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sakuragy

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  1. sakuragy

    conflitto di interessi Notaio

    leggi questo
  2. sakuragy

    aeiuoi

    ma come ti permetti?
  3. sakuragy

    Il concorso altamente selettivo del 2016

    Vediamo di parlarci seriamente. Tu sei amareggiato? Pensa a chi, come me, ha visto sui banchi del concorso un codice commentato (concorso annullato dell'ottobre 2010) oppure pensa a chi ha visto modificare i criteri di correzione e la sua unica colpa è stata quella di essere corretto troppo pesto (unico caso di richiesta di ricorreggere i compiti avvenne nel concorso del 2006 finito nel 2011 ad opera del Notaio Schiantarelli) La soluzione non è far passare esclusivamente compiti dove non è sbagliata neanche una virgola (e questo lo si vedrà solo ad uscita risultati), perché siamo umani e qualche errore può capitare in 8 ore con le complicazioni e le assurdità delle attuali tracce, Tu te la prendi e insulti dei tuoi prossimi colleghi che hanno come unica colpa di aver superato il concorso. Invece dovresti prendertela con i tuoi colleghi che sviliscono con i loro comportamenti quotidiani il sigillo. Come pensi che possa sentirmi io quando vedo nella vita reale delle aberrazioni di cui ti ho portato solo alcuni esempi? Vuoi fare qualcosa per il bene della categoria? Fai in modo che i consigli distrettuali e il cnn si muovano senza pietà contro chi VERAMENTE infanga la categoria
  4. sakuragy

    Il concorso altamente selettivo del 2016

    Vorrei risponderti seriamente, ma vederti entrare e uscire da tutti i tuoi account per darti ragione, mi provoca una così grande pena che mi passa la voglia di scherzare. Il concorso ti ha segnato nell'anima, mi dispiace per te
  5. Per proseguire nel ragionamento del Notaro Presidente i fratelli diseredati hanno figli?
  6. sakuragy

    Condono notarile vs Vero concorso

    Vieni a casa nostra Insulti nostri compagni e amici Insulti e diffami i tuoi futuri colleghi (asserendo tu di essere notaio), violando così anche i principi deontologici alla base della professione Il tutto per sfogare le tue frustrazioni dettate dall'aver troppo tempo a disposizione o per guadagnare 4 spicci con un ipotetico libro Ti invito pertanto ad abbandonare volontariamente questo forum con cui tu non hai niente a che fare e richiedo a @MCS Webmaster e @Alberto bannarti definitivamente dal forum
  7. sakuragy

