Andrea De Costa

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  1. per me la forma abbreviata è sempre ammissibile, purchè rispetti i requisiti della ragione sociale completa. Quindi nella sas la forma abbreviata deve contenere il nome di almeno uno dei soci accomandatari e l'indicazione di società in accomandita semplice.
  2. Nella mia esperienza, si. L'esempio più ovvio (che tutti conosciamo) è l'aumento gratuito in presenza di POC con la tecnica dell'accantonamento (che tecnicamente è un aumento gratuito condizionato). Poi mi vengono in mente: la società che vuole deliberare un aumento gratuito previsto da una proposta di concordato o da un 182 bis, condizionato all'omologa; la controllante/incorporante che, pur in assenza di rapporto di cambio, vuole deliberare un aumento gratuito utilizzando le riserve presenti nel bilancio della controllata/incorporata condizionato alla fusione; la società che vuole deliberare un aumento gratuito per i dipendenti 2349 cc da attuare però un anno dopo per chi sarà ancora dipendente (tecnica del "vesting period", molto diffusa soprattutto nelle società quotate e di cui ci sono precedenti). In questi casi io non vedrei ostacoli all'omologa. L'iscrizione non mi pare un problema: esiste una massima elaborata dall'Osservatorio sulla riforma del diritto societario (quello costituito dai Conservatori dei registri delle imprese della Lombardia e dai notai designati dal Comitato Regionale Notarile Lombardo) sulle delibere condizionate che può trovare applicazione.
  3. Tema interessante, scarsamente considerato dagli interpreti. A mio avviso, non si vede ragione per comprimere la facoltà dell’assemblea di apporre termini e condizioni alla delibera, con la conseguenza che l’aumento stesso andrà a beneficio dei soci esistenti al momento della sua efficacia (c'è un cenno in Trimarchi, L’aumento del capitale sociale, Milano, 2007, p. 192), purchè siano termini o condizioni che rispondono ad un meritevole interesse sociale. Occhio però perchè non deve trattarsi di un modo per rendere più gravoso l'esercizio dei diritti sociali: ad esempio, appaiono difficilmente legittime delibere di aumento gratuito (i) condizionate alla preventiva esecuzione di un aumento in opzione, in quanto con ciò si aggrava il legittimo diritto del socio di non esercitare l’opzione ovvero (ii) con termine iniziale dalla scadenza del termine per l’esercizio del diritto di recesso (magari derivante da altra contestuale delibera assunta), in quanto con ciò si aggrava l’esercizio del diritto di recesso. Tenete conto che c'è ampia dottrina sull’illegittimità di un aumento a pagamento in opzione seguito da un aumento gratuito da eseguirsi ad esito del primo (ovvero di un aumento “misto” con le stesse caratteristiche), anche se per le Srl De Marchi, Santus, Stucchi nel Commentario Marchetti hanno sostenuto perfino la legittimità di un aumento a pagamento in opzione seguito da uno gratuito “se gli effetti della parte gratuita si produrranno a favore di tutti coloro che saranno soci, e nella misura in cui lo saranno, alla scadenza del termine stabilito per l’esecuzione della parte a pagamento”.
  4. Scusate ma IMHO la tesi per cui la riserva legale si può alimentare solo con utili non è assolutamente convincente. Anzi, è pacifico (sin da Colombo nel Trattato Colombo Portale) che "alla formazione della riserva legale l'assemblea può destinare anche parti del patrimonio netto diverse dagli utili". Ed è una delibera molto frequente nella prassi. Detto questo, può farlo solo l'assemblea (senza facoltà di delega), trattandosi di un "di cui" dell'approvazione del bilancio.
  5. Nel vostro esempio (in cui ci sono tutti i soci diversi dalla società stessa), la soluzione è ovviamente semplicissima. Però vi ricordo che il tema della computabilità delle azioni proprie non è per niente scontata - e non è affatto detto che le azioni proprie si computano sempre al denominatore (sia nei quorum costitutivi che deliberativi) e al numeratore si computano solo quanto al quorum costitutivo. C'è un lungo articolo di Notari del 2015 su RDS interamente dedicato al tema, dove lui spiega bene che "da un punto di vista logico-matematico, computare le azioni proprie nella base di calcolo costituita dal “capitale rappresentato” significa aggiungere il numero delle azioni proprie al numero delle azioni intervenute, per poi calcolare su tale somma il quorum richiesto dalla legge o dallo statuto per assumere la deliberazione. Ad esempio: azioni totali 1.000, azioni proprie 200, azioni intervenute 501. La “base di calcolo” per i quorum deliberativi sarebbe 701 (501 azioni intervenute + 200 azioni proprie). Il quorum deliberativo dell’assemblea ordinaria sarebbe pari a 351 voti favorevoli (ossia la metà più uno di 701) e quello dell’assemblea straordinaria (in seconda convocazione) sarebbe pari a 468 voti favorevoli (ossia almeno due terzi di 701). La computabilità o non computabilità delle azioni proprie di società chiuse nel “capitale rappresentato”, ai fini del calcolo del quorum deliberativo delle assemblee ordinarie e straordinarie costituisce dunque l’interrogativo più rilevante, oltre che più controverso, nell’ambito del tema in esame".
  6. La verifica ex art 2343-quater comma 3 di regola avviene in un momento successivo, nel termine di 30 giorni concesso agli amministratori e in quel momento si deposita l'attestazione ex art 2444 e la "dichiarazione di conferma" di cui all'art. 2343-quater, comma 3. Ovviamente, la verifica può anche avvenire seduta stante. Quello che la Massima 106 vuole dire, imho, è che se il notaio (come avviene molto spesso negli aumenti di capitale sottoscritti in assemblea) intende allegare all'atto lo statuto aggiornato e dunque depositare contestualmente anche l'attestazione ex art 2444, può farlo solo se allega (all'atto o alla pratica R.II) anche la "dichiarazione di conferma" di cui all'art. 2343-quater, comma 3, c.c., come prescritto dal nuovo art. 2440, comma 2, c.c..
