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  1. CIRCOLARE Ministero dell'economia e delle finanze 30 novembre 2001, n. 447400 Pagamenti da e per l'estero - Istruzioni per il passaggio all'euro dal 1° gennaio 2002 (G.U. n. 284, 6 dicembre 2001, Serie Generale) Alle Amministrazioni dello Stato Agli uffici centrali di bilancio, uffici di Ragioneria e agli uffici centrali di Ragioneria Alle Ragionerie provinciali dello Stato Alla Corte dei conti - Segretariato generale All'Avvocatura generale dello Stato Regolamento (CE) n. 1103/97 del Consiglio del 17 giugno 1997; Regolamento (CE) n. 974/98 del Consiglio del 3 maggio 1998; Regolamento (CE) n. 2866/98 del Consiglio del 31 dicembre 1998; Regolamento (CE) n. 1478/00 del Consiglio del 19 giugno 2000; Legge 3 novembre 1992, n. 454; legge 17 dicembre 1997, n. 433; decreto legislativo 24 giugno 1998, n. 213; Circolare n. 32 del 4 ottobre 2001; Circolare n. 39 del 5 novembre 2001. [Testo] Con la presente circolare vengono impartite - in applicazione della normativa sull'adozione dell'euro - le disposizioni necessarie a disciplinare il passaggio definitivo all'euro per la parte che attiene ai pagamenti da e per l'estero delle amministrazioni dello Stato. Ai fini della presente circolare si specifica che: per "richiesta di pagamento" si intendono i modelli OC 831 e OC 718; per "valuta" si intendono le divise diverse dalle unità monetarie nazionali degli Stati che adottano l'euro; per "eseguito" si intende l'invio dell'ordine di esecuzione all'Ufficio italiano dei cambi; gli importi soggetti alle conversioni in euro sono: le anticipazioni, che corrispondono all'importo del titolo di spesa emesso a favore della contabilità speciale 3000 "Movimentazione fondi con l'estero"; gli importi da pagare, se espressi nelle unità monetarie nazionali dei Paesi aderenti all'Unione monetaria europea. 1. Chiusura dell'esercizio finanziario 2001. In considerazione dei termini di chiusura delle contabilità dell'esercizio finanziario 2001, il Dipartimento del tesoro dà corso alle richieste di pagamento all'estero pervenute entro il 14 dicembre 2001 e da pagare necessariamente in conto esercizio 2001. A tal fine le amministrazioni devono riportare sulle richieste di pagamento, nello spazio previsto nella causale, la scritta ben visibile "da pagare entro l'esercizio 2001". Tutte le richieste di pagamento che non rientrano nel caso sopra specificato vengono eseguite a partire da gennaio 2002; gli importi in esse indicati sono convertiti a cura del Dipartimento del tesoro secondo i criteri di conversione di seguito illustrati. Dal 2002 i pagamenti nei Paesi aderenti all'Unione monetaria vengono effettuati in euro, ove non siano espressi in valuta. 2. Conversione dei pagamenti da effettuare in unità monetarie nazionali/euro. Gli importi da pagare contenuti nelle richieste di pagamento non eseguite entro il mese di dicembre 2001, ove siano espressi nelle unità monetarie nazionali dei Paesi aderenti all'Unione monetaria europea, sono convertiti e pagati in euro. Le operazioni di conversione vengono effettuate in due fasi: a) conversione dell'importo da pagare; b) conversione dell'anticipazione; a1) se l'importo da pagare è individuato ed espresso nella unità monetaria nazionale - es.: da pagare 100 franchi belgi - si procede alla conversione in euro dell'importo da pagare, sulla base dei tassi fissi di conversione riportati nel regolamento (CE) 2866/98 e nel regolamento (CE) n. 1478/00, e all'arrotondamento al centesimo di euro secondo quanto stabilito dagli articoli 4 e 5 del regolamento (CE) 1103/97; a2) se l'importo da pagare è individuato sulla base dell'indicazione generica "valuta locale pari a lire" si procede alla conversione in euro dell'anticipazione; b) l'anticipazione viene convertita in euro e l'importo viene arrotondato a due decimali. Nel caso di mancata coincidenza tra l'importo da pagare e l'anticipazione, si mantiene fermo l'importo da pagare. Le eventuali differenze sono regolate, previa compensazione, rispettivamente a credito o a debito della pertinente unità previsionale di base dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze. Al fine di semplificare le operazioni di passaggio all'euro è opportuno che, già a partire dal 1° dicembre 2001, le amministrazioni riportino sulle richieste di pagamento l'indicazione espressa in euro degli importi da pagare e calcolino l'anticipazione in euro, pur emettendo i titoli in lire fino alla chiusura dell'esercizio finanziario 2001. 3. Conversione degli importi contenuti nelle richieste di pagamento per le quali non è stata emessa anticipazione nell'esercizio 2001. Le amministrazioni che predispongono in corso di chiusura dell'esercizio finanziario 2001 le richieste di pagamento, i cui titoli di spesa per l'anticipazione saranno emessi in conto 2002, determinano gli importi da pagare direttamente in euro. In particolare le amministrazioni, che emettono titoli di spesa relativi a più modelli OC già predisposti, convertono gli importi da pagare indicati sui modelli OC stessi avendo cura di controllare che il totale derivante dalle singole conversioni coincida con l'importo del titolo da emettere e per il quale l'impegno è stato convertito in euro, sulla base delle disposizioni di cui alla circolare n. 39 del 5 novembre 2001. In caso di differenza tra la sommatoria degli importi indicati nei singoli modelli OC e l'impegno, le amministrazioni provvedono a rideterminare la somma da pagare ovvero, qualora necessario, a richiedere ai competenti uffici centrali di bilancio le modifiche dell'impegno stesso. 4. Pagamenti da effettuare in valuta. Al fine di agevolare il passaggio all'euro e di evitare per quanto possibile rinvii di documenti, si invitano le amministrazioni che devono effettuare pagamenti in valuta a calcolare l'anticipazione in euro già dal 1° dicembre 2001, pur continuando ad emettere il titolo di spesa in lire. Si rammenta che i cambi si riferiscono ad 1 euro contro valuta, pertanto l'anticipazione deve essere determinata come segue: si divide l'importo da pagare in valuta per il relativo tasso di cambio pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, utilizzandolo per intero e senza troncature o arrotondamenti; l'importo in euro così ottenuto si arrotonda al centesimo. Tale calcolo deve essere effettuato tutte le volte in cui è predeterminato l'ammontare in valuta estera da pagare. In tutti gli altri casi le amministrazioni devono indicare la sola divisa di pagamento tramite la formula "valuta locale (o valuta) pari a euro", in quanto l'importo da pagare viene univocamente determinato al cambio del giorno dell'operazione. Non sono accettate anticipazioni calcolate sulla base del rapporto di cambio valuta/euro. Si specifica che il tasso di cambio deve essere quello più vicino alla data di emissione del titolo di spesa, al fine di ridurre il più possibile il rischio che le anticipazioni si rivelino incongrue. Le differenze derivanti dalla incongruità dell'anticipazione sono a carico delle amministrazioni richiedenti. 5. Modulistica. In attesa della imminente emanazione del regolamento di semplificazione delle procedure di pagamento da e per l'estero delle amministrazioni dello Stato, di cui alla legge 8 marzo 1999, n. 50, art. 1, allegato 1, n. 43, e delle relative norme di attuazione, le amministrazioni continuano ad utilizzare la modulistica esistente, usando l'accortezza di applicarvi la stampigliatura ben visibile che trattasi di importi espressi in euro. 6. Modalità di conversione della contabilità 3000 "Movimentazione fondi con l'estero" Secondo quanto stabilito dalla circolare n. 32 del 4 ottobre 2001, alla data del 31 dicembre 2001 viene convertito il saldo risultante sulla contabilità speciale 3000; alla stessa data viene determinato il totale degli importi pagati e convertiti in euro. L'importo residuale, derivante dagli importi non pagati al 31 dicembre 2001 e giacenti sulla contabilità speciale 3000 viene convertito sulla base della sommatoria risultante dalla conversione in dettaglio in euro di detti singoli importi. Le eventuali differenze sono regolate, previa compensazione, rispettivamente a credito o a debito della pertinente unità previsionale di base dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze. La presente circolare è stata concordata con il Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato.