    provenienza donativa nella vita reale

    assicurazione AON le fa
  8. sakuragy

    Quesito 487-2012/C

    Quesito n. 487-2012/C LA LICENZA DELLA SANTA SEDE PER L’ALIENAZIONE DI UN BENE CULTURALE DI PROPRIETÀ DI UN ENTE ECCLESIASTICO CIVILMENTE RICONOSCIUTO Si chiede se una Chiesa di proprietà di una parrocchia, non più destinata al pubblico culto, sottoposta al vincolo storico ed artistico, ed il cui valore è al di sotto di 30.000,00 mila euro, possa essere venduta, fermo restando le autorizzazioni richieste in base alla legge italiana e al codice di diritto canonico, senza la licenza della Santa Sede. Al fine di rispondere al quesito posto sulla necessarietà della licenza della Santa Sede per l’ipotesi di trasferimento di un bene culturale di proprietà di una parrocchia, appare necessario in primo luogo soffermarsi sulla disciplina che in generale attiene alla circolazione dei beni immobili di proprietà di enti ecclesiastici civilmente riconosciuti. Come noto, i beni cd. ecclesiastici sono sottoposti sia alle norme di diritto comune, per ciò che concerne la loro circolazione e sia, a ragione della loro natura, assoggettati alla disciplina speciale di diritto canonico (1). In particolare, riguardo l’alienazione dei beni che costituiscono patrimonio stabile degli enti ecclesiastici il canone 1291 codex juris canonici prevede la necessità di una licenza - ossia di un’autorizzazione - rilasciata per iscritto da parte dell’autorità ecclesiastica competente qualora il loro valore superi la somma minima determinata dalla Conferenza Episcopale Italiana (2). Secondo questo canone «per alienare validamente i beni che costituiscono per legittima assegnazione il patrimonio stabile di una persona giuridica pubblica, e il cui valore ecceda la somma fissata dal diritto, si richiede la licenza dell’autorità competente». L’autorità ecclesiastica competente a concedere la licentia di cui al can. 1291 è determinata in relazione alle persone giuridiche e al valore del bene oggetto di alienazione. I presupposti per individuare l’autorità competente al rilascio della licentia sono espressi nel canone 1292, pertanto, limitando l’indagine solo agli atti di alienazione, al fine di individuare la competenza al rilascio della licenza occorre applicare i seguenti criteri: - quello oggettivo del valore dell’operazione economica; - quello soggettivo dell’ente che pone in essere l’atto. Riguardo il dato oggettivo la somma è stata fissata in base al rinvio contenuto nel suddetto canone alle delibere della Conferenza Episcopale Italiana. Più precisamente la delibera CEI del 27 marzo 1999, n. 20 (3) così prevede: “La somma minima e la somma massima per determinare le competenze di cui al can. 1292, parte prima del codice di diritto canonico è, rispettivamente, di cinquecento milioni e di due miliardi. Dal 1° gennaio 2000 le predette somme saranno, rispettivamente, di duecentocinquantamila euro e di un milione di euro”. Dunque, in caso di alienazione di un bene (mobile o immobile) appartenente al patrimonio stabile se il valore è compreso tra 250.000 e 1.000.000 euro, l’autorità competente (indicazioni si possono trarre dal canone 1292) al rilascio della licentia è determinata nel modo seguente (4): 1. per le persone soggette al Vescovo diocesano (ad esempio Capitoli, Parrocchie, Chiese, Seminari, Associazioni pubbliche di fedeli, Istituti per il sostentamento del clero, Fondazioni di culto) è richiesta la licenza del Vescovo diocesano con il consenso del Consiglio per gli affari economici, del Collegio dei consultori e di coloro che abbiano un interesse giuridicamente tutelato sul bene; 2. per le persone giuridiche non soggette al Vescovo diocesano (ad esempio Associazioni e Fondazioni erette dalla Santa Sede o dalla CEI, nonché Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica) l’autorità competente a concedere la licentia è determinata dai propri statuti; 3. se l’alienazione ha ad oggetto beni il cui valore eccede la somma massima stabilita dalla delibera CEI, oppure ha ad oggetto ex voto donati alla Chiesa, o preziosi di valore artistico, è inoltre richiesta la licentia della Santa Sede. (5) Infine, qualora il bene che si intende alienare appartiene all’ente diocesi o ad un'altra persona giuridica amministrata dal Vescovo diocesano non è richiesta alcuna licenza (salvo che il valore del bene superi la somma massima stabilità dalla delibera CEI poiché il can. 1292 prescrive la licenza della Santa Sede) ma il Vescovo deve ottenere il consenso del Consiglio per gli affari economici, del Collegio dei consultori nonché di coloro che abbiano un interesse giuridicamente tutelato sul bene. Premesse queste indicazioni, nel caso in esame, troveranno applicazione sia le disposizioni di cui al codice dei beni culturali ( d.lgs. 22 gennaio 2044, n. 42) e sia quelle contenute nel codice di diritto canonico e sopra analizzate, inclusa quindi la licenza della Santa Sede, come prevista dal canone 1292 cit. Tale soluzione, a parere di chi scrive, appare essere preferibile; tuttavia la stessa non è esente da dubbi. Il secondo paragrafo del canone 1292, come detto, prescrive la licenza della Santa Sede qualora oggetto di trasferimento sia una res pretiosis artis vel historiae causa (6) ossia “letteralmente” quando oggetto di trasferimento sia una cosa di interesse artistico o storico. L’interrogativo che si pone è il seguente: nell’ipotesi di un bene di proprietà di un ente ecclesiastico, laddove questo sia culturale per lo Stato italiano (e quindi in caso di trasferimento troverà applicazione la relativa disciplina di cui al codice dei beni culturali) dovrà essere richiesta tout court la licenza della Santa Sede oppure questa ultima dovrà essere richiesta solo qualora quel bene culturale rivesta anche un interesse storico artistico in base all’ordinamento della Chiesa (ossia il bene oggetto del trasferimento sia un bene culturale per lo Stato italiano e sia una res pretiosis artis vel historiae causa per la Chiesa). Il dubbio si pone in quanto il codice canonico non fornisce una definizione dei beni