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fabiojack

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  1. Nuovo Bando

    scritti 9-13 aprile
  2. DDL per abolizione Tre consegne

    9-13 aprile scritti
  3. Correzioni scritti novembre 2016

    no, no, concorso molto precedente
  4. Correzioni scritti novembre 2016

    non lo so! probabilmente estraggono a sorte, come correggono a c....o
  5. Correzioni scritti novembre 2016

    "mucchetta" (e non muccotta), mia carissima amica, si è presentata agli orali al nono mese di gravidanza, invece di mandare - come avrebbero fatto in molti - il certificato medico e chiedere rinvio. E' stata "massacrata" dalla commissione (nel vero senso della parola) e "sacrificata" sull'altare per una "capra" (erano passati in più rispetto ai posti); non fa il magistrato; ha preferito abbandonare quello da lei definito "schifo" e fa tutt'altro con grosse soddisfazioni e gratificazioni e con una figlia - che era all'ergife - per cui è valsa la pena essere bocciata da una massa di......
  6. socio unico e continuazione come ditta individuale

    Per l’Agenzia delle entrate la cd. trasformazione di società di persone in impresa individuale sconta l’imposta fissa di registro Con la risoluzione n. 47/E del 3 aprile 2006 (All. 1) l’Agenzia delle entrate riconosce l’applicabilità dell’imposta fissa di registro alla fattispecie della cd. trasformazione della società in impresa individuale, in quanto essa comporta l’assegnazione dell’azienda al socio superstite. La questione interpretativa: cenni. La questione interpretativa che l’Agenzia affronta è da tempo oggetto in dottrina ed in giurisprudenza di un dibattito relativo alla possibilità di configurare una trasformazione in senso tecnico-giuridico in presenza di fattispecie caratterizzate da un “passaggio” da società ad impresa individuale, in funzione della realizzazione di una continuazione, quantomeno economica, dell’impresa stessa. Si pensi ad esempio alla prassi di redazione di atti (notarili) con cui il socio superstite dichiara, decorsi i sei mesi (o anche prima del compimento di tale termine), di voler proseguire l’attività sotto forma di impresa individuale anziché liquidare la società, sulla cui base si chiede la cancellazione della società e l’iscrizione nel registro delle imprese della stessa come impresa individuale, oppure agli atti relativi, contestualmente, al recesso di uno dei due soci e alla dichiarazione dell’altro di non voler ricostituire la pluralità dei soci, intendendo invece continuare l’attività come impresa individuale (in ordine alla considerazione che «una corretta impostazione - soprattutto per quanto attiene alla responsabilità verso i creditori - del passaggio dalla forma societaria all’impresa esercitata individualmente non può prescindere dalla formalizzazione di un atto, cosicché la continuazione in via di mero fatto, pur conosciuta dalla prassi, appare evenienza anomala, … densa di implicazioni civilistiche sotto il profilo delle responsabilità» v. Basilavecchia, Applicazione dell’imposta di registro in caso di “trasformazione” di società di persone in ditta individuale, studio n. 3/2005/T, in Studi e materiali, 2005, 1427). Buona parte della dottrina e della giurisprudenza (intervenute nel dibattito prima della riforma del diritto societario), escludendo - sotto il profilo civilistico - la possibilità di ravvisare nell’operazione economica una continuazione dell’impresa in senso giuridico, e quindi una vera e propria trasformazione ex artt. 2498 ss. c.c., ha qualificato in vario modo la fattispecie, facendo ricorso prevalentemente allo schema della cessione di azienda o alla ricostruzione in termini di liquidazione della società con assegnazione dei beni ai soci (per un’approfondita analisi delle soluzioni interpretative ricorrenti, e del conseguente trattamento fiscale, v. Tassani, La “trasformazione” di società in impresa individuale tra riforma societaria e regimi fiscali, in Rass. trib., 2005, 1933). La risoluzione dell’Agenzia delle entrate. L’interpello a cui risponde l’Agenzia era stato rivolto da una società in accomandita semplice di due soci, che aveva chiesto di conoscere il trattamento fiscale, ai fini delle imposte indirette, per i «beni aziendali che ‘passano' da beni societari a beni aziendali nella ditta individuale nel proseguimento dell'attività», tenuto conto che il socio accomandatario, a seguito del recesso dell’altro socio (accomandante) «non avendo intenzione di accettare l'ingresso di altri soci, provvederà allo scioglimento della società alla scadenza del termine semestrale previsto dall'articolo 2272, n. 