  2. MASSIMA Si reputa legittima la deliberazione ai sensi dell'art. 2443 c.c. con cui l'assemblea straordinaria delega all'organo amministrativo la facoltà di aumentare, in una o più volte, il capitale sociale anche con esclusione o limitazione del diritto di opzione, purché: a) qualora l'esclusione avvenga ai sensi dell'art. 2441, comma 4, c.c. (aumento da liberarsi con conferimento in natura), la deliberazione assembleare determini quanto meno il bene o i beni da conferire ed il prezzo di emissione (anche nell'ambito di un minimo e di un massimo) ovvero il criterio per la determinazione del prezzo, idoneo ad assicurarne la congruità nel tempo; b) qualora l'esclusione avvenga ai sensi dell'art. 2441, comma 5, c.c. (esclusione dell'opzione nell'interesse della società), la deliberazione assembleare, assunta con il quorum rafforzato della metà più uno del capitale sociale, determini quanto meno i destinatari dell'offerta (o le categorie di persone o enti destinatari dell'offerta), le ragioni che giustificano l'esclusione ed il prezzo di emissione (anche nell'ambito di un minimo e di un massimo) ovvero il criterio per la determinazione del prezzo idoneo ad assicurarne la congruità nel tempo. In entrambi i casi, inoltre, la legittimità della delibera assembleare di delega è subordinata al rispetto delle disposizioni contenute nell'art. 2441, comma 6, c.c., con particolare riguardo alla relazione dell'organo amministrativo ed al parere del collegio sindacale (o della società di revisione) sulla congruità del prezzo di emissione delle azioni, sempre che tutti i soci non vi rinunzino all'unanimità. Non è invece necessaria la predisposizione della relazione degli amministratori e del parere di congruità in occasione della delibera consiliare di aumento. In caso di aumento da liberarsi in natura, la relazione giurata di stima non deve necessariamente sussistere al momento della deliberazione assembleare di delega, bensì al momento della deliberazione consiliare di aumento, purché vi acconsentano all'unanimità i soci rappresentanti l'intero capitale sociale. E' legittima in ogni caso, a prescindere dai requisiti di cui all'art. 2441, comma 6, c.c., la deliberazione ai sensi dell'art. 2443 c.c. con cui l'assemblea straordinaria delega all'organo amministrativo la facoltà di aumentare, in una o più volte, il capitale sociale con esclusione del diritto di opzione con offerta ai dipendenti della società, purché siano osservate le maggioranze di cui all'art. 2441, comma 8, c.c.. MOTIVAZIONE L'art. 2443 c.c. non prende espressamente posizione in merito alla possibilità di delegare all'organo amministrativo la facoltà di aumentare il capitale sociale con esclusione o limitazione del diritto di opzione. Non pare che vi siano dubbi nel ritenere ammissibile – con la sola osservanza delle maggioranze previste dall'art. 2441, comma 8, c.c. – la delega dell'aumento di capitale mediante emissione di azioni da offrire ai dipendenti della società (e delle società controllate e controllanti, nel caso di società quotate, ai sensi dell'art. 134, comma 3, d.lgs. 58/98). In tal caso sarà comunque necessario che la delega preveda espressamente ed inequivocamente la facoltà di emettere azioni a favore dei dipendenti, con esclusione o limitazione del diritto di opzione, non potendosi ritenere che tale facoltà sia implicitamente contenuta in qualsiasi delibera di delega. Il problema si pone invece per le ipotesi di non spettanza del diritto di opzione sulle azioni da liberare con conferimento in natura (art. 2441, comma 4, c.c.) e di esclusione o limitazione del diritto di opzione quando lo esiga l'interesse della società (art. 2441, comma 5, c.c.). A tale questione è stata costantemente fornita, dalla giurisprudenza e dalla dottrina successive alla novella dell'art. 2443 c.c. in sede di attuazione della seconda direttiva CEE (ad opera del d.p.r. 30/86), soluzione negativa, sulla base dell'esigenza che l'assemblea individui, caso per caso, l'interesse sociale che sta alla base dell'esclusione o limitazione dell'opzione e valuti la strumentalità qualificata del sacrificio dell'opzione per il perseguimento di tale interesse. Siffatta considerazione merita di essere condivisa e ribadita, ma non sembra precludere, in via assoluta, l'ammissibilità della delega di aumenti con esclusione dell'opzione, in presenza di circostanze tali da salvaguardare comunque la tutela degli interessi sopra evidenziati. Ciò significa che, ferma restando l'illegittimità di una delega "in bianco" ad aumentare il capitale sociale con esclusione o limitazione del diritto di opzione, è necessario individuare le condizioni in presenza delle quali la delibera assembleare di delega possa ritenersi ammissibile. Sotto il profilo sostanziale, occorre che la delibera di delega, oltre a contenere quanto già previsto dall'art. 2443 c.c., determini gli elementi sui quali i soci possono fondare la valutazione dell'opportunità del sacrificio del diritto di opzione e, al contempo, della salvaguardia del valore patrimoniale della loro partecipazione. Sarà quindi necessario individuare, già in sede di delibera assembleare di delega, il bene o i beni da conferire (nell'ipotesi di aumento con conferimenti in natura ai sensi dell'art. 2441, comma 4, c.c.), ovvero i destinatari dell'offerta e le ragioni che giustificano l'esclusione (nelle ipotesi di cui all'art. 2441, comma 5, c.c). Inoltre, la delibera assembleare di delega dovrà contenere il prezzo di emissione (anche nell'ambito di un minimo e di un massimo) o il criterio per determinarlo, affinché i soci possano verificare se il sovrapprezzo è sufficiente per mantenere inalterato, in congrua misura, il valore della loro partecipazione. In dipendenza del lasso di tempo concesso agli amministratori per esercitare la delega, i criteri di determinazione del prezzo dovranno tener conto dell'esigenza di assicurarne l'idoneità non solo nel momento di assunzione della delibera di delega, ma anche nel momento della sua esecuzione. Dal punto di vista procedurale, è necessario che gli strumenti informativi richiesti dall'art. 2441, comma 6, c.c. – ovverosia la relazione degli amministratori ed il parere di congruità del collegio sindacale o della società di revisione – siano presenti in occasione della delibera assembleare di delega, proprio perché è in questa sede che la compagine sociale deve effettuare la valutazione rispetto alle quali essi sono strumentali. Tali istituti sono comunque nella disponibilità dei soci, che, all'unanimità, possono senz'altro rinunciarvi. Posto che la valutazione sulle ragioni dell'esclusione del diritto di opzione e sulla determinazione del prezzo di emissione avviene, con l'ausilio della relazione degli amministratori e del parere di congruità, in sede di deliberazione assembleare di delega, viene conseguentemente meno la necessità che la procedura prevista dall'art. 2441, comma 6, c.c., sia seguita anche in occasione della delibera consiliare di aumento del capitale sociale. Non sarà quindi più necessario redigere la relazione degli amministratori ed il parere di congruità da parte del collegio sindacale o della società di revisione. Si ritiene invece che la relazione giurata di stima ai sensi dell'art. 2343 c.c., essendo volta precipuamente a garantire la costituzione "valoristicamente esatta" del capitale sociale – seppur a tutela di una pluralità di interessi in concorso tra loro – possa svolgere appieno la propria funzione anche se posticipata al momento della deliberazione consiliare di aumento del capitale, anziché in sede di deliberazione assembleare di delega. A ciò devono peraltro acconsentire all'unanimità i soci, posto che l'art. 2441, comma 6, c.c. riserva loro il diritto di esaminare preventivamente, nei quindici giorni che precedono l'assemblea, anche la relazione giurata di stima ai sensi dell'art. 2343 c.c.. Va comunque rilevato che, qualora la perizia venga presentata in occasione della deliberazione assembleare di delega, sarà necessario un aggiornamento della perizia in occasione della deliberazione consiliare di aumento del capitale, ove quest'ultima intervenga oltre i quattro mesi dalla data di riferimento della perizia.
  3. MASSIMA In occasione di aumenti di capitale con conferimento in natura o di crediti o in danaro con esclusione o limitazione del diritto di opzione, non si reputa necessaria, ove vi sia il consenso unanime dei soci, la predisposizione della relazione degli amministratori e del parere di congruità del collegio sindacale previsti dall'art. 2441, sesto comma, né il rispetto dei criteri stabiliti da tale norma per la fissazione del prezzo di emissione. I soci che rappresentino l'intero capitale sociale possono altresì comunque rinunziare ai termini previsti dal medesimo art. 2441, 6 comma. MOTIVAZIONE La disciplina sostanziale e procedurale prevista dall'art. 2441, sesto comma per le ipotesi di aumento di capitale con conferimenti di beni in natura o di crediti, ovvero mediante conferimento in danaro con esclusione o limitazione del diritto di opzione è diretta, secondo pacifica dottrina e giurisprudenza, ad evitare un pregiudizio alla consistenza patrimoniale della partecipazione dei vecchi soci e pertanto è posta a loro esclusivo interesse. Ne consegue la piena derogabilità della disciplina stessa sul consenso unanime dei soci; e ciò sia per quanto riguarda l'entità del prezzo di emissione, sia per ciò che concerne la predisposizione della relazione degli amministratori (contenente le ragioni dell'operazione e la illustrazione dei criteri adottati per la determinazione del prezzo di emissione) e del parere di congruità del collegio sindacale. A maggior ragione, ove tali documenti fossero comunque predisposti, sono rinunziabili i termini previsti nel medesimo art. 2441, sesto comma. La parte inderogabile dell'aumento di capitale in esclusione o limitazione del diritto di opzione è viceversa rappresentato dagli artt. 2343 e 2440 che impongono la redazione della stima e la necessità che l'aumento di capitale e relativo sovrapprezzo non siano superiori al valore di stima.