  7. Mycol, ragazzi, per quel che vale, voglio dirvi che il vostro stato d'animo di oggi è lo stesso che avevamo noi, solo pochi mesi fa. I risultati del "mio" concorso sono usciti mentre era in scadenza il termine per iscriversi a quello nuovo; a molti di noi mancava il coraggio di andare in procura a mettere la firma su un'altra estate sacrificata, su quei libri da rispolverare e sul rischio di un'ennesima sconfitta. Poi, alcuni ricevettero la famosa telefonata ed altri (tra cui io) videro il proprio nome nell'elenco pubblicato dal ministero. Avrei molte cose da dirvi - ad esempio che non dovete scordare che ad essere bocciati sono sempre e solo quei tre atti (e purtroppo non sempre per le ragioni certe e chiare che il vostro sforzo meriterebbe) e non voi come professionisti, giuristi e tanto meno persone; e ancora, che "una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo". Oggi, però, vi dico solo questo: tenete duro (soprattutto in questi mesi) e credeteci. Vi stiamo aspettando. Andrea
  8. Sul primo quesito ricordo anche la sentenza di Milano 11 novembre 2013 (reperibile sul sito internet) secondo cui "Nel potere attribuito dall’art. 2479, comma 1°, c.c. ai soci di s.r.l., che rappresentano almeno un terzo del capitale sociale, di sottoporre all’assemblea gli argomenti di discussione, si deve intendere ricompreso, in via estensiva, il potere di convocazione diretta dell’assemblea sui medesimi argomenti."
  9. · Sommario Sommario: 1. Il Caso: Azione Di Accertamento Della Simulazione Di Alienazione Di Quota Di Società A Responsabilità Limitata E Sua Iscrizione Nel Registro Delle Imprese. - 2. La Quota Di S.R.L. Come Bene Mobile Registrato: Critica Alla Soluzione Accolta Dal Tribunale. - 3. ( Segue): Atti Iscrivibili Nel Registro Delle Imprese E Conseguenze In Tema Di Pubblicità. - 4. ( Segue): Tutela Del Creditore Che Agisce Per L'accertamento Della Simulazione Ed Esigenze Di Certezza Dei Traffici. · 1. Il caso: azione di accertamento della simulazione di alienazione di quota di società a responsabilità limitata e sua iscrizione nel registro delle imprese. - Il creditore di un socio di s.r.l. chiede al registro delle imprese di Milano l'iscrizione della domanda giudiziale diretta all'accertamento della simulazione dell'atto di cessione ( recte: alienazione) della quota compiuto dal proprio debitore a favore di un terzo. Ciò in quanto l'art. 1415, comma 1°, c.c. (che rende inopponibile la simulazione da parte dei creditori del simulato alienante ai terzi che in buona fede hanno acquistato diritti dal titolare apparente) potrebbe vanificare l'azione giudiziale se il creditore non potesse opporre agli eventuali terzi acquirenti della quota la sentenza che accerta la simulazione dalla data dell'iscrizione della relativa domanda nel registro, nel caso in cui tale domanda avesse esito positivo. Il Conservatore rifiuta di effettuare l'iscrizione in base al principio di tassatività delle iscrizioni nel registro delle imprese desumibile dall'art. 2188 c.c.; l'art. 2479 c.c. dispone infatti l'iscrizione solo degli atti aventi ad oggetto il trasferimento delle quote e non di atti ulteriori. Il Giudice del Registro, adito dal creditore, rifiuta a sua volta l'iscrizione di tale domanda confermando il provvedimento negativo. La ricorrente presenta quindi ricorso avanti al Tribunale avverso il decreto del Giudice del Registro ai sensi dell'art. 2192 c.c.; tale ricorso viene accolto dal Tribunale, che ordina l'iscrizione dell'atto di citazione nell'interesse della ricorrente nel registro ed altresì ordina l'annotazione della domanda a margine dell'atto ( rectius: a margine dell'iscrizione dell'atto) di trasferimento oggetto di impugnazione. In primo luogo, osserva il Tribunale - confermando un proprio precedente orientamento (1) _, il fatto che le iscrizioni nel registro delle imprese costituiscano un numerus clausus ai sensi dell'art. 2188 c.c., non può escludere l'iscrivibilità anche di "altri atti" ricavabili dall'interpretazione delle norme specifiche: la disposizione di chiusura dell'art. 7, comma 2°, lett. b) del d.P.R. 7 dicembre 1995, n. 581, che prevede l'iscrizione di tutti "gli atti previsti dalla legge", consentirebbe, infatti, l'estensione di tale forma pubblicitaria anche ad atti prodromici al trasferimento, da cui possono conseguire effetti modificativi della titolarità delle quote di s.r.l., quali, ad esempio, quelli di sequestro e di pignoramento (2). La stessa iscrizione della domanda giudiziale, richiesta nel caso di specie, secondo il Tribunale "rappresenta una fase che può preludere ad una vicenda giuridica destinata ad incidere sul titolo del trasferimento. Anche riguardo a questa speciale categoria di atti traspare dunque evidente l'esigenza di rendere conoscibile ai terzi la possibile intestazione fittizia delle quote sociali a soggetti prestanome". In secondo luogo i Giudici milanesi osservano che utilizzando l'iscrizione nel registro delle imprese per attuare la trasparenza nell'alienazione delle quote di s.r.l. "il legislatore ha in realtà dato vita ad una forma di pubblicità reale, del tutto simile a quella perseguita dalla trascrizione". Quest'ultima, come noto, riguarda non solo gli immobili, ma altre categorie di beni, quali i beni mobili iscritti in pubblici registri. Orbene: poiché le quote di s.r.l. devono essere considerate dal punto di vista della circolazione beni mobili registrati (che costituirebbero pertanto una "serie aperta"), anche ad esse deve estendersi la disciplina della trascrizione, in particolare quella relativa alle domande giudiziali ai fini e per gli effetti, nel caso in esame, di cui all'art. 2652, n. 4 c.c. Del resto, osserva ancora il Tribunale, anche per altri beni immateriali soggetti a trascrizione in un pubblico registro, quali i brevetti ed i marchi, la legislazione speciale prevede espressamente il duplice obbligo della trascrizione - presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi - delle domande e dell'annotazione a margine dell'atto trascritto (3). Il silenzio del legislatore in materia di quote di s.r.l. su questi aspetti dell'iscrizione nel registro non può comportarne l'esclusione, esponendosi altrimenti tale disciplina, come già sostenuto in dottrina (4), ad un vizio di illegittimità costituzionale per disparità di trattamento rispetto ad altri beni mobili trascrivibili in pubblici registri. La necessità di un'"integrazione" della normativa relativa alla pubblicità nella circolazione delle quote di s.r.l. con il sistema in materia di trascrizione di beni mobili registrati trova dunque corrispondenza e legittimazione nel rinvio alle leggi speciali contenuto negli artt. 2695, comma 2°, e 2696 c.c. Secondo i giudici milanesi, dunque, sulla base di tali premesse, "non si rinvengono ostacoli testuali alla trasposizione delle conseguenze della trascrizione delle domande giudiziali nella disciplina dell'efficacia dell'iscrizione del registro delle imprese, quale risulta delineata dall'art. 2193 c.c.: riferita alla fattispecie del trasferimento di quote di s.r.l., l'inopponibilità dei fatti di cui la legge prescrive l'iscrizione ben può porsi sullo stesso piano della corrispondente norma dell'art. 2652 c.c., in tema di effetti rispetto ai terzi della trascrizione delle domande, laddove dispone che la sentenza non pregiudica i diritti di coloro che hanno trascritto anteriormente". Pertanto la trascrizione delle domande giudiziali volte a far accertare la simulazione della alienazione di quote di s.r.l., nonché l'annotazione a margine dei relativi atti ( rectius: a margine dell'iscrizione dei relativi atti) debbono eseguirsi mediante l'iscrizione nel registro delle imprese; la successiva annotazione della sentenza ed il rimedio della cancellazione della trascrizione delle domande e delle relative annotazioni, ai sensi dell'art. 2668 c.c. - norma che dovrebbe del pari "estendersi" alle iscrizioni nel registro _, nonché l'istituto della cancellazione d'ufficio (artt. 2191 c.c. e 17 d.P.R. n. 581/1995), valgono ad eliminare la situazione di incertezza che potrebbe insorgere qualora rimanessero iscritti nel pubblico registro atti ormai superati da eventi successivi. 2. La quota di s.r.l. come bene mobile registrato: critica alla soluzione accolta dal Tribunale. - La decisione qui pubblicata affronta alcune tematiche di indubbio interesse e rilevanza pratica in materia di quote di società a responsabilità limitata; il provvedimento del Tribunale di Milano, infatti - che risolve sicuramente in modo efficace, per quanto non condivisibile, il caso in esame - postula l'analisi di numerose problematiche "di fondo" in tema di quote di s.r.l. (quali la natura della quota, la tassatività dei casi di iscrizione nel registro delle imprese, l'efficacia della pubblicità prevista all'art. 2479 c.c.) la cui soluzione risulta particolarmente discussa. Non si intende qui riesaminare il dibattito dottrinale e giurisprudenziale in tema di qualificazione giuridica della quota: esso è stato infatti già ben analizzato in una recente monografia cui si rinvia per l'esposizione delle varie tesi proposte in argomento (5). Si vuole invece sottolineare l'attuale spaccatura esistente in giurisprudenza sul tema: mentre appare ormai sostanzialmente pacifica la considerazione della quota, almeno da un punto di vista circolatorio, come "bene" (6), benché immateriale (vedi infra), permane un rilevante contrasto tra la Corte di cassazione e la giurisprudenza di merito in relazione al tipo di bene cui la quota di s.r.l. può essere ascritta. Da una parte le ultime pronunce della Suprema Corte (7), accogliendo la proposta interpretativa di autorevole dottrina (8), hanno configurato la quota di s.r.l. come posizione contrattuale obiettivata, da considerarsi dal punto di vista della circolazione come bene immateriale, cui si applicano, ai sensi dell'art. 813 c.c., le norme sui beni mobili non registrati. Dall'altra la decisione qui pubblicata e altra recente del Tribunale di Milano (9) hanno invece considerato la quota come bene mobile immateriale iscritto in un pubblico registro, ai sensi e per gli effetti previsti dagli artt. 2683 e ss. c.c. Tale affermazione è fondata sulla considerazione che la categoria dei beni mobili registrati costituisce una "serie aperta", pur se tipica, come risulta dal richiamo contenuto nell'art. 2696 c.c., che rinvia alle leggi speciali che disciplinano la trascrizione di "altri beni mobili"; tra questi il Collegio ricorda in particolare i brevetti per invenzioni industriali ed i marchi, in quanto si tratta di beni che, al pari delle quote di s.r.l., rivestono carattere immateriale. Tale impostazione del Tribunale di Milano non pare tuttavia convincente. L'elencazione di cui all'art. 2683 c.c. deve considerarsi tassativa, e di conseguenza non risulta possibile estendere la disciplina che regola la circolazione dei beni mobili registrati al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge (10); inoltre l'art. 2696 c.c. fa riferimento ad "altri beni mobili" senza attribuire loro la qualifica di "beni mobili registrati" (che rimane dunque categoria tipica), mentre prevede "altri beni mobili" per i quali è "disposta la trascrizione": sembra escludere, dunque, le ipotesi, come quella in esame, in cui la formalità pubblicitaria consiste invece in un'iscrizione (11). Infine - ed è l'obiezione a nostro avviso maggiormente efficace contro la tesi del Tribunale - la qualifica del registro delle imprese come pubblico non comporta, diversamente da quanto ha ritenuto parte della dottrina (12), alcuna conseguenza in ordine alla disciplina applicabile (che in tesi vorrebbe essere accostata a quella della trascrizione): l'art. 2696 c.c. dispone infatti che per i beni da esso presi in considerazione "si osservano le disposizioni