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Eugenia Timpano

Notaio dal 2012
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Tutti i contenuti di Eugenia Timpano

  1. DDL Sacconi n. 2858 sull'equo compenso.

    E' stato depositato il d.d.l. Sacconi n. 2858 sull'equo compenso. http://www.senato.it...8521/index.html L'art. 3 prevede che il termine di prescrizione per l'esercizio dell'azione di responsabilità professionale decorra dal giorno del compimento dell'operazione.
  2. Eugenia Timpano, Le trasformazioni eterogenee atipiche, Utet, Collana "Professione Notaio", 2015.

    http://shop.wki.it/Utet_Giuridica/Libri/Le_trasformazioni_eterogenee_atipiche_s558033.aspx

  3. Corsi Anselmo Anselmi

    Della Scuola Anselmo Anselmi, sono disponibili, in modalità e-learning: - per i praticanti, le lezioni del corso ordinario 2016 - 2017. - per i Notai, il corso di formazione professionale 2017. Per maggiori informazioni, potete consultare il Sito al seguente link, dove troverete anche i recapiti. http://www.fondazioneanselmoanselmi.it/
  4. E' appena uscito il mio libro, intitolato "Le trasformazioni eterogenee atipiche", edito dalla Utet, collana "Professione Notaio". Incollo, qui di seguito, il link a beneficio di chi fosse interessato o semplicemente incuriosito: http://shop.wki.it/Utet_Giuridica/Libri/Le_trasformazioni_eterogenee_atipiche_s558033.aspx Grazie dell'attenzione e buona lettura a chi si volesse cimentare! Eugenia Timpano
  5. Tariffe minime e qualità del servizio pubblico

    Visto che ci troviamo in un momento storico in cui c'è necessità di far crescere il PIL e di incassare più imposte, senza incappare in una nuova austerity, il ripristino delle tariffe sarebbe un'ottima soluzione. Le tariffe, infatti, porterebbero ad un aumento degli onorari, facendo, così, crescere il PIL ed il gettito dell'IVA e dell'IRPEF, senza la necessità di portare l'aliquota dell'IVA dal 21 al 22% e trovando una copertura per l'abolizione dell'IMU. I professionisti, guadagnando di più, spenderebbero di più ed assumerebbero personale che spenderebbe di più. I consumatori si avvantaggerebbero di un servizio di qualità infinitamente superiore, senza subire le conseguenze nefaste di prestazioni frettolose ed elargite in serie. Gli unici che ci guadagnano dall'abolizione delle tariffe sono quelli che hanno interesse a deprimere le professioni, al fine di accaparrarsene le competenze.
  6. Domenico De Stefano

    Sentite condoglianze.
  7. Auguri di buon 2013

    Auguri a tutti!
  8. I cinesi e i russi imparano il Notariato italiano

    Sarebbe davvero paradossale se un sistema che viene riconosciuto ed apprezzato a livello internazionale, per la sua efficienza e sicurezza e per l'elevato livello dei suoi componenti, venisse smantellato o vulnerato proprio nella sua patria d'origine, sulla scia della crisi, della demagogia e delle pseudo liberalizzazioni. L'eccesso di liberismo ha portato proprio alla vicenda dei mutui subprime ed all'inizio dell'attuale crisi. Un sistema di Notariato avrebbe scongiurato tutto ciò. Sarebbe proprio ridicolo se l'Europa non capisse quello che l'Asia e l'America stanno iniziando (anzi, proseguendo) a metabolizzare.
  9. I cinesi e i russi imparano il Notariato italiano

    "Tanto più notaio, tanto meno giudice" (Francesco Carnelutti) "Là dove il giudice assume una funzione risanatrice e riordinatrice per così dire, della patologia della vita giuridica, il notaio ne assume una efficacemente preventiva dei conflitti, mediante la quale esso contribuisce potentemente alla realizzazione dell'ordine sociale. Ma al di là della posizione formale, che il notaio assume, di mediatore tra pubblico e privato, il notaio è anche l'equilibrato e responsabile consulente delle parti nella formazione ed espressione della loro volontà giuridicamente rilevante. E' qui che la preparazione tecnica, la sensibilità umana, il senso sociale del notaio possono avere la loro esplicazione con effetti benefici di rilevante portata ed è qui che il notaio svolge in concreto un'attività veramente efficace per muovere ed orientare in senso costruttivo la vita sociale" (Aldo Moro)
  10. In bocca al lupo

    In bocca al lupo a tutti!
  11. QUARTA CONSEGNA IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

    Fronteggiare il malumore latente della vostra famiglia che vi rimprovera la continua fuoriuscita di denaro ed il conseguente assottigliamento del conto corrente e che pensa che siate voi a non impegnarvi abbastanza.
  12. AUGURI BARNEY

    Auguri!
  13. a proposito di successioni genghini-carbone

    Voglio citare anch'io un film: "State buoni, se potete".
  14. GRAZIE NOTAIO LUCA PALAZZI

    Che vuol dire fumarsi le menzioni e fare le spunte?
  15. Sono partite le telefonate?

    In bocca al lupo a tutti!
  16. In Bocca al lupo

    In bocca al lupo a tutti!
  17. auguri

    Grazie!
  18. Buona Pasqua!

    Buona Pasqua!
  19. Sopravvenienze attive e canc. societa.

    Ci sono due Sezioni Unite che affermano la stessa cosa: Cass. S.U. 9 aprile 2010, nn. 8426 e 8427, in Notariato, 2010, 6, pp. 639 ss..
  20. Un saluto al professor Galgano

    Mi unisco al cordoglio della famiglia.
  21. RINVIO?!

    Mi è appena arrivata questa e-mail e penso di non fare cosa sbagliata nel copiarla qua. Concorso 2010 a 200 posti: al momento nessun rinvio Il Consiglio Nazionale informa che in ordine alle insistenti voci di rinvio, per ragioni “meteorologiche”, delle prove scritte del concorso 2010 in programma per il 15, 16 e 17 febbraio p.v. , non è emersa – dai costanti e ininterrotti contatti in corso col Ministero della Giustizia – alcuna decisione relativa all’eventuale rinvio. Allo stato quindi [ore 14.20] le formalità per l’identificazione (giorni 13 e 14 febbraio) e le prove si svolgeranno come previsto. Per eventuali aggiornamenti si può consultare la scheda del Concorso sul sito del Ministero della Giustizia al seguente collegamento> http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_6_1.wp?previsiousPage=mg_16_1&contentId=SCE667505 Consiglio Nazionale del Notariato Il Presidente Giancarlo Laurini
  22. Rifiuto del coacquisto