  4. MASSIMA Il preavviso di tre mesi stabilito per la conversione delle obbligazioni convertibili previste dagli artt. 2420 bis, quinto comma e 2503 bis, secondo comma, è derogabile purché: a) sia concesso agli obbligazionisti almeno un mese rispettivamente dal deposito o dalla pubblicazione dell'avviso per richiedere la conversione e b) sia assicurata l'emissione delle azioni rivenienti dalla conversione in tempo utile per la partecipazione alle assemblee in relazione alle quali è prevista la facoltà di conversione anticipata. La facoltà di conversione anticipata è comunque rinunziabile sul consenso unanime ed informato dei portatori delle obbligazioni. MOTIVAZIONE Gli artt. 2503 bis e 2420 bis quinto comma attribuiscono, in relazione alle fattispecie ivi indicate, ai possessori di obbligazioni convertibili la facoltà di conversione anticipata. L'avviso di conversione anticipata deve essere rispettivamente pubblicato o depositato almeno tre mesi prima della assemblea o della iscrizione del progetto di fusione o di scissione. Gli obbligazionisti hanno tuttavia a loro disposizione solamente il primo di questi tre mesi per chiedere la conversione. Evidentemente gli ulteriori due mesi del periodo di "preavviso" sono posti nell'interesse della Società e sono destinati agli adempimenti preliminari e in particolare per la emissione delle azioni a cura della Società. Ciò che residua di interesse degli obbligazionisti è la concreta possibilità di partecipare con le azioni rivenienti dalla conversione alle assemblee chiamate ad assumere le deliberazioni di cui agli artt. 2420 bis quinto comma ovvero a deliberare la fusione o la scissione. Ne discende che ove la Società assicuri tale risultato, la Società può disporre del tempo che ecceda il primo mese ed il successivo periodo necessario a mettere a disposizione le azioni per l'intervento della assemblea, e può pertanto convocare le assemblee o pubblicare il progetto di fusione prima del decorso dell'intero periodo di tre mesi. Va ancora precisato che sul consenso unanime degli obbligazioni informati sia della intenzione di proporre una fusione o scissione, sia del progetto di delibera ex art. 2420 bis quinto comma si potrà prescindere dallo stesso preavviso di conversione anticipata o dalla durata minima di cui sopra.
  5. MASSIMA Il concambio, nelle fusioni per incorporazione e nelle scissioni a favore di società preesistenti, può essere soddisfatto sia con l'assegnazione di azioni di nuova emissione di compendio dell’aumento di capitale deliberato a servizio della fusione o della scissione dalla società incorporante o beneficiaria, sia attraverso altre modalità, quali l’assegnazione di azioni proprie o la redistribuzione di azioni del capitale della società incorporante o beneficiaria, con conseguente riduzione della partecipazione dei soci originari. MOTIVAZIONE Il concambio si soddisfa normalmente mediante l’aumento del capitale della società incorporante (o beneficiaria) in misura tale da ottenere le azioni da assegnare ai soci della società incorporanda (o scissa); è peraltro pacifico che il concambio si possa soddisfare mediante l’attribuzione di azioni proprie in portafoglio, ovvero con azioni della società incorporante possedute dalla stessa società incorporanda (fattispecie che si verifica in particolare nella fusione inversa), fermo restando il divieto di assegnazione di cui all’art. 2504 – ter codice civile. E’ inoltre legittimo realizzare il concambio tenendo fermo l’importo del capitale della società incorporante (o beneficiaria), annullando tutte le azioni in circolazione, riemettendole integralmente e ridistribuendole fra i soci originari e nuovi, sulla base di un rapporto di cambio non solo delle azioni della società incorporanda (o scissa) con azioni della società incorporante (o beneficiaria) ma anche delle vecchie azioni della stessa società incorporante (o beneficiaria) con (un numero inferiore di) nuove azioni della stessa società. Detto meccanismo non altera infatti il rapporto fra soci originari e nuovi, né la proporzione in cui gli stessi partecipano al capitale della società incorporante (o beneficiaria) e quindi non incide sui rispettivi diritti sociali. La riduzione del valore nominale della partecipazione dei soci originari non lede infatti il loro diritto soggettivo al mantenimento delle proporzioni determinate dal concambio ed è la conseguenza dell'approvazione dell'operazione di fusione (o scissione) secondo le modalità stabilite nel progetto; delibera che può ovviamente essere adottata a maggioranza salva la verifica che, applicandosi il concambio, nessuna partecipazione venga di fatto annullata ed eventualmente l'adozione di meccanismi idonei ad evitare tale estrema conseguenza.
  6. .... E COMPUTO DEI TERMINI DI QUATTRO E SEI MESI PER LA SITUAZIONE PATRIMONIALE DI FUSIONE E PER IL BILANCIO D'ESERCIZIO MASSIMA Nell'ambito della procedura di fusione o scissione: i termini di cui agli articoli 2501-bis e 2501-sexies del codice civile, disposti nell'interesse dei soci, sono derogabili per unanime consenso degli stessi, fermo restando che, in caso di mancata deroga da parte dei soci, ciascun termine decorre dal verificarsi dell'evento assunto come dies a quo (iscrizione del progetto nel registro delle imprese, per il termine di un mese di cui all'art. 2501-bis c.c., e deposito dei documenti presso la sede sociale, per il termine di trenta giorni di cui all'art. 2501-sexies c.c.); il termine di sei mesi, previsto dall'articolo 2501-ter del codice civile quale limite massimo per l'utilizzo del bilancio di esercizio in luogo della situazione patrimoniale infraannuale, così come il termine di quattro mesi previsto per quest'ultima, sono rispettati se, entro la loro scadenza, ha luogo il deposito del progetto nella sede delle società, così come dispone la legge; gli amministratori, qualora tale deposito preceda quello presso il Registro delle Imprese disposto dall'articolo 2501-bis del codice civile, devono procedere a tale adempimento senza indugio. MOTIVAZIONI La prima parte della massima ribadisce un principio già affermato dal Tribunale di Milano; appare opportuno confermarne la validità in considerazione della nuova formulazione dell'articolo 2501-bis c.c., in particolare sottolineando che la nuova disposizione, seppur di diverso tenore ("tra la data fissata per la delibera di fusione e l'iscrizione del progetto deve intercorrere almeno un mese"), non ha certamente modificato la ratio di questi termini dilatori, che restano di esclusivo interesse dei soci; d'altra parte il nuovo testo dell'articolo 2501 bis riecheggia fortemente il disposto del (pure ritenuto derogabile) articolo 2501-sexies c.c. ("Devono restare depositati ... durante i trenta giorni che precedono l'assemblea..."), e ciò conforta l'interpretazione indicata. La possibilità che la situazione di fusione o scissione venga sostituita dal bilancio dell'ultimo esercizio è espressamente consentita dal terzo comma dell'articolo 2501-ter c.c., che ne dispone l'idoneità purché l'esercizio stesso non sia stato chiuso oltre sei mesi prima del deposito in società del progetto. La massima, nel replicare, apparentemente, l'indicazione legislativa, intende in realtà fornire un contributo a riguardo dell'ordine con il quale possono essere compiuti gli adempimenti di cui agli articoli 2501-bis e 2501-sexies c.c., specie in relazione al rispetto del termine di cui al predetto articolo 2501-ter c.c., ai fini dell'utilizzo del bilancio di esercizio (e lo stesso dicasi, mutatis mutandis, per il termine di quattro mesi previsto per la situazione patrimoniale di fusione). Il legislatore non prevede che il deposito presso il Registro delle Imprese preceda quello in società; la giurisprudenza onoraria milanese, nel primo intervento immediatamente successivo al d.lgs. 16 gennaio 1991 n. 22, forniva alcuni elementi sui limiti temporali del procedimento, fra l'altro affermando che "la successione degli articoli ... fa supporre che il secondo dei depositi (quello presso la sede) debba avvenire contemporaneamente o dopo il primo" (quello presso il Registro Imprese), nella prospettiva di evitare la fruizione di un periodo ad libitum. La corretta preoccupazione dei giudici milanesi deve tuttavia trovare soddisfazione nel rispetto delle indicazioni legislative, che senza dubbio affermano, per l'utilizzo del bilancio di esercizio, la sufficienza del solo deposito, nel termine previsto, presso la sede sociale. Il terzo comma dell'articolo 2501-ter c.c. appare effettivamente coerente con il normale iter di formazione del progetto: esso nasce infatti nell'ambito dell'organizzazione interna delle società partecipanti, in esito a determinazione dell'organo amministrativo, che assume le forme della deliberazione consiliare nei casi in cui l'amministrazione è rimessa ad organo collegiale. Da questa determinazione deriva, contestualmente alla sottoscrizione del progetto ed avendo gli amministratori cura di provvedere all'approntamento di tutti gli altri documenti previsti all'articolo 2501-sexies c.c., il concretarsi della situazione prevista da tale norma, cui – logicamente e nel minor termine necessario – deve seguire, anche per gli effetti di cui all'articolo 2503 c.c., il deposito presso il Registro Imprese. 9. Documento approvato dal Consiglio Notarile di Milano in data 20 novembre 2001