delle leggi che li riguardano" e non la disciplina prevista dagli artt. 2683 ss. c.c. (13). Non risulta pertanto convincente ritenere che sull'art. 2696 c.c. possa fondarsi un'efficacia dell'iscrizione nel registro analoga a quella della trascrizione dei beni mobili registrati previsti dal codice; se anche tale norma rinviasse all'art. 2193 c.c., da quest'ultimo articolo non potrebbe infatti trarsi alcuna conseguenza per il caso in esame: l'art. 2193 c.c. non è disposizione idonea a risolvere i conflitti tra più soggetti, in quanto la pubblicità nel registro delle imprese ha effetti diversi rispetto alla trascrizione nei pubblici registri (v. infra) (14). Né sembra risolutivo l'accostamento dell'iscrizione del trasferimento della quota nel registro delle imprese alla trascrizione delle invenzioni industriali e dei marchi. Come osservato, la quota viene ormai ritenuta in giurisprudenza e da parte della dottrina - con impostazione peraltro non del tutto condivisibile (15) - un bene mobile immateriale; sebbene con tale qualifica si intenda indicare un'entità priva di qualunque consistenza materiale, che esiste soltanto sul piano della realtà giuridica, i "caratteri" della quota di s.r.l non possono comportare alcun tipo di accostamento ai beni immateriali in senso stretto. Il r.d. n. 1127 del 1939 prevede inoltre un intero titolo (il settimo), nel quale la legge dispone quali atti siano da trascrivere e come vada risolto il conflitto tra acquirenti di diritti incompatibili (16), ed altrettanto è previsto al titolo VI e all'art. 51, comma 2°, del r.d. n. 929 del 1942 in materia di marchi (17); un'assimilazione pertanto tra diritti di proprietà industriale e quota appare alquanto ardita, soprattutto considerato il mancato intervento del legislatore del 1993 in tema di risoluzione di conflitti e considerata la ratio legis di tale intervento normativo (come si vedrà infra). Infine, di fronte alla molteplicità di posizioni in ordine alla configurazione giuridica della quota (18), appare particolarmente incerto un procedimento ricostruttivo che desuma dalla qualificazione in un senso della partecipazione in una s.r.l. l'applicabilità di una disciplina eccezionale quale la trascrizione. 3. (Segue): atti iscrivibili nel registro delle imprese e conseguenze in tema di pubblicità. - Respinta la qualificazione della quota come bene mobile registrato, la parte della motivazione meno convincente risulta, tuttavia, come accennato, quella in cui vengono attribuiti gli effetti della trascrizione delle domande giudiziali prevista dall'art. 2652 c.c. anche all'iscrizione nel registro delle imprese. In primo luogo ci si deve chiedere quali atti relativi a quote di s.r.l. siano iscrivibili nel registro. È stata infatti proposta un'interpretazione secondo cui sarebbe necessario distinguere tra vincoli reali (pegno, usufrutto e costituzione di fondi patrimoniali) e vincoli di origine obbligatoria (pignoramenti e sequestri) per escludere, ai sensi dell'art. 2479 c.c., l'iscrivibilità dei secondi (19). A tale tesi è stato peraltro già replicato sia in giurisprudenza, da parte di precedente decisione del Tribunale di Milano, che in dottrina (20), e si è giunti alla conclusione - da parte della tesi favorevole ad un ampliamento delle ipotesi di iscrizione - che "dal complesso della disciplina introdotta in conseguenza della l. n. 310/1993 parrebbe potersi ricavare il principio secondo cui ogni vicenda che riguarda la quota nella sua globalità e che produce dei riflessi sull'organizzazione societaria è inevitabilmente assoggettata ad un procedimento che prevede prima l'iscrizione nel registro delle imprese e, successivamente, l'iscrizione nel libro soci" (21). La domanda di accertamento della simulazione del trasferimento della quota non è propriamente una vicenda che "produce dei riflessi sull'organizzazione societaria", come invece i provvedimenti di pignoramento o di sequestro giudiziario della quota (22); peraltro si noti che, sebbene la pubblicità commerciale sia fondamentalmente pubblicità personale relativa all'imprenditore, a servizio del suo interesse, e non pubblicità patrimoniale e risolutiva di conflitti (23), gli artt. 2435, 2479 e 2493 c.c. che per la prima volta sottopongono a forme pubblicitarie eventi che riguardano direttamente le persone dei soci (e non la società), paiono giustificare una possibile tendenza "espansiva" della pubblicità commerciale, con conseguente sottoponibilità a pubblicazione nel registro (con gli effetti che si vedranno infra) di tutte le situazioni che influiscano anche potenzialmente sulla legittimazione all'esercizio delle prerogative sociali o sulla titolarità giuridica delle stesse, a prescindere dall'esistenza di una previsione legale esplicita, posto che la tipicità delle pubblicazioni attiene alle fattispecie "primarie", e non già a quelle che producono effetti, con portata modificativa, su pubblicazioni già effettuate (24). Volendo ammettere, comunque, che possa iscriversi nel registro la domanda volta a far accertare la simulazione, il rinvio di cui all'art. 2696 c.c. - norma su cui si fonda il ragionamento del Tribunale - è, come accennato al paragrafo precedente, estremamente chiaro: per i beni mobili per cui è disposta la trascrizione o (secondo i Giudici milanesi) anche l'iscrizione di determinati atti "si osservano le disposizioni delle leggi che li riguardano". Si deve pertanto considerare, nell'ipotesi in cui si ritenesse applicabile tale articolo, quale sia l'efficacia dell'iscrizione nel registro in materia di trasferimento di quote: su tale questione sono state infatti proposte due interpretazioni. Secondo una prima tesi la pubblicità in esame deve considerarsi un caso di c.d. pubblicità notizia, non avente l'efficacia dichiarativa di cui all'art. 2193 c.c. (25). Si è osservato che la pubblicità commerciale riguarda solo gli elementi di individuazione