    Se può interessare, qui, c'è un altro contributo. Giustizia Civile, 2010, 11, pt. 1, pp. 2529 ss.. DIRITTO DI FAMIGLIA – Regime patrimoniale tra coniugi – Comunione legale – Dichiarazione del coniuge non acquirente di cui all’art. 179 co. II c.c. – Natura negoziale – Esclusione – Natura dichiarativa confessoria o di adesione ad una manifestazione d’intenti – Configurabilità. DIRITTO DI FAMIGLIA – Regime patrimoniale tra coniugi – Comunione legale – Facoltà illimitata di escludere beni dalla comunione – Ravvisabilità sulla base del sistema – Possibile configurabilità – Ravvisabilità sulla base dell’art. 179 co. II c.c. – Esclusione. Nella fattispecie presa in considerazione dall’art. 179 co. II c.c., è solo la natura effettivamente personale del bene a poterne determinare l’esclusione dalla comunione legale. Pertanto, la dichiarazione del coniuge non acquirente prevista da tale norma non rileva come negozio giuridico di rinuncia alla comunione, ma come atto di natura ricognitiva e di portata confessoria, quando risulti descrittiva di una situazione di fatto o come adesione ad una manifestazione d’intenti, quando la natura personale del bene dipenda dalla futura destinazione di esso (1). La facoltà dei coniugi di escludere ad libitum determinati beni dalla comunione legale, indipendentemente da un’espressa previsione legislativa, potrebbe evincersi dal sistema o dalla facoltà che ciascun coniuge ha di donare all’altro, anche indirettamente, la proprietà esclusiva di beni non personali, ma non dall’art. 179 co. II c.c. che condiziona comunque l’effetto limitativo della comunione alla natura realmente personale del bene (2). [Cass., Sez. un., 28 ottobre 2009, n. 22755 – Pres. Carbone – Rel. Nappi – P. M. Pivetti] (1 – 2) Le Sezioni Unite negano natura negoziale alla dichiarazione prevista dall’art. 179 co. II c.c. ed aprono uno spiraglio al rifiuto del coacquisto. SOMMARIO: 1. La sentenza. Una possibile apertura al rifiuto del coacquisto. – 2. Il rifiuto del coacquisto e la dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c.: due fattispecie diverse. – 3. Il rifiuto del coacquisto. Ammissibilità? – 3.1. Il problema dello spazio riservato all’autonomia negoziale. – 3.2. L’argomentazione legata alla natura della comunione legale. – 3.3. Gli inconvenienti dipendenti da possibili comportamenti poco trasparenti del coniuge acquirente. – 3.4. Il limite dell’uguaglianza delle quote. – 3.5. Il rifiuto del coacquisto e le convenzioni matrimoniali estromissive dispositive. – 4. Il rifiuto del coacquisto. Il negozio. – 5. La dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c.. – 6. Conferma di un esilio o velato riconoscimento? 1. La sentenza. Una possibile apertura al rifiuto del coacquisto. Con la sentenza che si commenta, le Sezioni Unite della Cassazione hanno negato natura negoziale alla dichiarazione del coniuge non acquirente contemplata dall’art. 179 co. II c.c., lasciando, nel contempo, intravedere, per obiter dictum, la possibilità che sia validamente effettuata una diversa manifestazione di volontà, essa sì di natura negoziale, volta ad escludere il coacquisto ex lege, prescindendo dalla natura personale dello stesso. La vicenda trae origine da una falsa dichiarazione resa in atto da due coniugi, al fine di alleggerire il carico delle imposte, seguita dalle controversie patrimoniali che inevitabilmente accompagnano la separazione, dopo che l’armonia coniugale è venuta meno. Due coniugi in regime di comunione legale dei beni acquistavano un immobile che il marito dichiarava essere destinato all’esercizio della sua professione. La moglie, intervenuta in atto, confermava tale dichiarazione. Il bene, in realtà, non veniva mai utilizzato per l’esercizio della professione del marito, ma era, da subito, destinato a residenza della famiglia. Successivamente, il solo marito alienava l’immobile ad un terzo e l’acquisto veniva trascritto. Dopo ciò, i coniugi si separavano e la moglie, a seguito di varie vicende processuali, chiedeva l’accertamento della caduta in comunione del bene immobile ed il conseguente annullamento del contratto di alienazione al terzo, ai sensi dell’art. 184 co. I c.c., non essendo ella intervenuta in atto. La questione è approdata alle Sezioni Unite Civili della Cassazione che l’hanno decisa dando ragione al terzo acquirente. In breve, le Sezioni Unite hanno stabilito che la dichiarazione resa dal coniuge non acquirente ai sensi dell’art. 179 co. II c.c. non ha natura negoziale e non è di per sé sufficiente ad escludere l’acquisto dalla comunione legale. Diversamente, non avrebbe alcun senso fare “riferimento alla natura personale dei beni, che condiziona invece gli effetti previsti dall’art. 179 comma 2 c.c.”. Neppure la natura personale del cespite è, però, sufficiente ad escluderlo dalla comunione legale dei beni, se la stessa non è accompagnata dalla dichiarazione confermativa dell’altro coniuge, all’uopo intervenuto in atto. I due elementi – natura personale del bene e dichiarazione del coniuge non acquirente – dunque, si integrano a vicenda, ma con portata diversa: mentre il primo è presupposto imprescindibile dell’esclusione dell’acquisto dalla comunione legale, “l’intervento adesivo del coniuge non acquirente è richiesto solo in funzione di necessaria documentazione della natura personale del bene, unico presupposto sostanziale della sua esclusione dalla comunione.” e, come tale, in alcuni casi, è superabile dalle risultanze di una sentenza di accertamento. Appurato ciò, la Corte ha operato una distinzione, affermando che la dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c. ha natura ricognitiva e portata confessoria nei soli casi in cui si tratti di confermare una situazione di fatto già esistente mentre, qualora l’esclusione dalla comunione legale dipendesse dalla destinazione che si volesse imprimere al bene (art. 179, co. I, ll. c) e d), c.c.), la dichiarazione conforme del coniuge non acquirente varrebbe come adesione ad una manifestazione d’intenti e non come ricognizione e confessione di un fatto non ancora avvenuto. La dichiarazione avente portata confessoria è revocabile soltanto in caso di errore di fatto o di violenza (art. 2732 c.c.), ma non per semplice falsità. L’adesione alla manifestazione d’intenti è, invece, superabile tutte le volte in cui una sentenza accerti che la destinazione del bene all’uso personale o all’esercizio della professione non ebbe mai luogo. Stanti tali premesse, le Sezioni Unite hanno stabilito che, nel caso concreto, l’effettiva destinazione dell’immobile all’esercizio della professione non ebbe luogo e che la dichiarazione della moglie, non avendo portata confessoria, non avrebbe incontrato le preclusioni dell’art. 2732 c.c.. Conseguentemente, è stato accertato che il bene era caduto in comunione legale e che il successivo atto di alienazione al terzo, posto in essere dal solo marito, doveva considerarsi invalido. Il terzo, prosegue la Corte, avrebbe, tuttavia, fatto salvo il suo acquisto, in quanto, essendo quello scaturente dalla violazione dell’art. 184 co. I c.c. un vizio di annullabilità, si verserebbe nel generale disposto dell’art. 1445 c.c., con la conseguenza che, avendo il terzo trascritto il suo acquisto prima della trascrizione della domanda di annullamento del contratto, il sopravvenuto accertamento della comunione legale non era a lui opponibile (1). In questa complessa vicenda, è interessane notare che le Sezioni Unite non solo hanno limitato la portata della loro decisione alla dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c., senza, quindi, negare l’ammissibilità del rifiuto del coacquisto, ma hanno anche ritenuto possibile, seppure in un obiter dictum, che la facoltà di escludere il bene dalla comunione legale, prescindendo dalla natura personale dello stesso, si evinca dal sistema e dall’intervenuta dichiarazione d’incostituzionalità del divieto di donazioni fra coniugi. Le Sezioni Unite, dunque, non hanno riconosciuto natura negoziale e costitutiva alla dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c., escludendo che tale norma possa fungere da valido appiglio per il rifiuto del coacquisto, ma non hanno affatto negato, dandolo, invece, per possibile, che il rifiuto del coacquisto possa scaturire da una manifestazione di volontà di matrice e natura completamente differenti da quelle della dichiarazione contemplata dall’art. 179 co. II c.c.. 2. Il rifiuto del coacquisto e la dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c.: due fattispecie diverse. Dall’esame dei contributi dottrinari e giurisprudenziali riguardanti la presente materia, si evince che alcune argomentazioni contrarie all’ammissibilità del rifiuto del coacquisto scompagnato dalla natura personale del bene sono viziate da un errore di fondo: si tende a far rientrare il rifiuto del coacquisto nell’ambito dell’art. 179 co. II c.c. (2). In tal modo, si sostiene che il rifiuto del coacquisto sarebbe del tutto contrario alla logica, in quanto il legislatore non avrebbe avuto ragione di prevedere, al primo comma dell’art. 179 c.c., determinati casi di esclusione dei beni dalla comunione legale, se, poi, fosse bastata la sola dichiarazione di cui al secondo comma per escludere l’acquisto comune. Similmente, ad alcuni basta affermare che la dichiarazione del coniuge non acquirente di cui all’art. 179 co. II c.c. abbia natura ricognitiva e non negoziale per delegittimare il rifiuto del coacquisto. In realtà, come da altri si è evidenziato, il rifiuto del coacquisto e la dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c. hanno fonte, natura, contenuto e finalità completamente diversi (3). Il rifiuto del coacquisto origina dal riconoscimento del ruolo che nel nostro ordinamento ha l’autonomia negoziale e dal principio “nemo potest locupletari invitus”; ha natura negoziale e comporta, come effetto, l’impedimento di un acquisto prima che questo si perfezioni; serve a tutelare il coniuge non acquirente contro gli effetti di un acquisto indesiderato. La dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c., invece, ha come fonte tale norma; ha natura non negoziale e contenuto di confessione di un fatto o di partecipazione ad una manifestazione d’intenti; giova al coniuge acquirente che, in difetto di essa, può esperire i rimedi offerti dall’ordinamento giuridico. In realtà, è proprio la natura ricognitiva della dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c. a dare credibilità alla tesi dell’ammissibilità del rifiuto del coacquisto. Se si ritenesse, come parte della dottrina fa (4), almeno con riguardo alle ipotesi contemplate dalle lettere c) e d) dell’art. 179 co. I c.c., che la dichiarazione del coniuge non acquirente di cui all’art. 179 co. II c.c. abbia natura negoziale, sarebbe, poi, molto più arduo sostenere che una dichiarazione negoziale, ma disunita dai presupposti di cui all’art. 179 co. I c.c., possa ottenere gli stessi effetti (5). Riconoscendosi, invece, natura ricognitiva alla dichiarazione contemplata nell’art. 179 co. II c.c., può giungersi ad affermare che l’esclusione del coacquisto ex lege si raggiunge percorrendo due strade diverse: manifestando una volontà negoziale, senza la necessaria ricorrenza dei presupposti di cui all’art. 179 co. I c.c. oppure effettuando una dichiarazione non negoziale, in presenza di tali presupposti (6). La pronuncia delle Sezioni Unite pare approdare proprio a tale conclusione, nel punto in cui afferma: “Certo, potrebbe anche ritenersi che una tale facoltà debba essere riconosciuta ai coniugi per ragioni sistematiche, indipendentemente da un’espressa previsione legislativa. Come potrebbe ritenersi che, dopo C. cost., n. 91/1973, non possa negarsi a ciascun coniuge il diritto di donare anche indirettamente all’altro la proprietà esclusiva di beni non personali. Tuttavia tali facoltà non potrebbero affatto desumersi dall’art. 179 comma 2 c.c., che condiziona comunque l’effetto limitativo della comunione alla natura realmente personale del bene; e attribuisce all’intervento adesivo del coniuge non acquirente la sola funzione di riconoscimento dei presupposti di quella limitazione, ove effettivamente già esistenti.”