4), del codice civile», volendo continuare la medesima attività in forma di ditta individuale. L’Agenzia, premessa l’insufficiente indicazione nel quesito delle modalità di attuazione del "passaggio" dei beni dalla società al socio, «al fine di chiarire, nell'ambito delle società di persone, il corretto trattamento tributario degli atti inerenti al caso di mancata ricostituzione della pluralità di soci e conseguente scioglimento della società, (...) ritiene di fornire all'istante chiarimenti sulle modalità di applicazione dell' imposta di registro ai seguenti atti: 1) liquidazione della quota sociale a seguito di recesso di uno dei due soci; 2) cessione di quota da parte di uno dei due soci in favore dell'altro; 3) continuazione dell'attività imprenditoriale in forma individuale, da parte del socio superstite, in caso di scioglimento della società per mancata ricostituzione della pluralità dei soci nel termine di sei mesi». Con riferimento all’ipotesi sub. 1 (liquidazione della quota sociale a seguito di recesso di uno dei due soci), da ricondurre alla disciplina dell’art. 2289 c.c., l’Amministrazione finanziaria conclude per l’applicazione dell’imposta di registro in misura fissa, per il combinato disposto delle lettere d) n. 2 e a) n. 5 dell’art. 4 tariffa parte prima d.p.r. n. 131/1986. Nel caso in cui la società ed il socio convengano che la liquidazione della quota avvenga mediante attribuzione al socio uscente di beni diversi dal denaro «l'assegnazione, se rientra nella sfera di applicazione dell'I.V.A., e pertanto è soggetta all'I.V.A., secondo il principio dell'alternatività, sconta l'imposta di registro in misura fissa (articolo 4, lett. d), n. 1), della Tariffa, Parte prima, del T.U. n. 131 del 1986); negli altri casi, è soggetta ad imposta di registro, nella misura stabilita dall'articolo 4, lett. a), della citata Tariffa, Parte prima, in forza del rinvio operato dalla lett. d), n. 2) del medesimo articolo. È opportuno precisare che, per il combinato disposto delle norme sopra citate, l'assegnazione di azienda o ramo di azienda non rientra nel campo di applicazione dell'I.V.A. (articolo 2, comma 3, lett. b), del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633; ris. 25 luglio 1977, n. 361921) ed è, quindi, soggetta ad imposta di registro in misura fissa (articolo 4, lett. d), n. 2 e lett. a), n. 3) della Tariffa, Parte prima), anche nel caso in cui dell'azienda facciano parte beni immobili (ris. 3 luglio 2001, n. 99). Al riguardo, si rammenta che, in tale ultima ipotesi, sono dovute le imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionale sul valore degli immobili ricompresi nell'azienda oggetto di assegnazione (articoli 2, comma 2, e 10 del d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 347; cir. 30 maggio 2005, n. 25)». Con riferimento all’ipotesi sub.2 (cessione di quota da parte di uno dei due soci all’altro), l’Agenzia – nel ricordare l’applicabilità della tassa sui contratti di borsa – evidenzia in particolare come detta cessione «benché comporti la concentrazione del patrimonio sociale in capo al socio superstite, non integra una cessione di azienda. La titolarità dei beni aziendali, infatti, permane in capo alla società, anche dopo la cessione di quota (vedi Ris. 5 giugno 1989, n. 310356 e la costante giurisprudenza: Cass. 14 aprile 2003, n. 5862, Comm. Trib. Reg. Lombardia 22 febbraio 1999, n. 26, Comm. Trib. Centrale 30 giugno 1998, n. 3639)». Con riferimento all’ipotesi sub. 3 (continuazione dell'attività imprenditoriale in forma individuale, da parte del socio superstite, in caso di scioglimento della società per mancata ricostituzione della pluralità dei soci nel termine di sei mesi), l’Agenzia analizza la cennata questione della cd. trasformazione della società in impresa individuale, precisando che «l'espressione ‘continuazione dell'attività imprenditorialè indica l'ipotesi nella quale il socio superstite intenda continuare a svolgere la medesima attività della società in liquidazione, avvalendosi dell'azienda sociale assegnatagli». L’Agenzia esclude che si tratti di trasformazione in senso proprio ex artt. 2498 ss. c.c. (pur definendo la stessa fattispecie in termini di “trasformazione in senso generico”), ritenendo che «la cd. ‘continuazione dell'impresa in forma individualè sia sempre preceduta dallo scioglimento della società e dalla liquidazione della medesima. Infatti, a seguito dello scioglimento di una società con un solo socio (che può verificarsi, oltre che con il decorso di sei mesi dal venir meno della pluralità dei soci, anche anticipatamente, per volontà espressa del socio superstite), deve essere