dell'imprenditore, e non la sua attività; che l'iscrizione dell'atto di trasferimento delle quote è pertanto attività del tutto estranea alla tradizionale funzione della pubblicità commerciale; che l'art. 2479 c.c. non va letto nell'ottica del diritto alla pubblicità dichiarativa di cui all'art. 2193 c.c., ma solo nella diversa prospettiva della trasparenza del mercato; che l'imposizione dell'obbligo del deposito per l'iscrizione nel registro dell'atto di trasferimento è da imputarsi ad una imprecisione terminologica del legislatore, e che esistono varie norme in cui è stato utilizzato il termine iscrizione per disciplinare fattispecie di pubblicità notizia(26). Altra parte della dottrina ha obiettato a tale tesi che dall'esame dell'art. 2193 c.c. si ricava il principio secondo cui l'iscrizione ha di regola efficacia dichiarativa, salve le eccezioni disposte da altre norme di legge (tra le quali non si dovrebbe comprendere quella in esame), ed inoltre che vi sono ipotesi in cui la pubblicità è dotata di tale efficacia sebbene il fatto soggetto ad iscrizione non attenga all'imprenditore in quanto tale o, pur riguardando il soggetto imprenditore, attenga ad un rapporto di natura reale (si citano a questo proposito gli artt. 2556 e 2475- bis c.c.) (27). Astenendoci per il momento dal prendere posizione su tale problema (che esamineremo al paragrafo successivo) (28), adottiamo come ipotesi di lavoro la seconda interpretazione, che attribuisce un'efficacia "più intensa" alla pubblicità. Orbene: la dottrina che si è occupata dell'interpretazione dell'art. 2193 c.c. ha già da tempo sottolineato che tale norma non aggiunge rilevanza nei confronti dei terzi ad un fatto che già non la possiede, non amplia né modifica il campo di rilevanza che altre norme o principi attribuiscono al fatto da iscrivere e, quando ha ad oggetto un atto, non integra un requisito di efficacia dell'atto stesso, ma semplicemente elimina un ostacolo esterno al fatto (la sua conoscibilità o conoscenza) che altrimenti limiterebbe la rilevanza che tale fatto già possiede (29). Vi è pertanto una differenza sostanziale, che i Giudici milanesi non hanno considerato, tra l'iscrizione nel registro delle imprese e la trascrizione nei registri delle conservatorie immobiliari, seppure offuscata dall'uso di accomunare le due forme di pubblicità nella categoria della c.d. pubblicità dichiarativa: la trascrizione integra l'efficacia dell'atto; gli effetti dell'iscrizione si esplicano unicamente sul piano del valore della conoscenza o dell'ignoranza del fatto pubblicato (30). Pur ritenendo che la domanda di accertamento di simulazione possa essere iscritta nel registro delle imprese, tale iscrizione non potrà mai avere, dunque, gli effetti previsti all'art. 2652, n. 4 (applicabile ai beni mobili registrati ai sensi dell'art. 2690, n. 1 c.c.). In concreto: la sentenza che accerta la simulata vendita di un immobile è opponibile dal creditore del simulato alienante al terzo avente causa dal simulato acquirente dalla data della domanda se quest'ultima è trascritta prima della trascrizione dell'acquisto del terzo, ai sensi degli artt. 1415, comma 1°, e 2652, n. 4, c.c.; la sentenza che accerta la simulata vendita di quota di s.r.l. non può prevalere sull'acquisto del terzo avente causa in buona fede dal simulato acquirente ai sensi dell'art. 1415, comma 1°, c.c., anche se la domanda è iscritta prima dell'acquisto del terzo, in considerazione dell'efficacia che si deve attribuire all'iscrizione nel registro (e salvo vedere il profilo della possibile rilevanza di tale iscrizione per escludere la buona fede) (31). All'iscrizione, dunque, non è ricollegato dalla legge "né un maggiore valore intrinseco del fatto iscritto - il quale, per essere iscritto, non avrà rilevanza maggiore di quanta altre norme dell'ordinamento gliene attribuiscano - né la risoluzione dell'efficacia di altri fatti iscritti o non iscritti" (32). Poiché nessuna norma attribuisce all'iscrizione di una domanda giudiziale nel registro delle imprese alcuna efficacia, e poiché, come visto, nessuna rilevanza può attribuirsi nel caso in esame agli artt. 2683 ss. c.c., che risultano non applicabili, ne consegue che il rinvio operato dall'art. 2696 c.c. non potrà mai legittimare una soluzione che renda ciò che è iscritto nel registro, in quanto tale, opponibile ai successivi acquirenti, in quanto il registro delle imprese non costituisce strumento di risoluzione di conflitti tra terzi (33), e pertanto l'"opponibilità" dei fatti iscritti cui fa riferimento l'art. 2193 c.c. non può tradursi in una prevalenza del titolo iscritto per primo su un atto compiuto successivamente all'iscrizione. Come ha osservato autorevole dottrina (34) la trascrizione è un istituto eccezionale nel nostro ordinamento, e perciò essa può essere attuata solo nei tassativi casi previsti e per gli effetti stabiliti dalle singole norme. La trascrizione assolve ad un preciso scopo (di risoluzione di conflitti, salve rare eccezioni, quale, ad esempio, l'ipotesi dell'art. 2651 c.c.) (35) che non è quello proprio della pubblicità, e non risulta pertanto proponibile l'utilizzo di categorie ed istituti della prima per risolvere lacune o problemi interpretativi lasciati insoluti dalla seconda. È una conclusione che può essere ritenuta insoddisfacente con riguardo alla disciplina del trasferimento delle quote (e che pertanto ha originato la ricostruzione proposta dal Tribunale di Milano nel decreto qui in commento); peraltro la soluzione indicata si impone come necessaria in presenza dell'attuale contesto normativo (36). 