. Esistono, al contrario, degli autori che giungono alla conclusione che la dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c. coinciderebbe col rifiuto del coacquisto mentre l’acquisto di beni personali per loro natura avverrebbe ex art. 179 co. I c.c.. Tali autori (7), per la precisione, sostengono che la dichiarazione del coniuge non acquirente di cui all’art. 179 co. II c.c. avrebbe portata costitutiva ed escluderebbe il coacquisto di qualsiasi bene. Il richiamo alle lettere c), d) ed f) dipenderebbe dal fatto che le ipotesi in esse contemplate costituiscono le uniche forme di acquisto riconducibili all’attività ed alle scelte di uno dei coniugi (8). La partecipazione in atto del coniuge non acquirente costituirebbe, quindi, presunzione assoluta, iuris et de iure, che il bene acquistato ha una delle destinazioni previste dalla sopra citate lettere (9). L’esclusione dei beni di natura personale dalla comunione legale avverrebbe, invece, senza la necessità di alcuna dichiarazione o partecipazione, a norma dell’art. 179 co. I c.c. (10). 3. Il rifiuto del coacquisto. Ammissibilità? 3.1. Il problema dello spazio riservato all’autonomia negoziale. In ordine all’ammissibilità del rifiuto del coacquisto, come è noto, dottrina e giurisprudenza sono giunte a soluzioni contrastanti. La Cassazione, con una nota sentenza della fine degli anni ottanta (11) (12), ha sostenuto l’ammissibilità del rifiuto del coacquisto sulla base della considerazione che il nostro sistema giuridico dà largo spazio all’autonomia negoziale (13) e, conseguentemente, i soggetti possono dare ai propri interessi l’assetto voluto, nei limiti fissati dall’ordinamento. Nessuno può essere costretto ad un acquisto indesiderato (14) (15), tanto meno il coniuge in comunione legale che potrebbe essere indotto al rifiuto del coacquisto da varie considerazioni: una valutazione negativa sulla propria convenienza ad assumere la contitolarità del bene, la consapevolezza che il denaro utilizzato per l’acquisto appartiene al consorte, l’intento di effettuare una donazione indiretta a favore di questi (16). Tali argomentazioni coinvolgono il difficile tema dello spazio che l’autonomia negoziale ha nell’ambito della disciplina della comunione legale. Secondo un orientamento contrastante con quello della sentenza sopra ricordata, il sistema del diritto di famiglia sarebbe speciale (17) e caratterizzato da un alto tasso di indisponibilità degli interessi coinvolti (18). Gli articoli disciplinanti la comunione legale, in particolare, tenderebbero all’equiparazione giuridica ed economica dei coniugi (19), alla tutela del coniuge economicamente più debole (20) e ad assicurare il sostentamento della famiglia (21) (22) e, di conseguenza, coinvolgerebbero interessi generali non disponibili dai coniugi (23). Indisponibili sarebbero anche gli effetti del coacquisto (24) e, del resto, l’art. 179 co. I c.c. sarebbe una norma eccezionale, prevedente casi tassativi di esclusione dell’acquisto dalla comunione (25) che non avrebbe senso enumerare uno ad uno se, poi, fosse possibile evitare la caduta in comunione in altre ipotesi non previste dalla norma (26). Un autore, in particolare, afferma che la comunione legale non è prevista nell’interesse esclusivo dei coniugi e che essa deve avere un certo tasso di imperatività (27). De iure condendo, egli propone di rendere inderogabile non la scelta della comunione legale, ma un diritto stabilito secondo un criterio di proporzionalità (28) (29). In un sistema che non contempla più l’indissolubilità del matrimonio, infatti, non potrebbe cancellarsi ogni riconoscimento alla collaborazione familiare (30). Un’ulteriore argomentazione contraria al rifiuto del coacquisto è che esso recherebbe pregiudizio ai creditori della comunione legale (31). Si osserva, inoltre, che il principio del “nemo potest locupletari invitus” non si applicherebbe agli acquisti ex lege (32) e che l’autonomia negoziale si esplicherebbe soltanto a monte, al momento di scegliere se fare operare o no la comunione legale (33). Una volta che i coniugi avessero deciso di non disapplicare tale regime, però, dovrebbero accertarne le regole in ogni aspetto (34), onde evitarne un inammissibile snaturamento nonché uno svuotamento del contenuto (35). L’unico modo per incidere sul regime patrimoniale dei coniugi sarebbe la stipula di convenzioni matrimoniali (36). Secondo un diverso orientamento che appare più convincente, invece, il sistema del diritto di famiglia e, in particolare, quello della comunione legale non sarebbe affatto speciale né caratterizzato dall’indisponibilità degli interessi coinvolti (37). Non potrebbe, del resto, avere tali caratteristiche un regime derogabile senza limiti e necessità di autorizzazioni (38) da parte di soggetti che sono gli unici depositari degli interessi in gioco (39). I coniugi, per effetto del regime della comunione legale, non perdono la propria capacità di agire (40) e, anzi, rimangono titolari dei diritti inviolabili dell’uomo anche se unito in matrimonio (41). L’eguaglianza economica fra coniugi non ispirerebbe la previsione della comunione come regime legale (42). Scopo della comunione legale non sarebbe neppure quello di provvedere al sostentamento della famiglia, finalità cui tende, invece, il c.d. regime primario (43). Un eccessivo irrigidimento della comunione legale non potrebbe che ritorcersi a danno della stessa, spingendo i coniugi a derogarla in toto, a beneficio della separazione dei beni e con maggiore compressione – peraltro accettata – del coniuge economicamente debole (44). Del resto, se ai coniugi è consentito sradicare integralmente la comunione dei beni, optando per la separazione, è vieppiù loro concesso derogarvi in ordine ad un singolo bene (45). Quanto all’argomentazione legata al detrimento che i creditori della comunione legale potrebbero subire, si risponde che una tale considerazione non può portare a negare validità al rifiuto del coacquisto, rilevando, se mai, ai fini del riconoscimento dell’azione revocatoria (46). In ordine, invece, alla ritenuta tassatività delle ipotesi di esclusione dei beni dalla comunione, previste dall’art. 179 co. I c.c., si è sostenuto che tale affermazione incorre in una petizione di principio, perché a sostegno dell’inammissibilità del rifiuto del coacquisto si adduce un principio che dovrebbe, al contrario, costituire proprio il thema decidendum (47). Per ciò che concerne il paventato snaturamento della comunione legale, si è osservato che il problema non sussiste, in quanto il rifiuto del coacquisto opera nel singolo caso e non modifica l’intero regime (48). Non vi sono, quindi, valide ragioni per sostenere l’inammissibilità del rifiuto del coacquisto, in un ordinamento che non lo vieta espressamente (49) e che, anzi, dopo la sentenza della Corte Costituzionale 27 giugno 1973, n. 91, consente a ciascun coniuge di effettuare donazioni dirette o indirette a beneficio dell’altro (50). 3.2. L’argomentazione legata alla natura della comunione legale. In dottrina, si è anche sostenuta l’inammissibilità del rifiuto del coacquisto sulla base della considerazione che, secondo il più recente orientamento giurisprudenziale, inaugurato dalla Corte Costituzionale (51), la comunione legale sarebbe una comunione senza quote o a mani riunite, di tipo germanico (52), nella quale ogni coniuge ha diritto al tutto (53). Non esistendo la quota, il coniuge non acquirente non potrebbe rinunciarvi (54) e, se anche ciò fosse possibile, la quota del coniuge acquirente rimarrebbe in comunione (55) mentre quella rinunciata si accrescerebbe all’altra (56), rientrando, in un paradossale circolo vizioso, in comunione legale (57). A queste argomentazioni si può rispondere basandosi sulla natura e sul modo di operare del rifiuto del coacquisto. Ricostruendo l’istituto come una tipologia di rifiuto impeditivo, infatti, il coniuge non acquirente non rinuncerebbe alla sua (inesistente) quota del bene già acquistato e caduto in comunione legale, ma paralizzerebbe l’effetto acquisitivo ex lege prima che lo stesso si producesse. Tale rifiuto impeditivo avrebbe una portata radicale e coinvolgerebbe l’intero acquisto e non una sola quota. 3.3. Gli inconvenienti dipendenti da possibili comportamenti poco trasparenti del coniuge acquirente. Altra parte della dottrina reputa inammissibile l’istituto in esame evidenziando che, poiché il coacquisto può essere rifiutato contestualmente, ma non successivamente al suo prodursi, sarebbero premiati gli atteggiamenti poco trasparenti del coniuge che avesse deciso di acquistare senza nulla far sapere all’altro, mettendolo, così, nell’impossibilità di rifiutare (58). Si può obiettare che tale argomentazione è più empirica che giuridica e che addurre un inconveniente spinge a migliorare un istituto, ma non basta a dimostrarne l’inammissibilità. Del resto, poiché il rifiuto del coacquisto impoverisce il suo autore ed arricchisce il coniuge acquirente, volendo utilizzare un’altra argomentazione empirica, sarà ben difficile assistere, nella pratica, ad un susseguirsi di macchinazioni volte ad impoverire chi le perpetra. 3.4. Il limite dell’uguaglianza delle quote. Per negare validità al rifiuto del coacquisto si è anche utilizzato un argomento tratto dall’art. 210 co. III c.c. che sancisce l’inderogabilità delle norme della comunione legale relative all’uguaglianza delle quote limitatamente ai beni che formerebbero oggetto della comunione legale stessa (59). Si è risposto che tale prescrizione è rivolta a garantire l’uguaglianza delle quote e non l’estensione del patrimonio comune (60). Il principio di uguaglianza delle quote, del resto, riguarderebbe la sola fase della divisione, successiva allo scioglimento della comunione legale (art. 194 c.c.) e non quella dell’acquisto dei beni (art. 177 c.c.) (61). 3.5. Il rifiuto del coacquisto e le convenzioni matrimoniali dispositive estromissive. Un altro argomento utilizzato dai sostenitori dell’ammissibilità del rifiuto del coacquisto fa perno sulla considerazione che tale istituto rappresenta una soluzione sicuramente più semplice ed economica (62) rispetto a quella consistente nell’esclusione ex post dalla comunione legale di un bene già entratovi (63), seguita dall’alienazione della metà di questo da un coniuge all’altro. La questione, a questo punto, coinvolge quella riguardante la configurabilità di una convenzione matrimoniale dispositiva estromissiva. Vi è chi afferma che le uniche convenzioni matrimoniali consentite sarebbero quelle programmatiche, destinate, cioè, ad incidere su tutto il regime o su intere categorie di beni (64). Tale affermazione appare, invero, viziata da petizione di principio, per non dire scorretta. La legge prevede, infatti, la costituzione del fondo patrimoniale che è una convenzione matrimoniale dispositiva (65), la quale, oltretutto, se ha ad oggetto beni già inclusi nella comunione legale, ne comporta la fuoriuscita da tale regime, operando, pertanto, come convenzione matrimoniale dispositiva estromissiva (66). L’art. 210 co. II c.c., vietando l’inclusione in comunione convenzionale dei soli beni di cui alle lettere c), d) ed e) dell’art. 179 co. I c.c., implicitamente consente la stipula di convenzioni dispositive aventi ad oggetto l’inserimento di altre tipologie di beni. A parte tale norma e quanto disposto dagli artt. 160 e 161 c.c., non sono riscontrabili ulteriori proibizioni (67). Se a tali limiti si aggiungesse il divieto di estromettere singoli beni dalla comunione legale, la comunione convenzionale diventerebbe ben povera cosa (68). A tali argomentazioni si è, per la verità, obiettato che i lavori preparatori della legge 151/’75 evidenziano che dall’originaria formulazione dell’art. 215 c.c. è stata espunta la facoltà per i coniugi di escludere liberamente i beni dalla comunione (69). Vi è, inoltre, chi sostiene l’inammissibilità delle convenzioni dispositive estromissive, sulla base della non configurabilità delle convenzioni matrimoniali atipiche. Tale ultimo assunto è, peraltro, indimostrato e, anzi, oggetto di un vivace dibattito dottrinario. Un altro argomento favorevole all’ammissibilità delle convenzioni matrimoniali dispositive estromissive è la presenza nel sistema normativo dell’art. 2647 c.c. che ne prevede la trascrivibilità (70). I sostenitori della teoria avversa rispondono, però, che tale norma si riferirebbe soltanto