Gianfranco Re, uno che di Notariato se ne intende: TEMPO DI TRACCE
#1
Inviato il dė 08 febbraio 2012 alle ore 22:29
Innanzitutto, i tempi di svolgimento delle prove. La preparazione è soltanto uno dei fattori del successo. L’altro è la tenuta fisica. Dilatare oltre misura i tempi di permanenza dei candidati nel palazzo significa attuare una discriminazione di taluni di essi, cioè dei meno attrezzati fisicamente e psichicamente, rispetto agli altri, perché la prova d’esame è in un certo senso anche una prova sportiva. Quindi, niente dettature nel primo pomeriggio, niente consegne a notte inoltrata.
Poi, e fondamentalmente, le tracce. Non posso non sottolinearne la frequente alienità ed incongruenza rispetto alla casistica ed alla pratica professionale.
Da quando è invalso il professionismo (ed il business) della preparazione all’accesso al notariato, si è innescata una sempre più accentuata divaricazione tra le fattispecie proposte dal concorso e quelle proposte dall’esercizio quotidiano. Si offrono al travaglio dei candidati situazioni astruse, improbabili, farcite di dati di arduo riordino mentale, non sempre rilevanti, complicate da capricci di testatori di dubbia lucidità, formulate con subordinate a scatole cinesi. Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’esercizio del notariato sul campo, e non prepara all’esercizio del notariato sul campo (scarso peso della componente notarile nell’ambito della commissione?). Si è innescata, tra scuole professionistiche (quasi “scuderie”) e commissioni d’esame (anche perché spesso delle seconde fanno parte docenti delle prime), una sorta di competizione alla ricerca di fattispecie peregrine, quasi lo scopo del concorso fosse di dimostrare quanto son bravi i commissari e non di appurare il livello di preparazione dei candidati. In certe scuole si rischia di allenare i giovani ad affrontare stipulazioni che ai più non capiteranno mai; lasciandoli digiuni dell’insegnamento più importante, che è quello di impadronirsi del modo di elaborare il “progetto dell’atto”, cioè di uno schema logico e rigoroso da applicarsi alle varie stipulazioni. Si mandino gli allievi (e i candidati) a pescare nella corrente principale del fiume, a cercar di prendere pesci normali e non per questo più facili da catturare, anziché nei rivoli collaterali, dove allignano pesci strani, buoni soltanto per pescatori speciali (intendo, casualmente – o forse, andreottianamente, ragionando, neanche tanto casualmente – informati della soluzione).
Occorre abbandonare le prove a soluzione obbligata, che, assomigliando ad un quiz, fanno entrare in gioco elementi di casualità, per tornare a proporre soluzioni aperte e consentire un ventaglio di soluzioni, tutte accettabili se ragionevoli e ragionevolmente giustificate. Occorre stabilire una sorta di codice di comportamento relativo alle modalità di stesura delle tracce, che devono rispondere a precisi requisiti: chiarezza, linearità e sinteticità, non solo nella materiale formulazione, bensì anche nel senso di porre un numero sensato di problemi.
Poi, complessità sì, ma ragionevole: l’eccessiva difficoltà è priva di selettività al pari dell’eccessiva semplicità. Se si vuol sottoporre ad un test di selezione atleti del salto in alto, non si dovrà porre l’asticella ad un metro, ma neppure a tre metri. Quella misura la fan tutti, questa nessuno, ed il risultato di ottenere la selezione delle capacità è vanificato in entrambi i casi. Sono state in passato assegnate tracce di fronte alle quali notai colti e di lunga esperienza, non nuovi ad alcun tipo di problemi, si sentivano impari: problemi accavallantisi, sovrapponentesi, incastrantisi l’uno nell’altro; periodare macchinoso, involuto, per subordinate delle subordinate. Ed un candidato, in difficili condizioni ambientali e di spirito, dovrebbe venirne a capo in otto ore? Non può sortirne che un risultato infedele rispetto alla preparazione, fanno premio il meno peggio e la casualità, può risultarne privilegiato chi – impossibilitato in ogni caso ad approfondire i troppi temi - li affronta in modo pedestre, poco più che parafrasando la traccia (tornando all’asticella di tre metri, poiché nessuno la supera e si deve comunque giudicare, si promuove chi vi passa sotto con la minor goffaggine).