  7. MASSIMA E’ legittima la trasformazione di un consorzio con attività esterna in società consortile in quanto strutture associative caratterizzate da medesimo scopo e da medesima causa; è del pari legittima la trasformazione di una società consortile in consorzio con attività esterna. MOTIVAZIONE Per effetto dell’art. 2615-ter, introdotto nel codice civile dalla legge 10 maggio 1976 n. 377, le società previste nei capi III e seguenti del Titolo V del libro V possono assumere come oggetto lo scopo consortile. Ne consegue che, potendo essere utilizzata la forma societaria per il perseguimento di tale scopo sin dall’origine, non ricorre alcun motivo per escludere che la stessa possa esser assunta anche quando il perseguimento dello scopo consortile sia già in corso per il tramite di un consorzio con attività esterna. La trasformazione è vicenda modificativa della struttura organizzativa del gruppo, alternativa rispetto alla liquidazione e costituzione di un nuovo soggetto. Essa è connotata dal principio di continuità per effetto del quale non muta la titolarità di diritti e rapporti facenti capo al "soggetto trasformato". Essa è compatibile con eventuali variazioni di disciplina applicabile e, segnatamente, con modifiche del regime della responsabilità di tutti o di alcuni degli associati. Dal sistema, invero articolato, che si è determinato per effetto di svariate disposizioni normative (tra le quali spicca, ai nostri fini, la legge 127/1971 che vieta la trasformazione di società cooperativa in società lucrativa, divieto peraltro rimosso, per le banche popolari dal d.lgs. 385/1993) è desumibile il principio secondo il quale "non è consentita, neppure con il consenso di tutti i soci, la trasformazione che comporti il passaggio ad un tipo di società con scopo istituzionalmente incompatibile con quello originariamente prescelto". Questo principio, esposto in termini positivi, porta ad ammettere la compatibilità della trasformazione con le vicende modificative delle strutture organizzative di enti, dotati di autonomia patrimoniale, scaturenti da contratti associativi caratterizzati da identico scopo (o causa). Tale evenienza ricorre, in particolare, nel caso di trasformazione di consorzio con attività esterna in società consortile e viceversa, posto che l’identità di scopo è normativamente attestata dall’art. 2615 ter c.c.. L’atto di trasformazione di un consorzio con attività esterna in società consortile di capitali deve avere i requisiti di forma richiesti per la nuova struttura e dovrà essere iscritto nel registro delle imprese con le forme prescritte per l’atto costitutivo del tipo di società adottato. Inoltre, solo il consenso espresso dei creditori comporterà la liberazione dei consorziati dalla responsabilità per le obbligazioni consortili anteriori alla trasformazione, in mancanza del quale essi continueranno a risponderne. La qualificazione della trasformazione come vicenda modificativa dell’atto costitutivo comporta l’applicazione dell'art. 2607 c.c.: se non è diversamente stabilito, è necessario il consenso di tutti i consorziati. Per evitare che vengano eluse le norme poste a tutela dell'effettività del capitale, la delibera di trasformazione in società consortile di capitali necessita, della relazione di stima del patrimonio sociale ad opera dell'esperto nominato dal Tribunale. Tale requisito non è, invece, richiesto per la trasformazione di un consorzio in società di persone non essendo applicabile neppure in via analogica la disciplina degli artt. 2498 C.C.. In ogni caso di trasformazione deliberata a maggioranza, avuto riguardo al tipo di società che si assume o che si perde (di capitale o di persone – a responsabilità limitata o illimitata) a tutela dei soci assenti e/o dissenzienti può soccorrere la facoltà di recesso di cui agli artt. 2609 e 2437 c.c.
  8. MASSIMA Qualora disposizioni normative o regolamentari richiedano specifici requisiti per la costituzione di società aventi ad oggetto determinate attività (come nel caso delle SICAV, ai sensi degli articoli 43 e seguenti d.lgs. 58/98) o per la loro iscrizione nel registro delle imprese (come avviene per le banche ai sensi dell'art. 14 d.lgs. 385/93) o semplicemente per l'esercizio di dette attività (quali l’attività di intermediazione finanziaria ai sensi dell’art. 106 d.lgs. 385/93, l’attività di prestazione di servizi di investimento delle S.I.M. ai sensi dell’art. 18 d.lgs. 58/98, nonché l’attività di gestione collettiva del risparmio delle S.G.R. ai sensi dell’art. 33 d.lgs. 58/98, etc.) si deve ritenere che costituiscano oggetto del controllo di legittimità i soli requisiti di carattere "strutturale", la cui successiva sussistenza non sarebbe possibile se non in virtù di una modifica dello stesso atto costitutivo (o dello statuto adottato con la deliberazione di modifica dell’oggetto). Tali debbano considerarsi i requisiti concernenti l’esclusività dell’oggetto, il tipo sociale richiesto dalla legge, la denominazione, nonché il capitale sociale minimo necessario per l’esercizio di almeno una delle attività "riservate" incluse nell’oggetto sociale (essendo sufficiente la circostanza che, in sede di adozione dell’oggetto riservato, il capitale minimo sia stato quanto meno deliberato, ben potendo la società raccogliere le sottoscrizioni prima della richiesta del provvedimento amministrativo di autorizzazione all’esercizio dell’attività). Si ritiene invece che non costituiscano oggetto del controllo di legittimità i requisiti di carattere non strutturale, la cui verifica, anche di merito, spetta alle rispettive autorità di vigilanza. Tali debbono considerarsi il possesso dei requisiti di professionalità e onorabilità degli amministratori, il possesso dei requisiti di onorabilità dei sindaci e degli esponenti aziendali, nonché l’avvenuta sottoscrizione ed il versamento del capitale minimo. La sussistenza di questi requisiti, pertanto, non deve necessariamente essere verificata dal notaio rogante, né deve formare oggetto di particolari attestazioni da parte dei soci costituenti o degli amministratori. MOTIVAZIONE Diverse disposizioni legislative, prevalentemente nel settore finanziario, riservano l’esercizio di alcune attività a società aventi determinati requisiti e normalmente caratterizzate dall’esclusività del loro oggetto sociale. L’esercizio dell’attività riservata è poi di regola subordinato ad un provvedimento autorizzativo dell’autorità amministrativa, volto anche alla verifica di tali requisiti. Talvolta, invece, l'autorizzazione amministrativa è condizione necessaria per l'iscrizione dell'atto nel registro delle imprese o addirittura per la redazione dell'atto. In tutti questi casi si pone il problema di stabilire sino a che limiti la sussistenza dei requisiti medesimi rappresenti una condizione di legittimità dell’atto costitutivo (o della delibera con cui si adotta l’oggetto "esclusivo") e di conseguenza sino a che limite spetti al notaio la relativa verifica. In passato, alcune massime sia del tribunale di Milano che di altri tribunali hanno genericamente affermato che esula dal controllo in sede di omologazione la verifica nel merito della sussistenza dei requisiti richiesti dalle norme di cui si parla, ma hanno altresì ritenuta necessaria la presenza di un’attestazione comprovante la presenza anche dei requisiti relativi ad amministratori, sindaci ed esponenti aziendali. Nella prassi successiva, tuttavia, le stesse corti hanno di fatto abbandonato tale orientamento, evidentemente rinviando tale verifica al successivo controllo delle autorità di vigilanza. In questo quadro di parziale incertezza pare opportuno affermare la necessaria sussistenza – ai fini della legittimità dell’atto e della presenza delle condizioni richieste dalla legge per l’iscrizione nel registro delle imprese – dei requisiti sopra definiti come "strutturali": quei requisiti, cioè, la cui mancanza potrebbe essere sanata solo da una modifica dell'atto costitutivo appena stipulato ovvero dello statuto come risultante dalla deliberazione assembleare che ha assunto l'oggetto finanziario (tipo sociale, esclusività dell’oggetto, denominazione e capitale minimo almeno deliberato). Il fondamento di tale affermazione risiede negli articoli 1346 e 2448, comma 1, n. 2, c.c., ovverosia nelle norme che postulano la possibilità dell'oggetto del contratto, sia in sede di atto costitutivo della società (art. 1346 c.c.), sia nelle fasi successive (l'art. 2448, che annovera la sopravvenuta impossibilità di conseguimento dell'oggetto tra le cause di scioglimento della società). La mancanza di uno dei requisiti strutturali richiesti dalla normativa speciale, infatti, renderebbe giuridicamente impossibile il conseguimento dell'oggetto sociale, posto che esso consiste esclusivamente nelle attività finanziarie riservate, in esso dedotte. L’atto costitutivo o la delibera assembleare non sarebbero quindi "conformi" al modello delineato dal legislatore, poiché necessiterebbero sin dall'origine di una modifica per poter produrre i loro effetti. D’altro canto, non sembra potersi affermare che gli altri requisiti debbano considerarsi necessari ai fini del controllo di legittimità da parte del notaio. E' proprio su tali aspetti che si deve infatti soffermare l'esame di merito dell'autorità amministrativa