alle esclusioni espressamente disciplinate dall’art. 179 co. II c.c. o dipendenti da convenzioni matrimoniali tipiche (71). Un’autrice (72), poi, afferma che l’attuale testo della norma sarebbe dovuto ad un difetto di coordinamento con la modifica apportata dal Senato al testo approvato dalla Commissione Giustizia della Camera e non ad una volontà del legislatore. Vi è, inoltre, l’art. 191 co. II c.c. che consente lo scioglimento della comunione legale con riguardo all’azienda di cui all’art. 177, co. I, l. d), c.c.. Tale norma è utilizzata dai sostenitori di entrambe le teorie a rafforzamento delle rispettive tesi. Coloro che sostengono l’inammissibilità delle convenzioni matrimoniali dispositive estromissive, infatti, affermano che questo articolo avrebbe una portata limitante, consentendo il solo caso in esso disciplinato (73), in ragione della particolare difficoltà della gestione aziendale e delle relative responsabilità (74). I fautori della tesi opposta sostengono, invece, che la ratio di una simile previsione risiederebbe nell’imporre un particolare onere di forma alla sola esclusione dell’azienda dalla comunione legale, senza, peraltro, vietare l’estromissione di altri beni (75). Un autore (76), ritenendo che le convenzioni matrimoniali siano necessariamente programmatiche, afferma che l’estromissione dalla comunione legale del singolo bene possa essere ottenuta, non a mezzo di un’inammissibile convenzione matrimoniale dispositiva, ma tramite un contratto nominato che i privati sono liberi di concludere nell’esercizio dell’autonomia privata che l’ordinamento riconosce loro. In quest’ottica, l’art. 191 co. II c.c. andrebbe interpretato, non nel senso di consentire l’estromissione della sola azienda dalla comunione legale, ma nella diversa chiave di lettura per cui, posto che l’estromissione avviene, per ogni bene, a mezzo di un contratto, soltanto quando la res estromessa fosse un’azienda, tale contratto dovrebbe rivestire la forma della convenzione matrimoniale, pur non avendone la natura (77). Altra parte della dottrina, invece, ritiene possibile stipulare convenzioni matrimoniali dispositive estromissive, ma non a sostegno dell’ammissibilità del rifiuto del coacquisto, bensì come unica valida alternativa a quest’ultimo istituto, giudicato, invece, inammissibile (78). Il rifiuto del coacquisto potrebbe essere effettuato, troppo facilmente, da un soggetto poco accorto o ignorante (79) mentre la convenzione matrimoniale offrirebbe tutte le garanzie di forma e di pubblicità che le sono proprie (80), senza contare che essa è l’unico istituto idoneo ad incidere sul regime patrimoniale della famiglia (81). 4. Il rifiuto del coacquisto. Il negozio. Il rifiuto del coacquisto, per chi lo ammette, è un negozio giuridico (82), non revocabile (83), impugnabile per errore, violenza e dolo nonché per simulazione (84) e passibile di revocatoria da parte dei creditori della comunione e del coniuge non acquirente (85). Più nello specifico, il rifiuto del coacquisto, secondo la tesi prevalente, sarebbe un negozio giuridico unilaterale, promanante dal coniuge non acquirente (86). Si tratterebbe di un’ipotesi di rifiuto impeditivo, volto ad inibire l’ingresso di un diritto nella sfera giuridica dell’autore dell’atto prima che l’acquisto si produca (87). Secondo un autore, si tratterebbe, invece, di un’ipotesi di rifiuto di contrarre (88), in quanto i coniugi costituirebbero un’unica parte contrattuale (89), così che quello agente sarebbe, altresì, rappresentante dell’altro che, dal canto suo, rivestirebbe il ruolo di parte e non di semplice beneficiario di una res inter alios acta (90). Non mancano, però, i sostenitori della natura contrattuale di questo negozio (91), che alcuni autori fanno rientrare nell’ambito delle convenzioni matrimoniali, in quanto queste sarebbero gli unici negozi che potrebbero incidere sui rapporti patrimoniali fra coniugi (92). Un autore (93) afferma che il rifiuto del coacquisto sarebbe un contratto a causa atipica familiare, funzionale a disciplinare, manente communione, i rapporti patrimoniali tra coniugi. Un’autrice (94) ritiene trattarsi di un accordo di natura atipica, ma meritevole di tutela. Alcuni sostenitori della contrattualità di tale figura si basano sulla considerazione che, accanto alla volontà dismissiva del coniuge non acquirente, vi sarebbe quella acquisitiva dell’intero bene, espressa dal coniuge acquirente (95). Tale contratto, secondo una prima tesi, coinciderebbe con la convenzione matrimoniale dispositiva estromissiva cui fa cenno l’art. 2647 c.c. (96) mentre, secondo un’altra teoria, non avrebbe natura di convenzione matrimoniale, difettando del requisito della programmaticità e non incidendo sulla vigenza del regime patrimoniale (97). Un autore, dopo aver rimarcato le differenze (98) fra l’istituto in esame e la rinuncia all’eredità – tipico caso di rifiuto impeditivo – afferma che il rifiuto del coacquisto sarebbe, in realtà, un istituto a metà strada fra il rifiuto impeditivo e la rinuncia traslativa (99). A tali affermazioni può rispondersi con l’osservare che l’unica volontà espressa è quella volta a rifiutare il coacquisto ed a paralizzare il meccanismo acquisitivo legale. L’acquisto solitario che ne consegue non è l’effetto di una volontà negoziale diretta in tal senso, ma è il normale esito della disapplicazione dell’art. 177, co. I, l. a), c.c.. Per ciò che riguarda il tempo in cui il rifiuto del coacquisto può essere effettuato, vi è sostanziale concordia nell’affermare che esso possa avvenire prima dell’acquisto o contestualmente ad esso, ma non dopo (100). Successivamente, infatti, il bene sarebbe già entrato in comunione legale e, stante la mancanza di quote che caratterizza tale istituto, difetterebbe l’oggetto del negozio. Se anche la comunione legale fosse strutturata con le quote, poi, l’abdicazione del diritto successiva all’acquisto darebbe vita ad una rinuncia o ad un rifiuto eliminativo, ma non ad un rifiuto impeditivo. Il rifiuto del coacquisto, se avente ad oggetto beni immobili, dovrebbe essere effettuato in forma scritta (101), ma coloro che accostano l’istituto ad una convenzione matrimoniale richiedono l’atto pubblico con testimoni ad substantiam. Per ciò che concerne la pubblicità, vi è chi afferma l’applicabilità dell’art. 2643 n. 5 c.c. e chi quella dell’art. 2645 c.c. (102). A tali ricostruzioni, si è obiettato che rinuncia e rifiuto non sono la stessa cosa e che il rifiuto del coacquisto non produce alcuno degli effetti scaturenti dagli atti contemplati dalle norme anteriori all’art. 2645 c.c. (103). Vi è, poi, chi ha sostenuto l’applicabilità analogica dell’art. 2647 c.c. (104), ma, a parte la difficoltà di ammettere l’operatività dell’analogia nel sistema della pubblicità immobiliare, occorre anche evidenziare la natura di mera pubblicità notizia dell’art. 2647 c.c. (105). Un autore (106) ha ritenuto inammissibile la trascrizione del rifiuto del coacquisto, dato che tale fattispecie non dà vita ad una vicenda circolatoria di diritti, ma, se mai, la impedisce. Si è anche sostenuto che, con la trascrizione dell’atto, sarebbe resa pubblica implicitamente anche la dichiarazione del coniuge non acquirente in esso contenuta (107). In ogni caso, almeno sul piano pratico, il problema è stato ridimensionato – se non risolto – dalla Circolare 128/T del 2 maggio 1995 del Ministero delle Finanze, che consente l’inserimento della lettera “P” nella nota di trascrizione, a significare l’effettuazione di un acquisto personale. 5. La dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c.. Passando, ora, a trattare della dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c., si può osservare che la stessa non è stata sempre giudicata necessaria, pur in caso di acquisto di beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri. A parte la teoria enunciata al § 2, che reputa il secondo comma dell’art. 179 c.c. non applicabile ai casi in cui ricorrano i presupposti di cui al primo comma, ma solo a quelli di rifiuto del coacquisto, si può ricordare l’orientamento in forza del quale la dichiarazione del coniuge non acquirente sarebbe necessaria soltanto se egli fosse intervenuto in atto (108). L’inciso “se di esso sia stato parte anche l’altro coniuge”, di conseguenza, sarebbe interpretato nel senso di “a condizione che”. E’, invece, prevalsa, in dottrina ed in giurisprudenza, la tesi che legge l’inciso sopra riportato nel senso di “e purché”, “sempre che”, con la conseguenza che l’intervento in atto del coniuge non contraente e la di lui dichiarazione sarebbero sempre necessari (109). Secondo alcuni, il ruolo del coniuge non acquirente potrebbe anche ridursi ad un comportamento silenzioso (110), di non opposizione mentre, secondo i più, sarebbe necessaria un’apposita dichiarazione dotata di forma scritta. In base ad un primo orientamento, poi, la dichiarazione del coniuge non contraente potrebbe essere anche successiva all’atto di acquisto mentre, soprattutto in giurisprudenza, è prevalsa la tesi per cui l’acquisto personale da parte di uno dei coniugi di un bene immobile o mobile registrato, previsto dall’art. 179 c.c., costituisce una fattispecie complessa, al cui perfezionamento, in un disegno normativo del tutto compatto ed unitario, concorrono, ad un tempo, il ricorso effettivo dei presupposti di cui all’art. 179, co. I, ll. d), e) ed f), c.c., la relativa dichiarazione resa dal coniuge acquirente e la partecipazione all’atto dell’altro coniuge (111). Questo secondo orientamento sembrerebbe, però, contrastare con quello, pure maggioritario, in forza del quale le dichiarazioni dei coniugi non sono necessarie ai fini dell’esclusione dell’acquisto dalla comunione legale, quando la provenienza del bene scambiato è oggettivamente certa. In base a questa corrente, qualora fosse permutato un bene il cui carattere personale fosse obiettivamente certo sulla base dell’esame del titolo di provenienza e della consultazione dei pubblici registri, le dichiarazioni dei coniugi sarebbero pleonastiche. Secondo un orientamento minoritario (112), la dichiarazione del coniuge non acquirente di cui all’art. 179 co. II c.c. avrebbe natura costitutiva nel caso di acquisto di beni immobili o mobili registrati destinati ad uso personale o alla professione. In tali ipotesi, il coniuge non acquirente sarebbe arbitro di consentire o non che l’acquisto assumesse carattere personale. A tale ricostruzione si è obiettato che non si può introdurre una disparità di trattamento tra ipotesi che l’art. 179 co. II c.c. mostra di voler assoggettare alla medesima disciplina, senza contare che sarebbe illogico opinare che la volontà solitaria del coniuge non acquirente assurgesse a presupposto di esclusione di beni che, però, non possono essere inseriti in comunione convenzionalmente (art. 210 co. II c.c.) (113). La dichiarazione del coniuge non acquirente di cui all’art. 179 co. II c.c. è stata dai più considerata un atto di non opposizione, un atto giuridico in senso stretto, una confessione stragiudiziale, una testimonianza privilegiata, una dichiarazione di scienza (114). Alla fine, in giurisprudenza (115), si è affermato l’orientamento per cui si tratterebbe di una dichiarazione ricognitiva con portata confessoria, impugnabile soltanto per errore di fatto o violenza (art. 2732 c.c.). La sentenza in epigrafe ha, però, fatto un’opportuna distinzione, sottolineando come la confessione possa sussistere solo ove si tratti di riconoscere fatti già verificatisi mentre, qualora la natura personale scaturisse dalla futura destinazione del bene ad un determinato utilizzo, la dichiarazione potrebbe fungere soltanto da adesione alla manifestazione d’intenti del coniuge acquirente e non sarebbe, invece, vincolata dai limiti delle dichiarazioni confessorie cui non apparterrebbe. Ponendo tale distinzione, le Sezioni Unite hanno recepito un orientamento dottrinario già esistente (116) e, inoltre, hanno trasportato nel campo della comunione immediata il concetto di acquisto personale in conseguenza dell’effettiva destinazione (117), finora studiato nel terreno della comunione de residuo. La natura meramente ricognitiva e non costitutiva della dichiarazione del coniuge non acquirente di cui all’art. 179 co. II c.c. sembrerebbe in contraddizione con l’asserita necessità che tale dichiarazione sia contenuta in atto, senza possibilità di equipollenti (118). Le Sezioni Unite hanno tentato di mitigare tale ossimoro affermando che la dichiarazione del coniuge non acquirente abbia funzione di necessaria documentazione della natura personale del bene mentre l’unico presupposto sostanziale della caduta in comunione rimarrebbe la natura personale dello stesso (119). Conseguenza di ciò sarebbe che la mancanza di veridicità di una dichiarazione non avente natura confessoria potrebbe essere dichiarata da una successiva sentenza che accertasse la natura non personale del bene (120). Da tale assunto, dovrebbe parallelamente evincersi l’ammissibilità di una sentenza che accertasse la natura personale dell’acquisto pur in assenza di una dichiarazione in tal senso (121) (122). Negandosi tale possibilità, si arriverebbe all’assurdo logico di attribuire natura dichiarativa alla dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c. e costitutiva alla mancanza di essa e, inoltre, si aprirebbero le porte al coacquisto forzoso di un bene personale, cosa che sembra eccessiva anche per chi nega il rifiuto del coacquisto. Pare, invece, inconferente, in caso di rifiuto del coniuge di rendere la dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c., il richiamo da alcuni operato all’art. 181 c.c., poiché tale norma riguarda il diverso ambito delle dichiarazioni negoziali rese necessarie dall’interesse della famiglia. Poiché l’intervento del coniuge, qualora ricorressero tutti i presupposti per l’esclusione dalla comunione legale, dovrebbe considerarsi dovuto (123), l’immotivato rifiuto di partecipare all’atto genererebbe un obbligo di risarcimento del danno nel limite degli interessi negativi (124). 