effettuata la liquidazione, a conclusione della quale, il patrimonio sociale residuo è assegnato al socio superstite (articolo 2311 c.c.) e si determina l'estinzione della società (articolo 2312 c.c.)». La fattispecie che l’Agenzia classifica come “continuazione della società in impresa individuale” si fonda, quindi, sui presupposti dello scioglimento e liquidazione della società. L’Amministrazione finanziaria sembra dunque aver risolto in tal senso la questione della compatibilità (o meno) tra fase di liquidazione e continuazione economica dell’impresa (sul punto, in relazione alla possibilità di inquadrare le ipotesi di passaggio da società in impresa individuale nello schema della liquidazione del soggetto societario con assegnazione di beni ai soci, cfr. Tassani, op. cit.. Sull’irrilevanza della liquidazione cfr. Boero, Sulla "trasformazione" di società di persone in impresa individuale, nota a Giudice Registro Impresa Torino, decreto del 22 ottobre 1993, inGiur. comm., 1994, II, 262 ss). Da tale classificazione deriva, secondo l’Agenzia, che l’assegnazione del patrimonio sociale residuo, quale parte finale della fase di liquidazione, rientri tra gli atti propri della società e pertanto sia soggetta all’imposta di registro di cui all’art. 4 lett. d) cit., quale assegnazione dell’intero complesso aziendale facente capo alla società in liquidazione. «Del resto, la natura aziendale dei beni assegnati, è desumibile dall'intento del socio superstite di destinare quanto assegnatogli all'esercizio dell'impresa in forma individuale (Cass. 22 maggio 1996, n 11149; Cass. 1 dicembre 2005, n. 26196; ris. 30 giugno 1990, n. 550245)». Pertanto secondo l’Amministrazione finanziaria si applica l’imposta di registro in misura fissa e, se sono compresi beni immobili aziendali, le imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionale. Considerazioni conclusive: possibilità di una diversa soluzione interpretativa. La soluzione adottata con riferimento alle imposte ipotecaria e catastale non è pienamente condivisibile. Appare infatti possibile concludere diversamente laddove si consideri che da un esame complessivo «delle varie ipotesi contenute nell’art. 4 della tariffa, si coglie l’evidente intenzione del legislatore di sottoporre a tassazione proporzionale gli apporti, con i quali singoli determinati beni vengono conferiti all’ente societario, dispensandone invece quei trasferimenti, di aziende o di complessi aziendali relativi ad un ramo d’impresa, nei quali la “mobilità” dell’unità produttiva avviene nell’ambito di una costituzione o di una riorganizzazione dell’apparato societario (…). Sembra, insomma, che, anche a considerare il carattere traslativo dell’atto che formalizza la continuazione individuale di un’ impresa già operante in forma di società personale, se ne possa fondatamente ipotizzare, attraverso un’interpretazione estensiva dell’art. 4 della tariffa, un trattamento fiscale differenziato rispetto ad atti di trasferimento puro e semplice del complesso aziendale. (…) è da ritenere che, in ogni caso, un esame complessivo delle varie fattispecie considerate dall’art. 4 della tariffa permetta una qualificazione dell’atto stesso come una sorta di conferimento rovesciato, dalla società “morente” alla costituenda impresa individuale». Questa impostazione - la quale presuppone, quindi, pur in presenza di un atto traslativo, «l’assimilazione (…, come detto in precedenza, ampiamente giustificata ad una lettura estensiva delle previsioni tariffarie e in una visione non formalistica dell’operazione) al conferimento di azienda» - consentirebbe di argomentare l’assoggettamento all’imposizione in misura fissa non solo rispetto al tributo di registro, ma anche rispetto alle imposte ipotecaria e catastale, diversamente dalla qualificazione della fattispecie come assegnazione dell’azienda al socio (Basilavecchia, studio n. 3/2005/T cit.). L’applicazione delle suddette imposte in misura fissa potrebbe giustificarsi anche qualificando l’operazione in termini di trasformazione in senso proprio, escludendo quindi in radice una vicenda circolatoria dell’azienda. A ben vedere, la nuova disciplina della trasformazione introdotta a seguito della riforma del diritto societario offre ulteriori argomenti per «verificare, alla luce del nuovo dato normativo, la possibilità di ricomporre in una logica di continuità anche giuridica quei caratteri di tipo fattuale-economico che l’operazione presenta» (Tassani, op. cit. Sul tema cfr. altresì le considerazioni svolte nello studio n. 3/2005/T, est. Basilavecchia, cit.). Annarita Lomonaco
  7. socio unico e continuazione come ditta individuale