ecclesiastici che assumono valore storico ed artistico per la Chiesa (7), limitandosi unicamente a predisporre una disciplina finalizzata ad assicurare controlli rigorosi al fine di evitare un depauperamento del patrimonio ecclesiastico. Il problema (8), quindi, è quello di stabilire che cosa si intenda per res preziosa artis vel historia, più precisamente se questo concetto coincida con il concetto di bene culturale, per l’ordinamento italiano, oppure se i due concetti, in quanto appartenenti ad ordinamenti diversi, siano distinti ed autonomi. Da una parte, si potrebbe sostenere che il codice di diritto canonico prescriva la licenza della Santa Sede per le cose d’interesse storico artistico rinviando all’ordinamento italiano per l’accertamento dell’esistenza del valore storico/artistico sulla cosa. Ne consegue, aderendo a tale conclusione, che qualora oggetto di trasferimento sia un bene culturale per lo Stato Italiano, occorrerebbe sempre richiedere la licenza della Santa Sede, in quanto tale bene per la Chiesa è una res preziosa artis vel historia (9). Tuttavia questa interpretazione non è pacifica (10). Infatti si potrebbe anche sostenere che spetti alla Chiesa valutare quando una cosa, di sua proprietà, assuma nell’ordinamento canonico un interesse storico e/o artistico tale da rendere doverosa la richiesta della licenza della Santa Sede. A sostegno di quest’interpretazione si osserva come la categoria di res preziosa artis vel historia abbia una valenza solo per l’ordinamento canonico, in quanto è utilizzata al fine di predisporre un controllo più rigoroso in caso di alienazione di un bene di proprietà della Chiesa, evitando che il patrimonio storico artistico degli enti ecclesiastici venga disperso (11). Tale incertezza interpretativa è stata anche evidenziata dagli organi della Chiesa, i quali dopo avere osservato come nell'attuale legislazione canonica, in materia di beni ecclesiastici culturali, vi sia un silenzio normativo, riferibile all'individuazione dell'Autorità competente e alle procedure per riconoscere la qualifica di “preziosità” di beni, mobili o immobili, ecclesiastici, hanno così concluso: «alla luce di quanto sopra esposto e tenuto conto della normativa canonica vigente, sarebbe opportuna una precisazione autentica, la quale stabilisca che i Dicasteri, competenti a concedere l'autorizzazione ad alienare beni ecclesiastici, hanno il diritto-dovere di individuare, d'intesa con la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, la preziosità di tali beni arti vel historiae causa e decidere sulla loro alienabilità. Ed a complemento di tale precisazione, sarebbe necessario dettare una previsione normativa che statuisca l'obbligo di tutti gli enti ecclesiastici a predispone l'inventario dei loro beni che potrebbero rientrare in questa categoria, secondo direttive date dalle Conferenze Episcopali le quali dovrebbero, altresì, essere onerate a riferire alla Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa sulla legislazione civile in materia vigente nel loro territorio. Tuttavia, in attesa della menzionata precisazione e per adottare nel frattempo una procedura tuzioristica per risolvere i casi in esame, a fronte della legge canonica e della legge civile, dovrebbe valere la regola secondo la quale "l'ultima decisione sulla possibilità di alienare un bene culturale ecclesiastico competerebbe al Dicastero, al quale sia stato richiesto di autorizzarne l'alienazione, con l'obbligo per il Dicastero di interpellare la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa concernenti la sua eventuale alienazione». (12) Cristina Lomonaco NOTE (1) Si rinvia alla legge 25 marzo 1985, n.121; più precisamente l’art. 7, comma quinto, sancisce che «l’amministrazione dei beni appartenenti agli enti ecclesiastici è soggetta ai controlli previsti dal diritto canonico»; l’art. 18 dispone che: «ai fini dell'invalidità o inefficacia di negozi giuridici posti in essere da enti ecclesiastici non possono essere opposte a terzi, che non ne fossero a conoscenza, le limitazioni dei poteri di rappresentanza o l'omissione di controlli canonici che non risultino dal codice di diritto canonico o dal registro delle persone giuridiche». Per il diritto canonico si rinvia al Codex Iuris del 1983. In dottrina per maggiori approfondimenti: P. PICCOLI, La rappresentanza negli enti ecclesiastici, in Riv. not., 2000, pp. 21 ss; A.FUCCILLO, Diritto ecclesiastico e attività notarile, Torino, 2000; M.COSTANZA, Beni culturali e beni di enti ecclesiastici: un regime unitario, in Vita not., 2001, pp. 74 ss; G. LIGUORI, Autorizzazione governativa e alienazione di un beneficio parrocchiale Studio n. 1182 del C.N.N., approvato dalla Commissione studi il 23 luglio 1996; a S. CREMA, Questioni in tema di attività negoziale degli enti ecclesiastici , in Riv. Not., 2001, p. 1305; G. FERRARI, Enti religiosi e riflessi sull’attività notarile, in Gazzetta Notarile, 2006; A. FUCILLO, La circolazione dei beni immobili culturali ecclesiastici tra diritto pattizio e diritto speciale, in Quaderni della Fondazione dl Notariato, 2011; NOTIZIARIO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE, Istruzioni in materia amministrativa (2005,) in www.chiesacattolica.it. (2) È opportuno precisare che l’alienazione di un bene (mobile o immobile) è diversamente disciplinato dal Codice di Diritto Canonico in relazione al fatto che - caso I - appartenga al cosiddetto “patrimonio stabile” e sia di valore superiore alla somma minima determinata dalla Conferenze Episcopale Italiana (can. 1291) o sia ex voto o cosa preziosa per arte o storia (can. 638 e can. 1292), oppure - caso II - non appartenga al “patrimonio stabile” o sia di valore inferiore alla somma minima determinata dalla Conferenza Episcopale Italiana. Nel caso II è richiesto il permesso scritto dell’Ordinario solo se il bene appartiene agli enti soggetti al Vescovo diocesano e, ai sensi del Decreto di cui al can. 1281, queste alienazioni sono inserite tra gli atti di amministrazione straordinaria. Sempre nel caso II se il bene appartiene a un istituto di vita consacrata e ad una Società di vita apostolica occorre solo osservare quanto determinato dai propri statuti ai sensi del can. 638, parag. 