6. Conferma di un esilio o velato riconoscimento? Dall’analisi finora svolta, sembra che la pronuncia delle Sezioni Unite, a differenza di altre sentenze che l’hanno preceduta, non abbia voluto cassare definitivamente il rifiuto del coacquisto dal mondo giuridico né porre fine ad una vicenda che ha visto versare copiosi fiumi di inchiostro e che tante pagine farà ancora scrivere. Come si è sopra evidenziato, il Supremo Collegio ha risolto la questione inerente la natura della dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c., fornendo, nel contempo, con la sua autorevolezza, nuovi elementi di riflessione per un altro dibattito a cui poteva solo accennare per obiter dictum, data l’estraneità al thema decidendum. Il richiamo alle “ragioni sistematiche” che potrebbero legittimare il rifiuto del coacquisto, oltre a riportare alla memoria le argomentazioni fondate sulle disposizioni di legge sopra enunciate, induce a reputare ammissibile l’operare dell’autonomia negoziale in un ambito che nessuna plausibile ragione può sottrarre alla regola generale per cui “è consentito tutto ciò che non è espressamente vietato”. La tesi che sostiene la natura pubblicistica delle disposizioni disciplinanti il diritto di famiglia e la specialità di esso come sistema giuridico è, ormai, avviata ad una fase discendente, senza contare che essa dovrebbe interessare, se mai, il regime primario e non quello secondario. Partendo dal dato normativo, si nota, invece, che l’art. 1322 co. I c.c. stabilisce che ogni soggetto possa determinare liberamente il contenuto di un contratto, nei limiti imposti dalla legge; l’art. 1322 co. II c.c. consente alle parti di concludere contratti non appartenenti ai tipi aventi una disciplina particolare, purché diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico; l’art. 1324 c.c., nei limiti della compatibilità, estende agli atti unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale le norme che regolano i contratti; l’art. 1987 c.c. fissa il principio di stretta tipicità per le sole promesse unilaterali, aventi, come tali, efficacia obbligatoria. Il rifiuto del coacquisto, non coincidendo con la dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c. e non essendo disciplinato da altre disposizioni di legge, deve considerarsi un negozio giuridico atipico. Esso è sicuramente lecito, perché non contrario alla legge, all’ordine pubblico ed al buon costume ed è, parimenti, meritevole di tutela, se rivolto a perseguire finalità ritenute tali in un determinato contesto sociale. Nelle elaborazioni dottrinarie e giurisprudenziali, del resto, il giudizio di meritevolezza si è andato sempre più appiattendo su quello di liceità. Considerate queste cose, sembra che l’unica ragione plausibile che possa frenare il riconoscimento di tale istituto sia il protratto ostracismo giurisprudenziale di cui è stato fatto oggetto. Tale contrarietà, però, è manifestata in sentenze spesso visibilmente finalizzate a realizzare la giustizia del caso particolare più che ad affermare un principio di diritto. La sentenza in epigrafe non ha avallato tale tendenza, ma sembrerebbe, invece, aver fornito nuovi spunti per un’intera rimeditazione del problema. Allo stato attuale pare, comunque, opportuno usare molta cautela nella pratica e contenere l’utilizzo di un istituto ancora collocato in un terreno giuridicamente accidentato. EUGENIA TIMPANO (1) In questo senso anche A. GIULIANI, Presupposti, limiti ed efficacia dell’acquisto di bene personale ai sensi dell’art. 179, lett. f), c.c., in Vita Not., 2003, 2, pp. 702 s.. (2) Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954, in Contratti, 2003, 7, pp. 671 s., con nota di E. CALICE E P. ACQUAVIVA; Trib. Parma 21 gennaio 1994, in Fam. e Dir., 1994, p. 311. (3) E. ANDREOLA, Autonomia negoziale dei coniugi e regime patrimoniale legale. Riducibilità della comunione e rifiuto del coacquisto ex lege, in Riv. Dir. Civ., 2007, P. I, pp. 87 s.; A. ARCERI, La Cassazione ritorna ad occuparsi del <<rifiuto del coacquisto>>: un fermo all’autonomia negoziale dei coniugi, in Familia, 2003, 4, pp. 1140 ss.; E. BOLONDI, Ancora sull’acquisto personale di bene immobile da parte del coniuge in comunione legale, in Fam. e Dir., 2005, 1, p. 21; R. DE FALCO, Nota a Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, in Nuova Giur. Civ. Comm., 1990, I, p. 224; G. GABRIELLI, Scioglimento parziale della comunione legale fra coniugi. Esclusione della comunione di singoli beni e rifiuto preventivo del coacquisto, in Riv. Dir. Civ., 1988, P. I, pp. 361 s.; F. GALGANO, Diritto civile e commerciale IV, Padova, 2004, pp. 122 s.; A. GIULIANI, op. cit., pp. 698 s.; M. LABRIOLA, Esclusione di un acquisto dalla comunione legale per consenso (rifiuto) dell’altro coniuge, in Vita Not., 1989, pp. 393 ss.; D. LAMBERTI, Ipotesi di riducibilità convenzionale della comunione legale tra coniugi, in Vita Not., 1992, pp. 391 s.; G. LO SARDO, Il rifiuto preventivo del coacquisto, in Vita Not., 1992, p. 398; R. MAZZARIOL, Comunione legale tra coniugi e rifiuto del coacquisto, in Nuova Giur. Civ. Comm., 2006, P. II, pp. 488 s.; A. MONTESANO, Rifiuto del coacquisto. Altre ipotesi di esclusione di un bene dalla comunione legale e riconoscimento dell’autonomia negoziale nei rapporti patrimoniali familiari, in Vita Not., 1991, p. LXXXIV s.; C. RADICE, La comunione legale tra coniugi: i beni personali, in Il diritto di famiglia II. Il regime patrimoniale della famiglia, Trattato diretto da G. Bonilini e G. Cattaneo, continuato da G. Bonilini, Torino, 2007, p. 184; F. REGINE, Nuove prospettive in tema di “rifiuto del coacquisto”, in Nuova Giur. Civ. Comm., 2003, P. I, pp. 918 s.; I. RIVA, Alle Sezioni Unite la decisione sul c.d. “rifiuto del coacquisto”, in Giur. It., 2009, 7, p. 1650; ID., Nuovi orientamenti in tema di acquisti personali del coniuge in regime di comunione legale dei beni, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 2005, 2, pp. 1340 s.; T. ROMOLI, Rifiuto del coacquisto e sistema della comunione legale, in Notariato, 2006, pp. 72 s. e 75; B. VALIGNANI, I limiti all’autonomia dei coniugi nell’assetto dei loro rapporti patrimoniali, in Familia, 2001, 1, pp. 399 s.. (4) F. CORSI, Il regime patrimoniale della famiglia, Vol. I, Milano, 1979, pp. 103 e 110. (5) G. GABRIELLI, op. cit., pp. 361 s.. (6) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., pp. 602 s.. In tal senso anche R. DE FALCO, op. cit., p. 224. (7) G. RUBINO, Il <<sistema>> dei beni personali e la convenzione che esclude un acquisto dalla comunione legale (art. 179, comma 2, c.c.), in Rass. Dir. Civ., 1992, pp. 595 ss.. Sostanzialmente conforme E. RUSSO, L’oggetto della comunione legale e i beni personali. Artt. 177 – 179, in Il Codice Civile, Commentario diretto da P. Schlesinger, Milano, 1999, pp. 247 s.. (8) G. RUBINO, op. cit., p. 599. (9) G. RUBINO, op. cit., pp. 595 ss.. (10) G. RUBINO, op. cit., p. 595. (11) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, in Rass. Dir. Civ., 1992, pp. 591 ss.. (12) Per un precedente di merito, vedasi Trib. Lucca decr. 8 maggio 1978, in Riv. Dir. Ipot., 1978, p. 257: “L’operatività della comunione sugli immobili acquistati da uno dei coniugi (rientrino essi, oppure no, fra i beni di cui all’art. 179, lett. d, cod. civ.) può essere paralizzata da una opportuna dichiarazione di consenso dell’altro coniuge.”. (13) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., p. 602. Conformi F. GALGANO, op. cit., p. 123; G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, in Riv. Not., 1993, pp. 130 s.; R. MAZZARIOL, op. cit., p. 503; F. PATTI, Il cosiddetto rifiuto del coacquisto alla luce della sentenza n. 2954/2003, in Riv. Not., 2003, 6, p. 1559; C. RADICE, op. cit., p. 185; F. REGINE, op. cit., p. 920. (14) Si ispirano al principio “nemo potest locupletari invitus”, fra le altre norme, l’art. 1411 co. III c.c. che prevede la possibilità per il terzo di rifiutare la stipulazione in suo favore; l’art. 1236 c.c. che consente al debitore di non profittare della remissione; l’art. 649 co. I c.c. che prevede la rinuncia al legato; l’art. 1333 c.c. che rende possibile per il destinatario di rifiutare la proposta di un contratto con obbligazioni a carico del solo proponente. (15) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., pp. 599 s.. Conformi Comm. Trib. Prov. Grosseto, sez. III, 4 febbraio 1999, in Fam. e Dir., 1999, 3, p. 290; E. BOLONDI, op. cit., p. 20; R. DE FALCO, op. cit., p. 222; F. GALGANO, op. cit., p. 123; G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., p. 397; A. MONTESANO, op. cit., p. LXXXVI; F. REGINE, op. cit., p. 918; B. VALIGNANI, op. cit., pp. 398 s.. L’argomento dell’intangibilità della sfera giuridica individuale, però, non è valido per chi (V. DE PAOLA, Il diritto patrimoniale della famiglia nel sistema del diritto privato, Tomo II, Milano, 2002, p. 607), attribuendo soggettività giuridica alla comunione legale, afferma che l’acquisto sia imputato direttamente ad essa. (16) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., pp. 601 e s.; G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., p. 130. (17) Trib. Napoli 17 novembre 1993, n. 11304, in Dir. e Giur., 1995, p. 232; Trib. Piacenza 9 aprile 1991, in Riv. Not., 1993, p. 122; A. SCACCHI, Comunione legale dei beni – Irrinunciabilità alla comproprietà dei beni acquistati durante il matrimonio, in Nuovo Dir., 2003, 5, p. 374. (18) Trib. Napoli 17 novembre 1993, n. 11304, loc. cit., p. 232; A GIULIANI, op. cit., pp. 695 ss.; M.C. LUPETTI, Rifiuto del coacquisto: è il tramonto di un’epoca?, in Riv. Not., 2003, 2, p. 420; O. PACE, Ancora a proposito del c.d. <<rifiuto del coacquisto>> nel regime patrimoniale tra coniugi, in Familia, 2003, 4, p. 1151; A. SCACCHI, op. cit., p. 374. (19) M.C. LUPETTI, op. cit., p. 420; O. PACE, op. cit., p. 1152. (20) Trib. Napoli 17 novembre 1993, n. 11304, loc. cit., p. 232; Trib. Piacenza 9 aprile 1991, loc. cit., p. 122; R. DOGLIOTTI, La regolamentazione degli acquisti compiuti dai coniugi in regime di comunione legale, in Fam. e Dir., 1994, p. 316; A. FIGONE, Comunione legale e rifiuto del coacquisto di un bene, in Fam. e Dir., 1999, 3, p. 291; A. JANNARELLI, Comunione, acquisto <<ex lege>>, autonomia privata, in Foro It., 1990, I, 1, p. 618; M.C. LUPETTI, op. cit., p. 420; O. PACE, op. cit., pp. 1148 e 1152; A. SCACCHI, op. cit., p. 374. (21) Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954, loc. cit., p. 672. (22) Su questa linea, un autore afferma che il