Si tenga poi presente che problemi ardui oltre misura possono rappresentare un handicap e rivelarsi un boomerang per gli stessi commissari, cui nel corso della correzione può accadere di intravedere aspetti prima non considerati o scoprire ipotesi di soluzione impreviste, con imbarazzo e con messa in discussione del metro fin lì adottato, vittime essi stessi – i commissari – dell’intasamento cerebrale che hanno imposto ai candidati.
La mitizzazione delle prove di concorso, alla ricerca del più difficile, del più peregrino, del più snob, ha fatto guardare con sufficienza, se non con sdegno, agli elementari principi di buon senso e banale praticità. Innanzitutto (sarà una regola grossolana, ma - credetemi – è valida) la traccia che supera di troppo le venticinque-trenta righe non è una buona traccia, una pagina ben utilizzata basta e avanza per mettere alla prova la cultura giuridica di un candidato. Poi un periodare semplice e breve, un problema per volta (ricordiamo che i grandi maestri del diritto, Einaudi, Antolisei, Torrente, ecc., lo erano prima di tutto nella semplicità e nella chiarezza dell’esposizione; il buon uso della lingua serve - ma spesso latita - anche a chi formula i temi del concorso). Poi, univocità: nel senso che il tema deve proporre solo i problemi che vuol proporre, che il proponente si è ben rappresentato ed ha vagliato, e non farne sorgere di non voluti e non presi in considerazione dalla stessa commissione. Ancora, essenzialità: non devono essere introdotti dati puramente ad colorandum, perché quella che non è una tessera essenziale del puzzle è solo un elemento disturbatore e fuorviante, e non è corretto infliggere una simile penalizzazione a chi ha già i minuti contati. Quindi, non labirinti per malcapitati, ma temi di notai per notai. Regolette così elementari che è persin imbarazzante doverle rinfrescare.
Inoltre, non abbandonare la strada maestra del diritto per inseguire istituti bizzarri o peregrini (peggio che mai se di marca straniera), ovvero casistiche capillari in cui solo la casualità può aver fatto imbattere il candidato (si pensi che fino ad una certa epoca si evitarono gli argomenti societari perché poco familiari ai praticanti di notai rurali!). Ciò in omaggio ai principi di generalità e par condicio, nel senso che i problemi devono poter essere affrontati, ovviamente al livello di preparazione di ciascuno, da tutti i candidati preparati, e non scavare nelle pieghe di casistiche peregrine (tali anche da far sorgere il sospetto di preventive soffiate).
E non esageriamo con la giurisprudenza: in ultima analisi, la giurisprudenza non è poi tutto il diritto, non è neppure fonte di diritto (art. 1 preleggi). In concorsi recenti la sua rilevanza, che precedentemente era giustamente calibrata, è andata via via assumendo un peso prevaricatore dell’importanza della dottrina. Vi sono tracce per affrontare le quali non serve il codice, o forse serve un codice ombra, quello delle sentenze. Il che è da un lato iniquo, perché, fuor della giurisprudenza di primaria importanza e di massimo livello, la conoscenza di una determinata decisione può essere dovuta a pura casualità; mentre d’altro lato può essere diseducativo, perché non si dimentichi che il giudice si pronuncia su di un caso concreto, che può aver dato luogo a quella sentenza proprio per le peculiarità contingenti della fattispecie.
E, infine, bando alle preclusioni: nessun errore, per quanto grave, di per sé e da solo può essere causa di esclusione, ma va valutato nel contesto (notai bravi, esperti e diligenti non sono esenti da nullità formali, lo si vede assai spesso nelle ispezioni biennali).
E, la parte teorica, su temi prestabiliti, non ad libitum.
La saggezza della commissione nella formulazione delle tracce è la chiave di volta di un buon concorso. Serve il buon senso più che la genialità: una testa d’uovo può fare, in commissione, danno non minore che uno sprovveduto.