4. (Segue): tutela del creditore che agisce per l'accertamento della simulazione ed esigenze di certezza dei traffici. - L'azione esperita dal creditore dell'alienante, sebbene iscritta, non potrebbe essere opposta, dunque, al terzo avente causa in buona fede dal simulato acquirente, ai sensi dell'art. 1415, comma 1°: disposizione che, come noto, viene considerata una delle ipotesi di acquisto a non domino (37). L'autore che più di altri si è occupato dell'argomento degli acquisti a non domino ha evidenziato che in tale ipotesi la buona fede consiste in uno stato di pura ignoranza e che l'onere della prova della sua mancanza grava sul simulato alienante o sui suoi creditori (38). Ci si vuole qui chiedere però se l'iscrizione della domanda nel registro delle imprese, una volta che la si ritenga ammissibile (39), consenta di escludere la buona fede del terzo avente causa dal titolare apparente e se il creditore, a tale fine, possa limitarsi a dimostrare l'avvenuta iscrizione della domanda di simulazione anteriormente al successivo trasferimento (40). La risposta a tali domande non può, peraltro, essere univoca, ma dipende dall'adesione all'una o all'altra delle esposte interpretazioni in merito alla efficacia della pubblicità commerciale in materia di trasferimento di quote. Esaminiamo per prima quella che è stata considerata finora la "ipotesi di lavoro": l'art. 2479 c.c. prevede un caso di pubblicità dichiarativa ex art. 2193 c.c. Seguendo tale tesi, la risposta ai menzionati quesiti potrebbe essere positiva. Il fatto su cui incide l'iscrizione (domanda di accertamento della simulazione) è quello la cui opponibilità o rilevanza è, da altra norma dell'ordinamento (art. 1415, comma 1°), subordinata alla conoscibilità o conoscenza da parte di terzi; in altre parole l'iscrizione - seguendo la tesi della c.d. pubblicità dichiarativa - potrebbe comportare l'esclusione della buona fede del terzo che acquista dal titolare apparente successivamente all'iscrizione della domanda di simulazione nel registro (41). L'avvenuta iscrizione determinerebbe infatti, in conseguenza del comma 2° dell'art. 2193 c.c., l'irrilevanza giuridica dell'ignoranza da parte dei terzi dell'atto iscritto: pertanto la non conoscenza, da parte dei terzi, della proposta domanda di accertamento della simulazione risulterebbe irrilevante(42), non potendosi dunque ritenere in buona fede colui che acquista da un soggetto a carico del quale è precedentemente iscritta una domanda giudiziale di simulazione (43). La fondatezza di tale affermazione non intaccherebbe, tuttavia, le ricordate differenze sostanziali tra trascrizione nei pubblici registri ed iscrizione nel registro delle imprese, che rimangono comunque valide - in sintesi: mentre gli effetti della trascrizione si esplicano sul piano del valore del fatto, gli effetti dell'iscrizione sono solo quelli di esimere l'interessato dal provare l'effettiva conoscenza del fatto da parte dei terzi _; nel caso in esame, peraltro, il creditore, che agisce in simulazione, potrebbe opporre la domanda giudiziale, se iscritta, al terzo avente causa dal simulato acquirente ai sensi dell'art. 1415, comma 1°, c.c. per escluderne la buona fede. Si potrebbe obiettare che ciò comunque non impedirebbe al terzo di alienare a sua volta la quota, vanificando in tal modo l'azione del creditore. Tale obiezione non risulterebbe peraltro fondata alla luce dei principi in materia di acquisti a non domino. Infatti: o è effettivamente intervenuto un acquisto intermedio di buona fede, ed allora l'avente causa successivo acquista ormai a domino e quindi non vi è più luogo alla questione sulla esistenza o meno della buona fede (ma si è visto, sulla base dell'interpretazione proposta, non essere così); oppure, se l'acquirente intermedio non fosse in buona fede, l'avente causa successivo dovrebbe fondare la sua difesa contro il finto alienante sulla titolarità apparente dell'acquirente simulato, suo dante causa mediato (44). Ma quest'ultima ipotesi è comunque da escludersi, in quanto anche la sua buona fede dovrà essere negata, se si ritiene fondata la tesi che ne esclude l'esistenza in caso di avvenuta iscrizione nel registro delle imprese della domanda di simulazione. Ciò osservato, si noti che, così ragionando, la tutela del creditore procedente risulta particolarmente efficace: questi potrebbe impedire con la semplice iscrizione il verificarsi di acquisti a suo danno. D'altro lato tale tesi comporta notevoli limitazioni alla circolazione delle quote, perché permette al creditore di proporre domanda di simulazione (seppure infondata) e rendere particolarmente difficile l'alienazione del bene a terzi (in quanto l'acquisto da parte di questi ultimi potrebbe risultare inefficace in caso di esito positivo del processo di accertamento della simulazione). E ciò senza che vi sia stato alcun vaglio da parte dell'autorità giudiziaria sul fumus della domanda proposta: l'unico controllo, infatti, cui verrebbe sottoposta tale domanda sarebbe quello del registro delle imprese, i cui poteri (art. 2189, comma 2°, c.c.), peraltro, non solo rimangono fortemente discussi in letteratura e in giurisprudenza (45), ma non assicurano (nonostante la possibilità di ricorso al Giudice del Registro e al Tribunale), le garanzie che offrirebbe il vaglio giurisdizionale nella richiesta di un sequestro (46) o di altro provvedimento cautelare (47) di cui potrebbe servirsi nel nostro caso il creditore per paralizzare iniziative del simulato acquirente volte a disporre della quota e quindi a rendere inutile la domanda di accertamento della simulazione (48). Diverse le conclusioni cui porterebbe la tesi, rimasta, a quello che risulta dalle riviste, minoritaria, che riconosce all'iscrizione del trasferimento della quota e degli "atti connessi" natura di pubblicità notizia. La pubblicità notizia, come noto, ha funzione di conferire trasparenza agli atti pubblicati (49); possiede una valenza meramente informativa, "destinata a portare a conoscenza dei terzi gli atti e i fatti ad essa sottoposti, senza peraltro svolgere alcuna incidenza sulla situazione giuridica segnalata" (50). Nel nostro caso ciò comporterebbe che il creditore che