coacquisto non potrebbe essere rifiutato se necessario per il sostentamento della famiglia. Gli artt. 143 e ss. c.c. renderebbero obbligatorio il coacquisto e giustificherebbero la limitazione dell’autonomia privata. Cfr. E. TREROTOLA, Acquisto alla comunione legale – Ancora sul rifiuto al coacquisto dell’un coniuge – Da una opzione elastica verso un atteggiamento restrittivo della Corte Suprema, in Nuovo Dir., 2002, I, pp. 233 ss.. (23) Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954, loc. cit., p. 672; M.C. LUPETTI, op. cit., p. 420; O. PACE, op. cit., p. 1148. (24) Trib. Napoli 17 novembre 1993, n. 11304, loc. cit., p. 233; M.C. LUPETTI, op. cit., p. 419; O. PACE, op. cit., p. 1148. (25) Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954, loc. cit., pp. 671 s.; Trib. Napoli 17 novembre 1993, n. 11304, loc. cit., p. 232; A. FIGONE, op. cit., p. 291; A GIULIANI, op. cit., p. 697; G. LAURINI, A proposito di un’originale interpretazione dell’ultimo comma dell’art. 179 c.c., in Riv. Not., 1990, p. 174; G. NAPPI, Nel labirinto della comunione dei beni tra coniugi, in Dir. Fam. e Pers., 1991, II, pp. 1044 s.; F. PARENTE, Il preteso rifiuto del coacquisto <<ex lege>> da parte di coniuge in comunione legale, in Foro It., 1990, P. I, 1, p. 612; M.C. SINISCALCHI, Acquisto immobiliare da parte di uno dei coniugi in regime di comunione legale ed esclusione dalla comunione, in Dir. e Giur., 1995, pp. 226 s.; F. SURDI, Sull’estromissione di singoli beni dalla comunione legale tra coniugi, in Dir. Fam. e Pers., 1999, II, p. 1461; T. ROMOLI, op. cit., pp. 76 s.. (26) Trib. Napoli 17 novembre 1993, n. 11304, loc. cit., p. 233; Trib. Piacenza 9 aprile 1991, loc. cit., pp. 121 s.; A. JANNARELLI, op. cit., p. 618; G. LAURINI, op. cit., p. 174; A. LUMINOSO, Sul rifiuto del coacquisto di un bene destinato a cadere in comunione coniugale, in Riv. Giur. Sarda, 2008, p. 934; G. NAPPI, op. cit., pp. 1044 s.; F. PARENTE, Il preteso rifiuto del coacquisto <<ex lege>>…, cit., p. 612; T. ROMOLI, op. cit., p. 76; A. SCACCHI, op. cit., p. 374; M.C. SINISCALCHI, op. cit., pp. 226 s.. (27) G. OPPO, Autonomia negoziale e regolamento tipico nei rapporti patrimoniali tra coniugi, in Riv. Dir. Civ., 1997, P. I, p. 22. (28) G. OPPO, op. cit., p. 24. (29) Il criterio di proporzionalità si trova già adottato formalmente nell’art. 230 bis c.c. e sostanzialmente nell’art. 5 l. 898/’70 per la determinazione dell’assegno di divorzio. (30) G. OPPO, op. cit., p. 24. (31) Trib. Napoli 17 novembre 1993, n. 11304, loc. cit., p. 232; A. SCACCHI, op. cit., p. 374. (32) In tal senso anche E. ANDREOLA, op. cit., p. 68, la quale, pur essendo favorevole al rifiuto del coacquisto, lo ricostruisce come una convenzione matrimoniale, sul presupposto che tale tipo di negozio è l’unico a poter impedire l’effetto acquisitivo legale e ad incidere sul regime patrimoniale della famiglia; A. LUMINOSO, Sul rifiuto del coacquisto..., cit., p. 931; F. PARENTE, Il preteso rifiuto del coacquisto <<ex lege>> …, cit., p. 613. (33) Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954, loc. cit., p. 672; Trib. Parma 21 gennaio 1994, loc. cit., p. 311; Trib. Piacenza 9 aprile 1991, loc. cit., p. 123; L. BARBIERA, La comunione legale, in Trattato di diritto privato, diretto da P. Rescigno, Torino, 1996, pp. 521 s.; P. CEROLINI, Comunione legale e autonomia privata, in Giur. It., 2004, I, p. 284; A. FIGONE, op. cit., p. 291; A. LUMINOSO, Sul rifiuto del coacquisto..., cit., p. 932; O. PACE, op. cit., pp. 1148 e 1151; F. PARENTE, Il preteso rifiuto del coacquisto <<ex lege>> …, cit., p. 615; T. ROMOLI, op. cit., p. 76; F. SANTOSUOSSO, Beni ed attività economica della famiglia, Torino, 2002, pp. 121 e 124; A SCACCHI, op. cit., p. 374; M.C. SINISCALCHI, op. cit., p. 226; E. TREROTOLA, Il rifiuto al coacquisto nella modificabilità convenzionale dell’oggetto della comunione legale dei beni tra coniugi, in Giur. Merito, 1994, p. 755. (34) Trib. Parma 21 gennaio 1994, loc. cit., p. 311; Trib. Piacenza 9 aprile 1991, loc. cit., p. 123; A. LUMINOSO, Sul rifiuto del coacquisto..., cit., p. 932; M.R. MORELLI, Il nuovo regime patrimoniale della famiglia, Padova, 1996, p. 140; O. PACE, op. cit., p. 1148; F. PARENTE, Il preteso rifiuto del coacquisto <<ex lege>> …, cit., p. 615; T. ROMOLI, op. cit., p. 76; A. SCACCHI, op. cit., p. 374; M.C. SINISCALCHI, op. cit., p. 226; F. SURDI, op. cit., pp. 1457 s.; A. TORDO CAPRIOLI, Attività negoziale e funzione notarile, Milano, 1996, p. 30; E. TREROTOLA, Il rifiuto al coacquisto nella modificabilità convenzionale…, cit., p. 755. (35) Trib. Piacenza 9 aprile 1991, loc. cit., p. 123; P. CEROLINI, op. cit., p. 284; A. FIGONE, op. cit., p. 291; A GIULIANI, op. cit., p. 697; A. JANNARELLI, op. cit., p. 618; G. LAURINI, op. cit., p. 173; A. LUMINOSO, Sul rifiuto del coacquisto..., cit., p. 934; M. PALADINI, La comunione convenzionale, in Trattato di Diritto Privato, diretto da M. Bessone, Vol. IV, in Il diritto di famiglia, Tomo II, Torino, 1999, p. 468; F. PARENTE, Il preteso rifiuto del coacquisto <<ex lege>> …, cit., p. 615; E. QUADRI, Il contenuto della comunione legale: l’itinerario esegetico della Cassazione, in Nuova Giur. Civ. Comm., 1994, II, p. 317; T. ROMOLI, op. cit., pp. 79 s.; F. SANTOSUOSSO, op. cit., pp. 121 e 124; A. SCACCHI, op. cit., p. 374; F. SURDI, op. cit., pp. 1458 e 1461. (36) Trib. Piacenza 9 aprile 1991, loc. cit., p. 121; Trib. Piacenza I marzo 1991, in Giur. Merito, 1993, p. 65; P. CEROLINI, op. cit., p. 284; M.C. LUPETTI, op. cit., p. 424; G. NAPPI, op. cit., pp. 1046; O. PACE, op. cit., p. 1151; F. PARENTE, L’acquisto di <<beni personali>> per surrogazione tra complessità della fattispecie e assiologia della norma, in Rass. Dir. Civ., 2007, I, p. 170; T. ROMOLI, op. cit., p. 77; F. SURDI, op. cit., p. 1458; A. TORDO CAPRIOLI, op. cit., p. 30. (37) E. ANDREOLA, op. cit., pp. 55 ss.; R. DE FALCO, op. cit., p. 222; G. DI TRANSO, Comunione legale, Napoli, 1999, p. 49; M. FINOCCHIARO, Nota a commento di Trib. Piacenza 9 aprile 1991, in Giur. Merito, 1993, p. 68; F. LONGOBUCCO, <<Espromissione>> del bene dalla comunione legale e <<negozio a causa atipica familiare>>: nuovi percorsi dell’autonomia coniugale, in Contr. e Impr., 2005, 3, pp. 1030 s.; F. REGINE, op. cit., p. 918; I. RIVA, Alle Sezioni Unite la decisione sul c.d. “rifiuto del coacquisto”, cit., p. 1652; ID., Il cd. rifiuto del coacquisto del coniuge in regime di comunione legale dei beni, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 2004, 1, pp. 723 s.; E. RUSSO, op. cit., p. 249. (38) E. ANDREOLA, op. cit., p. 57; R. DE FALCO, op. cit., p. 222; V. DE PAOLA, op. cit., p. 600; G. DI TRANSO, op. cit., p. 49; M. FINOCCHIARO, op. cit., p. 68; F. REGINE, op. cit., p. 918; I. RIVA, Alle Sezioni Unite la decisione sul c.d. “rifiuto del coacquisto”, cit., p. 1652; ID., Il cd. rifiuto del coacquisto…, cit., pp. 723 s.; G. RUBINO, op. cit., p. 603; E. RUSSO, op. cit., p. 249. (39) G. DI TRANSO, op. cit., p. 49; D. LAMBERTI, op. cit., p. 388; G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., p. 130; R. MAZZARIOL, op. cit., p. 503; F. PATTI, op. cit., p. 1560; C. RADICE, op. cit., p. 185; I. RIVA, Alle Sezioni Unite la decisione sul c.d. “rifiuto del coacquisto”, cit., p. 1652; ID., Il cd. rifiuto del coacquisto…, cit., pp. 723 s.; B. VALIGNANI, op. cit., p. 399. (40) R. DE FALCO, op. cit., p. 222; M. FINOCCHIARO, op. cit., p. 68; B. VALIGNANI, op. cit., p. 399. (41) M. FINOCCHIARO, op. cit., p. 67; F. PATTI, op. cit., p. 1559. (42) F. PATTI, op. cit., pp. 1560 s.. (43) P. CEROLINI, op. cit., pp. 284 s.; I. RIVA, Il cd. rifiuto del coacquisto…, cit., p. 724. (44) E. ANDREOLA, op. cit., pp. 80 s.; D. DE STEFANO, E’ possibile impedire la <<caduta>> in comunione legale tra coniugi al momento dell’acquisto di un bene immobile?, in questa Rivista, 1990, I, p. 1362; G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., p. 131; L. NAPOLITANO, Beni personali e rifiuto del coacquisto, in Contr. e Impr., 2004, 2, p. 588; F. PATTI, op. cit., p. 1560; F. REGINE, op. cit., pp. 918 e 920. (45) M. FINOCCHIARO, op. cit., p. 68; G. GABRIELLI, op. cit., p. 352; D. LAMBERTI, op. cit., p. 385; L. NAPOLITANO, op. cit., pp. 587 s.. (46) G. GABRIELLI, op. cit., p. 354; D. LAMBERTI, op. cit., p. 389. (47) F. REGINE, op. cit., p. 918. (48) G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., pp. 132 s.; B. VALIGNANI, op. cit., p. 393. (49) E. ANDREOLA, op. cit., p. 87; G. DI TRANSO, op. cit., p. 49; M. FINOCCHIARO, op. cit., p. 68; M. KROGH, La circolazione degli immobili della comunione legale nella prospettiva notarile, in Dir. e Giur., 2005, p. 540; G. LO SARDO, op. cit., p. 133; L. NAPOLITANO, op. cit., p. 586; F. REGINE, op. cit., p. 920. (50) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., p. 602; E. ANDREOLA, op. cit., p. 88; E. BOLONDI, op. cit., p. 21; R. DE FALCO, op. cit., p. 223; M. FINOCCHIARO, op. cit., p. 68; G. GABRIELLI, op. cit., p. 358; R. MAZZARIOL, op. cit., p. 499; F. PATTI, op. cit., p. 1560. (51) Corte Cost. 17 marzo 1988, n. 311, in Foro It., 1990, I, 2, pp. 2146 ss.. (52) “Dalla disciplina della comunione legale risulta una struttura normativa difficilmente riconducibile alla comunione ordinaria. Questa è una comunione per quote, quella è una comunione senza quote, nell’una le quote sono oggetto di diritto individuale dei singoli partecipanti (arg. ex art. 2825 c.c.) e delimitano il potere di disposizione di ciascuno sulla cosa comune (art. 1103 c.c.); nell’altra i coniugi non sono individualmente titolari di un diritto di quota, bensì solidalmente titolari, in quanto tali, di un diritto avente per oggetto i beni della comunione (arg. ex art. 189, 2° comma). Nella comunione legale la quota non è un elemento strutturale, ma ha soltanto la funzione di stabilire la misura entro cui i beni della comunione possono essere aggrediti dai creditori particolari (art. 189), la misura della responsabilità sussidiaria di ciascuno dei coniugi con i propri beni personali verso i creditori della comunione (art. 190), e infine la proporzione in cui, sciolta la comunione, l’attivo e il passivo saranno ripartiti tra i coniugi o i loro eredi (art. 194).”. Corte Cost. 17 marzo 1988, n. 311, loc. cit., pp. 2147 s.. (53) F. PARENTE, Il preteso rifiuto del coacquisto <<ex lege>>…, cit., pp. 611 s.; T. ROMOLI, op. cit., p. 76. (54) Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954, loc. cit., p. 672; T. ROMOLI, op. cit., p. 77. (55) A. LUMINOSO, Sul rifiuto del coacquisto..., cit., p. 933; F. PARENTE, Il preteso rifiuto del coacquisto <<ex lege>>…, cit., p. 612. (56) In tema di accrescimento a seguito della rinuncia ad una quota di immobile in comunione ordinaria e non legale, vedasi, da ultimo, Cass. 9 novembre 2009, n. 23691. (57) A. LUMINOSO, Sul rifiuto del coacquisto..., cit., pp. 933 s.; M.R. MORELLI, op. cit., pp. 138 s.; F. PARENTE, Il preteso rifiuto del coacquisto <<ex lege>> …, cit., p. 614. (58) G. LAURINI, op. cit., p. 175. (59) Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954, loc. cit., p. 672; P. CEROLINI, op. cit., p. 284; F. SANTOSUOSSO, op. cit., p. 121; E. TREROTOLA, Il rifiuto al coacquisto nella modificabilità convenzionale…, cit., p. 754. (60) E. ANDREOLA, op. cit., pp. 59 e 76; E. BOLONDI, op. cit., p. 20; M. DI FORTUNATO, Autonomia negoziale dei coniugi e regime di comunione legale: la controversa figura del c.d. rifiuto del coacquisto, in Riv. Giur. Sarda, 2005, pp. 371 s.; G. GABRIELLI, op. cit., p. 343; D. LAMBERTI, op. cit., p. 385; F. PATTI, op. cit., p. 1561; F. REGINE, op. cit., p. 919; I. RIVA, Alle Sezioni Unite la decisione sul c.d. “rifiuto del coacquisto”, cit., p. 1651. (61) A. E M. FINOCCHIARO, Diritto di famiglia, Milano, 1984, p. 1200; D. LAMBERTI, op. cit., p. 385; I. RIVA, Alle Sezioni Unite la decisione sul c.d. “rifiuto del coacquisto”, cit., p. 1651. (62) E. ANDREOLA, op. cit., p. 87; R. DE FALCO, op. cit., p. 223; G. GABRIELLI, op. cit., pp. 356 s.; M. KROGH, op. cit., p. 540; D. LAMBERTI, op. cit., p. 391; G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., p. 129; I. RIVA, Alle Sezioni Unite la decisione sul c.d. “rifiuto del coacquisto”, cit., p. 1651; ID., Il cd. rifiuto del coacquisto…, cit., p. 721. (63) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., pp. 