Sul piano dell’equità, poi, si potrà porre allo studio un sistema di rivisitazione (io non sono affatto sicuro che sia incompatibile con la normativa attuale) delle correzioni già effettuate per adeguarle alle variazioni che il metro di giudizio avesse subito nel corso dei lavori (si impara correggendo), o anche per la copertura integrale dei posti assegnati.
Sotto il primo aspetto, non è vero che l’esercizio di una sorta di ius poenitendi sia immorale, anzi è morale e doveroso quando la commissione, cammin facendo, cambia (come può accadere, e come deve fare se ne è in coscienza persuasa) la propria valutazione circa la validità o meno delle soluzioni adottate, restandone inevitabilmente influenzata nel prosieguo; o quando ad un certo punto si avvede che la percentuale degli ammessi è troppo bassa rispetto al rapporto generale, il che non può non riflettersi in un allargamento delle maglie nella fase successiva. E’ ovvio che anche la possibilità di rivisitazione poggia – come tutto il resto – sull’incontrollabile presupposto della correttezza e della buona fede della commissione, che devono essere fuori discussione e nelle quali tutti dobbiamo fermamente credere e crediamo.
Sotto il secondo aspetto, come è sbagliata l’estensione del numero dei posti messi a disposizione dei notai di prima nomina effettuata in passato, così è un errore – e grave, anche in termini politici – non esaurirlo. Per legge dei grandi numeri, non è pensabile che la compagine (migliaia di candidati) che si presenta ad un concorso sia sostanzialmente diversa per preparazione media rispetto a quella che si presenta ad un altro: onde la forte escursione tra un risultato e l’altro dei diversi concorsi non può trovare spiegazione che nella qualità dei temi o nel metro di valutazione.
Ma una mano ce la devono dare anche i ragazzi, dismettendo l’intolleranza ai verdetti, che riflette lo spirito dei tempi: voglia di arrivare a tutti i costi, sospetto di principio e generalizzato di favoritismi e di ingiustizie, presunzione, mito della “garanzia” di successo assicurata dalla provenienza da determinate scuole (purtroppo il business è entrato a contaminare, come tutti gli altri, anche questo ambiente). La conflittualità va indifferibilmente e radicalmente ridotta regolamentando in modo rigido il contenzioso, al momento mina vagante di un sistema già di per sé labile e predisposto all’esplosività.
Forse, applicando gli elementari principi sopra enunciati, cui si ispiravano i concorsi di una volta, che non erano quella tragedia che sembra siano diventati gli attuali, si potrà rasserenare l’ambiente e le prove scritte si potranno svolgere in un’atmosfera più distesa, non inquinata da tensioni e da esasperata competitività.
Gianfranco Re
#2
Inviato il dė 08 febbraio 2012 alle ore 23:02
A volte il vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato (Jim Morrison)
Non è un'arte il sedurre una ragazza, ma lo è ben il trovare una degna di essere sedotta.... (Soren Kieerkegaard)
Se Dio ha posto delle difficoltà nel tuo cammino è perchè ritiene tu sia in grado di superarle (K.T.)
#3
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 08:01
D.A.N. - since 2001 romoloromani.it Administrator
#4
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 09:17
#5
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 10:15
#6
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 10:37
“Mi ripugna che mi si creino dei doveri verso le cose che amo” (Jean Paul Sartre)
“Adoro i piaceri semplici. Sono l’ultimo rifugio del complicato” (Oscar Wilde)
“I dettagli fanno la perfezione, e la perfezione non è un dettaglio” (Leonardo Da Vinci)
“Nessun vincitore crede al caso” (Friedrich Wilhelm Nietzsche)
#7
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 10:54
...El amor se filtra como el agua desando humedad para siempre...
#8
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 11:29
Speriamo che i commissari leggano la lettera e si passino una mano (o anche tutte e due
#9
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 11:39
#10
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 15:41
#11
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 16:14
#12
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 16:36
M.C.S. Webmaster, su il dė 08 febbraio 2012 alle ore 22:29, detto:
Sul piano dell’equità, poi, si potrà porre allo studio un sistema di rivisitazione (io non sono affatto sicuro che sia incompatibile con la normativa attuale) delle correzioni già effettuate per adeguarle alle variazioni che il metro di giudizio avesse subito nel corso dei lavori (si impara correggendo), o anche per la copertura integrale dei posti assegnati.