che autorizza l'esercizio dell'attività riservata (se non l'iscrizione nel registro delle imprese o persino la stessa costituzione). Non si vede pertanto ragione alcuna per qualificare anche siffatti requisiti come "condizioni richieste dalla legge" da verificare in sede di omologazione ai sensi dei novellati artt. 2330 e 2411 c.c.. In tale categoria di requisiti, esclusi dal controllo di legittimità, va quindi annoverato anche il capitale sottoscritto e versato cui fanno riferimento numerose norme nei settori in parola. E’ da ritenere di regola sufficiente che in sede di adozione dell'oggetto sociale "finanziario" il minimo richiesto dalla normativa "speciale" sia superato dal capitale sociale deliberato, ben potendo la società, nella successiva fase di esecuzione dell’aumento, far sottoscrivere e versare l'ammontare dovuto, prima della richiesta del provvedimento amministrativo che abilita all'esercizio dell'attività. CASISTICA Il principio sopra enunciato trova particolare applicazione per le società che svolgono le attività previste e riservate dal Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (d.lgs. 385/93) e dal Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (d.lgs. 58/98). In particolare in sede di atto costitutivo o di "trasformazione", per ciascuno dei "tipi" societari occorrerà verificare gli elementi minimi strutturali che seguono, avendo in particolare presente che le attività riservate sono sempre esclusive. Detti requisiti assumono rilevanza diversa nei differenti "tipi" sociali: per gli intermediari finanziari ex art. 106 d.lgs. 385/93 si tratta di condizioni per l’iscrizione nell’elenco, che, a sua volta, è condizione per l’esercizio dell’attività; per SIM e SGR si tratta di condizioni per il rilascio dell’autorizzazione allo svolgimento dell’attività, la quale peraltro non è condizione per l’iscrizione nel registro delle imprese; per le Banche si tratta di condizioni per il rilascio dell’autorizzazione allo svolgimento dell’attività , la quale, a sua volta, è condizione per l’iscrizione nel registro delle imprese, per le SICAV si tratta di condizioni per il rilascio dell’autorizzazione, che è addirittura condizione per la costituzione. In tutti i casi, per il rilascio delle autorizzazioni oltre ai requisiti strutturali devono sussistere altri requisiti (ad esempio quelli di onorabilità di soci, consiglieri e sindaci e di professionalità di questi ultimi due) che, come specificato, non essendo requisiti strutturali contenuti in statuto, non formano oggetto del controllo di legittimità del notaio. A meri fini di riepilogo, si riproduce qui di seguito uno schema riassuntivo, riportante le principali disposizioni concernenti le tipologie di società sopra enunciate. Società finanziarie (artt. 106 e segg. d.lgs. 385/93) Oggetto: lo svolgimento delle attività finanziarie "nei confronti del pubblico" (la definizione di esercizio nei confronti del pubblico è contenuta nel Decreto del Ministro del Tesoro del 6 luglio 1994); si tratta di attività riservata agli intermediari finanziari iscritti nell’elenco tenuto dall’UIC. L’oggetto deve essere esclusivo; L’art. 106 del d.lgs. 385/93 considera attività finanziarie in senso proprio: l’assunzione di partecipazioni; la concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma; la prestazione di servizi di pagamento e di intermediazione in cambi. Il Decreto del Ministro del Tesoro in data 6 luglio 1994 (pubblicato sulla G.U. 170 del 22 luglio 1994) fornisce chiarimenti sull’ambito di attività degli intermediari finanziari; in particolare: specifica il contenuto delle singole categorie di attività finanziarie elencate nell’art. 106; estende le attività esercitabili dagli intermediari finanziari ad alcune delle "attività ammesse al mutuo riconoscimento" di cui all’art. 1 comma 2 lett. f) del d.lgs. 385/93 (alcune delle quali, peraltro, già ricomprese nelle categorie generali elencate nell’art. 106); chiarisce che è ammissibile, non violando il principio di esclusività, l’esercizio di attività strumentali o connesse, dandone la definizione. Gli intermediari finanziari iscritti nell’elenco speciale di cui all’art. 107 possono inoltre (nei casi previsti e regolati dalla Banca d’Italia) svolgere i servizi di investimento previsti dall’art. 1 comma 5 lett. a) e c) del D.Lgs 58/98, ai sensi dell’art. 19 del d.lgs. 58/98. Lo svolgimento di attività finanziarie in via prevalente, ma non nei confronti del pubblico, a contrario, non richiede requisiti minimi strutturali; pertanto attività quali quella di "holding" o di finanziaria di gruppo possono essere introdotte nell’oggetto liberamente (art. 113 d.lgs. 385/93). Forma giuridica: deve essere quella di società per azioni, società in accomandita per azioni, società a responsabilità limitata o società cooperativa. Capitale: il capitale deve essere non inferiore a cinque volte il capitale minimo previsto per la costituzione delle società per azioni (in Euro attualmente 500.000). Società di intermediazione mobiliare – S.I.M. (artt. 18 e segg. d.lgs. 58/98) Oggetto: attività esclusiva e riservata [salva la competenza concorrente delle Banche e quei pochi servizi di investimento che possono essere prestati dalle S.G.R. o dagli intermediari finanziari iscritti nella sezione speciale dell’art. 107] è l’esercizio professionale nei confronti del pubblico dei servizi di investimento, come qualificati dall’art. 1, comma 5 del d.lgs. 58/98 o successivamente individuati dal Ministro del Tesoro ai sensi dell’art. 18 del d.lgs. 58/98. Le S.I.M. possono inoltre prestare: i servizi accessori, come definiti nell’art. 1, comma 6 del d.lgs. 58/98; altre attività finanziarie; attività connesse e strumentali; Forma giuridica: deve essere quella di società per azioni; Denominazione: deve comprendere le parole "società di intermediazione mobiliare", eventualmente anche in sigla (S.I.M.), in analogia con quanto si ritiene per l’indicazione della forma giuridica di società per azioni ai sensi dell'art. 2326 c.c.. Sede legale: deve essere situata in Italia. Capitale: il capitale minimo delle S.I.M. è stabilito dalla Banca d’Italia anche in funzione dei singoli servizi di investimento che la S.I.M. viene autorizzata a svolgere; attualmente il capitale minimo è stabilito nel Regolamento della Banca d’Italia in data 4 agosto 2000 in: 385.000 Euro in caso di svolgimento dei servizi di investimento di cui alle lett. c) (ma solo se il collocamento avviene senza preventiva sottoscrizione ecc. …) d) ed e) dell’art. 1, comma 5 del d.lgs. 58/98; in tali casi, peraltro, il Regolamento stabilisce che le limitazioni "devono essere espressamente previste nello statuto"; un milione di Euro in tutti gli altri casi; pertanto occorrerà verificare che il capitale minimo deliberato sia sufficiente per svolgere i servizi di investimento previsti nell’oggetto ed in particolare, permanendo le attuali indicazioni della Banca d’Italia, nel caso in cui il capitale sia inferiore all’importo che consente lo svolgimento di tutti i servizi di investimento, che l’oggetto sia limitato ai servizi consentiti. Società di gestione del risparmio – S.G.R. (artt. 33 e segg. d.lgs. 58/98) Oggetto: attività esclusiva e riservata [salva la competenza concorrente delle SICAV] è la prestazione del servizio di gestione collettiva del risparmio, come definito dall’art. 1, comma 1 lett. n) del d.lgs. 58/98. Le SGR possono inoltre: prestare il servizio su base individuale di portafogli di investimento per conto terzi; istituire e gestire fondi pensione; svolgere attività connesse e strumentali stabilite dalla Banca d’Italia, sentita la CONSOB (attualmente specificate nel Provvedimento in data 1 luglio 1998); prestare il servizio di investimento di cui all’art. 1, comma 5 lett. d) del d.lgs. 58/98, ai sensi dell’art. 19 del d.lgs. 58/98. Forma giuridica: deve essere quella di società per azioni; Denominazione: deve comprendere le parole "società di gestione del risparmio ", eventualmente, come detto anche per le S.I.M., anche in sigla (S.G.R.) in analogia con quanto si ritiene per l’indicazione della forma giuridica di società per azioni ai sensi dell'art. 2326 c.c.. Sede legale: deve essere situata in Italia. Capitale: il capitale minimo delle S.G.R. è stabilito dalla Banca d’Italia; attualmente il capitale minimo è stabilito nel Provvedimento della Banca d’Italia in data 1° luglio 1998 in euro 1.000.000. Banche (artt. 10 e segg. d.lgs. 385/93) Oggetto: l’attività bancaria propriamente detta e riservata alle banche è costituita dalla raccolta di risparmio tra il pubblico [definita come "l’acquisizione di fondi con obbligo di rimborso, sia sotto forma di depositi sia sotto altra forma"] e dall’esercizio del credito; le banche possono inoltre effettuare: (i) ogni altra attività finanziaria, secondo la disciplina propria di ciascuna; (ii) le attività connesse o strumentali; (iii) i servizi di investimento, ai sensi dell’art. 19 del d.lgs. 58/98. L’oggetto deve essere esclusivo, come si desume dal comma 3 dell’art. 10 del d.lgs. 385/93, che elenca in modo tassativo le attività esercitabili oltre all’attività bancaria propriamente detta. Sede legale: deve essere situata in Italia, come specificato nella Circolare della Banca d’Italia di cui infra. Forma giuridica: deve essere quella di società per azioni o di società cooperativa per azioni a responsabilità limitata. Capitale: il capitale minimo delle banche è stabilito dalla Banca d’Italia, attualmente in 6,3 milioni di Euro per s.p.a. e banche popolari e in 2 milioni di Euro per banche di credito cooperativo (Circolare n. 229 del 21 aprile 1999 e successivi aggiornamenti). Società di investimento per azioni a capitale variabile – SICAV (artt. 43 e segg. d.lgs. 58/98) Oggetto: attività esclusiva deve essere "l’investimento collettivo del patrimonio raccolto mediante offerta al pubblico delle proprie azioni"; le SICAV possono inoltre svolgere attività connesse e strumentali indicate dalla Banca d’Italia, sentita la CONSOB; Forma giuridica: deve essere quella di società per azioni. Denominazione: deve contenere l’indicazione di società di investimento per azioni a capitale variabile o la sigla S.I.C.A.V. Sede legale: deve essere situata in Italia. Capitale: il capitale minimo delle SICAV è stabilito dalla Banca d’Italia; attualmente il capitale minimo è stabilito nel Provvedimento della Banca d’Italia in data 1° luglio 1998 in euro 1.000.000; lo statuto deve inoltre indicare "le modalità di determinazione del valore delle azioni e del prezzo di emissione e di rimborso nonché la periodicità con cui le azioni SICAV possono essere emesse e rimborsate". 8. Documento approvato dal Consiglio Notarile di Milano in data 24 luglio 2001