600 s.; R. DE FALCO, op. cit., p. 223; M. KROGH, op. cit., p. 540; D. LAMBERTI, op. cit., p. 391; G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., p. 129; ID, Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., pp. 396 s.; I. RIVA, Alle Sezioni Unite la decisione sul c.d. “rifiuto del coacquisto”, cit., p. 1651; ID., Il cd. rifiuto del coacquisto…, cit., p. 721. (64) In giurisprudenza, Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954, loc. cit., p. 672; Trib. Parma 21 gennaio 1994, loc. cit., p. 311. In dottrina, L. BARBIERA, op. cit., p. 521; G. GABRIELLI, op. cit., p. 347. (65) G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., p. 127; F. REGINE, op. cit., p. 919. (66) E. ANDREOLA, op. cit., p. 84. (67) M. DI FORTUNATO, op. cit., p. 372; A. E M. FINOCCHIARO, op. cit., p. 1199; F. GALLETTA, Estromissione di beni dalla comunione legale e consenso del coniuge, in Giur. It., 1990, p. 1308; D. LAMBERTI, op. cit., p. 385. (68) A. E M. FINOCCHIARO, op. cit., p. 1200. (69) T. ROMOLI, op. cit., pp. 78 s.; F. SURDI, op. cit., p. 1458. (70) Comm. Trib. Prov. Grosseto, sez. III, 4 febbraio 1999, loc. cit., p. 290; E. ANDREOLA, op. cit., p. 81; R. BASSETTI, Convenzioni matrimoniali, Napoli, 1992, p. 88; E. BOLONDI, op. cit., p. 20; R. DE FALCO, op. cit., p. 223; V. DE PAOLA, op. cit., p. 601; F. GALLETTA, op. cit., p. 1308; D. LAMBERTI, op. cit., p. 385; G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., p. 127; M.C. LUPETTI, op. cit., p. 422; I. RIVA, Alle Sezioni Unite la decisione sul c.d. “rifiuto del coacquisto”, cit., p. 1651; B. VALIGNANI, op. cit., pp. 393 s.. (71) A GIULIANI, op. cit., p. 698; G. LAURINI, op. cit., pp. 173 s.; M. PALADINI, op. cit., p. 468; F. SURDI, op. cit., p. 1458. (72) M. ATLANTE, Il nuovo regime patrimoniale della famiglia, alla luce della prima esperienza professionale notarile, in Riv. Not., 1976, p. 7. (73) Trib. Piacenza 9 aprile 1991, loc. cit., p. 123; M. ATLANTE, op. cit., p. 4; P. CEROLINI, op. cit., p. 284; G. GABRIELLI, op. cit., p. 347; A GIULIANI, op. cit., pp. 697 s.; G. LAURINI, op. cit., p. 174; F. SANTOSUOSSO, op. cit., p. 123; F. SURDI, op. cit., p. 1458. (74) A. ARCERI, op. cit., p. 1143; A GIULIANI, op. cit., p. 697; G. LAURINI, op. cit., p. 174. (75) E. ANDREOLA, op. cit., p. 79; D. LAMBERTI, op. cit., pp. 388 s.; M.C. LUPETTI, op. cit., p. 422; B. VALIGNANI, op. cit., p. 393. (76) G. GABRIELLI, op. cit., p. 349. Conforme D. LAMBERTI, op. cit., pp. 387 ss.. (77) G. GABRIELLI, op. cit., p. 349. Conforme D. LAMBERTI, op. cit., pp. 389 s.. (78) G. DI TRANSO, op. cit., p. 50; M.C. LUPETTI, op. cit., p. 424; T. ROMOLI, op. cit., pp. 77 e ss.; A. TORDO CAPRIOLI, op. cit., p. 31. (79) V. DE PAOLA, op. cit., p. 606; M. IEVA, Le convenzioni matrimoniali, in Trattato di diritto di famiglia, Regime patrimoniale della famiglia, a cura di F. Anelli e M. Sesta, diretto da P. Zatti, Vol. III, Milano, 2002, p. 49; ID., Le convenzioni matrimoniali e la pubblicità dei regimi patrimoniali della famiglia, in Riv. Not., 2001, 6, p. 1263; M.C. LUPETTI, op. cit., pp. 420 e 424; O. PACE, op. cit., p. 1152. (80) V. DE PAOLA, op. cit., p. 606 s.; G. DI TRANSO, op. cit., p. 50; M. IEVA, Le convenzioni matrimoniali, cit., p. 49; ID., Le convenzioni matrimoniali e la pubblicità dei regimi patrimoniali della famiglia, cit., pp. 1263 ss.; M.C. LUPETTI, op. cit., pp. 420 e 424; O. PACE, op. cit., p. 1152; T. ROMOLI, op. cit., p. 77; A. TORDO CAPRIOLI, op. cit., p. 31. (81) V. DE PAOLA, op. cit., p. 606; M.C. LUPETTI, op. cit., p. 424; O. PACE, op. cit., p. 1152; T. ROMOLI, op. cit., p. 77; A. TORDO CAPRIOLI, op. cit., p. 31. (82) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., p. 604; R. DE FALCO, op. cit., p. 224; M. LABRIOLA, op. cit., p. 394; D. LAMBERTI, op. cit., p. 393; G. LO SARDO, Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., p. 398; R. MAZZARIOL, op. cit., pp. 488 e s.; A. MONTESANO, op. cit., p. LXXXIV; C. RADICE, op. cit., p. 184; T. ROMOLI, op. cit., p. 73; B. VALIGNANI, op. cit., p. 400. (83) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., p. 604; M. LABRIOLA, op. cit., p. 398; D. LAMBERTI, op. cit., p. 393; G. LO SARDO, Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., p. 400; R. MAZZARIOL, op. cit., p. 492; C. RADICE, op. cit., p. 185. (84) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., pp. 604 s.; R. DE FALCO, op. cit., p. 224; M. FINOCCHIARO, op. cit., p. 68; D. LAMBERTI, op. cit., p. 393; G. LO SARDO, Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., p. 400; R. MAZZARIOL, op. cit., p. 492; C. RADICE, op. cit., p. 185. (85) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., p. 605; R. DE FALCO, op. cit., p. 224; G. GABRIELLI, op. cit., p. 364; D. LAMBERTI, op. cit., p. 393; G. LO SARDO, Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., p. 400; R. MAZZARIOL, op. cit., p. 492; T. ROMOLI, op. cit., p. 74. (86) G. GABRIELLI, op. cit., pp. 363 s.; M. LABRIOLA, op. cit., p. 398; D. LAMBERTI, op. cit., p. 393; G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., p. 124; ID., Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., p. 397; A. MONTESANO, op. cit., p. LXXXVII; B. VALIGNANI, op. cit., p. 400. (87) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., pp. 598 s.; F. GALGANO, op. cit., p. 123; . LABRIOLA, op. cit., pp. 394 e 397; D. LAMBERTI, op. cit., p. 393; A. MONTESANO, op. cit., pp. LXXXVII s.; C. RADICE, op. cit., p. 184; T. ROMOLI, op. cit., p. 73. (88) E. TREROTOLA, Il rifiuto al coacquisto del coniuge in regime di comunione legale dei beni; il principio della relatività, in Giur. Merito, 1993, p. 253. (89) E. TREROTOLA, Il rifiuto al coacquisto del coniuge…, cit., pp. 251 s.. (90) E. TREROTOLA, Il rifiuto al coacquisto del coniuge…, cit., p. 252. (91) A. LUMINOSO, Sul rifiuto del coacquisto..., cit., p. 933; ID., La comunione legale: problemi e spunti in tema di oggetto ed amministrazione, in Riv. Giur. Sarda, 2006, p. 531. (92) E. ANDREOLA, op. cit., pp. 68 e 90; F. REGINE, op. cit., p. 920. (93) F. LONGOBUCCO, op. cit., p. 1036. (94) I. RIVA, Alle Sezioni Unite la decisione sul c.d. “rifiuto del coacquisto”, cit., p. 1652; ID., Nuovi orientamenti…, cit., p. 1340; ID., Il cd. rifiuto del coacquisto…, cit., pp. 720 ss.. (95) G. RUBINO, op. cit., p. 602 ed E. RUSSO, op. cit., pp. 246 s., i quali, a sostegno della loro tesi, osservano che il dato normativo attribuisce al coniuge interveniente il ruolo di “parte”. Conforme F. PARENTE, L’acquisto di <<beni personali>>…, cit., p. 172. (96) G. RUBINO, op. cit., p. 603. (97) D. DE STEFANO, op. cit., pp. 1362 s.; E. RUSSO, op. cit., p. 248. (98) La mancata rinuncia all’eredità non basta a procurare l’acquisto, se non c’è un atto positivo di accettazione e, inoltre, la rinuncia all’eredità non è destinata ad incidere sul patrimonio di un soggetto determinato. Il rifiuto del coacquisto, invece, serve ad impedire un arricchimento che, in sua assenza, avverrebbe e produce effetto nel patrimonio di un soggetto ben determinato ovverosia l’altro coniuge. (99) F. GAZZONI, La trascrizione immobiliare, Tomo secondo, Artt. 2646 – 2651, Milano, 1993, p. 69. (100) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., p. 601; E. ANDREOLA, op. cit., p. 89; G. DI TRANSO, op. cit., p. 50; D. LAMBERTI, op. cit., p. 393; F. LONGOBUCCO, op. cit., p. 1019; G. LO SARDO, Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., pp. 397 e 399 s.; R. MAZZARIOL, op. cit., p. 491; A. MONTESANO, op. cit., p. LXXXVIII; C. RADICE, op. cit., p. 185. (101) G. GABRIELLI, op. cit., p. 363, il quale osserva che, se è necessaria la forma scritta per la dichiarazione di cui all’art. 179 co. II c.c., tanto più essa occorre per il rifiuto del coacquisto che ha natura costitutiva e basta, da solo, ad evitare la caduta in comunione. Conformi D. LAMBERTI, op. cit., pp. 393 s.; G. LO SARDO, Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., pp. 398 s.. Per la necessità della forma scritta anche C. RADICE, op. cit., p. 185. (102) G. GABRIELLI, op. cit., p. 364; D. LAMBERTI, op. cit., p. 394; R. MAZZARIOL, op. cit., p. 501. (103) G. LO SARDO, Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., p. 399. (104) C. RADICE, op. cit., p. 185; B. VALIGNANI, op. cit., p. 400. (105) Da ultimo, vedasi Cass. S.U. 10 ottobre 2009, n. 21658. (106) F. GAZZONI, op. cit., pp. 69 ss.. Conforme V. DE PAOLA, op. cit., p. 605. (107) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., p. 604; G. LO SARDO, Ma la comunione legale non è una prigione!, cit., pp. 132 e 134; ID., Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., pp. 399 s.. (108) Cass. 15 ottobre 1996, n. 9307, in Riv. Not., 1997, I, p. 2887, con nota di PICARDI; Cass. 8 febbraio 1993, n. 1556; L. NAPOLITANO, op. cit., p. 585; E. RUSSO, op. cit., p. 249. (109) Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954, loc. cit., p. 671; G. CALIENDO, Acquisto e trasformazione di beni <<personali>> immobili o mobili registrati, in Fam. e Dir., 1996, p. 53; A GIULIANI, op. cit., p. 684; A. LUMINOSO, Comunione coniugale e acquisto di beni destinati all’esercizio della professione o dell’impresa individuale, in Riv. Not., 2001, 5, p. 1028; F. PATTI, op. cit., p. 1551; I. RIVA, Nuovi orientamenti…, cit., pp. 1328 s.; P. SCHLESINGER, Commento all’art. 179 c.c., in Commentario al diritto italiano della famiglia, diretto da G. Cian, G. Oppo ed A Trabucchi, Padova, 1992, p. 158. (110) Cass. 19 febbraio 2000, n. 1917, in questa Rivista, 2000, P. I, p. 1366; F. PATTI, op. cit., p. 1551. (111) Cass. 24 settembre 2004, n. 19250, in Fam. e Dir., 2005, 1, p. 13; A GIULIANI, op. cit., p. 689. (112) F. CORSI, op. cit., pp. 103 e 110. (113) G. GABRIELLI, op. cit., pp. 361 s.. (114) Sono per la natura non negoziale di tale dichiarazione Cass. 19 febbraio 2000, n. 1917, loc. cit., p. 1366; Trib. Cagliari 8 gennaio 2004, n. 51, in Riv. Giur. Sarda, 2005, p. 360; Trib. Napoli 17 novembre 1993, n. 11304, loc. cit., p. 233; Trib. Piacenza 9 aprile 1991, loc. cit., p. 124; G. CALIENDO, op. cit., pp. 53 s., parla di atto di non opposizione anziché di natura dichiarativa; R. DE FALCO, op. cit., p. 224; A GIULIANI, op. cit., p. 687; D. LAMBERTI, op. cit., p. 392; G. LO SARDO, Il rifiuto preventivo del coacquisto, cit., p. 398; M.C. LUPETTI, op. cit., p. 420; R. MAZZARIOL, op. cit., p. 488; C. RADICE, op. cit., p. 184; T. ROMOLI, op. cit., pp. 70 s.; P. SCHLESINGER, op. cit., pp. 159 s., il quale parla di atto di non opposizione; B. VALIGNANI, op. cit., p. 400. (115) Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954, loc. cit., pp. 671 s.. (116) M. PALAZZO, Tipologie e diversità degli acquisti personali dei coniugi in comunione dei beni, in Riv. Not., 2006, 5, p. 1243. (117) A. LUMINOSO, Comunione coniugale e acquisto di beni destinati all’esercizio della professione o dell’impresa individuale, cit., p. 1029. (118) Rilevano la contraddizione anche E. ANDREOLA, op. cit., p. 60, nt. 13; E. BOLONDI, op. cit., p. 18; R. MAZZARIOL, op. cit., p. 502. (119) Conformi A. LUMINOSO, Comunione coniugale e acquisto di beni destinati all’esercizio della professione o dell’impresa individuale, cit., pp. 1030 e s. e F. PATTI, op. cit., p. 1552, i quali affermano che la partecipazione all’atto del coniuge non acquirente serve a segnalare il carattere personale dell’acquisto, ai fini dell’espletamento della pubblicità immobiliare. (120) Così anche G. CALIENDO, op. cit., p. 54 e P. SCHLESINGER, op. cit., pp. 160 s.. (121) Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, loc. cit., pp. 603 s.; R. DE FALCO, op. cit., p. 224; A GIULIANI I, op. cit., pp. 689 s.; D. LAMBERTI, op. cit., p. 391; A. LUMINOSO, Comunione coniugale e acquisto di beni destinati all’esercizio della professione o dell’impresa individuale, cit., p. 1034; F. PATTI, op. cit., p. 1552; I. RIVA, Nuovi orientamenti…, cit., pp. 1334 e 1337 s.; P. SCHLESINGER, op. cit., p. 160; T. ROMOLI, op. cit., p. 71. (122) Tale sentenza dovrebbe essere, secondo alcuni, precedente all’acquisto, secondo i più, successiva. (123) M. PALMA, Acquisto di bene immobile di uso strettamente personale e rifiuto dell’altro coniuge di partecipare all’atto di compravendita, in Rass. Giur. Umbra, 1993, 2, p. 383. (124) M. PALMA, op. cit., p. 383.
  23. Il mostro giuridico