Sotto il secondo aspetto, come è sbagliata l’estensione del numero dei posti messi a disposizione dei notai di prima nomina effettuata in passato, così è un errore – e grave, anche in termini politici – non esaurirlo.
La lettera del Notaio Re mi ha commosso per la schiettezza e la franchezza con cui analizza le vicende del concorso.
Su una cosa però, non mi trova d'accordo, a proposito dei posti da assegnare.
Lui dice, a proposito delle tracce e del criterio di selettività che esse devono contenere, facendo un paragone con l'atletica leggera che mi pare azzeccatissimo: "Se si vuol sottoporre ad un test di selezione atleti del salto in alto, non si dovrà porre l’asticella ad un metro, ma neppure a tre metri. Quella misura la fan tutti, questa nessuno, ed il risultato di ottenere la selezione delle capacità è vanificato in entrambi i casi.".
Poi, giustamente, dice anche, relativamente all'ambito della correzione dei compiti, di una eventuale, ove opportuna, "rivisitazione" da parte della Commissione di quanto fatto per operare quegli aggiustamenti in itinere delle correzioni che si rendessero necessari e doverosi a causa dello sviluppo delle correzioni e del loro andamento, per "adeguarle alle variazioni che il metro di giudizio avesse subito nel corso dei lavori" (primo aspetto), o anche "per la copertura integrale dei posti a assegnati" (secondo aspetto).
"Sotto il primo aspetto, non è vero che l’esercizio di una sorta di ius poenitendi sia immorale, anzi è morale e doveroso...
...Sotto il secondo aspetto, come è sbagliata l’estensione del numero dei posti messi a disposizione dei notai di prima nomina effettuata in passato, così è un errore – e grave, anche in termini politici – non esaurirlo".
Ecco: le affermazioni contenute in quest'ultimo periodo che ho citato non le condivido.
Non le condivido:
1) sia nella parte finale, dove dice: "è un errore – e grave, anche in termini politici – non esaurirlo" (il numero di posti messi a disposizione)
2) sia , soprattutto, nella parte iniziale, dove dice: "...come è sbagliata l’estensione del numero dei posti messi a disposizione dei notai di prima nomina effettuata in passato".
Spiego come mai non le condivido.
Utilizzo lo stesso esempio dell'asticella del salto in alto utilizzato dal Notaio Re.
In vista di un evento importante (diciamo le Olimpiadi), a cui si vuole possa accedere solo l'eccellenza degli atleti, che si stima ad esempio in un numero di 200, per la gara di salto in alto si deve decidere quale misura minima deve essere realizzata perchè solo gli atleti eccellenti siano ammessi a svolgere la gara.
Come diceva giustamente il Notaio Re, se si mette come misura minima di qualificazione 1 metro, troppi atleti potranno andare alle Olimpiadi, e non solo quelli eccellenti.
Se si mette come misura minima 3 metri, nessuno riuscirà a qualificarsi per le Olimpiadi, svuotando la gara di ogni significato.
Si decide allora di mettere una misura di ammissione (secondo criteri il più possibile oggettivi, quali le misure effettuate negli ultimi anni dagli atleti risultanti dalle graduatorie internazionali, ed altri di questo tipo) ad esempio a 2,25 metri, sulla base dell'opinione che con una misura del genere andranno alle Olimpiadi 200 atleti, veramente meritevoli.
La scelta della misura dell'asticella equivale, per il concorso, alla scelta (ex ante) del grado di difficoltà dei problemi contenuti nella traccia da assegnare al concorso, ed ai criteri di selezione (ex post rispetto all'assegnazione delle tracce) delle soluzioni dei candidati scelti dalla Commissione esaminatrice.
Una volta fissati questi paletti, tesi a garantire che solo l'eccellenza superi l'asticella, i giochi sono fatti.
Certo, come dice il Notaio Re, durante le correzioni sarebbe opportuno, ed anche "morale e doveroso", rivedere i paletti messi ed il loro rispetto, per garantire equità di trattamento a tutti gli "atleti".