agisce in simulazione sarebbe in ogni caso tenuto a provare la mancanza di buona fede del terzo, per attaccare l'acquisto da parte di quest'ultimo, ai sensi dell'art. 1415, comma 1°, c.c.; tale prova potrebbe forse ritenersi facilitata dalla iscrizione nel registro (51), ma non "automatica", come invece seguendo la prima tesi. L'acquisto del terzo avente causa dal simulato acquirente dovrebbe considerarsi, dunque, in linea di principio non aggredibile, salva la prova della mancanza della buona fede. In sintesi pertanto: 1)seguendo la tesi che considera l'iscrizione del trasferimento di quote come pubblicità dichiarativa ( ex art. 2193 c.c.) il creditore avrebbe la possibilità di rendere particolarmente difficile con la iscrizione della domanda di simulazione la circolazione della quota, se ritenuta fondata l'affermazione secondo cui l'iscrizione esclude la buona fede dell'avente causa successivo; 2)secondo la tesi della pubblicità notizia si renderebbe particolarmente onerosa invece la situazione del creditore: nonostante l'iscrizione della domanda (e sempre ovviamente che se ne ammetta l'iscrivibilità) (52) il tempo del processo potrebbe comunque risultare a lui pregiudizievole, salva la possibilità di tutela in via cautelare (53). Si potrebbe osservare che la lettera della norma dell'art. 2479 c.c. ("deposito... per l'iscrizione") appare deporre in senso favorevole all'accoglimento della tesi della pubblicità dichiarativa; peraltro è già stato obiettato che vi sono numerose altre ipotesi in cui il legislatore si è espresso in senso atecnico o impreciso con riferimento alle formalità pubblicitarie cui sottoporre determinati atti (ed in alcuni di tali casi si è giunti alla conclusione che trattasi di ipotesi di pubblicità notizia) (54); inoltre l'iscrizione del trasferimento nel libro soci, essenziale per l'efficacia nei confronti della società (art. 2479, comma 2°, c.c.), "ha luogo nei trenta giorni dal deposito" "verso esibizione del titolo da cui risultino il trasferimento e l'avvenuto deposito" (art. 2479, comma 3°, c.c.), senza che vi sia alcun riferimento all'iscrizione per attribuire efficacia al trasferimento nei confronti della società. Come si può notare, pertanto, l'argomento letterale appare quanto mai dubbio e non sicuramente risolutivo (55). L'art. 2479 c.c. prevede, invece, secondo la tesi che appare più convincente, un'ipotesi di pubblicità notizia, e ciò emerge dalla considerazione della ratio legis dell'intervento del 1993: il legislatore ha inteso "prevenire e reprimere ogni possibile forma di utilizzazione strumentale dei circuiti finanziari ed economici per finalità illecite" e "di realizzare una maggiore trasparenza nei trasferimenti di capitali e nell'assetto proprietario delle società" (56). Risulta preferibile, ai sensi dell'art. 12 disp. prelim. c.c. l'interpretazione della legge conforme agli effetti voluti dal legislatore al momento della sua introduzione: la pubblicità del trasferimento delle quote è stata concepita ai fini di trasparenza, "e non della certezza della circolazione giuridica" (57). La pubblicità commerciale, come più volte osservato, rimane pur sempre pubblicità personale relativa all'imprenditore, a servizio del suo interesse, e non pubblicità patrimoniale e risolutiva di conflitti (58). In secondo luogo, avuto riguardo al caso di specie, si noti che gli accertamenti dell'ufficio del registro, per quanto possano investire anche il profilo della validità sostanziale dell'atto, hanno luogo all'interno di un procedimento documentale che non può estendersi anche al merito (59): il caso della possibile domanda di simulazione pretestuosa evidenzia l'opportunità di un controllo di merito da parte dell'autorità giudiziaria sul fumus della domanda prima di limitare la circolazione del bene mobile quota; seguendo la tesi della pubblicità notizia si conserva in capo all'autorità giudiziaria il potere di effettuare l'esame preventivo di fondatezza della domanda, in quanto il creditore è costretto, per evitare che il tempo del processo si riveli pregiudizievole, a chiedere l'emissione di un provvedimento cautelare. Ciò anche alla luce del principio generale del vigente codice civile di soddisfare le "esigenze di una larga fiduciosa circolazione delle cose mobili" (n. 543 Relaz. al c.c.); tale sicurezza nella circolazione è stata protetta nel nostro sistema molto più intensamente che in altri ordinamenti e che in passato (60). Se tale osservazione è fondata, l'interprete può essere orientato verso una soluzione - quella della pubblicità notizia - che valorizza maggiormente la sicurezza della circolazione rispetto alla tutela del singolo creditore; a quest'ultimo rimarrebbe, nel caso in cui non riuscisse a "bloccare" la quota, l'azione risarcitoria nei confronti del titolare apparente e se del caso anche nei confronti del terzo acquirente (61). Di certo l'accoglimento della tesi che configura la pubblicità dell'art. 2479 c.c. come un'ipotesi di pubblicità notizia richiede un maggiore approfondimento sulle caratteristiche di tale tipo di pubblicità, ancora non oggetto di una trattazione sistematica (62). Si noti peraltro che, come già è stato segnalato in dottrina (63), nel "nuovo" sistema del registro delle imprese si assiste ad un progressivo spostamento verso una valorizzazione delle forme di pubblicità notiziale rispetto a quelle di natura dichiarativa, da una pubblicità legale ad una di tipo informativo (64): il sistema del registro delle imprese sembra allontanarsi dunque dal suo carattere tradizionale di strumento di pubblicità legale, per divenire strumento di trasparenza del mercato. L'iscrizione delle "vicende" relative al trasferimento di quote pare dunque essere un esempio di tale tipo di pubblicità notiziale, in conformità all'intento di "realizzare una maggior trasparenza nei trasferimenti di capitali e nell'assetto proprietario delle società".