    Questa s.r.l. è soltanto il mezzo per attribuire la responsabilità limitata alle persone fisiche imprenditori, dietro lo schermo di una società inesistente. E', quindi, profondamente incostituzionale. Perché un trentaseienne o un soggetto non imprendiitore dovrebbero rispondere con tutto il loro patrimonio per i debiti mentre un imprenditore trentaquattrenne può limitare la propria responsabilità, senza neanche rischiare l'obolo minimo di diecimila euro? A questo punto, chi sono i veri intoccabili? I Notai o gli imprenditori? Il Notaio, se contrae debiti, risponde con tutto il suo patrimonio e così il Commercialista, l'Avvocato, l'Insegnante. Cos'hanno gli imprenditori più dei comuni mortali? Le persone che non hanno un'impresa non elevano l'economia del Paese col loro lavoro? Chi apre uno studio notarile o professionale, investe moltissimi soldi, ma risponde con tutto il suo patrimonio. Perché chi tira fuori un solo euro di capitale sociale, senza, magari, grossi investimenti, deve essere a responsabilità limitata di un euro e, cioè, irresponsabile? Che razza di lobby è questa? Questo monstrum giuridico, inoltre, potrebbe essere utilizzato per operazioni poco pulite, da parte di chi decidesse di servirsi di una testa di legno infratrentacinquenne per riciclare denaro o servirsi del sistema delle scatole cinesi per altre finalità poco chiare. Ricordiamoci che la s.r.l. semplificata potrebbe controllare società molto più grandi e che un euro è solo il limite minimo, non essendocene uno massimo. La s.r.l. semplificata potrebbe avere un grande capitale ed un immenso patrimonio e nascere, comunque, senza controllo notarile, per il solo fatto di avere soci con meno di trentacinque anni. E', inoltre, palese l'intento di eliminare tutti i controlli che possono dare fastidio per consentire alla vera lobby di procedere indisturbata. Via il controllo notarile, via i collegi sindacali, cosa toglieranno in futuro? Se si vogliono fare delle agevolazioni, perché non ridurre le imposte per i giovani imprenditori, come in genere si fa? Le imposte sono rimaste invariate mentre sembra che gli unici fastidi siano la responsabilità illimitata ed il Notaio che controlla. Niente responsabilità e niente controlli, questa non è neppure lobby, è dittatura è ancien régime! Come faranno le Camere di Commercio a smaltire tutto questo lavoro? L'omologa degli atti societari non era stata affidata al Notaio per snellire il lavoro dei Tribunali e per velocizzare le operazioni societarie? Chi rimedierà a tutti i problemi che si creeranno? Di quanto aumenterà il contenzioso giudiziario? Anche il sistema anglosassone sta guardando al nostro, soprattutto dopo le frodi dei mutui subprime e noi dovremmo andare verso il sistema anglosassone? Di quanto sono aumentate le frodi dopo che i passaggi di autovetture sono stati tolti al controllo notarile? Per risparmiare cosa inoltre? Cosa si risparmierà, effettivamente, eliminando la funzione notarile nella costituzione di una s.r.l. semplificata? Queste pseudo liberalizzazioni stanno sfruttando il populismo e la demagogia più beceri per ottenere determinati risultati, ma la gente non è cretina! Si creano degli immaginari "cattivi" da abbattere, siano essi Notai o Farmacisti o altri soggetti, per, poi, far trionfare i "buoni" che sono i veri lobbisti. Spero che il Parlamento, eletto col consenso popolare, ripulisca il nostro ordinamento da questa incostituzionale e poco limpida s.r.l., ripristinando lo Stato di diritto!
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