Per continuare il paragone con il salto in alto, mi viene in mente il caso di Dick Fosbury, alle Olimpiadi del 1968, che saltò con il suo nuovo stile (chiamato poi "fosbury" in suo onore) che prevede il superamento dell'asticella a "pancia in su", rispetto allo stile "ventrale" in cui il passaggio dell'asticella è a "pancia in giù".
In un primo momento i giudici non sapevano se assegnare la validità ai suoi salti perchè il baricentro del corpo in questo stile rimane al di sotto dell'asticella, mentre nel salto ventrale il baricentro è sopra.
Alla fine prevalse il buon senso e venne data la validità dei salti di Fosbury.
Mi sembra il caso di una soluzione non contemplata dalla Commissione ad inizio lavori, che però si dimostri reggere alla prova dei fatti, con conseguente ammissione del candidato.
Alla fine, fissati i paletti, fissata la misura dell'asticella, potrebbero aversi due risultati, entrambi non previsti (o non prevedibili) quando si sono dettate le regole del gioco.
A) Il primo risultato è che solo 170 atleti realizzino la misura minima per essere ammessi.
Qui si pone un problema, anche politico, come sottolinea giustamente il Notaio Re.
Allargare le maglie e ammetterne altri 30, così da arrivare ai 200 previsti?
Mentre per l'atletica il problema è misurabile, e la soluzione anche (ammettiamo solo quelli che hanno fatto la misura minima, oppure, all'opposto, ammettiamo anche quelli che hanno fatto "solo" 2,24), per il concorso notarile la soluzione non è misurabile.
Si potrebbe decidere di ammettere solo 170 candidati, o all'opposto (io propendo per questa soluzione) ammettere un numero di candidati tanti quanti ne mancano al raggiungimento dei 200 previsti, ma SOLO SE si trovano dei candidati (nel mio esempio 30) che abbiano fatto dei temi per cui vengano ritenuti capaci e meritevoli di diventare notai.
Se ciò non si verificasse, allora si possono non coprire tutti i posti. Anzi, si deve non coprire tutti i posti.
B) Il secondo risultato può creare un problema è ancora più delicato. 230 atleti hanno fatto la misura minima.
Siccome si era previsto che solo 200 atleti raggiungessero la misura minima, cosa fare?
Nel salto in alto, se 230 atleti hanno raggiunto almeno 2,25 metri, la misura minima di ammissione, è indubbio che tutti i 230 verranno ammessi. Qui si parla di misure. Dentro o fuori. In questo caso: dentro.
Nel concorso notarile il discorso è molto più delicato, perchè non ci sono misure che tolgono ogni dubbio come nell'atletica.
Alla soluzione si deve arrivare andando alla radice dello scopo per cui è svolto il concorso: e qui si presenta il grande bivio, e da quale delle due strade si vuole praticare discende la risposta al problema.
Un concorso, supponiamo da 200 posti, serve per selezionare 200 notai o serve perchè vengano nominati notai tutti quei candidati che dimostrino di esserne capaci?
Se si risponde che il concorso da 200 posti deve selezionare 200 notai, allora saranno nominati notai i primi 200 candidati, escludendo quei candidati che, pur capaci di svolgere temi buoni, non saranno stati bravi come i primi 200.
Nell'esempio del salto in alto, si potrebbe descrivere questa soluzione escludendo dall'ammissione tutti quelli che, sì, hanno salato 2,25 metri, ma al terzo tentativo (nel salto in alto tra due atleti che saltano la stessa misura, ma uno al primo tentativo dei tre a disposizione, e l'altro al secondo o terzo tentativo, risulta vincitore il primo).
Io trovo una soluzione del genere errata ed ingiusta.
Se invece si risponde che un concorso da 200 posti serve perchè vengano nominati notai tutti quei candidati che dimostrino di esserne capaci, allora dovrebbero essere nominati notai tutti i candidati che avranno svolto dei compiti giudicati meritevoli secondo i paletti fissati dalla Commissione, anche fossero 230 o di più ancora.
Io propendo per questa seconda soluzione, trovandomi su questo punto in disaccordo con il Notaio Re, quando dice che "è sbagliata l’estensione del numero dei posti messi a disposizione dei notai di prima nomina effettuata in passato".