    Studio_Notariato_545-14_trasf_società_unipersonale_in_impresa_individuale.pdf
  8. socio unico e continuazione come ditta individuale

    pier, lo so, c'è parecchio materiale, ma in genere si fa (ci sono anche circolari e risoluzioni AE); al massimo fallirà imprenditore individuale ed anche la società; più dei creditori della società mi preoccuperei dei creditori personali del socio. Alla luce delle SS.UU . sulla cancellazione delle società a maggior ragione nella pratica si fa. E' il solito discorso: tra teoria e pratica!
  9. socio unico e continuazione come ditta individuale

    per le società di persone è ormai consolidato che si può evitare la liquidazione
  10. socio unico e continuazione come ditta individuale

    appunto, l'hai detto: si fa senze problemi! Continua in forma di impresa individuale "accollandosi" anche eventuali passività ed obbligandodi ad estinguerle alle convenute scadenze all'AE non la considerano neanche assegnazione di azienda che andrebbe al 3% e tassano con impota fissa pierrrrrrr, ancora non hai capito differenza tra teoria e pratica????
  11. UFFICIO STUDI Quesito n. 74-2013/I COMPATIBILITÀ DELLA POSIZIONE DI SOCIO ACCOMANDANTE DI S.A.S. CON QUELLA DI SOCIO D’OPERA Si chiede se un socio accomandante di S.a.s. possa rivestire altresì la qualifica di socio d’opera nella stessa società, conferendo la propria opera da intendersi come aggiuntiva o sostitutiva al suo conferimento di capitale. *** Sulla possibilità che la partecipazione dell’accomandante nella S.a.s. si connoti esclusivamente per l’apporto d’opera, senza, cioè, che vi sia conferimento di capitali, la dottrina è divisa da tempo. *** La prevalente dottrina deduce dal carattere capitalistico della partecipazione sociale dell'accomandante l'assunto secondo cui questi non può assumere la veste di socio d'opera (Galgano, Le società in genere. Le società di persone, in Tratt. Cicu - Messineo, Milano, 1982, 453; Simonetto, Responsabilità e garanzia nel diritto delle società, Padova, 1959, 38 ss.; Montalenti, Il socio accomandante, Milano 1985, 247 ss.; Ferrara-Corsi Gli imprenditori e le società, Milano, 2001, 249). Secondo tale ricostruzione, la previsione di un conferimento d'opera da parte dell'accomandante non può essere vista che come un'ipotesi del tutto anomala, assolutamente eccezionale rispetto al secolare svolgimento della società in accomandita, che ha sempre costituito l'istituto tipico per l'associazione del capitale al lavoro, rappresentato il primo dall'accomandante e dall'accomandatario il secondo. Ammettere che il conferimento del socio accomandante si possa limitare ad un apporto d'industria si pone in contrasto con il dato normativo – che assurge ad elemento tipologico della S.a.s. – rappresentato dall’art. 2313, c.c., e dalla limitazione della responsabilità limitata “alla quota conferita”. Inoltre, la conferibilità dell'opera da parte dei soci senza responsabilità personale (gli accomandanti) sottrae i soci medesimi ad ogni responsabilità in caso di cessazione dell'attività sociale (Montalenti, op. cit., Simonetto, op. cit.). Se è vero che il socio d'opera, in caso di scioglimento della società o del vincolo particolare, perde la possibilità di lavorare in sociale, è anche vero che nessuna traslazione patrimoniale anche mediata del «bene» che egli ha «conferito» può concepirsi in direzione dei creditori sociali, se il socio è a responsabilità limitata. Per la dottrina dominante, quindi, la responsabilità per le obbligazioni sociali del socio d'industria è logicamente concepibile soltanto nell'ipotesi in cui egli assuma la posizione di socio illimitatamente responsabile, perché nell'ipotesi di responsabilità limitata alla quota conferita l'oggetto del conferimento deve essere un bene economicamente valutabile e imputabile a capitale quale contrappeso dell'assenza di responsabilità personale, con preciso parallelismo rispetto alla analoga problematica sorta in materia di società di capitali (Montalenti, op. cit.). Inoltre, ammettere che l'accomandante possa effettuare conferimenti non di capitale risulterebbe essere inconciliabile con la possibilità di trasferire la quota (se non altro per causa di morte) (Galgano, op. cit.) *** In senso contrario, altra parte della dottrina ritiene destituita di fondamento l'affermazione che “l'accomandante sia indispensabilmente obbligato a porre nel negozio effettivamente la sua rata di capitali o in denaro contante, o in altra roba" o, per dirla con linguaggio più moderno, che l'accomandante non possa conferire che beni. Secondo tale ricostruzione, nell'ipotesi di apporto d'industria, la responsabilità limitata alla quota conferita conserva significato logico-giuridico - e ciò a prescindere dalla convinzione che quella responsabilità non sia affatto connotato tipologicamente essenziale, riposando l'identificazione della società non nell'art. 2313 bensì nell'art. 2318 c.c.: nella riserva d'amministrazione a favore dell'accomandatario e non nella responsabilità limitata dell'accomandante (Montagnani, Responsabilità limitata e assunzione di responsabilità personale nel diritto delle società, Padova, 1988, 81 ss.; Di Sabato, Manuale delle società, Torino, 1992, 198 s.; Bussoletti, Società in accomandita semplice, in Enc. dir., vol. XLII, Milano, 1990, 976 e s. e, più recentemente, Spolidoro, Sul capitale delle società di persone, in Riv. soc., 2001, 790 ss.). Si nega, quindi, che ammettendo la conferibilità dell'opera da parte dei soci senza responsabilità personale, questi sarebbero sottratti ad ogni responsabilità in caso di cessazione dell'attività sociale: il socio d'industria sarebbe tenuto, nei confronti della società e quindi dei creditori che agiscano utendo juribus della stessa, fino a concorrenza del valore attribuibile alla prestazione promessa e non ancora eseguita, che non cessa di essere "economicamente valutabile e imputabile a capitale" per il fatto di consistere in un servizio, posto che il capitale sociale, comunque inteso, non è mai insieme di beni reali, ma sempre somma di valori, assegnati peraltro non ai beni, ma alle utilità di cui essi sono capaci (Montagnani, op. cit.). Si è peraltro sottolineato come anche nei conferimenti non di capitale sussista comunque un rischio di non veder retribuito con gli utili l'apporto effettuato, e che la tesi opposta sembra presupporre che anche il conferimento di servizi non esprima un capitale e non dia diritto a una quota di liquidazione, conclusione che non è affatto scontata (Bussoletti, op. cit.). Anche il rilievo della infungibilità della prestazione, che sarebbe d’ostacolo alla sua circolazione, viene confutato rilevandosi “che ove per effetto della morte del socio venga meno la possibilità di continuare a fruire del suo apporto potrà applicarsi non già l'art. 2322 cpv. c.c. sibbene, pur non potendosi parlare di esclusione, il principio della liquidazione della quota del socio desumibile dall'art. 2286 comma 2 c.c.” (Bussoletti, op. cit.) *** La questione, che pare difficilmente risolvibile nel caso in cui la prestazione d’opera sia totalmente assorbente il conferimento dell’accomandante, stante la richiamata diversità di posizioni in dottrina, viene certamente ridimensionata laddove questa sia aggiuntiva rispetto ad un conferimento di altra natura, dovendosi escludere, anche ove si segua la tesi prevalente, l’assenza di qualsivoglia responsabilità patrimoniale in capo all’accomandante. Antonio Ruotolo e Daniela Boggiali
  12. Gestione d'azienda provvisoria

    in bocca al lupo, pintu! e chissà che non me ne sbatta......capisci a me....
  13. Gestione d'azienda provvisoria

    ah vero! Passò pure chi trasformò l'AZIENDA in SRL
  14. Gestione d'azienda provvisoria

    diciamo il concorso che ha rovinato la mia vita; la mia passò
  15. Gestione d'azienda provvisoria

    perchè concedere in affitto/comodato se anche Caio è erede e membro della comunione?
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