3°, prima parte. Circa la distinzione tra alienazioni e atti peggiorativi del patrimonio stabile (cann. 1291 e 1295) e gli atti di amministrazione straordinaria (can. 638 e can. 1281) si veda il capitolo V dell’Istruzioni in materia amministrativa del 2005 della Conferenza Episcopale Italiana. Per ulteriori approfondimenti sull’attività negoziale degli enti ecclesiastici si rinvia a S. CREMA, Questioni in tema di attività negoziale degli enti ecclesiastici , in Riv. Not., 2001, p. 1305. (3) Più precisamente occorre fare riferimento alle delibere emanate dalla CEI. L’ultima delibera in tema è la Delibera n. 20, 27 marzo 1999 (NCEI 1999, 3/92) la quale sostituisce il testo promulgato il 6 settembre 1984, in NCEI 1984, 8/205 e il testo promulgato il 21settembre 1990, in NCEI 1990, 8/204. (4) Dall’esame delle norme di diritto canonico emerge che per l’alienazione dei beni del patrimonio stabile di valore inferiore alla somma minima stabilita dalla CEI non è previsto alcuna autorizzazione canonica. Tuttavia la necessità di una licenza potrebbe essere prevista da altre fonti normative quali, ad esempio, il decreto generale del Vescovo ai sensi del canone 1281, parag. 2, o le norma statutarie della persona giuridica (ad esempio in caso di fondazioni di culto, associazioni pubbliche di fedeli, istituti di vita consacrata, società di vita apostolica). (5) Inoltre è richiesto anche il parere della Conferenza Episcopale Italiana, per le alienazioni dei beni degli Istituti Diocesani per il Sostentamento del Clero di valore tre volte superiore alla somma massima stabilità dalla CEI (ossia, tre milioni di euro) ai sensi dell’art. 36 legge 20 maggio 1985, n. 222, Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi. (6) Per maggiore completezza appare preferibile trascrivere il testo in latino del secondo paragrafo del canone 1292, che così dispone. « si tamen agatur de rebus quarum valor summam maximam excedit, vel de rebus ex voto Ecclesiae donatis, vel de rebus pretiosis artis vel historiae causa, ad validitatem alienationis requiritur insuper licentia Sanctae Sedis ». Inoltre considerato che nella versione italiana del codice canonico (Codice di diritto canonico, Testo ufficiale e versione italiana, seconda edizione, Roma 1984) de rebus è stato tradotto con “oggetti preziosi per il loro valore artistico o storico” potrebbe porsi il dubbio sul significato che tale termine assume. Ci si interroga cioè se tale termine sia limitato solo alle cose mobili o comprenda anche le cose immobili. In tal senso si rinvia al parere del 23 luglio 2007 (prot. N. 20071479) in materia di beni culturali ecclessiastici (canone 1292 p. 2), che il Prefetto della Congregazione per il Clero, Card. C. HUMMES, ha trasmesso al Presidente della Conferenza Episcopale. (7) Ad esempio il canone 1283 utilizza l’espressione beni culturali, ma non offre elementi per identificare questi beni rinviando non a criteri documentali ma a criteri metagiuridici. In tal senso v. G. MELEGARI, Beni culturali di interesse religioso, cit. p. 13 ss. Esiste tuttavia incertezza circa il significato da attribuire alle categorie utilizzate dal legislatore canonico. (8) La questione, concernente il significato dell’espressione” res pretiosae artis vel historiae causa” e l’individuazione dell’autorità competente a rilasciare la licenza per l’alienazione dei predetti beni, è stata oggetto di un attento esame da parte degli organi della Chiesa. In tal senso si rinvia alla lettera della CEI del 3. 09. 2007 inviata a tutti i membri della Conferenza Episcopale Italiana, prot. N. 567/07 con allegato il parere del 23 luglio 2007 (prot. N. 20071479) in materia di beni culturali ecclesiastici (canone 1292 p. 2), che il Prefetto della Congregazione per il Clero, Card. C. HUMMES, ha trasmesso al Presidente della Conferenza Episcopale. Inoltre si rinvia anche alla nota del 143/05/UPG del 21 giugno 2005 redatta dall’AVV. L. LACROCE in tema di Res pretiosae e beni culturali nella normativa canonica. (9) Sotto tale profilo si potrebbe osservare come la Chiesa sia competente ad identificare i beni che fanno parte del patrimonio sacro, ma il valore storico e artistico di un bene sarebbe rimesso alla valutazione della Stato italiano. (10) Ved. P. PICCOLI, La rappresentanza negli enti ecclesiastici, cit., p.35, laddove sottolinea come «maggiori conseguenze produce la previsione (canone 1292, par. 2) della necessità della licentia della Santa Sede per alienazione dei beni o di oggetti preziosi di interesse storico- artistico. In tal caso, riguardando la norme anche beni immobili e universalità di mobili, per l’alienazione degli stessi è indispensabile la licentia del Vescovo diocesiano, il parere favorevole del Consiglio per gli affari economici e del Collegio dei consultori, insieme alla specifica licentia della Santa Sede». (11) Cfr Codice dei beni culturali di interesse religioso, a cura M. V. MISSIROLI, Milano, 1993. Si sottolinea come la licenza della Santa Sede sia un atto interno volto a controllare lo svolgimento dell’attività negoziale da parte della Chiesa. (12) Il parere del 23 luglio 2007 (prot. N. 20071479) in materia di beni culturali ecclesiastici (canone 1292 p. 2), che il Prefetto della Congregazione per il Clero, Card. C. HUMMES, ha trasmesso al Presidente della Conferenza Episcopale. Inoltre FUCCILLO, Diritto ecclesiastico cit., Torino, 2000, p. 151, il quale evidenzia come, premesso l’aspetto problematico concernente l’individuazione dei beni culturali appartenenti alla Chiesa -di non facile soluzione in quanto la Chiesa non usa strumenti giuridici idonei a conoscere la natura del bene- appare opportuno «accertarsi, presso le autorità canoniche competenti, che lo stesso non venga considerato d’interesse storico ed artistico da parte ecclesiastica, nel qual caso necessiterà la licenza della Santa Sede, la cui mancanza renderebbe il negozio compiuto annullabile per il diritto civile».
  9. sakuragy