Il rischio è, mi si permetta di avere questo dubbio, anche alla luce degli esiti dei concorsi degli ultimi anni, che lo scopo del concorso notarile, per molte commissioni esaminatrici, non sia quello di selezionare persone capaci di fare il notaio tout court, bensì sia quello di selezionare persone capaci di fare il notaio a condizione di rimanere comunque entro il limite dei posti messi di volta in volta a concorso.
Se così dovesse essere, la condizione di rimanere comunque entro il limite dei posti messi a concorso assurgerebbe al ruolo di ulteriore criterio di selezione, a fianco dei criteri di selezione fissati dalla traccia e dalle soluzioni ammesse.
Un ulteriore criterio di selezione, che però sarebbe sbagliato, perche sacrificherebbe, senza motivi concreti, qualità e capacità di molti candidati.
Messaggio modificato da ALTRO70 il il dė 09 febbraio 2012 alle ore 18:01
Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo, alla Sua salvatrice potestà...Cristo sa cosa è dentro l'uomo. Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l'uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra, è invaso dal dubbio, che si tramuta in disperazione.
Permèttete quindi, vi prego, vi imploro, con umiltà e con fiducia, permèttete a Cristo di parlare all'uomo.
Solo lui ha parole di Vita. Sì, di Vita Eterna!
(Beato Papa Giovanni Paolo II - 22 ottobre 1978)
#13
Inviato il dė 09 febbraio 2012 alle ore 23:58
#14
Inviato il dė 10 febbraio 2012 alle ore 06:49
#15
Inviato il dė 10 febbraio 2012 alle ore 08:48
M.C.S. Webmaster, su il dė 08 febbraio 2012 alle ore 22:29, detto:
Innanzitutto, i tempi di svolgimento delle prove. La preparazione è soltanto uno dei fattori del successo. L’altro è la tenuta fisica. Dilatare oltre misura i tempi di permanenza dei candidati nel palazzo significa attuare una discriminazione di taluni di essi, cioè dei meno attrezzati fisicamente e psichicamente, rispetto agli altri, perché la prova d’esame è in un certo senso anche una prova sportiva. Quindi, niente dettature nel primo pomeriggio, niente consegne a notte inoltrata.
Poi, e fondamentalmente, le tracce. Non posso non sottolinearne la frequente alienità ed incongruenza rispetto alla casistica ed alla pratica professionale.
Da quando è invalso il professionismo (ed il business) della preparazione all’accesso al notariato, si è innescata una sempre più accentuata divaricazione tra le fattispecie proposte dal concorso e quelle proposte dall’esercizio quotidiano. Si offrono al travaglio dei candidati situazioni astruse, improbabili, farcite di dati di arduo riordino mentale, non sempre rilevanti, complicate da capricci di testatori di dubbia lucidità, formulate con subordinate a scatole cinesi. Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’esercizio del notariato sul campo, e non prepara all’esercizio del notariato sul campo (scarso peso della componente notarile nell’ambito della commissione?). Si è innescata, tra scuole professionistiche (quasi “scuderie”) e commissioni d’esame (anche perché spesso delle seconde fanno parte docenti delle prime), una sorta di competizione alla ricerca di fattispecie peregrine, quasi lo scopo del concorso fosse di dimostrare quanto son bravi i commissari e non di appurare il livello di preparazione dei candidati. In certe scuole si rischia di allenare i giovani ad affrontare stipulazioni che ai più non capiteranno mai; lasciandoli digiuni dell’insegnamento più importante, che è quello di impadronirsi del modo di elaborare il “progetto dell’atto”, cioè di uno schema logico e rigoroso da applicarsi alle varie stipulazioni. Si mandino gli allievi (e i candidati) a pescare nella corrente principale del fiume, a cercar di prendere pesci normali e non per questo più facili da catturare, anziché nei rivoli collaterali, dove allignano pesci strani, buoni soltanto per pescatori speciali (intendo, casualmente – o forse, andreottianamente, ragionando, neanche tanto casualmente – informati della soluzione).