  10. Non per raffreddare gli animi, ma le sedi assegnate venerdì sono quelle del DG 2010 (scritto 2012). Il DG 2011 ne ha da aspettare...
  11. Senza dubbio, devi solo disciplinare come convivono: l'ipotesi classica è prima prelazione e, se non esercitata, gradimento. L'alternativa è prima gradimento e poi prelazione se il gradimento è concesso (che serve soprattutto se il gradimento è a maggioranza, a tutela dei soci di minoranza) e/o prelazione se il gradimento non è concesso (come soluzione alternativa al recesso per consentire comunque un'exit al socio che vuole uscire)
  12. - prelazione "propria" (cioè che garantisce comunque un'equa valorizzazione): si, sempre, senza correttivi; - prelazione "impropria" o a prezzo amministrato (che attribuiscono il diritto di esercitare la prelazione, per un corrispettivo, diverso da quello proposto dall'alienante, determinato con criteri tali da quantificarlo in un ammontare anche significativamente inferiore a quello che risulterebbe applicando i criteri di calcolo previsti in caso di recesso): si, ma con recesso perchè equiparabile ad una clausola di imprigiobnamento (Massima Milano, Feller nel comm. Marchetti); - gradimento non mero: si, senza correttivi; - gradimento alla francese (anche mero ma con obbligo di indicare un altro acquirente): si, senza correttivi (Feller nel comm. Marchetti); - gradimento mero: si, con recesso in caso di diniego.
  13. Premesso che, a mio avviso, i patti parasociali (intesi in senso ampio, inclusivi quindi delle pattuizioni tra soci e terzi sul tipo delle joint venture) servono a questo...comunque se proprio vogliamo fare un po' di fantadiritto, divertiamoci! Io ci vedrei anzitutto un contratto di vendita di cosa futura alternativa, dove la "cosa futura" è una certa porzione (da individuare in percentuale) della partecipazione (azioni o quote) che deriverà al socio unico o ad Alfa Srl dall'eventuale futura scissione o conferimento, ad un prezzo da determinarsi ad opera del terzo secondo criteri prestabiliti. Molto più complicato è assicurare al noto (ed esigente) medico che il conferimento o la scissione siano attuati. La clausola statutaria che vincoli l’amministratore ad una certa operazione straordinaria – al raggiungimento della soglia di ricavi - è discussa (e comunque nel nostro caso sarebbe modificabile dal socio). Se il medico fosse socio della srl (anche solo per 1 euro), gli si potrebbe attribuire il diritto particolare al compimento dell’atto di conferimento – sempre al raggiungimento della soglia di ricavi - o (estendendo i diritti particolari al massimo, ma siamo davvero al limite) quello di redigere, approvare ed attuare il progetto di scissione. Se invece il medico non vuole oggi diventare socio, gli si potrebbe attribuire (ove ritenuto ammissibile anche a favore di terzi) un diritto di riscatto – al raggiungimento della soglia di ricavi - su una quota della srl (o una semplice opzione), stabilendo sin da ora che detta quota attribuirà i diritti particolari di cui sopra. Come dicevo, fantadiritto...
  14. Sono perplesso: la caparra deve avere ad oggetto beni fungibili e la norma è ritenuta inderogabile (Bellante, La caparra, anche se con argomentazioni in parte superabili). Fatico a pensare che si possano qualificare le "8 quote" del 10% come beni fungibili. Si potrebbe pensare di prevedere una caparra in denaro e poi una datio in solutum, ma temo che così si eluderebbe un (asseritamente inderogabile) divieto legale.
  15. Il 2438 dice testualmente "un aumento non può essere eseguito fino a che le azioni precedentemente emesse non siano state interamente liberate". Il tuo esempio è completamente diverso: non hai nessuna azione "emessa e non liberata": trattandosi di aumento inscindibile non ancora eseguito, non hai ancora emesso alcuna azione. L'ipotesi della norma, invece, è quella in cui tu abbia già emesso azioni parzialmente liberate (tipicamente, per il 25%): in tal caso, non è legittimo chiedere altri conferimenti ai soci se prima non chiedi i decimi residui. Questo spiega anche la regola della massima 70: fino a che non vengono effettuati i conferimenti residui del primo aumento, il secondo non può avere efficacia. E' una semplice applicazione di ciò che dice la legge. La tua domanda "se viene meno il primo aumento, perché non può essere efficace il secondo?" perciò non ha alcun senso: poiché stiamo parlando di azioni precedentemente emesse, le stesse (e il relativo aumento) non possono "venire meno"!