    Condono notarile vs Vero concorso

    grazie. 🤗 e' una settimana che dormo poco 😵 e oggi sono particolarmente nervoso 😤 Hai ragione me ne torno alle mie pratiche che è meglio
  10. sakuragy

    Condono notarile vs Vero concorso

    leggi quello che ho scritto non ho detto una donazione avente per oggetto beni acquisiti per usucapione ho scritto terreni variamente distribuiti tra almeno quattro comuni per una superficie complessiva spropositata
  11. sakuragy

    Condono notarile vs Vero concorso

    potrei parlarti di un notaio che ha fatto una donazione di terreni situati in mezza sicilia pervenuti per usucapione autodichiarata e non accertata giudizialmente vado avanti?
  12. sakuragy

    Condono notarile vs Vero concorso

    Cosa faccio vado avanti?
  13. sakuragy

    Condono notarile vs Vero concorso

    Potrei anche parlarti di un notaio di quelli che ha superato le durissime selezioni degli anni '80 che in un atto di compravendita ha venduto un box in piena proprietà mentre il box era in proprietà superficiaria la cui alienazione era soggetta a Convenzione con il comune. Messo di fronte al problema ha risposto con un laconico "Vabé gli ho venduto qualcosa in più mica qualcosa in meno"
  14. sakuragy

    Condono notarile vs Vero concorso

    ecco qui un esempio di un notaio che dopo aver superato una durissima selezione prima del Concorso condono, ha dato lustro alla categoria http://www.lastampa.it/2018/03/02/italia/reati-fiscali-condannato-a-anni-e-mesi-il-notaio-della-roma-bene-FWC7IdDBATMOV77y1azmnK/pagina.html
  15. sakuragy

    età partecipanti concorso notarile

    fallito sarai tu
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