Occorre abbandonare le prove a soluzione obbligata, che, assomigliando ad un quiz, fanno entrare in gioco elementi di casualità, per tornare a proporre soluzioni aperte e consentire un ventaglio di soluzioni, tutte accettabili se ragionevoli e ragionevolmente giustificate. Occorre stabilire una sorta di codice di comportamento relativo alle modalità di stesura delle tracce, che devono rispondere a precisi requisiti: chiarezza, linearità e sinteticità, non solo nella materiale formulazione, bensì anche nel senso di porre un numero sensato di problemi.
Poi, complessità sì, ma ragionevole: l’eccessiva difficoltà è priva di selettività al pari dell’eccessiva semplicità. Se si vuol sottoporre ad un test di selezione atleti del salto in alto, non si dovrà porre l’asticella ad un metro, ma neppure a tre metri. Quella misura la fan tutti, questa nessuno, ed il risultato di ottenere la selezione delle capacità è vanificato in entrambi i casi. Sono state in passato assegnate tracce di fronte alle quali notai colti e di lunga esperienza, non nuovi ad alcun tipo di problemi, si sentivano impari: problemi accavallantisi, sovrapponentesi, incastrantisi l’uno nell’altro; periodare macchinoso, involuto, per subordinate delle subordinate. Ed un candidato, in difficili condizioni ambientali e di spirito, dovrebbe venirne a capo in otto ore? Non può sortirne che un risultato infedele rispetto alla preparazione, fanno premio il meno peggio e la casualità, può risultarne privilegiato chi – impossibilitato in ogni caso ad approfondire i troppi temi - li affronta in modo pedestre, poco più che parafrasando la traccia (tornando all’asticella di tre metri, poiché nessuno la supera e si deve comunque giudicare, si promuove chi vi passa sotto con la minor goffaggine).
Si tenga poi presente che problemi ardui oltre misura possono rappresentare un handicap e rivelarsi un boomerang per gli stessi commissari, cui nel corso della correzione può accadere di intravedere aspetti prima non considerati o scoprire ipotesi di soluzione impreviste, con imbarazzo e con messa in discussione del metro fin lì adottato, vittime essi stessi – i commissari – dell’intasamento cerebrale che hanno imposto ai candidati.
La mitizzazione delle prove di concorso, alla ricerca del più difficile, del più peregrino, del più snob, ha fatto guardare con sufficienza, se non con sdegno, agli elementari principi di buon senso e banale praticità. Innanzitutto (sarà una regola grossolana, ma - credetemi – è valida) la traccia che supera di troppo le venticinque-trenta righe non è una buona traccia, una pagina ben utilizzata basta e avanza per mettere alla prova la cultura giuridica di un candidato. Poi un periodare semplice e breve, un problema per volta (ricordiamo che i grandi maestri del diritto, Einaudi, Antolisei, Torrente, ecc., lo erano prima di tutto nella semplicità e nella chiarezza dell’esposizione; il buon uso della lingua serve - ma spesso latita - anche a chi formula i temi del concorso). Poi, univocità: nel senso che il tema deve proporre solo i problemi che vuol proporre, che il proponente si è ben rappresentato ed ha vagliato, e non farne sorgere di non voluti e non presi in considerazione dalla stessa commissione. Ancora, essenzialità: non devono essere introdotti dati puramente ad colorandum, perché quella che non è una tessera essenziale del puzzle è solo un elemento disturbatore e fuorviante, e non è corretto infliggere una simile penalizzazione a chi ha già i minuti contati. Quindi, non labirinti per malcapitati, ma temi di notai per notai. Regolette così elementari che è persin imbarazzante doverle rinfrescare.
Inoltre, non abbandonare la strada maestra del diritto per inseguire istituti bizzarri o peregrini (peggio che mai se di marca straniera), ovvero casistiche capillari in cui solo la casualità può aver fatto imbattere il candidato (si pensi che fino ad una certa epoca si evitarono gli argomenti societari perché poco familiari ai praticanti di notai rurali!). Ciò in omaggio ai principi di generalità e par condicio, nel senso che i problemi devono poter essere affrontati, ovviamente al livello di preparazione di ciascuno, da tutti i candidati preparati, e non scavare nelle pieghe di casistiche peregrine (tali anche da far sorgere il sospetto di preventive soffiate).
