari più velocemente) o perché sia disposto a contrattare un prezzo inferiore. Ma, d'altra parte, è davvero questo che vorremmo? Il risultato di una liberalizzazione vera e propria rischierebbe di essere, anche qui, la vendita delle licenze (che finiranno per non valere più niente o per non rendere abbastanza) a qualche società, che eventualmente abbia già una grossa disponibilità di autoveicoli (mettiamo, la Herz o altre società di autonoleggio), la quale le comprerà in blocco e assumerà alle sue dipendenze, magari pagandoli a cottimo, tanti giovani zelanti costretti a correre come bestie, e realizzando grandi margini di profitto anche nel settore del trasporto pubblico locale. Forse si tratta di uno scenario apocalittico. Forse, invece, più semplicemente, si tratta di quanto avviene quotidianamente a New York, dove le licenze vengono affittate giorno per giorno a dei disperati (per lo più, extracomunitari messicani e portoricani) che hanno la fortuna di disporre di un'automobile e che cercheranno di far fruttare quel giorno di lavoro il più possibile (altro che impresa in un giorno cara al Capezzone dei bei tempi andati!). Secondo un recente sondaggio pubblicato dal New York Times, quello di tassista è il secondo mestiere meno desiderabile dai cittadini newyorkesi dopo quello di becchino. Per la categoria dei notai, poi, andrebbe fatto un discorso a parte - che non è possibile affrontare ora, se non marginalmente -, a cominciare dall'avversione che per il sistema di notariato latino (che è un'organizzazione professionale mista, con forti tratti di pubblico) nutre il mondo delle grandi imprese e dell'alta finanza, in particolare gli oligopoli di banche e compagnie di assicurazione, i quali mal sopportano i controlli di legalità ex ante delle operazioni economiche che la funzione del notariato garantisce, e che in qualche modo ne contiene la spregiudicatezza affaristica e pone limiti alla libera manifestazione dei loro animal spirits. Non si intende introdurre con ciò, a scopi persuasivi, la logica dei nemici dei miei nemici (per quanto una riflessione su questo, quantomeno ai fini di individuare e decostruire i dispositivi mediatici messi in campo, risulterebbe opportuna), ma di affermare con decisione che i notai - sia consentito, enfaticamente, l'uso del soggetto per la funzione - si oppongono alla dittatura dei mercati, sono anzi un importante baluardo contro la cultura della deregulation neoliberale, in quanto inverano l'idea che il diritto debba «disciplinare e regolamentare i comportamenti di mercato, selezionando quelli ammissibili e vietando quelli inammissibili sulla base di un criterio estrinseco rispetto alle esigenze del mercato stesso» (Mattei), che il diritto, insomma, non abbia il compito di essere market friendly, oliandone i meccanismi. Il notaio svolge una fondamentale funzione di certezza dei traffici giuridici - in particolare, oltre che in materia di successioni, nella circolazione dei beni immobili e nei passaggi più rilevanti dell'attività societaria - resi instabili da costruzioni giuridiche spesso elastiche e spregiudicate, nate non di rado, sulla base di esperienze straniere, ad uso e consumo esclusivo della grande impresa capitalistica, a tutela degli interessi dei grandi assetti proprietari e della circolazione libera di enormi capitali finanziari. Il ricorso al notaio è imposto quindi dalla legge per assicurare contratti e verbalizzazioni ineccepibili e, soprattutto, per far sì che l'autonomia privata non superi i limiti di legalità fissati dalle norme. La funzione sociale svolta dal notaio è dunque quella di tutela del contraente debole, trattandosi spesso di momenti essenziali della vita del cittadino, nei quali questo non può rischiare niente, anche perché probabilmente non potrà permettersi di sostenere, poi, lunghe, costose ed estenuanti azioni legali.Quindi la funzione è, altresì, quella di prevenire il contenzioso successivo, con enormi risparmi anche per la collettività. Le tariffe, in ragione dell'obbligatorietà dell'intervento del notaio, sono fissate dallo Stato: qui è opinione comune che risiederebbe il vero scandalo, la vera indecenza (declinata penalmente: estorsione, rapina, furto) di questi mandarini del diritto. Tuttavia l'onorario del notaio in un'operazione di compravendita, ad esempio - nella quale egli garantisce nei confronti dei clienti la libertà da ipoteche ed altri vincoli, a