  9. MASSIMA E’ conforme alla legge il verbale di assemblea, redatto con atto notarile ai sensi dell’art. 2375 c.c., benché non contestuale, cioè perfezionato non al termine dell’assemblea bensì entro il periodo di tempo da ritenersi congruo in relazione al grado di complessità della verbalizzazione, e/o mancante della sottoscrizione del presidente dell’assemblea. MOTIVAZIONE Il verbale assembleare assolve a una funzione di prova, controllo e informazione: prova dei fatti verificatisi in assemblea, ivi incluse le deliberazioni adottate; controllo della regolarità del procedimento assembleare; informazione a soci e a terzi su dati e fatti concernenti la società, anche non strettamente inerenti alla riunione assembleare (funzione quest’ultima particolarmente sollecitata, nelle società che fanno appello al pubblico risparmio, dalla regolamentazione Consob). Per assolvere ai fini predetti, il verbale necessita di tempi di redazione direttamente proporzionali alla complessità del "fatto assembleare", al grado di analiticità richiesto o ritenuto opportuno e alle conseguenti difficoltà incontrate nella verbalizzazione, per assicurarne la fedeltà, la precisione e la completezza nell’interesse dei soci e dei terzi. Vista l’assenza di norme o principi esplicitamente o implicitamente contrari regolanti la materia o ad essa applicabili in via analogica, e in considerazione dell’uso o prassi invalsa nella verbalizzazione di organi collegiali anche diversi dalle assemblee societarie, si ritengono allora ammissibili le seguenti ipotesi di verbale non contestuale: a) redazione del verbale con soluzione di continuità rispetto all’assemblea ed eventualmente in luogo diverso da quello in cui si è tenuta l’assemblea, con sua ultimazione nell’arco della stessa giornata in cui si è tenuta l’assemblea; b) inizio di redazione del verbale nel giorno in cui si è tenuta l’assemblea e sua ultimazione in giorno successivo; c) inizio e ultimazione del verbale in giorni successivi (l’inizio in giorno diverso da quello della riunione può essere variamente giustificato: riunione terminata ad ore tarde; necessità di organizzare e ponderare il materiale sulla cui base redigere il verbale "a mente fresca"; opportunità di recuperare preventivamente strumenti di ausilio alla verbalizzazione, come le registrazioni audio/video, che in ipotesi non siano immediatamente disponibili; ecc.). Al fine di una corretta informazione dei terzi e di un puntuale rispetto della legge notarile, è opportuno che nel verbale si dia conto sia della data di inizio sia della data di ultimazione del verbale, con sua iscrizione a repertorio avendo riguardo alla data di ultimazione. Resta fermo che l’ultimazione del verbale non può legittimamente protrarsi per un periodo di tempo ingiustificato alla luce delle esigenze della verbalizzazione e al punto da mettere in pericolo l’affidamento sulla memoria e sulle capacità del verbalizzante, e dunque sulla fedeltà del verbale. Quanto alla sottoscrizione del verbale ad opera del presidente, abitualmente presente nella prassi, la sua non necessità ai fini della validità del verbale notarile – tesi ormai generalmente accettata – dipende dai seguenti argomenti: - la lettera dell’art. 2375 c.c., nel richiedere che il verbale sia sottoscritto dal presidente e dal segretario o dal notaio, si presta a essere letta nel senso che la sottoscrizione del notaio è alternativa alle sottoscrizioni sia del presidente sia del segretario (e comunque non impone la lettura opposta, nel senso della alternatività alla sola sottoscrizione del segretario); - la richiesta presenza del notaio nelle assemblee straordinarie deriva dall’interesse generale ad una verbalizzazione imparziale, assistita dall’efficacia di prova piena dell’atto pubblico, scevra da condizionamenti ad opera dei più diretti interessati: sarebbe in forte contrasto con tale scelta richiedere la sottoscrizione del presidente, con sua conseguente possibilità di impedire la verbalizzazione o di incidere sul contenuto del verbale a pena di rifiuto di sottoscrizione, perché il presidente dell’assemblea, oltre ad essere un protagonista della vicenda assembleare, autore di dichiarazioni e fatti da documentare, viene eletto dalla maggioranza assembleare o ricopre la carica per scelta dello statuto, che solitamente la demanda a un amministratore, sicché egli è titolare o rappresenta interessi ben determinati e parziali; - proprio perché l’intervento del notaio verbalizzante ha lo scopo e l’effetto non di dare forma pubblica a dichiarazioni di parte, ma di accertare e dar conto "del fatto assembleare" in modo imparziale e nell’interesse generale come sopra specificato, nell’atto pubblico "verbale assembleare" non vi è una "parte dell’atto" nel senso indicato dalla legge notarile, nel senso cioè di soggetto che ha la disponibilità della documentazione notarile (avendo la disponibilità del relativo interesse) con il potere di incidere sul contenuto dell’atto (in ispecie, "parte" non è il presidente dell’assemblea): pertanto non vi è un soggetto che debba approvare il contenuto del verbale, con potere di pretenderne modifiche, rispetto al quale occorra osservare necessariamente le formalità di costituzione formale in atto, lettura e sottoscrizione dell’atto.
  10. MASSIMA Il principio secondo cui gli esercizi sociali devono avere durata annuale va contemperato con il diritto della società di scegliere la data di inizio dell’esercizio e di eventualmente modificarla, per giustificate ragioni, nel corso della sua vita: tale contemperamento normalmente avverrà attraverso la previsione di un esercizio e di un relativo bilancio infra annuale, ma potrà avvenire anche attraverso la previsione di un esercizio ultra annuale allorché il periodo temporale limitato non consenta la redazione di un bilancio infra annuale significativo. MOTIVAZIONE Può ritenersi principio armai acquisito in dottrina e in giurisprudenza che il principio della annualità degli esercizi sociali e del conseguente obbligo di redigere il bilancio di esercizio su base annuale debba essere contemperato con il diritto della società di scegliere la data di inizio dell’esercizio sociale che non deve necessariamente coincidere con il momento il cui la società è venuta a giuridica esistenza e con il diritto della società stessa di modificare successivamente tale data per giustificati motivi attraverso una modifica statutaria. Il contemperamento dei due principi da un lato esclude la tesi della assoluta e tassativa inderogabilità del principio della annualità degli esercizi sociali e dall’altro impone la necessità di riconoscere la legittimità di un esercizio di raccordo e del relativo bilancio di durata non coincidente con l’anno. Se normalmente questo esercizio e il relativo bilancio sarà di durata infra annuale non può escludersi che, nel caso di periodi di tempo molto limitati, ciò possa avvenire anche attraverso la previsione di una limitata ultra annualità. In questo senso si erano orientati molti ed autorevoli Tribunali nelle ipotesi assai frequenti di atti costitutivi stipulati a ridosso della fine dell’anno quando tali atti prevedevano la data di chiusura dell’esercizio al 31 dicembre. Non sussistono ragioni che impediscano di estendere tale possibilità anche all’ipotesi di delibere di assemblee straordinarie che prevedano, unitamente allo spostamento della data di chiusura dell’esercizio sociale, un esercizio la cui durata superi l’anno di un breve periodo di tempo. Non si vede infatti che utilità e che significatività possa avere un esercizio molto breve e che utilità possa presentare un bilancio riferito a tale limitato periodo, potendo invece esso costituire un pericolo per i terzi qualora la sua approvazione fosse utilizzata per distribuire utili. Infine le ipotesi qui considerate non trovano ostacolo nell’art. 2364 secondo comma cod. civ., non essendo incompatibile con il rispetto di tale norma la fattispecie qui considerata.