E non esageriamo con la giurisprudenza: in ultima analisi, la giurisprudenza non è poi tutto il diritto, non è neppure fonte di diritto (art. 1 preleggi). In concorsi recenti la sua rilevanza, che precedentemente era giustamente calibrata, è andata via via assumendo un peso prevaricatore dell’importanza della dottrina. Vi sono tracce per affrontare le quali non serve il codice, o forse serve un codice ombra, quello delle sentenze. Il che è da un lato iniquo, perché, fuor della giurisprudenza di primaria importanza e di massimo livello, la conoscenza di una determinata decisione può essere dovuta a pura casualità; mentre d’altro lato può essere diseducativo, perché non si dimentichi che il giudice si pronuncia su di un caso concreto, che può aver dato luogo a quella sentenza proprio per le peculiarità contingenti della fattispecie.
E, infine, bando alle preclusioni: nessun errore, per quanto grave, di per sé e da solo può essere causa di esclusione, ma va valutato nel contesto (notai bravi, esperti e diligenti non sono esenti da nullità formali, lo si vede assai spesso nelle ispezioni biennali).
E, la parte teorica, su temi prestabiliti, non ad libitum.
La saggezza della commissione nella formulazione delle tracce è la chiave di volta di un buon concorso. Serve il buon senso più che la genialità: una testa d’uovo può fare, in commissione, danno non minore che uno sprovveduto.
Sul piano dell’equità, poi, si potrà porre allo studio un sistema di rivisitazione (io non sono affatto sicuro che sia incompatibile con la normativa attuale) delle correzioni già effettuate per adeguarle alle variazioni che il metro di giudizio avesse subito nel corso dei lavori (si impara correggendo), o anche per la copertura integrale dei posti assegnati.
Sotto il primo aspetto, non è vero che l’esercizio di una sorta di ius poenitendi sia immorale, anzi è morale e doveroso quando la commissione, cammin facendo, cambia (come può accadere, e come deve fare se ne è in coscienza persuasa) la propria valutazione circa la validità o meno delle soluzioni adottate, restandone inevitabilmente influenzata nel prosieguo; o quando ad un certo punto si avvede che la percentuale degli ammessi è troppo bassa rispetto al rapporto generale, il che non può non riflettersi in un allargamento delle maglie nella fase successiva. E’ ovvio che anche la possibilità di rivisitazione poggia – come tutto il resto – sull’incontrollabile presupposto della correttezza e della buona fede della commissione, che devono essere fuori discussione e nelle quali tutti dobbiamo fermamente credere e crediamo.
Sotto il secondo aspetto, come è sbagliata l’estensione del numero dei posti messi a disposizione dei notai di prima nomina effettuata in passato, così è un errore – e grave, anche in termini politici – non esaurirlo. Per legge dei grandi numeri, non è pensabile che la compagine (migliaia di candidati) che si presenta ad un concorso sia sostanzialmente diversa per preparazione media rispetto a quella che si presenta ad un altro: onde la forte escursione tra un risultato e l’altro dei diversi concorsi non può trovare spiegazione che nella qualità dei temi o nel metro di valutazione.
Ma una mano ce la devono dare anche i ragazzi, dismettendo l’intolleranza ai verdetti, che riflette lo spirito dei tempi: voglia di arrivare a tutti i costi, sospetto di principio e generalizzato di favoritismi e di ingiustizie, presunzione, mito della “garanzia” di successo assicurata dalla provenienza da determinate scuole (purtroppo il business è entrato a contaminare, come tutti gli altri, anche questo ambiente). La conflittualità va indifferibilmente e radicalmente ridotta regolamentando in modo rigido il contenzioso, al momento mina vagante di un sistema già di per sé labile e predisposto all’esplosività.
Forse, applicando gli elementari principi sopra enunciati, cui si ispiravano i concorsi di una volta, che non erano quella tragedia che sembra siano diventati gli attuali, si potrà rasserenare l’ambiente e le prove scritte si potranno svolgere in un’atmosfera più distesa, non inquinata da tensioni e da esasperata competitività.
Gianfranco Re
Che bello, complimenti vivissimi a Gianfranco Re.
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