fronte di gravissime responsabilità dal punto di vista civile, penale e disciplinare in cui incorrerebbe in caso di errore - è pari mediamente alla metà della tariffa degli avvocati per l'assistenza in un analogo affare e a circa un sesto di quanto riscuote il mediatore mobiliare; e, soprattutto, si tratta di cifre lontanissime da quelle, letteralmente inventate dal nulla, tirate fuori spesso e volentieri nei salotti televisivi. Nei Paesi in cui i notai non esistono ovvero il loro intervento non è obbligatorio (sostanzialmente, in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove il controllo di legalità nei trasferimenti immobiliari è rimesso rispettivamente alle banche e alle compagnie di assicurazione), i casi di successiva evizione o di truffe ipotecarie sono assai più frequenti. I costi complessivi delle varie operazioni, fra avvocati contrattualisti, da cui non si può non farsi assistere, imprese assicuratrici e agenzie immobiliari, non sono affatto inferiori. Gli esosi avvocati contrattualisti (i solicitors), tuttavia - peraltro privi di alcuna posizione di terzietà e della funzione istituzionale di tutela del contraente debole -, non offrono (non sono tenuti ad offrire) alcuna garanzia sulla provenienza e sulla libertà da vincoli degli immobili compravenduti, né, di conseguenza, sono soggetti alle responsabilità cui sono soggetti i notai. La tutela, qui, è ex post: le assicurazioni, che tuttavia spesso sono assai restie a risarcire il danno, se non a seguito di lunghi contenziosi. Il numero programmato sul territorio, poi (il cd. numero chiuso), garantisce ovunque un servizio pubblico uniforme e di qualità, in ragione anche del vincolo che lega i notai alla sede di assegnazione. Si tratta di una garanzia per il cittadino (quello della sicurezza giuridica e anche della sicurezza tout court, nel senso della pace di spirito) dal valore enorme: il notaio raggiunge anche i contesti più marginali e periferici e, ad un costo più o meno analogo, il cittadino sa di essersi rivolto ad un professionista qualificato, che è giunto alla professione dopo studi estremamente rigorosi attraverso un percorso assai selettivo. Le liberalizzazioni, viceversa - in questo come negli altri settori -, creano inevitabilmente la prima, la seconda, la terza e la quarta classe, così come i treni di Montezemolo e, dietro di lui, Trenitalia, oltre alla potatura dei rami secchi improduttivi, che garantiscono pochi margini di profitto (o comportano costi eccessivi per l'erogazione del servizio). La battaglia a sostegno di significative riduzioni del monopolio professionale del notariato latino, condotta in nome dei principi neoliberisti e del mercato dei servizi giuridici, dunque, avvantaggerebbe, ancora una volta, i grossi oligopoli transnazionali responsabili della crisi ed interessati ad insinuarsi nei processi di liberalizzazione in atto. Un'ulteriore considerazione sia consentita sul mantra della mobilità sociale (che, per inciso, per quanto mi riguarda ha un valore socialmente neutro e può costituire tutt'al più un plafond, da non esasperare, per innestarvi serie politiche di redistribuzione delle ricchezze, di welfare universale e incondizionato, fondate sui beni comuni e sulla qualità della vita di tutte e tutti): secondo lo studio di studio di Patrizio Piraino, economista dellUniversità di Siena, Comparable Estimates of Intergenerational Income Mobility in Italy (pubblicato nel 2007 e scaricabile da http://www.bepress.com/bejeap/vol7/iss2/art1/?sending=10030), il livello di rigidità sociale dell'Italia è assolutamente in linea con quello dei Paesi anglosassoni, dove non esistono gli ordini professionali così come li conosciamo noi: oltre il 50% del vantaggio dei genitori passa ai figli. È alto. Scandalosamente alto. Ma non legittima la vulgata neoliberista sugli ordini e sulle liberalizzazioni (che peraltro agirebbero, nella migliore delle ipotesi che non si realizzerà sul lato dell'offerta, non toccando, anzi, provvedendo, come si è sostenuto, a falcidiare ulteriormente la domanda aggregata). Molto più mobile appare il sistema di paesi come la Svezia o il Canada, dove gli ordini esistono, ma esiste un settore pubblico forte, forme di sostegno al reddito e di welfare credibili. Come ha affermato Guido Viale (il manifesto del 18.01.2012), non si può restare fermi difendendo l'esistente né tornare indietro, ma il pacchetto liberalizzazioni di