Lenza

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    Roma
  1. Come già sottolineato da altri, è sufficiente che l'affare sia concluso per effetto dell'intervento del mediatore, per far sorgere l'obbligo di corrispondere la provvigione. Sarebbe troppo bello non dover pagare la provvigione semplicemente dichiarando le parti in atto di non essersi avvalse dell'opera di alcun mediatore . Aggiungo tra l'altro che, ove realmente l'affare si fosse concluso per mezzo del mediatore, dichiarare il contrario in atto significherebbe dichiarare il falso, con ciò che ne consegue in termini di responsabilità ex art. 76 dpr 445/2000. Quanto alla questione della condizione, non sono documentato sulla giurisprudenza però, basandomi solo sul codice e sulle sentenze citate da altri, direi che la situazione in astratto è abbastanza delineata: in caso di condizione risolutiva, il verificarsi della condizione non fa venir meno il diritto alla provvigione (art. 1757 c.2 cc.). Piuttosto è da verificare se il mediatore fosse a conoscenza della difformità urbanistica di cui parli che ha fatto zompare l'affare o, in ogni caso, se la diligenza richiestagli gli imponesse delle verifiche in merito ex art. 1759 cc. Se così fosse probabilmente anche il mediatore non so quante pretese possa avanzare. Ma questo è un tema più da avvocati che da notai.
  2. comunione convenzionale ricomprendedovi il terreno (che è bene personale ex art. 179 c. 1 a) (e, in caso [sempre che non ci sia un appalto o altro titolo], rinuncia alla restituzione del credito nascente ex art. 936 cc); in alternativa, cessione di quota di terreno vs. obbligo di costruire il villino. In questo caso però la comunione che si instaura è ordinaria. ma è un caso reale?
  3. Ok, grazie mille Enrico
  4. Dato un capitale di 100 diviso in 100 azioni, di cui 10 proprie, ove in assemblea intervengano i soci titolari delle altre 90 azioni, è corretto (in alternativa al dire: sono presenti tutti gli aventi diritto di intervento e voto) dire che sono presenti i 9/10 del capitale sociale? Ovverosia, l'art. 2357ter c.2, secondo cui le azioni proprie sono computate ai fini del calcolo delle maggioranze e delle quote richieste ai fini della costituzione dell'assemblea, deve essere letto nel senso che le azioni proprie si computano al denominatore (e direi che questo è pacifico), ma non al numeratore (ossia non si considerano intervenute), o si computano anche al numeratore?
  5. Sono d'accordo con te anton3. Ma in presenza di una traccia che ti chiede chiaramente di ricevere una donazione di cosa altrui, tu la struttureresti come donazione a efficacia reale differita o come donazione puramente obbligatoria?
  6. Ove si ammettesse la donazione di cosa altrui, seguendo l'ultima Cassazione, quale ritenete che sia l'effetto della donazione? - Effetto obbligatorio immediato (obbligo di procurare l'acquisto) e reale differito (similmente alla vendita di cosa altrui; ne deriva che si ha un unico negozio (la donazione); il donante acquista la cosa dal terzo e in quel preciso istante sopravviene le legittimazione e la donazione produce l'effetto reale) - effetto puramente obbligatorio; il donante si obbliga a procurare l'acquisto; una volta acquistato il bene dal terzo, è tenuto a trasferirlo al donatario, in adempimento della donazione (in sostanza la donazione di per sé non produce l'effetto reale; a tal fine è necessario un successivo atto (pagamento traslativo)). In effetti la Cassazione sembra sposare, forse, questa ultima tesi, qualificando l'obbligazione del donante come obbligazione di dare. Voi cosa fareste a concorso?
  7. Se non toccano i diritti dei soci o dei terzi, puoi modificare il progetto a maggioranza. Se toccano i diritti dei terzi, devi riavviare il procedimento (nuovo deposito e iscrizione). Se toccano i diritti dei soci, puoi modificare il progetto col consenso di tutti (o, al più, col consenso dei soci pregiudicati).
  8. ottima idea, anche io sono disponibile a dare una mano!
  9. che fetenti.
  10. grazie ancora anton3
  11. dipende dal numero di argomenti; comunque in linea di massima un paio di paginette ad argomento è più che sufficiente (io in genere scrivo tra le 6 e le 8 pagine). in ogni caso, come detto sopra, quello che conta è l'atto. puoi anche citare betti, santoro passarelli e cariota ferrara ma se toppi l'atto manco la leggono la pt.
  12. sei un grande, ti ringrazio!!! solo un'ultima domanda. hai detto che la prelazione ex legge 513/1977 è impropria. cosa intendi per impropria? che scatta solo in caso di vendita ma che è impropria in quanto il prezzo non è quello offerto dal terzo ma è determinato in base al valore di cessione rivalutato, o é impropria nel senso che scatta anche in caso di permuta/donazione con corrispettivo da determinarsi come sopra? ultima cosa: l'Acer adesso ha preso il posto dell'IACP ? Grazie infinite ancora!
  13. Ho un po' di dubbi. Scusate anticipatamente se ho scritto una marea di minchiate, ma non so veramente nulla sul tema In caso di atto rientrante nella disciplina della l. 513/1977, ex art. 28 c. 7 c'è divieto di alienazione decennale dalla data di stipulazione dell'atto (e comunque finché non sia interamente pagato il prezzo). E' vietata l'alienazione e qualunque titolo (vendita, donazione). Decorsi 10 anni, e pagato l'intero prezzo, ex art. 28 c. 9 ''L'assegnatario può alienare l'alloggio'' (purché sia pagato l'intero prezzo), ma l'IACP ha prelazione. Adesso, per quanto riguarda questa prelazione, non ho capito se opera solo in caso di vendita o anche, ad esempio, in caso di permuta o donazione. Il dubbio mi viene, intanto perché testualmente il legislatore parla di alienazione, e poi perché in realtà lo IACP non acquista al prezzo di vendita, ma a un prezzo pari a quello di cessione (cioè il prezzo dell'originaria assegnazione?) rivalutato in base alla variazione ISTAT ecc. Per espressa disposizione legislativa ogni pattuizione stipulata in violazione di tali norme è nulla. In caso di atto rientrante nella disciplina della l. 560/1993, ex art. 1 c. 20 c'è sempre divieto di alienazione decennale (stavolta dalla data di registrazione del contratto di acquisto). In caso di vendita lo IACP ha diritto di prelazione. Mi verrebbe quindi da dire che in questo caso, nel decennio c'è divieto di alienazione e in caso di violazione scatta la nullità (questa volta virtuale e non testuale). Decorso il decennio (e comunque pagato l'intero prezzo), lo IACP ha diritto di prelazione, qui si, senza dubbio, solo in caso di vendita. E' corretto? Il dubbio mi sorge perché ho avuto modo di leggere alcune dispense e l'autore sostiene che in questa ipotesi invece: - c'è divieto di alienazione decennale non sanzionato con la nullità; - entro il decennio opera la prelazione ; - dopo il decennio non c'è né divieto di alienazione né prelazione. Grazie a chi vorrà rispondere
  14. Considerate che il caso più celebre di aumento in presenza di perdite (cui la massima è strettamente collegato) fu quello della Juventus; perdite ultra azzeranti, assemblea convocata d'urgenza dal cda per provvedere ex 2447; su invito della Consob venne proposto un aumento senza la previa integrale riduzione del capitale sociale, al fine di consentire al socio di minoranza che non avesse voluto partecipare all'aumento di mantenere lo status di socio.