  11. MASSIMA L’obbligo di indicare nell’atto costitutivo l’oggetto sociale (art. 2328 n. 3 e art. 2475 n. 3 c.c.) implica che tale indicazione debba avvenire in modo specifico e non generico. La specificità normalmente risulta dalla individuazione congiunta del settore economico in cui la società intende operare (produzione e/o scambio o prestazione di servizi) e dalla specificazione dei settori merceologici di riferimento, ma può anche risultare dalle particolari modalità con cui l’attività verrà svolta che, tenuto conto delle mutate esigenze e valutazioni socio-economiche, possono assumere una loro particolare specificità indipendente dal settore merceologico a cui l’attività verrà applicata: è il caso, in via meramente esemplificativa, dell’attività commerciale svolta attraverso ipermercati e supermercati, dell’e-commerce, di particolari attività di import-export, della commercializzazione di prodotti ricevuti da Gruppi in pagamento di altre prestazioni (ad esempio attività pubblicitarie). MOTIVAZIONE L’obbligo contenuto negli artt. 2328 n. 3 C.C. e 2475 n. 3 C.C. di indicare negli atti costitutivi di società di capitali l’oggetto sociale va sicuramente inteso come obbligo di indicare l’oggetto non in maniera generica, ma specifica, costituendo l’oggetto sociale un limite dei poteri degli amministratori nei confronti della società (per il compimento di atti estranei o eccedenti l’oggetto sociale) e nei confronti dei terzi (che non siano in buona fede) e della maggioranza assembleare rispetto ai soci dissenzienti, ai quali ultimi spetta, in caso di deliberazioni di modifica dell’oggetto sociale, un diritto di recesso (art. 2437 c.c.). Normalmente detta specificazione dell’oggetto viene fatta indicando congiuntamente il genere di attività (produzione e/o commercio o prestazione di servizi) e il settore o i settori merceologici nei quali tali attività andranno svolte. L’evoluzione dell’attività economica e le mutate esigenze e valutazioni del mondo economico hanno fatto però emergere attività la cui specificità risiede nel modo particolare in cui l’attività è posta in essere indipendentemente dal settore merceologico, che verrà scelto ex post in base alle convenienze che si presenteranno. E’ il caso ad esempio dell’attività commerciale svolta attraverso particolari strutture qualificate dalla dimensione (supermercati e ipermercati) o con particolari modalità (vendita per corrispondenza) a cui è connaturale rivolgersi ad estesissimi settori merceologici di regola non identificabili in via esaustiva al momento della stipulazione dell’atto costitutivo: si ritiene quindi inutile ed ultronea per queste attività una sterminata elencazione di settori merceologici che nulla aggiunge alla determinatezza dell’oggetto. E’ il caso inoltre di attività commerciali affermatesi in epoca recente quali l’e-commerce in cui la specificità dell’oggetto è determinata dalla capacità di applicare nuovi strumenti informatici all’attività commerciale divenendo secondaria la predeterminazione dei settori merceologici di riferimento. Può essere il caso di attività di import-export che possono qualificarsi in maniera diversa dalla elencazione di settori merceologici (ad esempio a mezzo specificazione dei paesi di riferimento o in altri modi similari), rinviandosi ad un momento successivo la scelta dei prodotti da importare o da esportare a seconda delle opportunità che si potranno presentare alla società. E’ il caso infine di società che hanno per oggetto la commercializzazione di prodotti ricevuti da Gruppi di cui fanno parte o a cui sono contigue in pagamento di particolari prestazioni ( ad esempio pubblicità). Nei casi qui esemplificati la corrente valutazione del mondo economico ha riconosciuto una specificità e una determinatezza ad attività che, pur non rivolgendosi al momento della costituzione della società ad un predeterminato settore merceologico, si caratterizzano per le particolari modalità con le quali l’attività è destinata a svolgersi.
  12. MASSIMA La stima richiesta dall’articolo 2343 c.c. deve riferirsi a valori aggiornati rispetto alle operazioni per le quali è preordinata, e tali non possono ritenersi valori riferiti ad oltre quattro mesi prima dell’atto costitutivo o dell’assemblea che delibera l’aumento di capitale. MOTIVAZIONE La massima – in coerenza con le più recenti indicazioni in tema di applicazione degli articoli 2446 e 2447 c.c. – riconosce in quattro mesi il periodo massimo che può intercorrere tra la data di riferimento della stima peritale dei beni da conferire e la conseguente operazione societaria, atto costitutivo o assemblea che delibera l’aumento del capitale. In mancanza di indicazioni specifiche da parte del legislatore, il termine sopra determinato ha supporto: - nel disposto dell’articolo 2501 ter c.c., che in tema di fusioni e scissioni afferma l’idoneità di situazione patrimoniale di aggiornamento identico o addirittura più remoto, ove si tratti del bilancio di esercizio; - nel maggior termine, pari a sei mesi, che lo stesso articolo 2343, terzo comma, stabilisce per il controllo delle valutazioni peritali, da svolgersi a cura degli amministratori e dei sindaci (o della società di revisione, in caso di società quotata presso mercato regolamentato). Sotto quest’ultimo profilo non può sfuggire che l’esigenza di aggiornamento della stima deve essere ragionevolmente correlata al periodo che il legislatore fissa per fare luogo alla revisione dell’operato del perito, apparendo sensato consentire quattro mesi per la preparazione di un elaborato destinato ad essere verificato in sei mesi. Il riferimento all’articolo 2501 ter del codice, e così alla data di aggiornamento della situazione patrimoniale di fusione (sulla cui base viene determinato il rapporto di cambio) appare ulteriormente significativo tenuto conto che fusione e conferimento realizzano, in termini economici, un analogo risultato di integrazione, che si manifesta con tutta evidenza allorché il conferimento in natura abbia ad oggetto partecipazioni costituenti l’intero capitale di una società. 6. Documento approvato dal Consiglio Notarile di Milano in data 8 maggio 2001
  13. RINUNCIA ALLA RELAZIONE DEGLI ESPERTI SULLA CONGRUITA’ DEL RAPPORTO DI CAMBIO EX ART. 2501-QUINQUIES C.C. IN CASO DI FUSIONE E SCISSIONE MASSIMA Non è necessaria la relazione dell'esperto sulla congruità del rapporto di cambio, ai sensi dell’art. 2501-quinquies c.c., allorché tutti i soci delle società partecipanti alla fusione o alla scissione vi abbiano rinunciato, e di ciò si faccia constare nei relativi verbali assembleari, ferma restando l’eventuale applicabilità dell’art. 2343 c.c.. MOTIVAZIONE La massima recepisce un recente decreto della Corte d’Appello di Milano (App. Milano, decr. 12 gennaio 2001), specificandone alcuni profili sistematici ed applicativi, estesi anche all’istituto della scissione. La competenza a stabilire il rapporto di cambio, in caso di fusione e scissione, spetta all'organo amministrativo, che provvede a darne illustrazione e giustificazione ai soci a mezzo della propria relazione. L'intervento dell'esperto che redige la relazione peritale prevista dall'art. 2501-quinquies c.c. (richiamato in tema di scissione dall'art. 2504-novies c.c.) consiste quindi nel fornire ai soci un parere sulla congruità delle valutazioni e determinazioni dell'organo amministrativo. I soci, così come possono approvare l'operazione straordinaria nel caso l'esperto rilasci giudizio sfavorevole, possono validamente rinunciare alla redazione stessa della relazione peritale, in quanto unici titolari – come affermato in giurisprudenza – del "potere di valutazione dell'idoneità dei mezzi prescelti a presidio degli interessi di cui sono portatori", in coerenza con l'indirizzo che considera derogabili, sempre per volontà esclusiva della compagine sociale, i termini di cui agli articoli 2501-bis e 2501-sexies c.c.. L'ordinamento infatti tutela diversamente l'interesse dei terzi, consentendo ai creditori sociali di interporre opposizione all'operazione in corso (art. 2503 c.c.) e disponendo addirittura – in tema di scissione – la responsabilità solidale di ciascuna delle società coinvolte nel procedimento, secondo quanto previsto dall'art. 2504-decies, comma 2, c.c.. Né sembra possibile pervenire a diversa conclusione avuto riguardo a paventati pregiudizi di altre categorie di terzi – i creditori particolari del socio e l'erario – dipendenti da eventuali inadeguatezze del rapporto di cambio formato dagli amministratori. A questo proposito è opportuno richiamare, in via preliminare, l'opinione giurisprudenziale secondo cui l'entità della partecipazione assegnata con il rapporto di cambio dipende "anche da valutazioni inerenti a nuovi equilibri aziendali o a prospettive legate al diverso assetto, che non possono trovare, necessariamente, riscontri di natura contabile-estimativa" (App. Milano, decr. 12 gennaio 2001, cit.). Per quanto più specificatamente attiene alla posizione delle due categorie sopra indicate, la stessa giurisprudenza opportunamente nota che "a) i creditori particolari del singolo socio, come nelle più disparate possibili ipotesi in cui questi compia atti di disposizione su partecipazioni sociali di cui è titolare, troveranno tutela in forza degli istituti generali volti ad eliminare gli effetti di atti comportanti pregiudizio e lesione del patrimonio del debitore; b) eventuali spostamenti di ricchezza a titolo gratuito perseguiti con la fusione determinano – in presenza di effetti elusivi od evasivi – l'esercizio del potere accertativo dell'Amministrazione finanziaria, ma non si riflettono