Monti non costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) allo stato di cose presente. Concorrenza vuol dire che c'è per forza qualcuno che vince e qualcuno che perde, che resta indietro, che non sale sul treno. Peraltro, la visione competitiva dell'esistenza, che misura la vita coi parametri quantitativi della produttività e dell'efficienza, fattasi retorica dominante, oltre a creare vite di scarto, non lascia alternativa, in chi non risulta sufficientemente produttivo, che quella di autocolpevolizzarsi per gli insuccessi. Quello delle liberalizzazioni, quello della mobilità sociale in salsa mercatista, è un falso problema, di fronte al quale il ruolo di una forza di alternativa a sinistra dovrebbe essere quello di rovesciare il tavolo per riaprire la partita, abbandonando quel presunto atteggiamento pragmatico e di puro buon senso che tradisce lo smarrimento drammatico di una visione d'insieme della società e l'appiattimento sulla narrazione dominante. Smetterla di guardare il dito e cominciare almeno ad immaginare la luna della società che si vuole costruire, con un approccio complessivo dei rapporti di produzione e dei modelli di sviluppo, non isolato e che prenda in considerazione, globalmente, gli strumenti reali e praticabili di trasformazione dell'esistente; facendo della crisi causata da un sistema di produzione e sviluppo la crisi di quel sistema. Una dimensione nella quale potremo poi discutere anche di come organizzare, eventualmente in modo diverso, la funzione notarile o il sistema del trasporto pubblico locale, ma al riparo da pericolosi cedimenti ideologici o della tentazione di incamminarci in pericolose avventure liberiste dalle quali sarà poi difficilissimo tornare indietro, per invertire la rotta. Click here to view the articolo
  5. Comunicato Stampa. Roma, 10 settembre 2012 - Sulla base delle dichiarazioni rilasciate ieri dal segretario nazionale del Pd on. Pierluigi Bersani, il Consiglio Nazionale del Notariato ricorda che il contratto di mutuo ipotecario, nel quale è obbligatorio l'intervento del notaio, costituisce un'operazione con precise e indiscusse finalità di garanzia ed è da sempre strumento di informazione e tutela per il sistema giuridico e per i cittadini, nonché di utile collaborazione con il sistema bancario nel settore nevralgico del credito. L'accertamento notarile della titolarità e disponibilità dei beni concessi in garanzia, la corretta applicazione delle norme e dei meccanismi che regolano il sistema ipotecario e l'accesso ai pubblici registri immobiliari si dimostra ogni giorno estremamente utile nell'intento di prevenire truffe e raggiri. L'esperienza negativa anglo-americana in materia, con le criticità che hanno pesato tremendamente sul bilancio pubblico e sociale,dimostrano che i cittadini di quei Paesi accetterebbero ben volentieri di pagare, in misura moderata come avviene in Italia, un pubblico ufficiale in grado contemporaneamente con la sua opera di informare il cliente, tutelare l'ordine pubblico del Paese e collaborare con le banche per superare i vari problemi tecnico - giuridici molto spesso presenti nelle pratiche. Quando il finanziamento, invece, non è assistito da ipoteca come in alcuni casi per i "grandi finanziamenti", l'atto notarile non è necessario. La discriminante non è, quindi, la natura del soggetto finanziato, famiglia o impresa, ma il tipo di garanzia che viene richiesta e l'eventuale previsione di diritti di terzi da tutelare. Click here to view the articolo
  6. Cesare Licini Notaio in Pesaro (12.09.2012). Ricominciamo! Su AgenParl, Lirosi (PD) (NOTAI NON SEMPRE SONO NECESSARI), dopo che Bersani ha chiesto che i mutui si facciano senza notaio, ci informa (lui queste cose le sa) che “Ci saranno pure state le truffe ma in termini fisiologici, come in qualunque campo, e non certo perché i notai mettono meno firme a vantaggio del portafoglio dei cittadini.” Fastidiose, apodittiche falsità, dette con la scioltezza irresponsabile di chi le vuole far credere vere. Lasciamo perdere il ruolo del notaio contro le asimmetrie informative delle parti deboli, pur ricordando che la conoscenza è valore esistenziale che garantisce la libertà. Non c’è libertà se le informazioni non sono imparziali e di qualità. Un cittadino senza informazione è un cittadino senza opinione. E’ vero, i costi sono un ostacolo alle transazioni. Ogni relazione contrattuale costa tempo e