sulla validità della deliberazione". Sotto quest'ultimo profilo l'opinione dei giudici acquista ulteriore credito avuto riguardo alla nuova regolamentazione che la recente legislazione fiscale ha introdotto in relazione alla traslazione di utilità attuata per via indiretta. La possibilità di rinunciare alla relazione degli esperti sul rapporto di cambio, del resto, appare consentita dalla disciplina comunitaria, contenuta nella terza direttiva in materia societaria, come risulta implicitamente dall’art. 28 della direttiva (laddove si rende superflua la relazione anche contro il consenso di una minoranza dei soci, in presenza del loro diritto di vendere le proprie azioni) e come viene altresì confermato dalla legislazione tedesca, che prevede espressamente la rinuncia alla relazione degli esperti sulla congruità del rapporto di cambio, col consenso unanime di tutti i soci (§ 12, Abs. 3, Umwandlungsgesetz). Il diritto dei soci di apprezzare autonomamente l'operato degli amministratori, prescindendo dal conforto peritale, ha tuttavia natura individuale, restando sottratto al principio maggioritario. Pertanto la volontà di rinunciare alla relazione degli esperti dovrà essere dichiarata da tutti i soci e – più in generale – dai portatori di diritti anche parziali sulle partecipazioni sociali, ed essere attestata, nel verbale assembleare, da parte del presidente della riunione. Le considerazioni di cui sopra lasciano impregiudicato il problema dell’eventuale necessità della stima ai sensi dell’art. 2343 c.c., volta alla tutela di interessi anche di terzi non soci. Pur escludendo che la fusione e la scissione richiedano in ogni caso la redazione della stima prevista dall’art. 2343 c.c., rimane comunque da valutare se e quando – anche tenuto conto dei noti orientamenti giurisprudenziali, con specifico riferimento alle massime del Tribunale di Milano del novembre 1989, in Riv. soc., 1989, p. 1118 ss., del 30 settembre 1994, in Riv. soc., 1995, p. 278 ss., nonché del 27 marzo 1996, in Riv. soc., 1996, p. 269 ss. – le modalità di attuazione dell’operazione impongano la redazione della stima, a prescindere dall’unanime rinunzia dei soci alla relazione degli esperti sulla congruità del rapporto di cambio. 4. Documento approvato dal Consiglio Notarile di Milano in data 13 marzo 2001
  14. RIDUZIONE DEL CAPITALE PER PERDITE EX ARTT. 2446 E 2447 C.C.: AGGIORNAMENTO TEMPORALE DELLA SITUAZIONE PATRIMONIALE MASSIMA Si reputa legittima una deliberazione di riduzione del capitale sociale per perdite, nei casi di cui agli articoli 2446 e 2447 c.c., assunta sulla base del bilancio d'esercizio o di una situazione patrimoniale infrannuale, riferiti ad una data non anteriore a quattro mesi rispetto alla deliberazione medesima (oppure a sei mesi, qualora, per il bilancio d'esercizio, ricorrano i presupposti del rinvio ai sensi dell’art. 2364, comma 2, ultima frase, c.c.), fermo restando l’obbligo degli amministratori di valutare, caso per caso, se eventi successivi alla data di riferimento esigano la redazione di una situazione patrimoniale più aggiornata. MOTIVAZIONE Le deliberazioni assunte ai sensi degli articoli 2446 e 2447 c.c. si devono basare su un documento contabile (bilancio d'esercizio o situazione patrimoniale) il cui grado di aggiornamento rispetto alla data della riunione assembleare è stato oggetto di diverse interpretazioni giurisprudenziali e dottrinali. Qualora la deliberazione venga presa in base al bilancio d'esercizio, si ritiene idoneo il termine fissato dalla legge per l'approvazione del medesimo, stabilito in via ordinaria in quattro mesi dalla chiusura dell'esercizio, ai sensi dell'art. 2364, comma 2, c.c.. In tal senso si esprimono in modo quasi unanime la dottrina e la giurisprudenza (l'opposta tesi sostenuta in passato in sede onoraria dal Tribunale di Milano, oltre ad essere stata parzialmente disattesa dallo stesso tribunale, non è poi stata accolta dalla Corte di secondo grado - cfr. ad es. App. Milano 21 marzo 1988, in Le soc., 1988, p. 651 ss.). L'idoneità del termine di legge per l'approvazione del bilancio d'esercizio, inoltre, può essere affermata anche nelle ipotesi di rinvio (entro i sei mesi dalla chiusura) di cui all'art. 2364, comma 2, ultima frase, c.c.. In tale ultimo caso, si ritiene legittima la deliberazione ex artt. 2446 e 2447 c.c. qualora essa sia assunta contestualmente all'approvazione del bilancio d'esercizio. Qualora a base delle deliberazioni in oggetto non venga posto il bilancio d'esercizio, bensì una situazione patrimoniale riferita ad una data diversa dalla chiusura dell'esercizio sociale, non si ritiene possibile fissare a priori un termine rigido svincolato da ogni riferimento normativo. Può essere invece accolta l'interpretazione secondo la quale si applica per analogia lo stesso termine (implicitamente desumibile dall'art. 2446, comma 2, c.c., laddove menziona "l'assemblea che approva il bilancio di tale esercizio") di quattro mesi previsto dall'art. 2364, comma 2, c.c., per l'approvazione del bilancio d'esercizio. A conferma di questa impostazione, oltre alle numerose argomentazioni messe in luce dalla dottrina quasi unanime e dalla giurisprudenza maggioritaria, va aggiunta la scelta del legislatore degli ultimi anni di utilizzare il medesimo termine per la situazione patrimoniale in caso di fusione e di scissione, ai sensi dell'art. 2501-ter c.c.. L'esigenza di tenere in considerazione, caso per caso, eventi verificatisi dopo la data di riferimento del bilancio o della situazione patrimoniale, giustamente messa in luce da dottrina e giurisprudenza, implica una valutazione di merito, cui sono tenuti gli organi di amministrazione e di controllo, non sindacabile sul piano della verifica delle condizioni di legittimità della deliberazione. 3. Documento approvato dal Consiglio Notarile di Milano in data 6 febbraio 2001
  15. MINISTERO DELL'ECONOMIA E DELLE FINANZE Adeguamento delle modalità di calcolo dei diritti di usufrutto a vita e delle rendite o pensioni in materia di imposta di registro e di imposta sulle successioni e donazioni. (G.U. n. 300 del 28 dicembre 2001) IL CAPO DEL DIPARTIMENTO PER LE POLITICHE FISCALI di concerto con IL RAGIONIERE GENERALE DELLO STATO Visto il testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131; Visto il testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta sulle successioni e donazioni approvato con decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346; Visto l'art. 3, comma 164, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, recante "Misure di razionalizzazione della finanza pubblica" che demanda al Ministro delle finanze, di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica l'adeguamento delle modalità di calcolo dei diritti di usufrutto a vita a delle rendite o pensioni, in ragione della modificazione della misura del saggio legale degli interessi; Visti gli articoli 23, 24, 25 e 26 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, concernenti l'istituzione e l'organizzazione del Ministero dell'economia e delle finanze; Visto il decreto 30 novembre 2001 del Ministro dell'economia e delle finanze con il quale la misura del saggio degli interessi legali di cui all'art. 1284 del codice civile è fissata al 3 per cento in ragione d'anno, con decorrenza dal 1 gennaio 2002; Visto l'art. 13 della legge 8 maggio 1998, n. 146, e l'art. 4, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165; Decreta: Art. 1. 1. Il valore del multiplo indicato nell'art. 46, comma 2, lettere a) e b) del testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, e successive modificazioni, relativo alla determinazione della base imponibile per la costituzione di rendite o pensioni, è fissato in 33,33 volte l'annualità. 2. Il valore del multiplo indicato nell'art. 17, comma 1, lettere a) e b) del esto unico delle disposizioni concernenti l'imposta sulle successioni e donazioni approvato con decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 46, e successive modificazioni, relativo alla determinazione della base imponibile per la costituzione di rendite o pensioni, è fissato in 33,33 volte l'annualità. 3. Il prospetto dei coefficienti per la determinazione dei diritti di usufrutto a vita e delle rendite o pensioni vitalizie, allegato al testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, e successive modificazioni, è variato in ragione della misura del saggio legale degli interessi fissata al 3 per cento, come da prospetto allegato al presente decreto. Art. 2. 1. Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano agli atti pubblici formati, agli atti giudiziari pubblicati o emanati, alle scritture private autenticate e a quelle non autenticate presentate per la registrazione, alle successioni apertesi ed alle donazioni fatte a decorrere dalla data del 1 gennaio 2002. Art. 3. 1. Il presente decreto entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. Roma, 24 dicembre 2001 Allegato Coefficienti per la determinazione dei diritti di usufrutto a vita e delle rendite o pensioni vitalizie calcolati al saggio di interesse del 3 per cento. ============================================ Età del beneficiario (anni compiuti) Coefficiente ============================================ da 0 a 20 | 31,75 da 21 a 30 | 30,00 da 31 a 40 | 28,25 da 41 a 45 | 26,50 da 46 a 50 | 24,75 da 51 a 53 | 23,00 da 54 a 56 | 21,25 da 57 a 60 | 19,50 da 61 a 63 | 17,75 da 64 a 66 | 16,00 da 67 a 69 | 14,25 da 70 a 72 | 12,50 da 73 a 75 | 10,75 da 76 a 78 | 9,00 da 79 a 82 | 7,25 da 83 a 86 | 5,50 da 87 a 92 | 3,75 da 93 a 99 | 2,00
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