denaro vero (costi transattivi) ma per relazioni contrattuali durature sono inevitabili. I servizi notarili consumano tempo e risorse. Ma il loro costo è minore della spesa che, a posteriori, si deve affrontare per ricostruire la certezza del diritto. A meno che si voglia introdurre la regola sociale che tutti truffano tutti. I danni sono fisiologici e tollerabili per il sistema economico, allora? Bene. Fuori i dati, se li avete. Perchè i dati ci sono, e vengono, purtroppo per le persone vere che li hanno sofferti, da quel laboratorio della realtà che sono gli USA. Il premio Nobel Shiller, di Yale, ha scritto nel suo “The Sub-prime solution” che la presenza di un sistema notarile avrebbe potuto contenere in modo sostanziale i danni. E’ dimostrato. In US il notaio non esiste (please, non facciamo finta di non sapere che quello che si chiama notary public ne ha solo il nome, ma non è nulla e certo non è un giurista). Gli Stati Uniti sono piagati dallo scandalo delle esecuzioni immobiliari: 23 stati USA hanno dovuto sospendere le procedure per l'incertezza sulla proprietà, e per l'infinità di frodi anche da parte delle banche che firmavano per conto dei clienti con il pantografo. Danni fisiologici, o danni sistemici? Il mantenimento della forma autentica è cruciale anche ai fini della certezza dell’identità delle parti e della filiera rappresentativa nelle persone giuridiche. Torniamo nel nostro laboratorio USA. Le esperienze di identity frauds e identity thefts sono un vero boom delle truffe. Il rapporto Fbi (Mortgage fraud report 2009) parla di una crescita del 71% dal 2008 al 2009 delle indagini pendenti sulle frodi, e di una erogazione di prestiti fraudolenti pari a 14 miliardi di dollari. Inutile dire che i danni sono subiti dalle persone comuni, non dalle banche. Danni fisiologici, o danni sistemici? E’ la dimostrazione che un sistema di auto-certificazione falsifica documenti. Un furto di identità è un potente “mantello di anonimato” per criminali e terroristi. Lo dico io? No. Lo dice un rapporto della Federal Trade Commission che nel 2006 ha stimato che 8,3 milioni gli utenti americani (3,7 per cento della popolazione adulta), sono stati vittime di furto di identità nel 2005. La stessa indagine della FTC ha stabilito che le vittime hanno speso oltre 200 milioni di ore nel 2005 per tentare di recuperare dal furto di identità. Dati in aumento. Danni fisiologici, o danni sistemici? L’assenza del controllo pubblico notarile aprirebbe anche una voragine nel sistema antiriciclaggio, perché oltre al privato, la pubblica amministrazione è esentata dagli obblighi di identificazione e registrazione antiriciclaggio, senza i quali però, l’azione di prevenzione e tracciamento è vana. Per fortuna il sistema oggi è ancora sorretto dall’immissione di dati di qualità, controllati da quella “pubblica infrastruttura guardiana” che è il notaio nell’esercizio dei suoi stringenti e proattivi obblighi di due diligence. Senza, mancherebbero tutte quelle funzioni che sono il cuore della difesa all’accesso al circuito della legalità. Non ci credete? Andatevi a leggere “The Puppet Masters” (I Burattinai), pp. 288, ottobre 2011, cruciale rapporto della Banca Mondiale con UN Office on Drugs and Crime (UNODC), e StAR (Stolen Asset Recovery Initiative) (www.worldbank.org/star). Vogliamo parlare anche di costi? Acquisto di appartamento per $ 500.000 a NY con mutuo di $ 400.000, (per fortuna non c’è il notaio), ma, quindi: Avvocato della banca $ 500, Avvocato del promotore dell’iniziativa imm.re, $ 1.500; Avvocato del venditore $ 1.700 > $ 3.000 o più, Avvocato del compratore $ 1.700 > $ 3.000 o più; Title insurance (assicurazione sul titolo di proprietà): 0,50% del prezzo, $2,600 per acquisti da $500,000 con mutuo di $400,000 + costo addizionale per premio di $150-$200 per il responsabile della compagnia che rilascia la t.i.; Title search (verifica della piena e libera proprietà): $ 450 > $ 600. Toh?! Senza notaio si paga molto di più: totali $ 14.000 > $ 19.400. Basta? Ricordo che il Paese più deregolato del continente, l’’Irlanda, è stato il primo a crollare, mentre il più regolato, anche per ciò che concerne i notai, la Germania, è la locomotiva d’Europa. Un caso? E infine, una volta per tutte. Non si dica più che i notai in Europa esistono solo in Italia. I notai sono come noi in 21 Paesi membri, l’anomalia sono gli altri. Click here to view the articolo